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Doubt

Not talking about doubt process, no…

How many times have we heard the expression: “benefit of the doubt”? A lot, surely. But what does it mean..? It’s called benefit because we want to consider someone innocent until proven guilty? So far, so good. The question is another.

How many times have we heard the expression: “Stop judging that YOU may not be judged”? Even more often. And we all agree that among a pool af sinners it does not have much sense pointing finger at someone. But again:

How many times have we heard the expression: “All things are clean to clean [persons]. But to [persons] defiled and faithless nothing is clean, but both their minds and their consciences are defiled.”?

 

Now let’s put to a system these three equations (note that in mathematics as well they would be called ‘expressions’). What conclusion can we come to?

Firstly, for human beings judgment is something that travels along with their look. Evrything we hear, see or think, it is automatically classified as white/black/gray (simplifying). Only who has no moral values to refer to can exempt from this mental process, i.e. a baby. Remarkable is indeed we call him/her “innocent”! Why innocent? Because, it’s clear, evil is so only if it’s accomplished on purpose. Or better, crime is imputable only if you are aware of the law (while, on the contrary, state’s law does not admit ignorance). I am saying this deliberately irrespective of the fact that we are imperfect, then we tend to do what’s bad.

Then?

Then we have to fight this tendency with active mental processes. For example, as it’s so often said, it is good practice to keep for ourselves our judgements (without starting to argue about their supposed good quality) (and here we could link to rumors). After this, we have to enact a process. Inside our heads. But careful: NOT to verify “truth” (“what is truth?” from the human point of view, Pilate was certainly right), but to LISTEN THE WITNESSES, that is to strive to imagine opinions and points of view different from ours, to weigh up their reasonableness, to examine their reasons, and so on… In the end, besides if we have “liked” all this, we have to archive the session record and put our soul to rest, aware that possible judgements are a lot, and that:

A) we do not have enough elements to pass one.

B) more important: we do not have the authority to pass one.

The christian is called to keep his conduct on the base of principles, not of laws. This difference in naming, only, should let us guess that there is a difference legally-esecutively talking too. Since there are no precise rules of conduct, everyone is called to judge only himself. Once we have a clear coscience before our only Judge, our assignment ends. Then everything our neighbor or our brothers will do will be pure (that is we will bestow them a real benefit of doubt). Otherwise, if we measure with any meter, everything, i say everything our brothers will do will be wrong (or potentially wrong) in our heads. And we know this is wrong too. It is not healthy for us. It would be the curse, of doubt.

 

From free (“truth will set YOU free”)…

…to slave (“They bind up heavy loads and put them upon the shoulders of men”).

Just lose and lose

 

 

 

 

 

 

For you I was the flame,

Love is a losing game

Five story fire as you came,

Love is losing game

 

One I wish I never played,

Oh, what a mess we made

And now the final frame,

Love is a losing game

 

Played out by the band,

Love is a losing hand

More than I could stand,

Love is a losing hand

 

Self professed and profound

Tilter tips were down

Know you’re a gambling man

Love is a loosing hand

 

Tho’ I battled blind,

Love is a fate resigned

Memories mar my mind,

Love is a fate resigned

 

Over futile odds,

And laughed at by the Gods

And now the final frame,

Love is a losing game

Scynt – pt.4

Indice dei capitoli

“Sciocchezze, sciocchezze!” protesta con voce stridula Caturnio di Perinna, enfatizzando le sue parole battendo sul pavimento di marmo lucido il suo scettro metallico “Anzi, pure fandonie, follia!” gocce di sudore gli imperlano la fronte gialla. Le vene del collo gli si sono gonfiate, forse anche perché con tutti quei vestiti addosso deve morire di caldo. Stoffe, pizzi, broccato… insomma, disgustoso.

“Per favore, moderate i termini” ammonisce in tono fermo e sicuro il Sommo Savio dal suo scranno, parlando al plurale ma riferendosi a un uomo soltanto. Siede in posizione un po’ sopraelevata rispetto agli altri, segno della sua più alta carica. I savii anziani delle varie reggie siedono tutto intorno a lui, mentre i reggenti sono disposti a semicerchio di fronte a loro. Astalt di Merifet sospira e incrocia le braccia. Dopo una pausa riprende:

“Non parlerei se non fosse a ragion veduta. Lungi da me sfidare la dignità del Consultativo!” fa un gesto a indicare i presenti e la sala. L’Ata Sala del Consultativo, nella cui cima trasparente si vedono le stelle, appena velate da una spolverata di azzurro. Solo i presenti possono avere accesso a quest’area. E i reggenti possono accedervi solo in occasione dei Consultativi, arrivando dalle loro fortezze a bordo di palloni, unici mezzi volanti di Solariade. “Del resto, mi guardo bene dal fare accuse infondate. Riporto solo quelle che sono state le osservazioni degli ultimi mesi.”

“Osservazioni fatte da chi? Voglio parlare personalmente con questi incompetenti…!” torna a sbraitare Caturnio. stringendo convulsamente il pugno. Il Sommo Savio alza una mano, arrestando lo sgradevole flusso di quelle parole, e di quei pensieri. Knot prende la voce, in piedi fra il Savio Joras e il Sommo. In tono accomodante, quasi mellifluo, serpeggiano le sue parole fra i presenti:

“Eccellente Caturnio, reggente di Perinna” sembra quasi accennare a un lieve inchino “Certo le accuse che vi sono rivolte non possono essere prese alla leggera da un uomo di onore, quale voi siete” ira sicuramente, ma anche qualcos’altro il giovane Knot scorge sul volto dell’accusato “Preparare una guerra!” pausa “Certo non è cosa da poco. Sarebbe un grave reato, non è vero?”

“Certamente” in tono stridulo. “Ma sono false accuse! Calunnie!”

“Ma è naturale.” Knot china il capo “Bramare che la vostra reputazione sia ripristinata: questo è giusto” sentenzia, sollevando un sopracciglio. Chi ha scorto un sorriso ironico? “Riuscite a immaginare un miglior modo di dimostrare che non avete nulla da nascondere, se non quello di aprire le porte della vostra reggia a una serena ispezione da parte dei vostri vicini?” tutto in un fiato, questa ultima frase sembra un’arma puntata al collo di Caturnio, che si immobilizza. Solo per un secondo però. Dopo un attimo in cui i suoi pensieri vengono intercettati solamente dal Savio che ha di fronte, il reggente ritrova la favella.

“Ma è ovvio” dichiara in tono untuoso quasi quanto la sua fronte sudata “Perinna non ha certo niente da nascondere” fa un ampio gesto e sorride soddisfatto per aver colto al meglio delle sue possibilità l’occasione servitagli su un piatto d’argento da Knot. Alcuni Savii guardano il giovane perplessi, solo il Sommo e Joras celano una segreta soddisfazione. Astalt di Merifet fa un gesto che ben esprime quanto consideri inutile questa iniziativa. Pensa quello che pensano gli altri Savii: cosa gli impedirà di tenerci davvero nascosta qualsiasi cosa importante?

Il Sommo colpisce il pavimento con il suo scettro. E’ il simbolo della decisione presa. Indica uno dei reggenti: “I Savii incaricano formalmente Caleine di Rasfet di formare un comitato di ispezione. Avrete a disposizione due settimane per controllare che a Perinna sia tutto normale, dopodiché considereremo questa faccenda archiviata.” Le decisioni del sommo sono inappuntabili. Caturnio finge sdegno, Astalt cerca di fare buon viso a cattivo gioco, e Caleine certo farebbe volentieri a meno di sobbarcarsi ora di questa incombenza, tuttavia si sente in dovere di fare la sua parte, non solamente perché deve rispondere delle sue azioni al Consultativo e al Sommo Savio.


“Un momento..!” Knot si avvicina correndo all’approdo del pallone di Astalt, mentre stanno per mollare gli ormeggi. Gli altri dignitari sono già partiti, e nessuno può vederli parlare. Nuvole scorrono sotto di loro. A volte si scorgono stormi di volatili. Solo il rumore del vento, e una cupa vibrazione sommessa che proviene dall’Alta Sede. Astalt di Merifet aggrotta le sopracciglia: cosa c’è ora?

“Il comitato di ispezione proposto dal Sommo è, com’è ovvio, una soluzione di facciata, una copertura” Astalt è sorpreso. Non dovrebbe, conoscendo i Savii e il loro modo di fare. Tuttavia lo sconcertano spesso. Specie i tipi come Knot.

“Un’altra missione sarà affidata a un nostro uomo di fiducia. Vi sarà inviato al termine del suo corrente incarico. Confidiamo che abbia le capacità necessarie per portare a termine con successo questa missione”

“Che sarebbe…?” chiede Astalt con un tono che sembra dire “che ne penseresti di illuminarmi…?”

Per tutta risposta Knot fa un verso, come accennando a una breve risata ironica, poi spiega “Smascherare Caturnio. Non penserai che non ci siamo accorti dei suoi affari poco chiari?”

Doveva immaginarselo. Sapevano già tutto di gran lunga prima che le sue spie facessero quei rapporti su movimenti di mezzi a motore e mobilitazione di truppe. Probabilmente a questi Savii basta guardare in faccia qualcuno per sapere cosa pensi e cosa nasconda. Da dove prendono quel potere? Astalt li invidia.

Knot non vuole che si avvilisca. Solariade ha bisogno di bravi reggenti come lui. “Dovrete fornire appoggio al nostro uomo, Khaleman di Rannai. Quando giungerà alla vostra reggia, probabilmente saprà già tutto ciò che occorre sapere. Altre informazioni vi saranno fornite al momento opportuno”

“E’ tutto?” ora Astalt è quasi divertito.

“E’ tutto” Imperturbabile Knot. Vuole vedere la sua reazione. Astalt scoppia a ridere.

“Beh, non ho un’accidente di idea di che cosa ci sia in ballo, ma mi pare che non ci sia nient’altro di meglio da fare a questo punto da parte mia, non è vero?” scuote la testa sospirando un sorriso. “Non riesco a immaginare come potrebbe essere Solariade se non ci foste voi Savii…”

Knot lo fissa. Dopo qualche lungo istante risponde tranquillamente:

“Non farlo.”

Il Dubbio

Non parliamo di processo dubitativo, no…

Quante volte abbiamo sentito l’espressione: “beneficio del dubbio”? Sicuramente molte. Ma che cosa significa..? Si dice beneficio nel senso che si vuole considerare qualcuno innocente fino a prova contraria? Fin qui tutto ok. Il problema è un altro.

Quante volte abbiamo sentito l’espressione: “Smettete di giudicare affinché non siate giudicati”? Anche più spesso. E siamo tutti d’accordo che in un insieme di peccatori non ha senso puntare il dito uno contro l’altro. Ma ancora:

Quante volte abbiamo sentito l’espressione “Tutte le cose sono pure per i puri. Ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro, ma la loro mente e la loro coscienza sono contaminate.”?

Ora poniamo a sistema queste tre equazioni (notare come anche in matematica si chiamerebbero ‘espressioni’). Che conclusioni se ne possono trarre?

Intanto che per l’essere umano il giudizio è qualcosa che viaggia insieme allo sguardo. Qualsiasi cosa sentiamo, vediamo, pensiamo, automaticamente viene classificata come bianca/nera/grigia (semplificando). Solo chi è privo di valori morali di riferimento può esimersi da questo procedimento mentale, come per esempio un bambino piccolo. Degno di nota infatti è che lo definiamo “innocente”! Perché innocente? Perché, com’è ovvio, il male è tale solo se viene compiuto consapevolmente. O meglio, il reato è imputabile solo se si è a conoscenza della legge (mentre, invece, la legge dello stato non ammette ignoranza). Faccio questo discorso senza tener conto volutamente del fatto che siamo imperfetti quindi portati a fare il male.

E allora?

Allora occorre contrastare questa tendenza con procedimenti mentali attivi. Per esempio, come si dice spesso, è buona norma intanto tenere per sé i propri giudizi (senza metterci a discutere della loro presunta bontà) (e qui ci si collegherebbe al discorso del pettegolezzo). Dopodiché occorre inscenare un processo. Dentro la nostra testa. Ma attenzione, NON per appurare la “verità” (“che cos’è la verità?” dal punto di vista umano Pilato aveva senz’altro ragione) bensì per ASCOLTARE I TESTIMONI, ovvero sforzarsi di immaginare pareri e punti di vista diversi dai nostri, soppesarne la fondatezza, esaminarne i motivi, e così via… Al termine, al di là di quanto ci siano effettivamente “piaciuti”, bisogna archiviare il verbale della sessione e mettersi l’anima in pace, consapevoli che di possibili giudizi ce ne sono molti e che:

A) non abbiamo elementi sufficienti per emetterne uno.

B) più importante ancora: non abbiamo l’autorità per emetterne uno.

Il cristiano è chiamato a tenere una condotta in base a dei principi, non a delle leggi. Già questa differenza di nomenclatura dovrebbe farci immaginare che c’è una differenza anche dal punto di vista legale-esecutivo. Non esistendo regole precise di condotta, ognuno è chiamato a giudicare soltanto sé stesso. Una volta che siamo in coscienza a posto dinanzi al nostro unico Giudice, il nostro compito si esaurisce. Allora tutto quello che il prossimo o i nostri fratelli faranno sarà puro (ovvero concederemo loro un reale beneficio del dubbio). Altrimenti, se misuriamo con un metro qualsiasi, tutto, dico tutto quello che i nostri fratelli faranno sarà sbagliato (o potenzialmente sbagliato) nella nostra testa. E fare questo sappiamo che è a sua volta sbagliato. E infatti non ci fa neanche bene. Sarebbe la maledizione, del dubbio.

Da liberi (“la verità vi renderà liberi”)…

…a schiavi (“legano gravi carichi e li mettono sulle spalle degli uomini”).

Am I asocial…?

Am I an asocial guy?

Don't think so.

You guys saying this are the asocial ones.

What are we talking about? Exchanges, communication. Precisely: nowadays. Now I am not going trough a detailed review about "social networks", it would be so long-winded, and even useless.

I did not joined any "social network". And I am proud of it. Sure, it's far more comfortable to committ to an external structure (virtual/cybernetical as well as physical/istitutional) the management (both quantitatively and qualitatively) of one's human relationships. But this does not mean that it's right, correct, healthy and convenient. Here's the reversal trick: those who are like me are often referred to as asocial, different, alienated, while the opposite is true. It's all you guys depending on these media to be the alienated one. The asocials. The social being (as man supposes he is) needs interpersonal relationships, public relationships as friendship, acquaintance, love, etc. But these have to be authentic! Both in their nature, and in their contents!

The real social network is out there, is made of every person you meet. Your friends are the servers, the hubs, the nearest sites. Data is exchanged through words, through actions, through emotions. Others will really know you only if you let them really know you this way! Not a pun.

Massive use of these media is a sickness, a deviance. It's not healthy. One thing is using a media to be allowed to get a new or otherwise unattainable level of communication, another is using it to partially – or even mainly – substitute more effective media!

Get out of your shells, let your fears go, and start living for real, exchanging with others what you have! Remember that "there is more happines in giving than there is in receiving". You do not know what you are missing!

Without generalizing: they are trying to frame you.

Menti Selvagge

Questo è stato il mio primo racconto lungo, e si nota alquanto lo stile più naive. Avevo pur sempre qualcosa come 17-18 anni. Iniziato come al solito come un esperimento, ha acquistato poi una certa importanza. Va a costituire il primo passo nell’universo di Noi-Hert, un luogo che ospita molte altre storie che mi mancherà il tempo per raccontarle tutte.

Leggete prima questo e poi “Il ritorno dei Ra’Hesh”, che ne sarebbe un seguito. E ricordate che per primo incontrate l’ultimo capitolo. Cliccate sui link dei capitoli.

Buona lettura!

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitoli 7-8

Capitoli 9-15

Capitoli 16-18

Capitoli 19-20

Capitolo 21

Capitoli 22-26

 

Tutti i capitoli (al contrario)

Menti Selvagge – pt.22-26

Si erano accampati presso la base del monolito di roccia.

Il sole era calato, e, salendo di nuovo sulla piattaforma, si potevano scorgere centinaia di fuochi sparsi per tutta la valle, attorno ai quali erano radunati uomini che mangiavano e bevevano, e, tendendo l’orecchio, ogni tanto, sembrava di sentire il suono di qualche tamburo e delle loro voci cantare.

Ammirando la scena, Kriss aveva rivisto in un attimo quando quella notte era arrivato su Noi-Hert ed era stato “accolto” nell’orda. Aveva pensato alla faccia di Jeorghe, e deciso che niente avrebbe potuto fargli desiderare di vederla ancora.

Ora erano radunati intorno al loro piccolo falò, che non era possibile scorgere, dalla valle, in mezzo a quel fitto fogliame.

Sedevano in silenzio, mangiando alcuni animali simili a gatti catturati prima del tramonto, con scarso appetito.

Dopo alcuni minuti che ebbero finito di mangiare, Ef prese la parola.

“Dobbiamo elaborare un piano per entrare in città”

“Dovremo agire col favore delle tenebre, poco prima che il sole sorga, per correre il minor rischio” disse Theo.

“E poi resta un altro problema. Una volta giunti alle porte della città, come faremo a lasciarci aprire? Vuoi andare a bussare dicendo: ‘amici’?” esclamò Corolla.

“A quello penseremo quando saremo lì…” disse Kriss. Corolla sospirò, tornando a guardare il fuoco.

“Come faremo ad attraversare il campo senza farci né vedere né sentire? Non è un cortile, saranno un paio di chilometri allo scoperto. Una volta usciti dalla foresta…”

“Io posso percepire la differenza fra una mente sveglia e una addormentata” disse Ef.

“Quindi potrai guidarci tu” disse Kriss.

“Sono due chilometri senza un sasso dove nascondersi” ribadì Theo.

“Già” fece Corolla “Non avremo neanche un buco dove nasconderci, e se faremo scricchiolare anche un solo rametto ci saranno addosso in centinaia in pochi secondi.”

Il silenzio scese su tutti loro. Guardavano il fuoco, unica fonte di luce e di suoni, con il suo sommesso scoppiettare.

Ad un certo punto Kriss si alzò, dirigendosi verso la tenda. Non riusciva a descrivere il suo stato d’animo. Non riusciva a concentrarsi sulla realtà, se ne sentiva dissociato. Solo la città occupava i suoi pensieri.

Prima di scomparire nella tenda, disse:

“Allora è deciso” con lo stesso tono assente che aveva avuto per tutta la serata.

Si sdraiò sul suo giaciglio, e immediatamente ogni pensiero fuggì dalla sua mente, sprofondandolo in un profondo sonno senza sogni.

Era ancora buio. L’oscurità avrebbe regnato per ancora un po’.

Si muoveva silenzioso, invisibile, fra la vegetazione fitta come mai aveva visto.

Nulla muoveva intorno a sé. Neanche gli animali notturni seppero distinguere il suo passaggio.

Osservando la città in lontananza udiva un lento, struggente suono provenire dal palazzo dove un’unica luce era ancora accesa. Sembrava un canto, un lamento, un richiamo.

Percepì le migliaia di uomini addormentati ai suoi piedi, oltre a quelli svegli che montavano la guardia.

Non poterono vederlo, né sentirlo. Scivolò nelle ombre e attraverso i loro sospiri, portando un accenno della sua presenza solo nell’oblio dei dormienti.

Veleggiava come una nave spettrale al di sopra del terreno denudato per mano di quell’esercito di bruti capaci solo di pensieri di morte, violenza e corruzione.

Senza voltarsi guardò alle sue spalle. Un lieve chiarore stava ora segnalando l’imminente arrivo dell’astro del giorno. Si mosse più veloce.

Era sotto le mura. Nel pallido chiarore indistinto foriero del giorno brillavano come pietre di luna, evanescenti ed eteree.

Possenti baluardi.

Non c’era tempo di trovare le porte. A cosa sarebbero servite? Ora la voce si faceva più forte.

Come danzando risalì lungo il muro, prigioniero unicamente di quel canto.

Passò come una nuvola sopra i bei tetti che ancora conservavano un poco di calore residuo, lasciandosi il minaccioso esercito alle spalle.

I primi raggi del sole giungevano ora rifratti, bagnando il paesaggio di luce onirica.

Ora vedeva la luce in quell’alta finestra tremolare come percependo la sua presenza, ora sempre più vicina.

Scese nei giardini del palazzo, fra incantevoli alberi ancora addormentati e fontane dal misterioso mormorio.

Giunse presso una grande scalinata bianca, marmo ammorbidito in quella luce lattiginosa.

Scorse, o credette di scorgere, una figura, in cima alla scalinata, a braccia protese, che sussurrava il suo nome.

In quell’istante il primo raggio di sole trapassò il cielo come un dardo infuocato, sciogliendosi su quegli scalini, che subito s’infiammarono a quella luce come lava fusa. La luce andava facendosi sempre più forte, finché divenne abbagliante, irresistibile. Tutto ne fu inghiottito. Ora solo calore e luce era intorno a sé.

Aprì lentamente gli occhi. La luce del giorno lo abbagliava. Si guardò intorno e subito si rese conto di non essere più nella sua tenda. Un meraviglioso giardino giaceva davanti a lui, pieno di fontane, fiori e alberi che ondeggiavano dolcemente accarezzati da una leggera brezza. Vide che a terra ancora giacevano i suoi amici, i quali si stavano svegliando, ora.

Si girò e rimase allibito: dinanzi a sé stava la scalinata che aveva visto quella notte.

Non poteva essere stato solo un sogno.

O stava forse ancora sognando?

In quello stato di dubbio semi-incosciente si avviò su per quegli scalini, avvertendo la propria ansia ed emozione crescere ad ogni passo. Non si accorgeva neanche che gli altri avevano preso a seguirlo.

Intravedeva un vasto atrio in cima a quella scala, separato dall’esterno da dei veli che scendevano dall’alto soffitto e che danzavano nell’alito che soffiava su quella terra come creature eteree.

Giunsero alla fine di quella scala e si ritrovarono in una sala bellissima.

Colonne e marmi salivano tutt’intorno alla parete ascendendo verso l’alto, lontano soffitto, a cupola. Nel suo centro c’era un’apertura la quale contribuiva insieme alle numerose e grandi finestre all’illuminazione.

Il pavimento era un marmo talmente lucido da sembrare uno specchio. Pareva di camminare sul vetro.

Ogni accesso, quattro in tutto, era velato da quegli enormi e al tempo stesso incorporei tendaggi che rivelavano ogni movimento d’aria.

Furono proprio quelli a richiamare la sua attenzione. Improvvisamente si erano fermati, come immobilizzati. Non un alito ora percorreva quell’immensa sala aperta a ogni vento. Anche i suoi amici si erano fermati, come statue.

Si voltò di scatto, avvertendo la sua presenza.

Una figura maestosa stava di fronte a lui, all’altro fuoco dell’ellisse della sala. Il suo volto, come il suo corpo, era coperto: una armatura verdastra rivestiva interamente quel misterioso guerriero. Due spade aveva nelle mani, che ora pendevano inerti ai suoi fianchi. Erano due lunge sciabole leggermente ricurve, dal manico d’oro e dalla lama vitrea, azzurrina, un ibrido fra l’acciaio più resistente e il cristallo più puro.

Kriss percepì la forza che emanava da quella figura, la forza della sua mente oltre che del suo corpo.

Una e mille voci risuonarono in quell’istante nella sua testa, e quasi gli sembrò di veder vibrare l’aria che si frapponeva fra loro, al fluire di quell’energia:

“Sono Saberinne”

Immediatamente, senza provocare alcun suono se non quello prodotto dai suoi calzari, il guerriero si slanciò contro Kriss, pronto a servirsi delle sue due armi.

Ubbidendo a un cieco istinto, senza rendersi pienamente conto delle sue azioni, Kriss sfoderò la sua spada, pronto a ricevere quel terrificante attacco.

La sua mente non fu sfiorata dalla consapevolezza di essere solo uno studente di una qualsiasi scuola della Terra il quale stava vivendo quello che molto probabilmente era un sogno che stava rivelandosi un incubo, e che non sapeva maneggiare nessun’arma, figuriamoci quella spada pazzesca che ormai si portava dietro da molto tempo.

Niente di tutto ciò, no, lui era solo consapevole dei suoi movimenti, e di quelli del suo avversario, e la spada che reggeva con entrambe le mani diveniva sempre più parte integrante del suo essere, un’estensione del suo corpo. Avvertiva ogni molecola d’aria che spostava, e, invece di cercare di fuggire, o di parare il colpo, si avventò anche lui con folle slancio contro il suo assalitore.

Senza lanciare alcun grido protese la spada nell’istante del impatto e menò un fendente che rischio quasi di sbilanciarlo, nonostante il suo stato di unione con la sua arma.

Ma il guerriero protese una delle due sciabole con velocità fulminea e parò il suo colpo, piroettando poi su sé stesso e dandogli un calcio, mandandolo a cadere più in là facendolo ruzzolare per qualche metro.

Gli cadde la spada.

Si rialzò di scatto e la riafferrò: il guerriero lo stava aspettando. Non lo avrebbe colpito mentre era a terra e disarmato.

Questa volta Kriss si mosse per primo. Corse verso quella figura che lo stava aspettando, ferma, quasi volesse schernirlo. Decise che avrebbe fatto una finta, per coglierlo di sorpresa. Caricò il colpo, ma proprio un attimo prima che si lasciasse andare in una scivolata, per sorprendere l’avversario, il guerriero balzò di lato, evitando di lasciarsi sbilanciare.

Kriss, mentre ancora scivolava, puntò la spada sul pavimento e si rialzò nonostante la punta della sua arma continuasse a slittare sollevando una scia di scintille senza lasciare alcuna traccia su quel marmo lucido.

Si scontrarono di nuovo, con rinnovato vigore. Parevano danzare velocissimi e leggeri l’uno in perfetto accordo con l’altro, invece stavano lottando sul filo della vita. La sicurezza di Kriss cominciava ora ad essere incrinata: il guerriero sembrava giungere ovunque con le sue sciabole che fendevano velocemente e silenziosamente l’aria. Preveniva come se leggesse nella sua mente tutte le iniziative di Kriss, che fra l’altro non erano neanche opera di una mano esperta. Combatteva infatti con la forza della disperazione, della determinazione a non arrendersi. La sua spada si intrecciava senza sosta a quelle dell’avversario, lanciando ad ogni tremendo impatto una cascata di scintille, ma ogni istante che passava perdeva terreno, arretrava lentamente e inesorabilmente verso la parete di fondo. Continuava a respingere gli attacchi di quel guerriero senza volto, che lo osservava dalle feritoie del suo casco. Si chiese se lo avrebbe mai visto in faccia. Si chiese quanti in effetti potevano dire di averlo fatto, ed essere ancora vivi…

Improvvisamente si trovò col muro alle spalle. Nella destra la spada, la sinistra protesa appoggiata al marmo di quella parete.

Erano pochi istanti, eppure un’eternità. Aveva combattuto come non aveva mai immaginato che alcuno potesse fare, e aveva perso. Ora il suo avversario lo fissava, e gli puntava la sciabola destra alla gola. Un gesto chiaro. Era perduto.

Ma non poteva accettarlo. Non poteva lasciare che finisse così. Pensò di nuovo a tutto quello che aveva passato, a tutto quello che aveva visto a fatto in compagnia di quegli amici che erano disposti a dare la vita l’uno per l’altro.

Non poteva finire.

Strinse il manico della spada, e come quella volta in fondo al mare, prigioniero in quella cella metallica, riversò tutta la sua rabbia ed energia mentale nella spada, in quell’unico colpo. In quell’attimo urlò, urlò come mai aveva fatto, e la spada perse il

suo peso, e sparì dal muro velocissima per ricomparire sotto l’elmo del guerriero, colpendo quella protezione con un urto tremendo, accecando per un istante gli occhi di entrambi i contendenti con il bagliore del metallo ferito, e mandando l’almo a rotolare giù per la scalinata dalla quale Kriss era salito.

Il tempo riprese allora a scorrere, senza sforzo, ma quello di Kriss si fermò.

L’armatura del guerriero prese a svanire, ritraendosi su sé stessa, svelando infine sotto di sé una superba, splendida figura.

Era una donna, meravigliosa, che lo guardava, ora, sorridendo. I suoi profondi occhi del colore del mare e degli smeraldi lo guardavano ridendo, rivelando una grande saggezza e forza, ma allo stesso tempo dolcezza. Intorno al suo viso, dai lineamenti di una dea, e lungo la schiena, scendevano tanti ricci d’oro biondo, spargendosi sulla candida veste che rivelava un corpo perfetto.

“Io sono Saberinne” disse, non senza una certa soddisfazione, sorridendo con calore e proiettando quello stesso calore direttamente nella sua mente.

Ora riconosceva quella voce.

L’aveva trovata.

Uno stato di stupore generale ora dominava le menti di Kriss e dei suoi compagni, i quali, inoltre, non si erano accorti minimamente del tremendo duello che si era svolto a due passi da loro.

Anche Efeliah non si era accorta di niente, ma fu la prima a riprendersi. Quando si rese conto del tipo di persona che aveva ora davanti si prostrò a terra rendendole omaggio come a una dea, subito imitata da Smiurl. Theo e Corolla rimasero invece a fissarla, impalati.

“Alzati” disse Saberinne “Non sono quello che tu pensi. Sono un essere umano come voi tutti”

“Ma…” esitò Ef.

“Avanti, seguitemi, accomodatevi sotto il portico” disse la loro ospite voltandosi verso l’ingresso nord “Credo di dovervi spiegare una quantità di cose…”

Procedettero in silenzio lungo un corridoio non meno meraviglioso della sala precedente. Il lontano soffitto era affrescato, e marmi e dipinti ornavano le immense pareti, intorno alle grandi, chiare, porte che si aprivano a intervalli regolari nel muro di sinistra. In quello di destra invece c’erano numerose finestre e vetrate, le quali lasciavano filtrare obliqui raggi di sole a illuminare quel passaggio di luce eterea, ora bianca, ora scomposta nelle varie tonalità dello spettro.

Si guardavano intorno a bocca aperta abbagliati da tanto splendore. Ma Kriss vi dedicava poco tempo: lui e Saberinne camminavano davanti agli altri guardandosi negli occhi, scambiandosi chissà quali pensieri, del tutto impenetrabili anche alle capacità di Ef.

Il corridoio finì, immettendo in una grande terrazza aperta sui giardini, verso i quali digradava con due larghe scalinate. Era coperta da un pergolato di varie piante rampicanti che dovevano essere curate meticolosamente, come tutto il resto. La struttura che lo sorreggeva sembrava tendere impercettibilmente allo stile liberty, secondo Kriss.

Si sedettero attorno a un tavolino già apparecchiato. Subito arrivò della servitù che portò un carrello con dei rinfreschi. Erano due bei giovani, un ragazzo e una ragazza.

“Non tollero la schiavitù nella mia città” disse Saberinne, indicando i due servitori sorridenti. “Il lavoro svolto nel palazzo è considerato un privilegio e svolto volontariamente”

I due se ne andarono, dopo essersi inchinati a Saberinne. Iniziarono a mangiare sotto lo sguardo di Saberinne che sembrava penetrare fin dentro le loro menti e anche più in profondità. Dopo qualche minuto smise di osservare i suoi ospiti e si soffermò a osservare Kriss, reclinando il capo e appoggiandolo su una mano chiusa. Sembrava lo sguardo di un’innamorata.

Kriss, inutile dirlo, era completamente stregato da quello sguardo, da quella mente, da quelle sembianze divine.

Quando tutti ebbero finito di mangiare, Saberinne iniziò a parlare.

“Kriss, io percepii la tua presenza sin dal giorno in cui giungesti su Noi-Hert, partorito dalle fibre più recondite del nostro universo. Sapevo del tuo arrivo, era profetizzato. E, anche se non lo fosse stato, tutto questo sarebbe successo ugualmente.

“Tu provieni da un universo parallelo a questo. Non hai viaggiato nel tuo spazio e nel tuo tempo. Il tuo viaggio è stato reso possibile da due fattori: in secondo luogo la scarica di energia che ti ha investito nella tua abitazione, in concomitanza con un temporale di proporzioni inusuali e che ha modificato tutta una serie di parametri energetici nella zona della tua casa e nella tua mente.

“Ma la parte più importante l’ha fatta la tua mente stessa. Come posso vedere anche ora, essa è al di fuori del comune almeno quanto lo è la mia.”

A quell’affermazione fece una pausa.

“Come Ef ha già potuto percepire, la mia mente dispone di un potenziale telepatico ed empatico enorme. Nessuno, al di fuori di me, avrebbe potuto avvertire l’arrivo di Kriss da tanta distanza. E nessuno, al di fuori di me, su questo pianeta, saprebbe

dirigere una città felice e fiorente come questa in un mondo in piena decadenza.

“Tornando a prima, nell’istante in cui la folgore ti ha sfiorato, la tua mente ha posto inconsciamente in contatto i nostri due universi. Questo perché, come già vi è stato spiegato alla Rocca del Telepate, questo universo è caratterizzato da parametri, da ‘dimensioni’, se così vogliamo definirle, aggiuntivi: permettono lo scambio di informazioni fra più menti e permettono di modificare addirittura la realtà delle normali leggi fisiche da parte di menti particolarissime, estremamente rare.

Fissò lo sguardo su Kriss.

“La tua è una di quelle”

“Ecco cosa sono le strutture di cui ti parlavo!” fece Ef nella mente di Kriss cercando di schermare la comunicazione.

“Esatto” confermò Saberinne ad alta voce “Tu, Kriss, la chiameresti, un po’ impropriamente, ‘telecinesi’. Quei circuiti celebrali non sono mai stati usati, nel corso della tua vita, poiché di fatto inutilizzabili, nel tuo universo. Quando sei arrivato su questo pianeta, però, l’energia della tua mente ha automaticamente iniziato a premere su di essi. Quella notte, quando hai salvato Smiurl dallo Sgozza-buoi, la vicinanza della mente di Efeliah ti ha trasferito una massiccia dose di emissioni emozionali, le quali hanno momentaneamente sconvolto il tuo equilibrio elettrico-mentale…”

Kriss, come tutti gli altri, non sembrava capire esattamente cosa Saberinne stesse dicendo. Lei naturalmente se ne accorse e disse:

“E’ stato come dare un’accelerazione fortissima e repentina ad un motore freddo: la tua mente si è surriscaldata rischiando anche di danneggiarsi.

“Però quell’evento fu di fondamentale importanza. Da quella sera l’accesso alle tue peculiari strutture celebrali è stato sbloccato. Ciò ti ha permesso, Kriss, fra l’altro, di entrare in contatto con me attraverso il proiettore di Ayonn. Di solito percepivi il mo richiamo soltanto quando la presa della tua coscienza si allentava o se ti trovavi in bilico fra il sonno e la veglia.

“Un’altra scarica poi l’hai data quando abbattesti quella porta, nella colonia sottomarina dei mutanti

“Da allora, ora dopo ora, giorno dopo giorno, il tuo potenziale si accresciuto moltissimo. Ed è stata questa tua capacità che vi ha reso possibile giungere qui, questa notte, anche grazie alla vicinanza delle nostre due menti, all’imminenza del nostro incontro.

“Mi crederesti se ti dicessi che ora potresti smuovere una montagna, se solo lo volessi? …No, vedo che non ci crederesti. E questo contribuisce in maniera fondamentale all’impedirti di riuscirci davvero…

“Venite, andiamo in giardino” disse Saberinne alzandosi dal tavolo. La seguirono giù per la scalinata verso i giardini del palazzo.

Dopo qualche minuto Saberinne sospirò e disse, con infinita tristezza nella voce:

“La mia millenaria città è sotto assedio. Rischia l’annientamento. Tutto quello che avete intravisto dalle colline rischia di essere eliminato per sempre.

“La città non possiede un esercito, fa parte della sua costituzione. La posizione isolata nel lontano continente meridionale e le formidabili mura sono sempre bastate a proteggerci dagli sporadici attacchi di orde che ardivano spingersi sin qui.

“Tutto ciò non è più sufficiente: decine di orde hanno stretto un’alleanza per appropriarsi della città, delle sue ricchezze, economiche e tecnologiche, le uniche rimaste intatte in tutto il pianeta da decine di secoli.

“Difendere questa città è la mia vita. Lei porta il mio stesso nome, e da quando lei vive vivo anch’io. Se dovesse essere distrutta, significherebbe distruzione anche per la mia anima.

Si fermarono a riflettere su quelle parole.

“Significherebbe che tu abbia vissuto per millenni…” disse Corolla, incredula.

Saberinne non rispose subito. Camminò ancora per qualche istante a piedi nudi sull’erba, poi si fermò e si voltò.

“Ti sembra strano che io conservi la vita e la bellezza dopo tutto questo tempo? Il corpo è solo il prodotto della mente. Una conoscenza ed un uso perfetti di questa risparmiano al corpo di portare i suoi segni di decadenza. E inoltre la mia anima trae la sua energia da tutti gli abitanti di Saberinne, e, in minima parte, anche dalle forze sepolte nel cuore del pianeta…

“E’ incredibile…” fece Ef.

“Io conobbi il Maestro” la anticipò Saberinne sui suoi stessi pensieri. “Gli trasmisi la mia conoscenza per quello che pochi anni mi permisero di fare. La vostra comunità è il prodotto di quel nostro incontro”

“Un momento, vi ricordate la leggenda?” disse Kriss.

“Quale leggenda?” chiesero gli altri.

“Quella che l’anziano Long ci raccontò, del Maestro che in sogno vide apparirgli una dea bionda che gli prediceva il nostro arrivo alla Rocca.”

“E’ buffo, io non ne sapevo niente!” disse Saberinne.

“La cosa mi sembra davvero sorprendente, date le circostanze…” disse Kriss.

Stettero alcuni istanti in silenzio, riflettendo su quelle informazioni.

Saberinne sembrò esitare, poi sospirò e disse:

“Kriss, vorrei parlarti in privato.”

Naturalmente non era possibile opporle un rifiuto. Comunque non avrebbe rifiutato per nulla al mondo…

Gli altri si allontanarono. Ef rispettosamente ritirò anche la propria presenza mentale, che fra l’altro sarebbe stata inutile.

Saberinne lo condusse attraverso ai giardini fino a un labirinto di siepi. Lo guidò all’interno, fino a giungere nel piccolo spiazzo centrale dov’era una bella fontana zampillante circondata da alcune panchine.

Si sedettero.

Kriss sentiva la mente e il cuore scoppiargli. Tanti pensieri, emozioni gli attraversavano furiosi l’animo accalcandosi nelle sue viscere e rendendogli impossibile proferire parola alcuna.

Saberinne gli portò un dito alle labbra sorridendo.

“Non dire nulla” gli sussurrò nella mente.

Se mai qualcuno avesse avuto l’opportunità di osservarli, avrebbe detto che avevano trascorso alcune ore a osservare intenti l’uno gli occhi dell’altra, ma non avrebbe potuto percepire l’intensa comunicazione mentale che si scambiavano. I loro occhi erano fissi davanti a loro, ma non vedevano i loro volti, il giardino. Erano fissi direttamente sulle rispettive anime, e i due avrebbero potuto rimanere così per l’eternità, se solo l’avessero voluto. E il desiderio era forte.

Non si scambiarono parole, né immagini. Parlavano il linguaggio delle emozioni. Ogni loro neurone vibrava in concomitanza dei pensieri dell’altro. Le loro menti così denudate si offrivano reciprocamente l’una all’altra, desiderose solo di unirsi in un abbraccio eterno.

Potevano sentire sul proprio viso i respiri e i sospiri dell’altro, contando ogni molecola d’aria in quel tempo che andava dilatandosi come melassa.

Le loro mani si cercarono, incontrandosi a metà strada.

Kriss sentiva le labbra bruciargli come se vi colasse fuoco, e in quell’incredibile comunione mentale poteva sentire che anche quelle di lei si torcevano in quell’improvviso, irrazionale spasimo del cuore.

La fontana smise di giocare con l’acqua, e una brezza improvvisa agitò i loro capelli mentre una creatura alata, sola nel cielo, cantava la loro estasi.

Tornarono dagli altri, camminando sottobraccio, a pomeriggio inoltrato.

Saberinne li condusse presso i loro regali alloggi, quindi si ritirò, esitando impercettibilmente, per gli altri, sugli occhi di Kriss, salutandolo come solo loro due potevano comprendere.

Quando Saberinne si fu allontanata, Corolla esplose, senza curarsi dell’eventualità di essere ascoltata:

“Ci vuoi dire che cosa diavolo ti ha detto per tutto questo tempo?!”

“Ci crederesti se ti dicessi che non ci siamo scambiati una

sola parola?” chiese Kriss.

“Un momento… Cosa è successo, Kriss? Percepisco un forte cambiamento in te… Quasi non ti riconosco…” disse Ef, ansiosa.

“Stai bene, Kriss?” chiese Smiurl, preoccupato dalle reazioni dei suoi amici.

“Io penso proprio di sì…” disse Theo, che guardava i giardini, dalla finestra.

Gli altri si voltarono a guardarlo, senza capire. Infine Kriss parlò.

“Conoscete il concetto di anime gemelle?” disse. Ef lo spiegò agli altri.

“Naturalmente smisi di credere a sciocchezze del genere sin da bambino… Ma i fatti ora dimostrano che mi sbagliavo.

“La mia mente e quella di Saberinne sono perfettamente complementari. Possono fondersi in un’unica entità senza problemi…”

“In effetti potrebbe essere possibile…” disse Ef.

“Nel giardino non abbiamo fatto altro che scambiarci i nostri pensieri, guardando l’uno nella mente dell’altra.”

“Ne sei sicuro?” chiese Corolla, sospettosa.

“Sì…”

“Mente” disse Ef nella mente di Corolla, schermando istintivamente la comunicazione.

“Ti ho sentito!” disse Kriss.

Ef si voltò di scatto sgranando gli occhi.

“Come è possibile?! Solo Saberinne finora è stata in grado di vedere attraverso le mie schermature!”

Kriss chinò il capo. Dopo alcuni istanti disse:

“Ormai io e lei siamo una cosa sola, due facce della stessa medaglia… La mia vita è la sua, la sua città è la mia città, e i nostri cuori, il nostro respiro, sono divenuti uno solo…”

Corolla si lasciò cadere sul letto.

“Cosa ti è successo?…” mormorò quasi fra sé fissando il vuoto.

“Non mi è successo niente di male, Corolla, te lo assicuro.” le disse poggiandole una mano sulla spalla “Voi restate i miei migliori amici, compagni per la vita… Però la mia vita d’ora in poi sarà per sempre legata a Saberinne, in ogni luogo, in ogni tempo.”

Detto questo, si ritirarono ognuno nelle proprie stanze.

Dopo un bagno ristoratore e un cambio d’abito scesero per la cena.

Saberinne li stava aspettando, nella sala dei banchetti che nulla aveva in comune con il municipio di Ayonn che pure era sembrato loro grandioso.

Il tavolo, molto piccolo rispetto all’enormità della sala, giaceva ai piedi di una larga scalinata percorsa da una guida rossa, che attraversava poi tutta la sala fino all’ingresso.

Centinaia di luci erano annidate negli anfratti di pietra delle pareti, gettando un aura di luce diffusa per tutta la sala. Dall’incredibile soffitto pendeva un enorme lampadario di gemme e d’oro, che rischiarava maggiormente il centro della sala.

Le pareti erano decorate da marmi con un effetto simile a quello nella sala ellittica, dove Kriss si era battuto contro Saberinne. Pilastri di pietra salivano dal pavimento lucido, prendendo poi forme umane, di colossi e creature a Kriss sconosciute che sembravano sorreggere con le loro teste e spalle il soffitto anch’esso riccamente decorato.

Arrivarono al tavolo ancora trasognati, per l’ennesima volta, guardandosi intorno a bocca aperta. Solo Kriss ormai era immune a quel tipo di fascino quando davanti agli occhi e alla mente gli si schiudeva quello della sua Saberinne.

Ella era ancor più splendida, se possibile. La bellezza del suo volto e la radiosità della sua espressione erano abbaglianti; il suo corpo perfetto era sapientemente velato da un abito verde con uno strascico che a Kriss sembrò quello di una sposa. Aveva indossato anche due orecchini che le donavano e una collana che scendeva verso i seni.

Pensò ancora una volta, con tutte le sue forze, che non l’avrebbe mai lasciata, proprio mentre sentiva che lei provava lo stesso sentimento per lui.

Si sedettero, e presto furono serviti.

Dopo aver consumato le portate parlando delle proprie storie e della città di Saberinne, salirono la scalinata che conduceva in un’altra terrazza, stavolta scoperta per permettere di ammirare il firmamento.

Si sistemarono su alcune sedie, alla flebile e carezzevole luce di alcune candele.

“Volevamo dirvi una cosa” disse Saberinne a un certo punto.

“Il nostro arrivo, come sappiamo, non è giunto inaspettato. C’è un motivo per cui sono apparso su questo mondo e per cui siamo giunti sani e salvi fin qui” disse Kriss.

“Come vi ho detto questa mattina, la città è sotto assedio, e non aveva speranza di sopravvivere, finché non siete arrivati voi”

“Come anch’io vi ho detto prima, le nostre menti possono fondersi perfettamente a formare un’unica entità”

“Essa conserverebbe le caratteristiche delle nostre due personalità, ma sarebbe anche qualcosa di diverso, di infinitamente superiore. Il potere delle nostre menti, già grande, si moltiplicherebbe a dismisura, permettendoci di respingere le orde a nord delle mura” concluse Saberinne.

“Domani, all’alba, entreremo nella sala ellittica, e uniremo le nostre menti.” Disse Kriss “Voi non dovrete fare altro che aspettare, e avere fiducia in noi.”

Li guardarono senza sapere cosa dire. Dopo qualche istante Corolla disse:

“Beh, mi sembra che abbiate già preso una decisione…”

“Io… Riconosco che sia giusto così. Era senz’altro questo il nostro destino” disse Ef. Capiva che fra loro due, dal momento in cui si erano incontrati, era intercorsa una comunicazione mentale, uno scambio tale che lei non poteva presumere di immaginare. Tutto ciò andava oltre le sue capacità.

“Non sarà pericoloso, vero?” chiese Smiurl, ansioso.

Kriss sorrise, e gli disse:

“Come ogni altra cosa, la faccenda presenta dei rischi… Ma non saranno questi a fermarmi, non è vero Smiurl?”

“Hai ragione” disse il nano chinando la testa.

Improvvisamente Theo si avvicinò e quasi stritolò Kriss in

un abbraccio.

“Questo è il mio addio. Ho uno strano presentimento, ragazzo… Nel caso non dovessimo rivederci.” disse poi.

“Oh” rispose Kriss quando si fu ripreso “Vi assicuro che non é necessario…”

“Non ce ne importa un bel niente!” esclamò Corollacon voce incrinata, gettandoglisi al collo.

“Non farti male, capito?” gli sussurrò all’orecchio. Poi si staccò lentamente da lui, indugiando con le mani nelle sue.

“Addio Kriss” disse Ef, con infinita malinconia negli occhi “Non so perché, ma sento che Theo ha ragione…”

Erano tutti commossi, peraltro senza capirne appieno il perché. Smiurl non seppe dire nulla, ma con un balzo si attaccò al collo di Kriss rischiando di farlo cadere, illuminandosi fiocamente di vari colori.

“Non ti dimenticheremo mai” disse quando tornò a terra.

“Neanch’io, amici.”

Si abbracciarono tutti un’ultima volta, quindi se ne andarono nelle loro stanze per passare la notte, col cuore gonfio di tristezza.

Kriss si allontanò sottobraccio a Saberinne, la quale stava placando il turbinio di emozioni che quell’addio inaspettato aveva provocato in lui.

“Pensi anche tu che non li rivedrò mai più?” chiese lui dopo un po’, usando il linguaggio verbale, quando si furono seduti su un divanetto, celato in un angolo di quel padiglione, al riparo della vista di altri che non fossero le stelle del cielo.

“E chi lo sa, Kriss?” disse lei “Certe cose davvero non possono essere previste…”

“Per la prima volta da quando ti conosco” per Kriss era ormai un eternità “Ho l’impressione che tu non mi sita dicendo tutto…”

“A chi non piace avere i suoi piccoli segreti?…” disse lei guardando il cielo. Poi aggiunse “E se si trattasse di una sorpresa?”

“Non credo riusciresti a nascondermelo a lungo…”

“Il tempo ti arrecherà risposte, Kriss caro, quando porterà con sé il domani…” gli appoggiò la testa su una spalla. “Domani abbiamo una grande missione da compiere, un appuntamento col destino. Non giova pensarci più di tanto.” Sospirò. “La notte è così breve…”

Si voltò a guardarlo negli occhi.

“E se i tuoi amici avessero ragione? E se questa fosse la nostra ultima notte?…” le sue parole si persero nei loro pensieri.

“Non possiamo più esistere separatamente, Saberinne. Nulla potrà separarmi da te, o separare te da me, neanche le nostre rispettive volontà. Lo sai molto bene”

“Certo, amore mio. Certo.”

Continuarono a guardarsi negli occhi per alcuni istanti, poi tutto intorno a loro sembrò svanire nel nulla quando lei pose fine a ogni suo dubbio e domanda chiudendogli la bocca nel suo bacio.

Le stelle impallidirono, e i primi rossastri raggi del sole li trovarono ancora stretti, addormentati, per non lasciarsi più.

Gli amici di Kriss avevano capito che Kriss e Saberinne avrebbero avuto bisogno della massima concentrazione e di stare soli, per compiere quello che avevano loro annunciato la sera precedente. La loro presenza non avrebbe dato altro risultato che turbare la serenità mentale di Kriss. Così passarono tutto il tempo riuniti in una sola stanza, interrogandosi sull’esito di quell’avventura, e se davvero non avrebbero più rivisto Kriss.

Kriss e Saberinne erano pronti. Entrarono nella sala ellittica, giungendo al centro. Si separarono, e come muovendosi allo specchio andarono a posizionarsi sui due fuochi dell’ellisse. Si inginocchiarono, le mani sulle cosce, e si guardarono negli occhi un’ultima volta.

Nello stesso istante, schiusero le loro menti l’uno all’altra, molto più di quanto non avessero fatto soltanto un giorno prima nel giardino di Saberinne.

Lo spazio e il tempo persero parte del loro significato. Percepivano, ora, i loro corpi, come se ne fossero usciti. Erano

distanti alcuni metri, ma potevano sentire l’uno il tocco dell’altra.

Abbandonarono ogni riluttanza, sciogliendo ogni tensione. Videro le rispettive menti come un grande arazzo indescrivibile di luci, suoni e pensieri. Si concentrarono ancora di più su quella percezione, dimenticando i propri corpi, la stanza ellittica, la città di Saberinne, il pianeta intero. Erano loro due, sospesi in un reticolo di energie che andava facendosi sempre più denso. Si abbandonarono in quel vortice, e i loro pensieri, i loro ricordi e sensazioni, le loro anime, si mescolarono a formare una cosa sola. Non era più Saberinne, né Kriss.

Quell’enorme potenza si sollevò verso il cielo, protendendosi in ogni direzione, cosciente di ogni casa, di ogni persona, soldato e filo d’erba, di ogni loro molecola.

Sentiva sotto di sé l’intero pianeta pulsare come un enorme cuore, trasmettendogli un’energia inimmaginabile.

Invisibile, si estese sopra tutta la città, allungandosi poi verso nord.

Tanti piccoli uomini fremevano in quello che credevano l’attacco decisivo, quello che avrebbe consegnato nelle loro mani la sorte di Saberinne. Ignoravano di essere come trasparenti sotto l’occhio di qualcosa che non sarebbero mai riusciti neanche a concepire.

Esitò solo un momento, poi, esercitando semplicemente la sua volontà, la potenza di Kriss e Saberinne agì.

Il panico più profondo e totale pervase la mente di buona parte degli assalitori. Iniziarono a fuggire da tutte le parti, sbattendo gli uni contro gli altri, calpestandosi a vicenda, ingaggiando duelli fra compagni. Altri gettarono le loro frecce ma troppo tardi si accorsero sgomenti di non aver mirato agli scarsi difensori delle mura bensì ai loro alleati, che ora reagivano attaccandoli furiosamente.

Tutte le armi da fuoco esplosero nelle loro sedi, o persero le loro cariche energetiche, risucchiate da una forza misteriosa.

L’esercito si era scompaginato, stava fuggendo, ma alcuni ancora resistevano.

Un vento impetuoso allora sorse da sud, portando con sé fitte nuvole dal malato colore rossiccio e scatenando poi selve di fulmini che annerivano in più punti il terreno, dove una volta sorgeva la foresta.

I mezzi di trasporto esplodevano, si incendiavano. I cavalli fuggivano completamente prede del terrore, quasi quanto lo erano i loro cavalieri.

La piana a nord della città era ora devastata: fuochi, cadaveri, sciami di soldati che correvano da una parte all’altra senza più comprendere nulla. Il caos regnava indiscusso.

A quella vista il suo cuore si turbò. Con un ultimo impeto, volle spazzare via d’innanzi a sé quello scempio.

Un enorme vortice nero scese dalle nuvole, facendo inchinare al suo passaggio tutta la foresta rimasta ancora intatta.

Tutto ciò che incontrò lungo il suo cammino fu trascinato in alto, nelle sue potenti spire, implacabili.

La maggior parte di quei barbari fu trascinata via, portata in alto da quel turbine come semplice sabbia.

Era uno spettacolo terrificante. Pochi furono gli abitanti di Saberinne che ebbero il coraggio di assistervi, dalle mura della città.

Il vortice si allontanò verso nord, sparendo all’orizzonte, trascinando in sé un esercito intero, portandolo, se qualcuno avesse avuto la fortuna di sopravvivere, sulla terra più lontana che sul pianeta esistesse.

Altri, i primi a fuggire attraverso la foresta, scamparono a quella fine, e, raggiunte precipitosamente le loro navi, si diedero alla fuga, spingendo al massimo la loro andatura per giorni e giorni, disperdendosi nell’oceano per approdare poi al continente settentrionale. Costoro avrebbero portato in tutto il mondo il ricordo del terrore di Saberinne, e presto una leggenda sarebbe nata, un mito avrebbe preso vita da quei tremendi avvenimenti di cui quei soldati erano stati testimoni oculari.

L’enorme pulsazione energetica dell’unica mente di Kriss e Saberinne fu percepita dall’anziano Long, dall’alto della sua rocca in mezzo al deserto, e un fremito di timore lo pervase, anche da quella distanza.

 

Ecco, era compiuto. La fusione era riuscita, la città era salva. Si ritirò su sé stesso, abbandonando gradualmente le tremende energie che lo avevano sostenuto. Rimpiccioliva, svaniva, ritirandosi fremente nella sala, dove i suoi corpi lo stavano aspettando.

Lentamente, con un immenso dolore che li attraversò fino alla più piccola fibra del loro essere, iniziarono a separarsi. I loro pensieri si divisero, la loro percezione tornò a diversificarsi, e iniziarono a ricadere ognuno verso il rispettivo corpo, che respirava tranquillo in attesa del loro ritorno.

Kriss sentiva che stava per tornare in sé, sul punto di riaprire gli occhi, quando un nuovo flusso di energia lo investì.

“Cosa sta succedendo?!” esclamò senza emettere alcun suono.

“Kriss, caro, tu non appartieni a questo mondo. Questo non è il tuo universo” rispose dentro di sé l’amata voce di Saberinne.

“Non capisco”

“Il processo è ora irreversibile. Non avremmo avuto un secondo tentativo a disposizione”

“Di cosa stai parlando?”

“I nostri sforzi congiunti possono riportarti nel tuo universo d’origine. Abbiamo attinto a energie tremende, e ora possono darti la spinta necessaria”

“Ma io non voglio tornare.” Grande dolore era in quella frase.

“Kriss, tu devi tornare. E’ al tuo mondo che appartieni… Oh, non pensare che sia facile per me. Sai benissimo come mi sento” la sua mente era aperta a lui, e poté scorgervi lo stesso dolore.

Pensò ai suoi amici, e li vide, tutti in quella stanza, preoccupati della sua sorte.

Avevano avuto ragione. Sicuramente non li avrebbe più visti.

Vide nelle loro menti, grazie all’aiuto di Saberinne.

Lo consideravano come un fratello. Capì le emozioni contrastanti che avevano attraversato l’animo di Corolla in quegli ultimi giorni, come approvasse la sua direttiva ma come al tempo stesso sentisse il bisogno di proteggerlo.

Vide Theo, leale e inamovibile come una roccia. Nel suo grande cuore era impressa per sempre la sua immagine, come in quello piccolino di Smiurl.

Ef, cara amica, lo stava salutando anche ora, e lui rispose al contatto nella mente di lei, che subito si accese violentemente, come una nova.

Saberinne instillò in quella mente un’indicazione, un progetto. Kriss vide Ef proiettata nel futuro, alla guida della città, costruire un proiettore superiore anche a quello di Ayonn, in collaborazione con Max.

“Perché?” si chiese. Saberinne non rispose, ma percepì lo stesso la verità nella mente di lei. Poi lei disse:

“Gli stessi rischi che corri tu, li corro io. Passando da un universo all’altro c’è una possibilità che entrambi o uno di noi finisca disperso nel continuum, in un altro universo parallelo, o nel limbo fra due dimensioni diverse…”

Non potevano perdersi.

“Non ti sopravvivrò” disse lui, con voce tremante.

“Neanch’io…” rispose lei con lo stesso tono “Ma questo sacrificio è necessario. Ricordi, stanotte, cosa mi hai detto? Nulla potrà separarci. Tieni sempre questo con te: saremo sempre uniti, in qualunque remoto angolo dello spazio tempo ci verremo a trovare, anche a millenni e universi di distanza.

“Ora, con questa consapevolezza nel cuore, possiamo lanciarci verso questo ignoto, e sperare che tutto vada bene” dissero entrambi, non senza timore.

“Non ti dimenticherò, non ti lascerò. Mai.” dissero in una sola voce, commossi fino in fondo all’anima.

Piangendo senza versare lacrime dai loro occhi, sparirono in un accecante lampo di luce.

Le cortine trasparenti della sala si polverizzarono, e un forte vento corse sulla città di Saberinne. L’eco di quello scoppio di dolore fece più volte il giro del pianeta, e oscurò, per intensità e passione, qualsiasi altra emozione in tutto il sistema solare di Noi-Hert.

 

La testa gli scoppiava.

Centinaia di luci gli danzavano negli occhi e un forte formicolio lo pervadeva.

Tremava, nell’oscurità. Nonostante questo, il suo primo pensiero, ancora prima di riprendere del tutto conoscenza, andò a Saberinne.

Si sentiva mutilato. La mente era tornata a chiudersi su sé stessa, sola, senza l’appoggio confortante ed esaltante di quella di lei, senza altra consapevolezza che quella del proprio corpo. Era peggiore che essere divenuti improvvisamente ciechi e sordi.

Gemette dal dolore mentale che ancora sovrastava quello fisico. Stette alcuni minuti a contorcersi a terra, perdendo conoscenza a più riprese.

Infine, si riscosse, quando le sue narici furono punte dall’odore del fumo. Rotolò su sé stesso e vide che un albero a pochi metri da lui era in fiamme. C’era un incendio.

Si trascinò via tossendo. Strisciava penosamente nel fango, sotto la pioggia incessante, lottando per respirare, finché l’oscurità lo sovrastò ancora, un’altra volta.

“Oh, mio dio, Chris, come stai?!” la madre lo guardava preoccupata. Si trovava in un letto d’ospedale. Dovevano averlo portato al pronto soccorso.

Avrebbe voluto dire che stava malissimo, molto peggio di quanto sembrasse, che avrebbe preferito morire, ma non voleva farla preoccupare oltre misura.

“Bene… almeno credo…” rispose.

Lei gli si gettò al collo, piangendo per lo spavento.

“Avanti mamma, è passato, ora sto bene…”

Quando lei si fu ripresa disse:

“Sei stato colpito dal fulmine! Ti rendi conto?”

Kriss la guardò inespressivo. Dopo quello che aveva passato non gli sembrava un evento poi così improbabile.

“Il temporale…” iniziò a dire, ma la madre lo interruppe.

 

“Sssst. Silenzio. Riposati ora.”

Cercò di sorridere. La madre sorrise soddisfatta. Se già gli tornava il senso dell’umorismo, era un buon segno.

In realtà lui aveva voglia di piangere.

Il giorno dopo lo dimisero. Tornando a casa non disse una parola. Osservava il suo mondo scorrere intorno a sé, vedeva il traffico della città sotto la pioggia, e pensò a Noi-Hert. Non poteva credere che si fosse trattato della sua immaginazione, lui era stato veramente lì, aveva camminato su quella terra, respirato quell’aria, aveva mangiato il cibo locale che gli aveva dato le forze, aveva parlato davvero con i suoi amici, e Saberinne…

Un nodo alla gola gli bloccò ogni altra considerazione. Si voltò verso il finestrino per nascondere gli occhi lucidi.

Il giorno successivo era domenica: non sarebbe andato comunque, a lezione. Per tutto il giorno fu circondato dalle attenzioni dei suoi cari, e per un po’ riuscì a non pensare ai suoi amici persi per sempre in quel remoto futuro di una Terra gemella.

“Sei sicuro di voler tornare a scuola?” gli chiese la madre, mentre cenavano.

“Sì. Non resisterei tutto un altro giorno dentro casa…” rispose.

“Ma devi ancora riprenderti del tutto: hai subito un forte shock, dovresti riposarti, stare a letto.” Disse il padre. Non sapeva quanto fossero vere quelle parole.

“No papà, ho deciso. Devo riprendere la mia vita normale…”

I genitori lo guardarono senza capire. Kriss vide le loro espressioni perplesse e preoccupate, quindi si alzò e disse:

“Credetemi, è meglio così” e si avviò verso la sua camera.

Doveva rituffarsi anche mentalmente nel suo mondo, nella sua vita. Non poteva continuare a vivere a Saberinne con la mente… Non sarebbe sopravvissuto. Sarebbe impazzito.

Dopo più di un’ora riuscì ad addormentarsi. E la sognò.

 

Bellissima, era ancora vicina a lui, e gli parlava, poteva udire di nuovo quella voce meravigliosa che smuoveva ogni atomo del suo corpo, poteva vedere il suo sorriso e respirare il suo profumo.

Si svegliò con le lacrime agli occhi. Guardò la sveglia: era notte fonda. Si affacciò alla finestra, coprendosi con una coperta, e vide la città addormentata. Osservò il cielo: non c’era più traccia di nubi, e nonostante l’illuminazione artificiale si potevano scorgere numerose stelle e qualche costellazione.

Lanciò il suo pensiero, come poteva fare solo su Noi-Hert, con immensa malinconia verso quelle profondità, consapevole che di fronte a sé, da qualche parte, c’era quello stesso pianeta, che girava solitario intorno alla sua stella, senza traccia di vita intelligente.

Niente rispose a quel richiamo. La sua mente era tornata muta. Di nuovo frustrato e con la tristezza che gli schiacciava il cuore, tornò a dormire.

La sveglia suonò molto prima di quanto avesse desiderato. Doveva alzarsi, o avrebbe fatto tardi. Con uno sforzo di volontà si impose di andare in bagno, lavarsi, poi fare colazione e uscire.

L’aria mattutina in un certo qual modo lo risvegliò, acuendo i suoi sensi. Si strinse nel giubbotto e si convinse che prima o poi avrebbe dimenticato, indipendentemente da quello che poteva pensare e provare in quel momento.

Passò accanto all’albero dove tutto era iniziato, e dove tutto era finito. La pioggia aveva spento le fiamme. Molte foglie erano state carbonizzate, e alcuni rami erano spogli e anneriti. Anche quell’albero avrebbe portato la cicatrice di quell’avventura.

Arrivò puntuale, anzi, in anticipo, tanto che entrò prima di tutti i suoi compagni, e si sedette al suo solito posto. Ad uno ad uno lo salutarono con calore, man mano che entravano, sincerandosi della sua salute e facendosi raccontare i particolari dell’incidente.

Alla fine il professore entrò in classe. Tutti si sedettero.

“Oh, Chris!” gli sussurrò uno dalla fila dietro la sua “Oggi c’è una nuova!” e indicò la porta. Kriss fissava il quaderno degli appunti.

 

Nel frattempo era entrata una ragazza, e si era presentata al professore.

“Prego Sabrina, accomodati. Datele il benvenuto, ragazzi!” la introdusse il professore.

Kriss alzò lo sguardo, e il suo tempo si fermò, come quella volta, nella sala ellittica. Non poteva crederci: era lei, già riconosceva quello sguardo e la piega del suo sorriso, e quasi credeva di poter avvertire di nuovo il suo tocco mentale. Dopo un istante lungo un milione di anni, esclamò:

Saberinne!”

Lei lo guardò sorpresa: Kriss era sconvolto e la guardava appoggiato al banco respirando affannosamente. Non si aspettava un’accoglienza così particolare.

“Devi aver frainteso…” lo corresse sorridendo “…mi chiamo Sabrina…”

Continuava a fissarla, e lei sosteneva lo sguardo.

“Beh, Sabrina, accomodati” la incitò il professore, non dando molto peso a quegli sciocchi giochi di parole.

Lei si avviò fra i banchi, osservando i pochi posti liberi. Giunse presso Kriss, e chiese, indicando il posto che da molto tempo ormai rimaneva libero accanto a lui:

“Disturbo se mi metto qui?”

Kriss la guardava a bocca aperta, incapace di proferire sillaba, impossibilitato a capacitarsi di come potesse davvero trovarsela di fronte. Pensò di stare ancora sognando. Alla fine riuscì a balbettare un no, fra le invidiose risate schernitrici dei suoi compagni.

Lei si sedette, e sistemò le sue cose. Ad un certo punto si girò, mentre lui la fissava ancora. Guardandolo in quel modo che gli faceva scoppiare il cuore, disse:

“Sai, Kriss… Ho come l’impressione di averti già visto, da qualche parte…”

FINE

 

 

Menti Selvagge – pt.21

Viaggiarono verso un sud indubbiamente monotono e piatto per altri cinque giorni.

Avevano deciso di procedere pochi metri sotto la superficie in quanto in emersione i motori erano praticamente inutilizzabili. Sembravano essere stati progettati esclusivamente per uso subacqueo. E, vista la loro provenienza, doveva essere senz’altro così.

Finite le scarse provviste di cibo, il secondo giorno, iniziarono a pescare, registrando comunque scarsi successi. Si fermavano a ore stabilite del giorno e Theo si immergeva con una fiocina presa a bordo, guidato da Efeliah che aveva il compito di individuare la fauna marina. Razionarono l’acqua, ma ben presto si esaurì.

Da diverse ore ormai i motori non sembravano più carichi come alla partenza, e più passava il tempo più il minisub rallentava.

Sarebbero sopravvissuti? Sarebbe stato davvero frustrante morire di fame e di sete in mare aperto dopo essere sfuggiti a tutti quei nemici.

Magari la loro meta… di dubbia natura, per altro… era ancora migliaia di chilometri a sud di quel vasto mare.

Sentiva la gola ardergli, Kriss, mentre pensava a tutto questo. Giacevano, in silenzio, stipati in alcune brande incassate nel metallo, per risparmiare le forze, e anche perché preferivano non dire nulla.

Era il turno di Ef, ai comandi, ed era completamente assorta nel piatto e uniforme blu che aveva davanti agli occhi, aldilà della lastra di polimeri intrappolata fra braccia metalliche che formava il muso trasparente del minisub.

A volte Kriss pensava di udire delle voci, invece erano i loro stomaci che reclamavano rumorosamente per non aver ricevuto abbastanza cibo.

Passavano la giornata in quello stato catatonico, perdendo la cognizione del tempo, finché non era il loro turno di pilotare, o finché Theo non si immergeva per cercare qualcosa da mettere sotto i denti che fosse anche commestibile.

La notte non era molto diversa dal giorno. Non godevano più del ristoro del sonno, tormentato anch’esso da fame, sete, e dagli stessi incubi che li perseguitavano di giorno. L’unica cosa che dava l’impressione di non stare vagando a caso in una liquida massa oscura, sia di giorno che di notte, era la bussola, che indicava la loro direzione. Per caso il sud era indicato nella stessa direzione che stavano seguendo. L’unico compito di chi stava ai comandi era di far rimanere il minisub in linea con quell’indicatore.

Dopo il sesto giorno, fu in uno di quei momenti a metà fra l’incoscienza e la veglia che Kriss la udì di nuovo: quella voce che molte volte aveva solo pensato di aver immaginato di aver udito, ora risuonava nella sua testa molto più forte, continuando a chiamarlo con insistenza, e come se ormai dovesse mancare davvero poco. Sembrava volesse incoraggiarlo a non arrendersi. Ma vi percepiva anche una vena di timore, di apprensione. Sentì di dover continuare, di dover scoprire chi o cosa lo stesse chiamando sin da quando era giunto su quel pianeta.

Fu forse quel sentimento di determinazione a restituirgli un po’ di lucidità. Tanta quanta ne bastava per udire Smiurl che esclamava, con le sue forze residue:

“Terra!”

Dopo circa un ora il minisub si arenò sul fondo sabbioso, emergendo in buona parte dalla superficie. Si trascinarono fino sulla spiaggia, esausti. La finissima sabbia bianca accolse le loro membra mentre si accasciarono a terra. Si addormentarono, o meglio, persero i sensi, all’ombra della vegetazione, simile alle palme terrestri, che cresceva fitta al margine della spiaggia.

Dopo un tempo imprecisato Kriss si svegliò. Theo e Corolla erano in piedi proprio presso di lui.

“Abbiamo fatto provviste d’acqua” disse Theo.

“C’è un fiumiciattolo delizioso a poche centinaia di metri da qui… Mi sono potuta anche lavare” disse Corolla. “E, inoltre, abbiamo un po’ di cacciagione… Questo fucile laser non è solo

un’onorificenza…” terminò, accennando alla vistosa arma che le pendeva al fianco. Improvvisamente Kriss fu colto dal ricordo della serata di gala ad Ayonn, dove erano stati premiati, e un terribile crampo lo prese allo stomaco, accompagnato da un notevole rumore.

“Datemela anche cruda, quella carne, o morirò!” esclamò, dopo aver bevuto a lungo.

Svegliarono gli altri e bevvero di nuovo tutti quanti, poi presero ad accendere il fuoco. Corolla regolò al minimo il fucile e incendiò un tronco secco.

Dopo aver mangiato, andarono in esplorazione.

Era un posto meraviglioso: ogni scorcio ricordava a Kriss le cartoline delle spiagge tropicali della Terra…

Anche la temperatura era quella: davvero gradevole, accompagnata da una leggera brezza marina. Il mare si estendeva azzurro a perdita d’occhio, e giungeva mite a lambire la spiaggia in tutta probabilità protetta da una barriera corallina.

Alle loro spalle invece c’erano delle colline, tutte ricoperte di lussureggiante vegetazione, entro la quale risuonavano spesso versi di animali sicuramente alieni, i quali risultavano anche inquietanti.

Camminarono in una direzione e nell’altra fino a che il sole iniziò a declinare, incendiando poi il mare di mille riflessi arancioni.

Kriss si sdraiò vicino al fuoco acceso da Ef e ringraziò di essere vivo. Poi si dispose ad aspettare il ritorno di Theo, Smiurl e Corolla, con la cena.

Si era fatto buio, e avevano iniziato a far sparire la cena intorno al falò in mezzo alla spiaggia.

Kriss pensava che, finalmente, potevano rilassarsi e godersi qualche momento di tranquillità. Non avevano avuto pace per giorni, da quando erano partiti da Ayonn. Vedeva i volti di Corolla e di Ef esaltati nella loro bellezza dalla luce mutevole del fuoco e da quella del loro momento di felicità.

Piccole scintille si levavano in alto trascinate dai flussi d’aria calda, o forse dalle storie impossibili raccontate da Smiurl.

Avrebbe dato qualsiasi cosa per rimanere per sempre così, con quelle sensazioni nel cuore e quelle immagini negli occhi, ma neanche in quell’occasione gli riuscì di rilassarsi del tutto..

Continuava ad avvertire una sensazione di disagio, tutt’intorno a sé. Era come se ogni cosa che guardasse e ogni pietra che calpestasse vibrasse, percorsa da una misteriosa energia che perturbava l’animo di Kriss.

Ef notò la sua espressione.

“Qualcosa non va?” chiese nella sua mente, mentre rideva ad alcune barzellette di Smiurl.

“Non so spiegarlo… Pensi anche tu che abbia a che fare con questo misterioso richiamo?”

“Non vedo come potrebbe essere altrimenti…”

“A proposito” li interruppe Corolla.

“Eh? Che c’è?” fece Kriss, ritornando alla comunicazione verbale.

“Non credo rimarremo su questa spiaggia, vero?” chiese lei.

“In effetti, pensavo di partire domani mattina…” annunciò Kriss.

“Ancora a sud?” chiese ancora Corolla.

“Ma perché, qui non va bene?” si lamentò Smiurl.

“Sì…” continuò Kriss, ignorando il commento del nano “Ma perché lo chiedi?”

“La foresta” disse Theo.

“Theo intende dire…” spiegò Corolla “…che costeggiare la foresta verso ovest o est sarebbe un conto, ma attraversarla sarà molto, molto più impegnativo. Non sappiamo cosa vi si nasconde. Potrebbe essere molto pericoloso.”

Kriss la guardò, sentendosi anche vagamente in colpa. Disse poi:

“Dopo tutto quello che ho passato, non saranno certo un po’ di alberi, a fermarmi”

Corolla lo guardò con una strana espressione. Quasi sorridendo soddisfatta, disse:

“Era solo per sentire il tuo parere. Domani attraverseremo quel bosco!”. Quindi si alzò, e entrò nella tenda che avevano eretto, insieme alle altre, dopo averle fatte asciugare al sole.

Theo continuava a guardare imperterrito il fuoco. Smiurl aveva preso a giocherellare con dei bastoncini di legno e dei tizzoni. Kriss guardò interrogativamente Ef.

“Credo sia soddisfatta di te… Che approvi la tua linea di condotta… Almeno in parte, è sicuramente così.” disse subito lei nella sua mente.

“E’ per quanto riguarda l’altra parte?”

“Uhm… non so…” Ef si alzò, e si avviò verso la tenda che divideva con Corolla “Sai che molti dicono che il cervello delle donne sia molto più complicato di quello degli uomini?…”

Ma nel suo tono c’era una nota che Kriss non comprendeva. Sembrava stesse trattenendo una risata…

“Tu mi stai nascondendo qualcosa!” esclamò alzandosi in piedi. Smiurl lo guardò come se fosse impazzito.

“Cosa te lo fa pensare?…” Ef sparì nella tenda. Kriss dovette tenersi la curiosità. Dette un calcio a un sasso e dopo una breve passeggiata decise di andare a dormire.

Il giorno dopo smontarono il campo, all’alba, e si avviarono verso le colline a sud.

Attraversare la foresta si rivelò davvero complicato come aveva supposto Corolla. Liane, arbusti, tronchi e fogliame ostruivano completamente la visuale dopo due metri in ogni direzione. Ogni tanto Smiurl doveva arrampicarsi su un albero più alto degli altri per controllare la direzione.

Procedettero zigzagando per tutto il giorno, fermandosi stremati solo per mangiare, verso mezzogiorno, in una piccola radura.

Ripartirono dopo un’oretta, avendo ripreso un poco le forze.

A pomeriggio inoltrato giunsero sulla cima della collina. A occhio e croce sembrava si trovassero a 200 metri sul livello del mare. La cima era rocciosa, e protendeva una conformazione di roccia grigia verso l’alto. Si arrampicarono sul quel monolito per osservare il panorama dall’altro lato della collina.

Dopo una breve arrampicata arrivarono su una specie di piattaforma, abbastanza regolare e ampia per poterci stare tutti insieme senza rischiare di cadere di sotto.

Si trovavano con le spalle a sud, e ammirarono il panorama verso il mare. Videro la strada che avevano fatto. Dovettero convenire che non era stata impresa da poco percorrere quei pochi chilometri.

Si voltarono, e lo spettacolo fu sorprendente.

Dinanzi a loro si apriva una grandissima vallata, seguita poi da alte montagne. Ma sul fondo della valle giaceva una grande città. Si scorgevano i particolari degli edifici più vicini, aldilà di imponenti mura, bianche alla luce del sole.

Nel centro della città sorgeva un palazzo di molto più alto degli altri, anch’esso bianco, e avorio, probabilmente costruito in marmo, con torri, colonnati, portici e giardini tutt’intorno.

Per bellezza e leggera imponenza faceva svanire al confronto qualsiasi altra costruzione, sebbene tutta la città fosse piena di grandi edifici, tutti bellissimi.

Però c’era un particolare a deturpare tanta bellezza: la foresta a nord delle mura era stata abbattuta, e ora vi giaceva accampato un numeroso esercito. Fumo saliva da fuochi accesi qua e là. Potevano vedere l’attività che pervadeva l’accampamento. Era evidente: quella città era sotto attacco. Forse sotto assedio.

D’altronde era comprensibile, pensò Kriss, quella città era bellissima e ricchissima, e avrebbe fatto gola a chiunque. Ma non poteva accettare l’idea che venisse presa da quell’esercito di formiche nere, animali che sciamavano sotto le sue candide mura. Gli dava l’impressione che ne sarebbe stata, in un certo qual modo… profanata.

Vide con gli occhi della mente un esercito mille volte grande come l’orda in cui aveva trovato i suoi amici assaltare la città, percorrerne le vie più deliziose, trafugare statue, gioielli, uccidere senza pietà chiunque si fosse parato loro dinanzi, senza distinguere fra vecchio, giovane o donna. Vide il grande

palazzo prima svuotato, privato dei materiali pregiati e poi dato alle fiamme come la carcassa di un cadavere, e sentì che doveva assolutamente entrare in quella città.

Doveva camminare di persona nelle sue vie, voleva parlare con i suoi abitanti, e visitare il palazzo che doveva essere la reggia. Tutto, intorno a lui, sembrava spingerlo in quella direzione. Ora capiva la tensione che avvertiva tutto intorno a sé: doveva assolutamente raggiungere la città.

“Kriss vuole entrare nella città” disse Ef ad alta voce.

Theo scosse la testa.

“Non è possibile! Come pensi di passare inosservato attraverso l’accampamento? Si estende da una parte all’altra, vedi?” disse Corolla abbracciando con un gesto l’intera ampiezza della valle. “Proprio non capisco come tu possa desiderare di recarti lì dentro… Non vedo molti difensori, e non vorrei essere lì con loro quando quell’esercito entrerà nella città…”

La logica di Corolla era inoppugnabile.

“So che non sembra possibile e che tu non ne capisci il motivo, ma io so di dover entrare in quella città. Ora so che questa è la meta del nostro viaggio.”

Smiurl, che come al solito aveva assistito in silenzio alla discussione, disse:

“Va a finire che facciamo di nuovo gli eroi…” con un certo tono di apprensione repressa nella voce.

“Non c’è bisogno che veniate con me” disse Kriss, guardando fisso dinanzi a sé “Avete già rischiato abbastanza. Già così non potrò mai ricambiare il mio debito con voi…”

“Non dire idiozie” scattò Corolla, offesa “Noi verremo con te, ovunque tu decida di andare”

“Non ti lasceremo, ragazzo” concluse Theo.

Kriss guardò ancora per qualche istante la città, poi chinò il capo e disse, sottovoce:

“Grazie”

Menti Selvagge – pt.19-20

Ef correva in testa a tutti affiancata da Corolla, pronta a colpire nonostante la ferita ancora in via di guarigione.

Theo aiutava Kriss a trascinare lo scienziato lungo i corridoi metallici della base sottomarina.

“Da quella parte!” disse Ef, giunti davanti a una massiccia porta metallica, circolare. La telepate stette alcuni istanti a contemplarla, poi prese la mano del mutante e gliela fece appoggiare su una superficie piana al centro della porta. La piastra a quel contatto si illuminò leggermente, poi la porta scivolo silenziosamente aprendosi a diaframma rivelando un lungo tunnel davanti a loro.

“Impronte digitali?” disse Kriss, alludendo al meccanismo di apertura. Ma non poterono soffermarsi ad esaminare quel tipo di tecnologia, perché già altre voci giungevano poco distante, alle loro spalle.

Imboccarono di corsa il tunnel, ed Ef richiuse la grande porta dietro di loro.

“Può aprirsi solo con l’impronta delle persone più ‘autorevoli’” disse Ef in un secondo, nelle loro menti. Kriss non capì effettivamente cosa significasse, ma decise di fidarsi, che d’altro canto c’era poco da scegliere.

All’improvviso la loro attenzione si rivolse alle pareti del tunnel: erano divenute trasparenti. Correvano in un lungo tubo di vetro che doveva collegare due strutture simili. Il fondale, diversi metri più in basso, era illuminato a giorno tutt’intorno per l’area di una piccola città. Sulla sinistra si scorgevano mutanti al lavoro, uscire dai minisub senza alcuna protezione, perfettamente a loro agio in quell’ambiente. Sembrava stessero scavando, o preparando una nuova costruzione.

“Attività minerarie” chiarì Ef.

Sulla destra, poterono assistere a uno spettacolo sorprendente: una vera e propria città sottomarina, con tanto di strade e giardini di alghe e coralli. A giudicare dall’illuminazione doveva essere giorno. In strada si scorgeva una specie di mercato attorno al quale si affollava un grande numero di mutanti. La cosa che li colpì di più fu vedere uscire, da un edificio, un folto gruppo di piccoli mutanti.

“Bambini che escono da scuola…” disse Ef, non senza una certa esitazione.

Non poterono proseguire: dovettero fermarsi a osservare quella scena. Era incredibile a vedersi: pareva di assistere al sogno di un bambino al quale si racconti una favola sui popoli del mare. La città brulicava di vita e colore. Nei giardini di alghe bambini pesce giocavano nuotando liberi, le strade erano piene di gente, numerose botteghe e negozi si aprivano sulle vie principali e piccoli sommergibili luminosi facevano la spola da un posto all’altro, trasportando gli abitanti. Erano i mezzi pubblici.

Il mutante loro ostaggio ora aveva un’espressione che ricordava la fierezza, sul volto. Ma non disse una sillaba.

“Dobbiamo muoverci, stanno per entrare in questo tunnel!” esclamò Ef, strappandoli alla loro contemplazione. Ripresero a correre.

Quel tubo di vetro sembrava continuare infinito senza mai curvare, sfumando nel buio dinanzi a sé.

Dopo alcuni minuti, scorsero, contro l’effimero chiarore proveniente dalla superficie, un’altura sommersa stagliarsi di fronte a loro.

Il tunnel sembrava ora digradare lentamente, ed era rivolto verso un fianco dell’altura. Osservando bene si poteva scorgere una vaga luminosità salire da quella parte.

Si fermarono subito quando sentirono un rumore di acqua sotto i loro piedi: saliva come un velo verso di loro, lentamente ma inesorabilmente. Si guardarono allarmati, poi Kriss vide che il mutante aveva schiuso la bocca in una specie di sogghigno dai denti aguzzi.

“Vogliono affogarci…” disse Smiurl, in tono afflitto. Guardarono Ef, la quale assentì con un cenno del capo.

“Allora non c’è tempo da perdere!” esclamò Kriss, lasciando andare il mutante. Si misero a correre il più velocemente possibile.

Più andavano avanti più il livello dell’acqua saliva rapidamente. E il tunnel non accennava minimamente a risalire.

Presto si ritrovarono ad avanzare con l’acqua che arrivava loro ai fianchi. Smiurl già doveva nuotare. Dopo un po’ dovettero imitarlo tutti gli altri. Si fermarono, infine, quando fra l’acqua e il soffitto c’era solo lo spazio per le loro teste.

“Cosa facciamo?” chiese Corolla.

“Guardate: lì il tunnel torna a salire” disse Ef, indicando dinanzi a sé: il tunnel, diversi metri più avanti, curvava bruscamente verso la roccia e risaliva poco più rapidamente di quanto era disceso.

“Vorresti nuotare?” chiese Theo.

La telepate non rispose.

“Non credo abbiamo altra scelta” disse Kriss.

Si guardarono cupi. La distanza da percorrere in apnea era notevole. Poi Theo disse:

“Smiurl, tu vai per primo. Seguirà Corolla, Ef, poi Kriss e io per ultimo. Tutto chiaro?”. Assentirono tutti. Quindi Smiurl si avvicinò al limite dell’acqua, e con espressione angosciata prese tre, quattro, cinque boccate d’aria e infine si immerse. Subito Corolla lo seguì sparendo agilmente al di sotto dell’acqua.

“E voi, restate vicini” disse Theo, rivolto ai due che ancora erano con lui.

Kriss si immerse subito dopo Ef. Fortunatamente l’illuminazione del tunnel consentiva loro di vedere dove andavano.

Non pensava a nulla. Ogni fibra del suo corpo era impegnata a spingersi verso l’aria, trattenendo il fiato più a lungo possibile.

Ormai erano diversi secondi che nuotava, e cominciava ad avvertire un’insostenibile pressione nei polmoni. Cercava di non pensarci e di concentrarsi a nuotare, ma ogni istante si faceva sempre più insopportabile. Diede un’ultima bracciata, ormai non doveva mancare molto, ma lasciò sfuggire l’aria dai polmoni e ingerì quell’acqua salata. Sentiva che non c’era più nulla da fare, doveva essere finita lì, in fondo a quell’oceano sconosciuto su quell’assurdo pianeta. Dopo tutte le peripezie, i pericoli e le cose viste quello doveva essere l’epilogo. In fondo laggiù sulla Terra dovevano già crederlo morto, sin dal primo giorno in cui era scomparso.

Si sentì trascinare verso l’oblio, verso l’oscurità. D’un tratto avvertì una strana pesantezza nelle membra: con l’ultimo barlume di coscienza pensò che fosse il suo ultimo momento.

Poi avvertì una forte pressione sul torace. Una volta, due volte, tre.

Aprì gli occhi di scatto mentre sputava tossendo l’acqua dai polmoni. Theo lo stava spremendo come un limone con le sue possenti mani.

Dopo che ebbe sputato l’ultima goccia, si trascinò a sedere. Vide lo sguardo spaventato di tutti, vide Ef che aveva ancora il fiato corto. Tese una mano a Theo, dicendo:

“Se sono vivo è grazie a te. Mi hai salvato”. Lui gli strinse la mano concedendosi un sorriso e lo aiutò ad alzarsi.

“Purtroppo…” disse Ef, mentre riprendeva fiato “…non possiamo fermarci neanche ora… per loro l’acqua non è un problema…”

Si avviarono su per il tunnel verso la porta che vedevano poco distante.

Stavolta il massiccio portale non presentava protezioni di sorta. Si aprì docilmente con un sibilo non appena premettero il pulsante. Entrarono in un vasto ambiente in buona parte scavato nella roccia. Moltissime apparecchiature popolavano quell’antro, tutte molto attive, a giudicare dall’aspetto e dal rumore intenso.

Delle lampade pendevano dall’alto soffitto, fino al quale schermi e macchinari erano stipati senza soluzione di continuità. Alcune passerelle permettevano di raggiungerle quasi tutte. Due scalinate di metallo salivano, una a destra e una a sinistra, immettendo in corridoi scavati nella roccia.

“Credo sia meglio dividerci.” Disse Theo “Tu, Smiurl, vieni con me” aggiunse mentre saliva la scalinata di destra. “Voi altri, andate a sinistra. Dobbiamo trovare un modo per andarcene, e le nostre armi”

“Io sarò il nostro mezzo di comunicazione” disse Ef assentendo. Poi si slanciò nel corridoio di sinistra insieme a Corolla e Kriss. Procedettero per un minuto o due senza incontrare nulla. La monotonia di quella roccia rossiccia era interrotta solo dal cavo elettrico che collegava le lampadine poste a intervalli regolari.

All’improvviso, però, il tunnel terminò, dando su una specie di pianerottolo di metallico.

Quello che videro li lasciò senza fiato.

Davanti a loro, in un’enorme grotta scavata nella roccia era deposta, al centro, la nave sulla quale erano fuggiti fin lì e che li aveva trascinati con sé sul fondo del mare. Apparecchiature sibilavano, e sferragliavano tutt’intorno allo scafo, agli alberi e alle vele, smantellando lentamente ogni singolo pezzo. Già la metà di prua, infatti, giaceva in pezzi davanti alla metà posteriore ancora intatta.

Dopo alcuni istanti si riscossero e scesero in esplorazione.

Non potevano avvicinarsi più di tanto allo scafo, perché era circondato da braccia meccaniche che li avrebbero travolti senza colpo ferire. Si girarono di scatto quando videro un mutante che li fissava da una cabina di controllo, posta in alto su una parete. Dopo alcuni istanti sembrò riaversi dalla sorpresa, e prese una specie di telefono.

“Sta chiamando rinforzi” disse Corolla.

“Come se non avessimo già abbastanza problemi…” disse Kriss.

Improvvisamente un sibilo li sfiorò e sentirono l’impatto di un corpo metallico poco alle loro spalle. Alzarono di nuovo gli occhi e videro che quello che doveva essere un tecnico sapeva anche sparargli con una specie di fiocina.

Presero un corridoio di lato, curvandosi istintivamente per evitare i dardi.

Procedettero finché non incontrarono una delle porte, ai lati del corridoio metallico, aperta.

Nel locale c’era un molo con alcuni minisub.

“Questi sono il nostro biglietto verso la superficie” disse Kriss, con un certo sollievo.

Avendo avvertito il rumore, un paio di mutanti uscirono da dietro una serie di armadietti.

Non fecero in tempo a sfoderare i loro pungoli che già Corolla era su di loro, mettendoli fuori causa. Raccolse anche le loro armi: sembrava in grado di padroneggiare l’uso di quattro di quegli affari contemporaneamente.

“Torniamo verso Theo e Smiurl” disse.

Tornarono presso il relitto. Si sporsero di soppiatto per non essere infilzati dal tecnico, ma poi videro che era sparito.

“Stanno arrivando!” esclamò Ef.

Subito una massa di mutanti si riversò nel locale dalla stessa strada che avevano fatto loro.

“Alla cabina!” urlò Corolla indicandogli la postazione del tecnico. “Rifugiatevi lì mentre io li distraggo!” disse poi andandosi ad appostare dietro un pezzo della murata della nave che giaceva insieme agli altri segmenti dello scafo.

“Andiamo” disse Ef vedendo che Kriss esitava.

“Non se ne parla proprio!” disse lui andando a rifugiarsi anche lui dietro un riparo improvvisato.

Ef sospirò e iniziò a cercare di guadagnare la cabina. Disse nelle loro menti:

“Cercherò di confondere le loro menti. Resistete più che potete, Theo e Smiurl dovrebbero arrivare da un momento all’altro.”

I primi attaccanti fecero una brutta fine, raggiungendo subito Kriss e Corolla dietro i loro rifugi.

L’unico loro vantaggio era avere il relitto e le macchine smantellatrici fra loro e gli assalitori.

Subito gli altri si divisero per cercare di circondarli. Non fecero caso ad alcuni di loro che andavano incomprensibilmente a sbattere l’uno contro l’altro, o a gettarsi direttamente sotto le macchine in movimento. Un buon numero guadagnò però la parte opposta. Tre raggiunsero Corolla, che subito cominciò a dar prova del suo valore, e altri due accorsero presso Kriss. Cercò di respingerli, ma erano ossi duri: schivavano i suoi colpi, peraltro poco pericolosi, non avendo con sé la sua spada.

Rotolò a terra, mise un cavo di acciaio fra i piedi di uno e mentre si rialzava conficcò il pungolo nel fianco dell’altro. Poi si girò e liberò la scossa su quello che ancora stava rialzandosi. Si girò di scatto quando sentì un impatto poco dietro le sue orecchie, giusto in tempo per evitare il corpo di un terzo mutante che cadeva dall’alto di una cassa sulla quale era salito per sorprenderlo alle spalle, ma prontamente infilzato da uno dei formidabili lanci di Corolla. La cercò con lo sguardo: era circondata da cinque nemici: non poteva reggere a lungo. Raccolse l’altro pungolo elettrico e, incurante del pericolo, si slanciò fra pezzi metallici e cavi brandendo minaccioso le due armi e urlando per richiamare l’attenzione dei mutanti. Quando questi si girarono per fronteggiarlo era ormai troppo tardi. Tre caddero ai suoi piedi, e gli altri due presi da Corolla alle spalle.

Ma ne stavano già arrivando altri. Troppi.

“Questa storia inizia a stancarmi!” tuonò in quel momento Theo dall’alto della piattaforma metallica. Si slanciò insieme a Smiurl giù per le scale per impegnare parte degli assalitori.

Poco dopo le armi di Kriss e Corolla volavano nelle loro mani. Liberata così una mano dal peso, Theo poté afferrare anche l’altro maglio. Il risultato fu devastante.

Kriss sfoderò la lama e osservò i suoi riflessi rassicuranti fra le sue mani, poi si slanciò all’assalto.

Pochi minuti dopo era tutto finito. Furono raggiunti da Ef.

“Dovremmo andarcene prima che ne arrivino ancora degli altri.”

Pochi istanti dopo si stavano calando in uno dei minisub.

“Chi è che sa pilotare questi affari?” chiese Corolla indicando i comandi.

Ef scosse la testa. “Io non ho mai visto niente del genere… E non ho neanche un pilota a cui ‘chiederlo’…” intanto Smiurl aveva chiuso il boccaporto.

Kriss osservò il quadro dei comandi: era pieno di luci intermittenti, ma quello che spiccava era una specie di joypad che gli ricordava quello del suo computer e una cloche simile a quella degli aerei. Ogni indicazione riguardo al loro funzionamento era scritta in una lingua dai caratteri incomprensibili, quindi inutile.

Si sedette al posto del pilota. Provo a scostare lievemente la cloche verso l’alto: una leggera vibrazione pervase l’ambiente.

“Non deve essere così complicato…” disse quasi fra sé, più per rassicurare sé stesso che gli altri.

Osservò il joypad: aveva una leva che poteva scorrere verticalmente nel centro e due joystick, uno a destra e uno a sinistra.

Abbassò la levetta centrale di qualche millimetro e non poté trattenere un moto di euforica soddisfazione quando vide che la sua intuizione era esatta, e che il minisub andava lentamente immergendosi.

“Uao, ma come fai?” esclamò Smiurl.

“Oh, è semplice…” rispose Kriss “Vedi questa? Comanda i giri dei motori. Questa levetta qui invece serve per immergersi ed emergere…”

“Davvero? Incredibile…” fece il nano pieno di ammirazione “E queste?” aggiunse poi, indicando i due piccoli joystick.

“Ehm… devo ancora provarci…”

“Scommetto che servono per la direzione!”

“Smiurl deve avere ragione: il minisub ha due motori a elica rotanti, dovrebbero avere una escursione di circa 90 gradi…” disse Theo.

Kriss controllò se le loro supposizioni fossero esatte. Il minisub sbandò un po’ prima a destra, poi a sinistra.

“Visto?! Che ti dicevo?” strillò Smiurl tutto eccitato.

Nel frattempo avevano quasi raggiunto il fondo. Delle guide luminose portavano verso uno spazio oscuro: l’uscita.

“Beh, allora posso ritenermi promosso! Solo una cosa non sappiamo…” disse mentre mandava i motori avanti tutta “… ed è come quest’affare freni!”

Sbucarono dalla grotta sul fianco dell’altura sommersa a tutta velocità. Il minisub esitò per un po’, poi sembrò acquisire una direzione precisa, quindi prese a salire alacremente verso la superficie.

Solo quando sbucarono dall’acqua Kriss si preoccupò riguardo al rischio di embolia, ma stavano tutti bene. Poi pensò che il minisub doveva essere pressurizzato e che il problema si sarebbe posto all’apertura del boccaporto.

Trasalì violentemente, quindi, quando Smiurl aprì il boccaporto per prendere una boccata d’aria pura. Attese spasmodicamente per alcuni istanti, chiedendosi avrebbe avuto crampi improvvisi, se sarebbe morto. Ma nessun sintomo si manifestava. Pensò che non avesse mai capito bene l’argomento e la sua mente chiuse automaticamente tutti i dubbi in fondo a un cassetto, per non pregiudicare il proprio corretto funzionamento…

Si concessero alcuni istanti di euforia generale per festeggiare la loro riuscita fuga. L’unico problema era che a bordo non sembrava esserci nulla da mangiare o bere. L’acqua loro rimasta era assai scarsa. Ben presto Smiurl chiese:

“E ora dove andiamo?”

“Stavo osservando la bussola: i punti cardinali non sono riconoscibili…” disse Corolla.

“Tu sai dove ci troviamo?” chiese Theo rivolto a Ef.

“Purtroppo non ne ho idea…”

“Dobbiamo andare a sud…”disse Kriss.

“E come facciamo a sapere dov’è?” chiese Corolla.

Kriss avrebbe voluto conoscere il cielo di Noi-Hert, per aspettare la notte e orientarsi con le stelle.

“Perché non aspettiamo fino al calar del sole? Voi conoscete le costellazioni: riconoscerete senz’altro il sud…” propose agli altri.

A quelle parole Smiurl si illuminò. Sparì fuori del boccaporto e tornò dopo un istante.

“Il sud è lì” disse, indicando poco alla loro destra.

“E come faresti a saperlo?” chiese Corolla, incredula.

“Semplice. Il sole è abbastanza basso sull’orizzonte. Se la città in fondo al mare segue l’ora solare, quello è l’ovest!”

Rimasero tutti a bocca aperta a guardarlo. Non se lo aspettavano, da lui.

“Beh…” fece Kriss.

E si diresse verso il sud di Smiurl.

Che risultò essere quello esatto quando il sole morì e il cielo si vestì di diamanti.

La notte era trascorsa mentre dormivano alternandosi alla guida. I motori sembravano serbare ancora la loro energia iniziale.

“C’è qualcosa che vorrei dirvi…” disse Ef quando furono tutti svegli.

“Sarebbe?” fece Kriss.

“La tempesta… Quella che ci ha affondato. Non era un fenomeno naturale.”

Attese alcuni istanti lasciando che l’informazione raggiungesse tutti.

“E chi…” iniziò a chiedere Smiurl.

“I mutanti. Il complesso di macchine che abbiamo visto all’interno della struttura dove abbiamo trovato la nostra nave, non erano che una parte di una macchina colossale in grado di controllare il tempo. L’ho letto nelle loro menti.”

“Non è possibile…” fece Corolla.

“Ci hanno affondato di proposito, dopo averci individuati a distanza, in qualche modo…” continuò Ef “Per loro venire in possesso di quella nave, ma specialmente catturare degli esemplari di esseri umani vivi era un’occasione unica: avrebbero fatto ogni sorta di esperimenti sulle nostre menti e sui nostri corpi.”

Kriss rabbrividì al pensiero di quello che ciò poteva significare… Gli faceva senso anche solo sezionare una rana.

“Tutta quell’acqua di mare deve esser loro andata al cervello!” esclamò Smiurl, giustamente indignato.

Scoppiarono a ridere, un po’ per la battuta, un po’ per il sollievo di essere sfuggiti a quei potenziali carcerieri e torturatori.

E mentre pensava a questo Kriss rivedeva la città sommersa, piena di vita e colore, di movimento. Rivide i bambini uscire da scuola. E rivide quello scienziato guardarli con ribrezzo. E loro guardare con ribrezzo lui.

“Quei mutanti… non sono meno umani di noi…” disse infine cupo. Nessuno ebbe il coraggio di aggiungere altro.

Menti Selvagge – pt.16-18

“Dov’è che dobbiamo andare?” chiese Smiurl mentre percorrevano uno dei canyon dei Labirinti meridionali, ormai da diverse ore.

“A dire il vero, non lo so…” rispose Kriss.

“Come ‘non lo so’?” esclamò Smiurl

“Non so il luogo preciso… So solo che dobbiamo andare a sud e attraversare il mare”

“Sai, questo dovrebbe rappresentare un problema” disse Corolla, alzando un dito.

“Ti riferisci al fatto che non abbiamo un mezzo di trasporto?” chiese Kriss.

“A parte quello…” fece Corolla “Il fatto è che non sembra esserci proprio niente al di là del Mare del Sud”

“Conosciamo soltanto questo continente…” disse Theo.

“Beh, non vuol dire che non ce ne siano altri, in tutto il pianeta, no?” disse Ef.

“Non a nostro avviso” disse semplicemente Corolla “Comunque…”

“…pensi che se Kriss sia attratto verso una particolare destinazione sia il caso di andare a verificare…” la anticipò Ef.

“Già” disse Corolla “E’ proprio così. Visto tutto quello che è successo finora, tu faresti lo stesso, vero?”

“Non posso che assentire…” convenne la telepate.

“Ma quanto dovremo camminare?” tornò a chiedere Smiurl.

“Smiurl!” fece Kriss, ironico “Pare che gli agi di Ayonn ti abbiano rammollito!”

“Questa è una stupidaggine bella e buona! Smiurl non si ‘rammollisce’!” esclamò lui risentito, mentre gli altri ridacchiavano. Poi aggiunse:

“Mi chiedevo solo quanto durerà il nostro viaggio.”

“La distanza fra qui e il mare equivale circa alla distanza di Ayonn dalla Rocca. E’ poco più in là di ciò che si vede all’orizzonte…” disse Corolla con tono di chi dà un’informazione di poco peso.

“Come fai a saperlo?” disse Kriss. “La vostra orda arrivava fin laggiù?”

Corolla si oscurò.

“E’ solo un dettaglio…” disse lei tornando a guardare dinanzi a sé.

Kriss non sapeva cosa pensare. Guardò Efeliah. Era concentrata. Sicuramente stava scrutando la mente di Corolla, pensò Kriss. Lei lo guardò e fece un espressione equivalente a una alzata di spalle. Kriss sospirò e tornò a rivolgersi a Corolla.

“C’è qualcosa che non va?” le chiese.

“No, niente” fece lei senza guardarlo. Theo, che procedeva davanti a loro girò un attimo la testa di novanta gradi per guardare con la coda dell’occhio.

Poi tornò ad occuparsi di aprire la strada.

“Avanti, si vede che stai nascondendo qualcosa!” disse Kriss.

“Lasciami stare!” strillò lei con inaspettata violenza. Si fermarono, ammutoliti. Udirono l’eco dell’urlo ripercuotersi diverse volte sulle pareti del canyon.

Lei lo fisso. Aveva gli occhi lucidi, e Kriss si sentì bruciare sotto quell’espressione risentita: gli occhi di Corolla parevano fiammeggiare. Non fece in tempo a scusarsi che lei si allontanò con un moto di stizza, scomparendo al di là delle anse del canyon.

Kriss guardò gli altri. Theo non ricambiò lo sguardo. Guardava a terra. Smiurl sembrava non capire, esattamente come lui. Ef lo guardò contristata.

“Andiamo, fra poche ore farà buio” disse Theo, riprendendo a camminare.

“E Corolla?” fece Kriss.

“Non preoccupartene” gli rispose lui in tono alquanto strano.

Continuarono a camminare, e Kriss ebbe per tutto il tempo la sensazione di essere osservato. Più volte si voltò a destra e sinistra credendo di aver scorto dei movimenti sulle pareti del canyon. Ma trovava solo nuda roccia.

Ormai il giorno era al tramonto. Giunsero in una specie di spiazzo, fra più gole.

“Ci accampiamo qui” disse Theo. Da quando Corolla li aveva lasciati, erano rimasti molto silenziosi. La sua assenza gravava sul loro morale.

Si fermarono presso un focolare di pietre rotonde. Doveva essere stato lasciato lì dall’ultimo che avesse percorso quella via prima dell’ascesa al potere da parte di Joe il tiranno.

Montarono le tende e poi alla luce del crepuscolo accesero il fuoco. Trovarono dei pezzi di legno lì intorno. Comunque ne avrebbero potuto fare a meno. Theo aveva preso, ad Ayonn, delle specie di tubi che potevano essere accesi sfregandoli come fiammiferi, che bruciavano lentamente, come delle torce. Solo che duravano molto di più. E non avevano bisogno di accendini.

Cucinarono un po’ di carne che avevano portato dalla città. Finito il pasto, sedettero in silenzio. Nessuno se la sentiva di parlare. Né di andare a dormire.

Alla fine, contro ogni aspettativa, fu Theo a parlare.

“E’ ora di raccontarti la nostra storia”

“Nacqui nella città di Øder, solitaria e superba sui monti omonimi. Anche Corolla è di quella città. Ma fra me e lei c’è una grande differenza. Io sono figlio di operai, montanari da generazioni. La mia gente non conosceva altro che duro lavoro, ma erano nati per questo. Amavano le montagne più di ogni altra cosa.

“Conducevamo vite solitarie, curando gli ettari di terra a noi assegnati.

Lei invece, è una nobile, l’ultima di Øder. Primogenita fra i figli del nostro Re, è di diritto l’erede al trono. I suoi geni hanno ereditato molte qualità che da secoli perduravano nella famiglia regale. Anche loro erano nati per questo.

“Era amata dal popolo. Intelligente e bella, aveva numerosi pretendenti. Naturalmente non ne sceglieva nessuno. Non c’erano altri nobili suoi pari. Sarebbe stata la Regina di Øder, probabilmente il sovrano migliore che la nostra città avesse mai avuto.

Ma tutto questo non sarebbe accaduto.

“Øder non aveva mai conosciuto la guerra. Alta e sola, era evitata dalle orde che sempre più irrefrenabili appestavano le colonie di Noi-Hert.

“Fu così che fummo colti di sorpresa: l’orda ci attaccò senza preavviso. Fu un bagno di sangue. Erano molto numerosi, ma alla fine della battaglia erano ridotti a poche decine di uomini. Io fui preso prigioniero, per le mie doti fisiche. Ne uccisi due dozzine, prima di farmi prendere. Volevano persuadermi a passare dalla loro. Sarei morto, piuttosto che accettare. Ma qualcosa mi fece cambiare idea.”

“Ci barricammo nel palazzo reale, io e la servitù, praticamente gli unici sopravvissuti” era la voce di Corolla. Si era avvicinata silenziosamente mentre Theo parlava.

“Nel palazzo c’era la maggior parte dei tesori di Øder. L’obiettivo dell’orda era quello. Ridotti a meno della metà, non potevano assediare il palazzo. Proposi uno scambio. La libertà della servitù e dei prigionieri per il tesoro reale. Accettarono. Solo dopo aver perso altri dieci uomini, però. Ebbero infatti l’impudenza di scalare il palazzo per schiacciare altri uomini e donne indifesi. Ma non avevano considerato me. Tutti la progenie reale viene addestrata nel corpo oltre che nella mente. Quei rozzi barbari non potevano competere con me.

“Liberarono la servitù.

“Di Øder non rimaneva nulla: alte fiamme salivano al cielo e illuminavano di bagliori spettrali le montagne circostanti, come un’enorme ferita. Mio padre era stato fa i primi a cadere in battaglia.

“Non avevo più una casa. Figuriamoci il trono. Mi guardai intorno, e vidi che il capo dell’orda mi stava alle spalle, e mi osservava ridacchiando. Descrisse senza alcuna pietà la situazione in cui mi trovavo, e mi propose di unirmi a loro. Non avevo in effetti altra scelta.

“Dove sarei potuta andare? Non avrei potuto disperdermi

insieme a quel manipolo di camerieri, maggiordomi e inservienti. Vidi Theo, quindi decisi di accettare la proposta, giurando in fondo al cuore che l’avrei fatta pagare cara all’orda, al suo capo.

“Nel corso degli anni partecipammo a innumerevoli battaglie, assalti e quant’altro, ma l’occasione tanto agognata non si presentò mai. Eravamo intrappolati in quella feccia, senza via d’uscita se non la morte, quando sei sbucato tu dal nulla.”

Fece una pausa. Kriss la guardò. Poi disse:

“E’ per questo che mi avete aiutato?”

“No. Ti abbiamo aiutato perché era giusto farlo.” Disse Theo.

“Infatti l’orda è andata incontro al suo destino, indipendentemente da te. L’hanno pagata, tutti quelli che erano rimasti, e soprattutto il capo. Ricordi: non era molto sorpreso di vederci, in punto di morte. Avrà pensato che avessimo organizzato noi l’imboscata” disse Corolla “E il simbolo più grande della sua sconfitta è proprio la spada che ora è divenuta tua”

Kriss spostò lo sguardo sulla spada, piantata a terra a poca distanza da loro. Tornò a guardare Corolla. Lei disse, tenendo lo sguardo fisso sul fuoco:

“Quando ero bambina, ogni pomeriggio andavo nello studio di mio padre. Lui mi prendeva sulle ginocchia, e mi faceva giocare con le sue cose.” Emise un lungo sospiro “Ricordo che la cosa che preferivo di più: era un vecchio mappamondo di Noi-Hert. Mi divertivo a scegliere un posto a caso sul quale mio padre doveva inventare favole, improvvisandole…” le cadde la voce.

Kriss aveva rievocato tutto questo dal passato.

“Ti prego di scusarmi” disse.

“Non potevi saperlo” disse lei, cercando di sorridere.

Kriss guardò Ef. Stava piangendo.

La mattina seguente uscirono dai Labirinti. Davanti a loro si schiuse una vasta pianura che digradava lentamente fino ad incontrare il mare, in lontananza. Per la prima volta Kriss poté ammirare un paesaggio non prevalentemente brullo: grandi prati giacevano davanti a loro a perdita d’occhio, e più lontano si intravedeva anche qualche albero.

D’impulso, si mise a correre. E così corse, nel sole, contro l’impeto del vento che saliva verso di loro, senza pensare a nulla. Si fermò in cima a una collinetta. Alzò le braccia, come fossero ali. C’erano solo il tepore dei raggi e la voce del vento. Si sentì tutt’uno con loro, come fosse parte del pianeta.

Avvertì lo sguardo degli altri sulla sua schiena, e la presenza mentale di Ef, ma c’era qualcos’altro. Un senso di disagio appena percettibile, un attimo più in là del limite delle sue percezioni.

Si spezzò l’incanto, e tornò ad essere il Kriss sul prato insieme agli altri. Guardò Ef, che sul volto aveva ancora un’espressione perplessa.

“Non capisco proprio cosa generi il tuo turbamento” disse mentre riprendevano la marcia.

“Se è per quello neanch’io…” fece lui.

“Devo arrendermi all’evidenza: solo attendendo potremo –forse– avere delle risposte” riprese lei.

“Credo che abbia a che fare con il richiamo…” disse Kriss, lo sguardo perso nel vuoto.

“Quello che ti ha condotto finora?” chiese Corolla.

“Sì. Ora ci sta portando a sud, e non ho la più pallida idea del motivo” disse Kriss.

“Sempre che lì ci sia qualcosa…” intervenne Smiurl.

“Deve esserci.” Disse Kriss, guardando fisso l’orizzonte. “Deve.”

Procedendo più in fretta del previsto, poco prima del tramonto arrivarono ad accamparsi presso un boschetto di alberi, simili a conifere terrestri, in prossimità della costa.

Un paio di chilometri più a sud avevano avvistato una città, in una baia, ma non avevano potuto raggiungerla prima del calare del sole. Sembrava essere abbandonata a sé stessa, ma c’erano diverse navi all’ancora in buone condizioni, e questo lasciava supporre che dopo tutto doveva esserci ancora qualcuno a mantenerle in quello stato.

Trascorsa una notte piuttosto inquieta, venne l’alba.

Si ritrovarono intorno al fuoco acceso da Theo per cucinare la colazione.

“Ho un brutto presentimento” disse Smiurl lamentandosi. “Stanotte ho fatto sogni per niente belli…”

“Non ti preoccupare, quelli li abbiamo fatti anche noi. Si tratta di tensioni mentali che accumuliamo e che trovano sfogo nei momenti più a loro ‘congeniali’… In realtà non dovrebbe esserci alcun pericolo” disse Ef, indicando poi con un cenno del capo la città poco distante.

Quella cupa presenza li aveva influenzati tutti. Non aveva nessun effetto particolare, sulla mente, come ne aveva lo scudo di Ayonn, ma osservandola sembrava di percepirvi qualcosa di malvagio, di innaturale. Era una vista quantomeno spiacevole.

“Hai detto bene: dovrebbe” fece Theo.

“Faremo meglio a stare in guardia. Non sappiamo cosa ci aspetta” aggiunse Corolla.

“Ora andiamo” disse Kriss alzandosi, dopo aver terminato di mangiare.

Dopo un’ora circa giunsero dinanzi alla strada principale che tagliava in due la cittadina.

Case di legno marcio giacevano come relitti di epoche passate, con le finestre inchiodate. Un vago puzzo acre si insinuava nelle narici rendendo il posto repellente.

“Non vorrete davvero entrare in questo posto?” esclamò Smiurl incredulo.

Nessuno si degnò di rispondergli. Solo Ef gli lanciò uno sguardo di incoraggiamento.

Kriss procedeva in testa, e in fila indiana percorrevano la strada. Il panorama continuava ad essere monotono e deprimente: non c’era un edificio che stesse ancora del tutto in piedi, e la rovina sembrava essersi insinuata in ogni angolo, con l’aiuto del tempo.

Niente s’azzardava a rompere il silenzio, opprimente. Solo i loro passi riuscivano a smuovere un poco quell’aria. Dopo un po’ Kriss si chiese come mai non ci fossero neanche le strida dei gabbiani.

Proseguendo verso il mare il senso di disagio non accennava a scemare. Anzi, Kriss aveva come la sensazione (alquanto spiacevole) di essere osservato. Girò intorno lo sguardo, strizzando gli occhi sotto il sole abbagliante. Nulla osò muoversi.

Mentre guardava a sinistra in una specie di bar scorse (o credette di scorgere) un movimento con la coda dell’occhio. Scrutò il fondo della strada, ma sembrava di nuovo tutto fermo. Si diressero lì.

Sulla destra c’era un edificio alto tre piani, in legno, finora l’unico che serbasse una vaga forma di decoro fra i rottami che popolavano quella calda e assolata baia.

Era costruito con legni diversi, con tavole disposte più o meno a casaccio. Un timone pendeva come un arto amputato sopra l’ingresso: sembrava essere il Frankestein edilizio di un marinaio pazzo che avesse squartato una mezza dozzina di navi armato di una sola ascia…

La porta era socchiusa, e dall’interno provenivano, a tratti, dei bagliori, come se vi fossero uno o più fuochi accesi. Si accostarono all’ingresso, sotto un porticato sghembo. Un fetido odore di pesce proveniva dall’interno.

Facendosi coraggio, Kriss afferrò la maniglia ed entrò, seguito subito dagli altri.

La porta dava su un locale quadrangolare. Lungo il perimetro c’era una specie di porticato, entro il quale regnava l’oscurità. Dal centro dell’alto soffitto pendeva un lampadario forse d’osso con decine e decine di candele accese, che comunque poco potevano contro quello stanzone di fitte ombre. Della luce filtrava anche da un lucernario, obliqua, andando a sparire dentro il porticato del secondo piano.

Davanti a loro c’era una specie di bancone da bar rialzato. Avanzarono guardinghi fra le ombre, cercando di non inciampare nelle corde che serpeggiavano ai loro piedi e nelle sedie rovesciate a terra.

Con tremendo e sadico scricchiolio la porta si chiuse alle loro spalle, contribuendo in un certo qual modo all’oscuramento del locale.

Istintivamente Kriss mise mano all’impugnatura della spada. Solo Ef rimase apparentemente tranquilla. Ad un certo punto disse:

“Non siamo soli”

La sua voce fu coperta da un coro di urla e imprecazioni. Innumerevoli piccole torce riempirono i portici di ogni piano, ammassandosi in quegli angusti spazi.

Poi, dal nulla, iniziarono a sciamare anche intorno a loro. Nel tenue bagliore che ora si era diffuso poterono scorgerne i possessori. Erano tutti minuscoli uomini, poco più grossi di Smiurl. Erano tutti vecchi: facce raggrinzite, occhi vacui, crani pelati screpolati dal sole, schiene che si incurvavano, contorte… E tutti avevano una perfida espressione dipinta sul volto: piena di disprezzo, odio e sdegno verso di loro.

Kriss continuava a stringere convulsamente l’elsa della spada quando uno di quei nani, forse il più vecchio, o il più cattivo, o il più brutto, o tutte e tre le cose insieme salì dietro al bancone seguito poi da altri cinque che si fermarono alle sue spalle.

Li osservò con occhi maligni, due spilli di ghiaccio giallastro che ardevano di cupa, scarlatta follia nelle loro profondità.

Infine parlò, e disse con voce terribile: “ ’Oukurtzen los’ ”

“Eh?” fece Kriss, incerto se avere timore o orrore di quel rifiuto umano.

“E’ una lingua che tu non puoi comprendere” disse Ef nella sua mente “Neanche Corolla, Theo e Smiurl la conoscono. Io però percepisco i suoi pensieri, e vi assicuro che non sarà eccessivamente gentile…”

Il nano aveva ripreso a blaterare dall’alto. Un’altra frase incomprensibile.

“Voi maledetti” udirono la voce piatta di Ef nelle loro menti “Avete… profanato… violato… il territorio di ‘Edzzen’. Emissari del ‘degno-di-atroci-sofferenze-e-morte’, o spie nemiche, o… ambasciatori di re lontani… lo stesso siete destinati a perire…”

Kriss spalancò gli occhi.

“Questi sono pazzi!” esclamò.

“Cosa te lo fa pensare?” chiese Theo sarcastico.

L’oratore non sembrò gradire particolarmente la loro interruzione, e dopo averli fulminati con uno sguardo dei suoi occhiacci, riprese, più cattivo di prima, interpretato da Ef:

“Morirete! Sì! Morirete oggi stesso! Mangeremo le vostre… lingue e poi vi impiccheremo nella … nave regia… e i pesci faranno sparire le vostre putride membra…”

“Ma si è visto?” disse Kriss.

“Sembra lo schizzo di un cadavere effettuato da un bambino di tre anni…” disse Corolla, sprezzante. Kriss non poté fare a meno di ridacchiare.

“Ridi della tua fine?” disse il mostro prontamente tradotto da Ef, a un livello di ira finora sicuramente mai raggiunto in occasioni precedenti.

“Allora muori ora!” esclamò con un gesto teatrale, alzando una mano al cielo.

Kriss ne aveva abbastanza. Mentre sentiva che stava per perdere il controllo di sé, fu cosciente di un nano che si scagliava appeso a una specie di cima contro di lui, con un coltello seghettato fra i denti che brillava alla luce delle torce. Con un unico movimento, fluido, estrasse fulmineo la spada e roteando su sé stesso la usò a mo’ di mazza contro l’aspirante suo assassino. Questo roteò via, strillando di dolore.

Kriss fissò furibondo, con occhi fiammeggianti, il presunto capo di quel manipolo di nani malefici, con la spada in mano, che nella penombra brillava e baluginava in modo impossibile per un metallo. Mentre ancora il capo dei nani lo osservava ammutolito, Theo prese da dietro la schiena i due magli, facendoli roteare dinanzi a sé, imitato da Corolla e Smiurl.

“Ef! La porta!” gridò Kriss, appena prima che altri nani ricevessero il furioso ordine di farli a pezzi.

Corolla e Smiurl la seguirono per coprirla, mentre Kriss e Theo rimasero a chiudere la ritirata. Attacchi piovevano da tutte le parti, anche dall’alto. Nella lotta Kriss vedeva quei volti, stravolti da sofferenze che col passare degli anni si erano sedimentate in follia e odio verso tutto. Ogni tonfo era un nemico in meno, e le urla coprivano ogni gemito.

Dopo un lunghissimo minuto riuscirono a sfondare la porta, fuggendo poi per la strada deserta. Subito una fiumana di nani si riversò alle loro calcagna. Erano inseguitori maledettamente veloci. Smiurl era in testa a tutti, saltando come un pazzo.

“Ci prenderanno!” esclamò Theo.

“Dobbiamo trovare un nascondiglio” pensò Ef.

Svoltarono fra i vicoli guadagnando qualche istante.

“E se…” fece Kriss.

“Certo!” esclamò Ef “Theo, vieni: le navi” . Il gigante la seguì. Aveva compreso il piano di fuga. Anche Corolla sembrava aver compreso.

“Che sta succedendo?” disse Smiurl, senza riuscire a stare fermo.

“Dobbiamo fare da diversivo! Andiamo!”

“Diversivo? Proprio noi?!” gemette Smiurl un attimo prima di ricominciare a correre dietro a Corolla e Kriss.

“Lassù!” strillò Corolla indicando un promontorio che sorgeva poco distante. Le case iniziavano a diradarsi, man mano che la pendenza del terreno aumentava.

“Ci raggiungeranno!” esclamò Kriss, voltandosi un attimo a guardare la marea di inseguitori.

Abbandonarono gli ultimi edifici alle loro spalle, e subito il fronte dei nani si allargò dietro di loro cercando di accerchiarli continuando a rincorrerli su per la salita. Smiurl, sempre più terrorizzato, sorpassò strillando Kriss e Corolla con un unico balzo.

La roccia si protendeva sul mare, e su la sua punta estrema sorgeva un faro. La sua stabilità era assicurata da massicce travi di acciaio che scendevano oblique dalla parte inferiore dello spuntone di roccia giù fino al fianco della scogliera e sul fondale.

Continuarono a correre in quella direzione.

“Non vorrai…?” esclamò Kriss guardando Corolla che fissava il faro. Con la coda dell’occhio notò una imbarcazione con delle vele immense, luminose, staccarsi dal molo e procedere parallela alla costa verso il promontorio.

“Siamo qui” udì la voce di Ef nella mente. Ancora non capiva come avrebbero potuto mettersi in salvo.

Giunsero finalmente presso l’ingresso del faro mentre i primi nani stavano per gettarsi su di loro. Sbatterono la porta alle loro spalle sbarrandola e cercando di bloccarla ponendo quanti più oggetti possibile davanti ad essa. La stanza era rimasta praticamente vuota, e dall’unica feritoia fortunatamente fornita di inferriata volti maligni sbirciavano all’interno mentre la porta veniva tempestata di colpi.

Una scala costeggiava le mura circolari del faro salendo a spirale fino alla sua sommità. Si precipitarono tutti verso l’alto, non avendo fra l’altro molta altra scelta.

Arrivarono presso la lampada che ora era spenta e immobile, sulla cima del faro. Si guardarono intorno freneticamente, cercando una via d’uscita, ma le pareti di vetro non offrivano speranza alcuna.

All’improvviso videro Smiurl spiccare un salto e sparire in un botola sul soffitto. Subito udirono la sua voce:

“Da questa parte!”

Corolla fece un cenno a Kriss:

“Prima tu” e gli offrì un appoggio incrociando le mani sotto il suo piede. Quindi bloccò alla meglio la botola con uno stiletto e con un agile balzo afferrò la mano che Kriss le stava tendendo e fu sul tetto del faro. L’improvviso impatto del vento la fece vacillare, ma si sostenne afferrando la ringhiera come già avevano fatto gli altri.

“E adesso? Cosa facciamo?” strillò Kriss per farsi sentire sopra l’urlo del vento.

“Non l…” Corolla non poté terminare la frase: un forte schianto venne dal pianterreno e sporgendosi videro che i nani erano riusciti a sfondare la porta e stavano facendosi strada all’interno.

“Presto!” strillò Smiurl, terrorizzato, saltellando da un piede all’altro.

“Sotto di voi, sul mare” udirono Ef nelle loro menti. Si sporsero dalla parte opposta, verso il precipizio e videro l’imbarcazione che Kriss aveva scorto durante la fuga ferma

proprio sotto di loro.

Corolla guardò Kriss, sperando di ottenere da lui la soluzione, che nel frattempo fissava trasognato l’alberatura della nave.

Un altro schianto li riscosse: stavano sfondando anche la botola che dava nel locale della lampada. Corolla accorse sull’apertura del tetto insieme a Smiurl per cercare di respingere il più a lungo possibile gli inseguitori, ora che si trovavano in una posizione di vantaggio… se non si considerava il fatto che erano a molte decine di metri d’altezza e che non avevano via d’uscita.

Kriss nel frattempo continuava a osservare la nave, in parte nascosta dalla roccia, proprio sotto i suoi piedi.

Guardando fisso nel vuoto dinanzi a sé, iniziò a indietreggiare lentamente, fino a portarsi a fianco a Corolla, sull’altro lato del tetto.

Corolla si voltò a guardarlo, mentre lui continuava a fissare il vuoto. Improvvisamente si mosse, con due rapide falcate attraversò il tetto, mise un piede sulla ringhiera e si scaglio nel vuoto.

Corolla rimase allibita: lo vide sparire verso il basso senza mandare un urlo. Si sporse anche lei e vide che cadeva verso la nave, andando poi a scivolare sulla vela più grande disposta a mo’ di scivolo, atterrando poi su una massa di corde, vele ripiegate e qualche materasso.

Si girò verso Smiurl, che non si era accorto di nulla preso com’era a vibrare affondi col suo pugnale attraverso l’apertura per respingere il nemico. Camminò decisa verso di lui, lo afferrò, e il nano non fece in tempo a dire:

“Ma che stai fac…” che si ritrovò scagliato nel vuoto. Il suo urlo si spense solo quando fu afferrato da Kriss sul ponte della nave.

Ora toccava a lei. Si girò per prendere la rincorsa ma si bloccò alla vista di un nano più grande degli altri che era riuscito a issarsi sul tetto. Ora la fissava minaccioso con espressione orrida almeno quanto quella degli altri.

Sfoderò con un ghigno sadico due pugnali dalla vita, e si mise in guardia, pronto a scagliarsi contro di lei.

Corolla fintò verso destra mentre il nano caricava e schivò a sinistra, sfoderando una daga. Il nano emise un ringhio gutturale e la guardò ancora più furente. Si aggiravano guardandosi fissi negli occhi lungo la ringhiera circolare.

Nel frattempo gli altri attendevano spasmodici sul ponte della nave, guardando in alto verso di lei.

D’improvviso il nano caricò. Corolla piroettò su sé stessa, protendendo la daga, ma il suo colpo andò a vuoto. Inoltre uno dei pugnali del nano la colpì di striscio sulla schiena proprio dove era stata ustionata nel municipio di Ayonn. Un urlo di dolore le sfuggi e perse l’equilibrio, andando a cadere addosso alla ringhiera, lasciandosi sfuggire anche la sua arma. Vide, in un attimo, la nave sotto di sé, poi si girò e vide che il nano si stava di nuovo avventando contro di lei. Con un grande sforzo si scansò all’ultimo momento, così che quello andò a sbattere col viso sul metallo della ringhiera.

Corolla colse l’occasione al volo: con le ultime forze prese una breve rincorsa, e sfruttando la schiena del nano come appoggio si precipitò nel vuoto oltre la ringhiera.

Cadde a testa in giù, e l’ultima cosa che vide prima di scivolare sulla vela per andare a sbattere piuttosto malamente sul ponte fu l’espressione del nano ora circondato da molti suoi simili, a metà fra il pazzo e il furioso.

Corolla riprese i sensi mezz’ora dopo. La prima cosa che vide furono i volti ansiosi degli altri, tutti chini sul suo letto.

“Ehi, sto bene…” disse cercando di sorridere.

Vedendola svegliarsi tirarono un sospiro di sollievo.

“Sei stata fantastica! Ef ci ha descritto quello che non potevamo vedere!” disse Kriss.

“Ti ha anche fasciato la ferita… Starai meglio presto…” disse Smiurl.

“Oh, molto del merito è dei medicinali che ho trovato a bordo…” disse Ef “Sono in ottimo stato, e sono sicura che avranno un effetto prodigioso nonostante siano rimasti inutilizzati per anni.”

“Come questa nave” disse Theo. “Non avevo mai visto niente del genere” proseguì “E’ a energia solare: le vele alimentano i motori elettrici! Motori elettrici! Avevamo esempi molto, molto limitati di questa tecnologia a Øder!”

“…e chi sta al timone?…” chiese Corolla.

“Oh, è bastato inserire la rotta nel computer di bordo…” rispose Theo.

“Non affaticarti, Corolla, devi riposarti, così starai subito meglio” disse Smiurl, premuroso, che a quanto pare aveva rivestito il ruolo di infermiere improvvisato sotto la direttiva di Ef.

La nave continuava a seguirli insistentemente, rimanendo comunque lontana a causa della velocità dei motori elettrici alimentati da centinaia di metri quadri di vele solari, che splendevano di riflessi ora azzurro verdastri, ora gialli quando si frapponevano sospinte dal vento fra il sole e l’osservatore. Non avevano niente a che fare con le vele classiche: il loro compito non era infatti quello di raccogliere il vento. Si orientavano automaticamente verso il sole, come dei girasoli.

“Pensi possano raggiungerci?” chiese Kriss, a Theo che stava scrutando il vascello degli inseguitori con un cannocchiale. Ormai si trovavano in mare aperto e la costa a settentrione era scomparsa da un po’.

“No… Non ce la faranno mai alla velocità attuale. Ci stiamo lentamente allontanando da loro, e non credo possano farci nulla…”

Kriss emise un sospiro di sollievo. Non gli piaceva affatto il pensiero di trovarsi di nuovo faccia a faccia con quelle orride creature.

Si avventurò all’interno della nave. Il ponte aveva perlopiù una funzione panoramica, essendo la nave quasi del tutto automatizzata: c’erano numerose panchine e seggiole fissate a terra o alle balaustre per ammirare il paesaggio. A poppa soltanto c’era una cabina con un timone vecchio stile, che poteva, volendo, essere usato per governare. Per il resto era occupata dai computer e da schermi.

Scese sottocoperta, e passò accanto alla cabina dov’era Corolla, che ora sembrava assopita, guardata a vista da Smiurl.

Passò oltre, e sbirciò all’interno delle porte lungo il corridoio. C’erano altre tre cabine, ognuna dotata di servizi. Sembrava una lussuosa nave da crociera, uno yacht per ricconi.

Proseguì, giungendo alla fine del corridoio. Scese la scaletta fissata a una botola nel pavimento e si ritrovò in una specie di sala da pranzo: a poppa c’era la cucina, e presso il centro c’erano alcuni tavoli con le sedie, e il panorama sotto e sopra l’acqua poteva essere ammirato da degli oblò verticali alti dal pavimento fino al soffitto. Kriss vide che l’acqua del mare era straordinariamente cristallina, e affacciandosi all’oblò cercò di penetrare nell’abisso con la vista, ma il fondale doveva essere molto lontano: non si distingueva nulla. Proprio mentre si stava girando, però, vide o credette di vedere un movimento con la coda dell’occhio. Si voltò, ma non c’era nulla.

Vide una bella porta, verso prua, dove terminava la sala da pranzo. Era a due battenti, decorata con fregi dorati. Un battente era socchiuso. Lo scostò ed entrò.

Indietreggiò barcollando, colto dalla vertigine: la nave sembrava non avere fondo e sotto i suoi piedi c’era direttamente il blu profondo del mare. Anche le pareti laterali e la prua erano trasparenti, e si poteva godere di una panoramica eccezionale. Ma l’unica cosa che si poteva apprezzare ora erano i riflessi del sole che filtravano un po’ attraverso la superficie dell’acqua, creando giochi di luce, veli colorati che sembravano tremolare un attimo per poi sparire subito dopo ingoiati dalla turbolenza dell’acqua.

Addossati alla parete dov’era la porta di ingresso c’erano vari schermi: mostravano dati e immagini del fondale e video della fauna marina.

All’angolo estremo di prua c’era Ef, seduta a terra, con le spalle verso Kriss.

Lui le si avvicinò, e vide che aveva gli occhi chiusi. “Chissà cosa sta facendo” pensò e poi fece per andarsene, ma lei improvvisamente disse:

“Rimani”

Lui si bloccò, la guardò un attimo e poi si sedette accanto a lei.

“Sto ascoltando” disse Ef nella sua mente.

“Cosa?”

“Il mare, le sue profondità…” il suo pensiero si perse come un mormorio fra le onde alla luce del tramonto. Riprese:

“Il mare, su Noi-Hert, è molto più popoloso della terraferma. Ci sono pesci di ogni tipo, invertebrati, microrganismi, e mastodontici mammiferi… Ascoltare le loro menti è come udire un coro sconfinato di vibrazioni su ogni tono della scala musicale, dal più piccolo al più grande ognuno partecipa creando infine un unico grande campo di energia mentale, proprio come quello degli umani, ma che si estende al di sotto del livello del mare… Se tu potessi vederlo, sarebbe uno spettacolo superbo.”

“E… non puoi cercare di trasmettermelo?”

“La tua, sebbene sia eccezionale, non è una mente di natura ricettiva come la quasi totalità di quelle che ho potuto osservare su Noi-Hert… A volte hai degli sbalzi energetici e capti immagini esterne, ma non sei fatto per questo. Nel tuo cervello l’energia fluttua in maniera a me incomprensibile: l’unica speranza che hai di capire cosa vi si nasconde e quella di seguire questo richiamo che ti ha sospinto finora…”

“Oh, a me non interessa più di tanto cos’ho in testa. Vorrei solo tornare a casa…”

A quel pensiero un’ondata di malinconia lo pervase, e i suoi occhi divennero lucidi.

Ef gli mise un braccio intorno alle spalle e gli sussurrò a voce bassa nell’orecchio, proiettando sulla sua mente un senso di pace:

“Forse troverai risposta anche a questo. Non sappiamo cosa ci aspetta. Vedrai che tutto andrà per il meglio…”

Ma lei stessa non capiva come potesse dirgli proprio quelle cose quando era ad anni luce di distanza dal suo pianeta e a millenni dal suo tempo. Chiuse gli occhi, e continuò ad abbracciarlo mentre lui scrutava fisso dinanzi a sé le profondità oceaniche di quel misterioso pianeta. capti immagini esterne, ma non sei fatto per questo. ura ricettiva come la quasi totalità di quelle che ho potuto osservare su

“Sembra si stia avvicinando una tempesta” disse Smiurl, pochi metri sopra le loro teste.

“Già… Speriamo bene.” Rispose Theo.

Guardando a dritta si scorgeva, all’orizzonte, una minacciosa, sottile linea grigio bruna dividere l’azzurro del mare da quello del cielo.

L’alba successiva furono svegliati dai marosi che sollevavano e sballottavano incessantemente l’imbarcazione.

“Non riesco a capire come abbiamo potuto essere raggiunti da…” udì la voce di Theo mentre saliva la scaletta per recarsi sul ponte.

Arrivato in coperta, poté verificare a cosa si stava riferendo: il cielo era completamente oscurato da una massiccia coltre di nubi, ininterrotta, da un orizzonte all’altro, tutt’intorno a loro. Sembrava di essere sepolti sotto una titanica coperta di lana grigia.

Scarsa era la luce che riusciva a penetrare quella spessa coltre di nubi. Solo dei lampi, sempre più frequentemente, squarciavano l’oscurità gettando onde spettrali sulla nave e sulla superficie delle acque.

“Hai provato con il computer?…” chiese speranzoso Kriss.

“C’è poco che il computer possa fare: senza luce la carica dei motori presto si esaurirà, e potremmo anche perdere le vele se si alza il vento…” Theo si rabbuiò ancora di più, pronunciando queste parole…

“Quindi… siamo in balia delle onde!” strillò Smiurl che saltellava sempre più agitato da una parte all’altra.

“Cosa sta succedendo?…” era la voce di Corolla che si affacciava in quel momento sul ponte. Si teneva avvolta una coperta intorno al corpo e con l’altra mano si teneva allo stipite per non cadere.

“Non dovresti stare in piedi! Devi riposarti!” la rimproverò Ef.

“E che vuoi riposare, con il letto che sembra un cammello con la diarrea…” rispose lei “Mi sento benissimo, e sono stufa di starmene appartata a far niente!”

“Ma se non sono neanche trascorse ventiquattr’ore dalla nostra fuga!” disse Kriss.

Corolla fece per rispondere, ma non trovava le parole. Alla fine sbottò e disse:

“Ah! Al diavolo!” e sparì di nuovo sottocoperta.

“Portate sotto coperta tutto quello che potrebbe volare via durante la tempesta” disse Theo, e si avviò verso la cabina di pilotaggio.

C’era ben poco sul ponte che non fosse saldamente fissato.

Dopo alcuni minuti si ritirarono nelle loro cabine, mentre le vele solari venivano riposte all’interno degli alberi dal computer azionato da Theo.

La nave era abbandonata agli elementi, e lo scheletro della sua alberatura biancheggiava spettrale quando un lampo saettava da una nuvola all’altra, illuminando la sua lenta e sempre più precipitosa discesa dalle creste delle enormi onde, per ore, finché la nave sparì fra due onde particolarmente grandi, per non risalire mai più.

Udì ancora quella voce, insistente, ansiosa, quasi impaurita, chiamare il suo nome senza pronunciarlo. Poteva quasi vederla, una specie di alone rosa pulsante di luce.

Si rese conto che si stava svegliando.

Improvvisamente gli tornarono alla mente gli ultimi istanti sulla nave: la furia tremenda del mare che sembrava non volesse calmarsi mai più, l’attimo di panico quando l’acqua si era riversata all’interno della nave ormai quasi capovolta, e poi il buio.

Si alzò di scatto, ma nell’oscurità sbatté la testa violentemente contro un corpo metallico. Una fitta lancinante lo raggiunse, e si portò la mano alla fronte imprecando silenziosamente. Si rizzò a sedere lentamente, protendendo le mani sopra di sé.

Portò repentinamente la mano al fianco sinistro, constatando che la spada non c’era più, come anche il pugnale.

Avvertì uno scatto metallico e un ronzio, dopodiché quella che doveva essere la porta scorse di lato, rivelando nel suo vano la sagoma di una figura oscura, e una forte luce proveniente dalle sue spalle.

“Portatelo con gli altri” disse una voce cupa, non umana.

Delle mani lo afferrarono, gli legarono i polsi e lo bendarono, poi presero a trascinarlo in una direzione a lui sconosciuta.

Dopo alcuni minuti di cammino si sentì sbattere a sedere. Qualcuno lo sbendò. Abituati gli occhi alla luce, vide che su altre sedie come la sua c’erano tutti i suoi compagni. Sospirò di sollievo vedendo che non mancava nessuno.

Si trovavano in un vasto salone la cui parete frontale era costituita da un’enorme vetrata da cui si osservava il fondo marino, illuminato. Numerose apparecchiature e strumenti e schermi erano disposti lungo le pareti e in tutto il locale tranne nell’area dove si trovavano le loro “sedie”.

Una figura dava loro le spalle: stava facendo qualcosa, accostata a una scrivania piena di tasti e luci. Indossava un camice bianco. Non poteva essere un uomo: dalla testa gli scendevano delle appendici di cartilagine bluastre dietro la schiena.

Comunque ogni dubbio si dissipò quando si voltò: anche il volto era dello stesso colore blu scuro, verdastro. Non aveva un solo pelo sul volto, e non aveva né naso ne orecchie: solo dei fori in loro corrispondenza. Gli occhi erano sproporzionatamente grandi, e la bocca non aveva labbra. Aveva poi le dita dei piedi e delle mani palmate.

Osservandoli bene fece una strana espressione, che Kriss non comprese. La voce di Ef risuonò nelle loro menti:

“Ci trova disgustosi, repellenti…”

“E’ bello lui…” pensò Kriss.

“Penso che potrete tornarci utili…” disse lo sconosciuto con la sua voce gutturale e biascicata, dopodiché fece un cenno e comparvero altri suoi simili che li presero di peso e li trascinarono via. Per Theo ne occorsero due, nonostante fossero tutti più alti di loro e dotati di una forza straordinaria: uno aveva afferrato Kriss come un pupazzo di legno.

La voce di Ef suonò stavolta allarmata:

“Sembra vogliano fare degli esperimenti su di noi… Quello deve essere il loro capo, o uno studioso…”

Udirono alle loro spalle la voce di prima.

“Prima la femmina, la più chiara. Alla sonda psi”

Kriss vide che portavano Ef in un’altra stanza. Poco dopo loro furono gettati in una cella metallica, e subito la porta si chiuse alle loro spalle.

Appena ripreso l’equilibrio Kriss si gettò sulla porta prendendola a calci e pugni, strillando:

“Ef! Efeliah! Dobbiamo salvarla!”

Si fermò quando udì la voce di Ef:

“Vogliono sondare la mia mente, vi hanno riconosciuto delle facoltà non comuni. E’ uno strumento piuttosto rozzo, direi, potrebbe danneggiarmi… Non so quanto potrò resistere… E appena finito con me inizieranno con voi…”

“Dobbiamo uscire di qui!” disse Kriss.

“Non possiamo lasciare Ef nelle mani di questi uomini-pesce…” disse Corolla.

“I mutanti marini…” disse Smiurl, assorto.

“Cosa?” fece Kriss.

Smiurl non rispose subito. Dopo qualche istante prese a dire:

“Mio nonno mi raccontava la storia del nostro popolo, quando ero un bambino… C’è un particolare che mi è tornato alla mente proprio ora: diceva che la nostra razza era stata generata dai terrestri tramite manipolazione del genoma di uomini normali. Ma insieme alla nostra ne sarebbero state create anche altre: una di queste era quella dei misteriosi mutanti marini, che noi credevamo essere una leggenda…”

Corolla l’interruppe:

“Vuoi dire che questi mostri sono incroci creati in provetta?”. Smiurl si incupì e subito lei si rese conto che doveva averlo offeso.

“Scusami…” disse.

“Lascia stare, non fa nulla…” rispose Smiurl “Comunque sì, sono esseri dal dna modificato, e scommetto che come la mia gente sono in grado di riprodursi.”

“La storia diceva, poi…” continuò Smiurl “…che quegli uomini senza morale volevano creare degli esseri intelligenti che potessero vivere in ambienti ostili, come il fondo del mare… Sfruttare le energie e le risorse nascoste del pianeta, questo era il loro scopo. Si dice che avessero costruito una città sottomarina dalla quale si poteva accedere al ‘fuoco sotto la terra sotto il mare’…”

“Convertire l’energia termica del mantello terrestre in energia elettrica…” disse Kriss.

“Cosa?” fece Corolla.

“Se è come dice Smiurl, e se questa è la città sottomarina, non può essere che una centrale geotermica… O forse dovrei dire ‘talassotermica’…” fece Kriss.

“I mutanti possono vivere sott’acqua come nell’aria, e sono dotati di una forza straordinaria…” aveva ripreso a citare Smiurl.

I loro pensieri furono interrotti dalla voce di Ef.

“Stanno per cominciare ad aggredire le mie difese mentali. Non credo di poter resistere a lungo…” una sensazione di sofferenza accompagnava quelle parole.

Kriss, percependo il dolore della telepate, si adirò. Prese a passeggiare su e giù nell’angusta cella. I suoi passi risuonavano secchi sul metallo.

“Non abbiamo armi…” disse Theo osservandolo, quasi indovinando i suoi pensieri.

“E sono forti” riconfermò Smiurl, abbattuto.

Kriss espirò con forza, non riusciva a sopportare il senso di impotenza. Corolla lo guardava con comprensione, non sapendo neanche lei cosa fare.

“Maledizione!” urlò Kriss, piantandosi davanti alla porta. Chiuse gli occhi, e strinse i pugni.

Pensò a Ef che stava soffrendo, e che avrebbe potuto morire, o peggio, da un momento all’altro. Pensò a come gli era sempre stata vicina. Come era stata vicina a ognuno di loro.

La rabbia si stava impadronendo di lui. Pensò a quella porta maledetta che sembrava impossibile da aprire. Pensò di avere con sé la spada, o il maglio di Theo, avrebbero forse potuto cercare di forzarla.

Non poteva finire così. Ora riusciva a percepire la sofferenza di Ef crescere, la sua mente irrigidirsi nello sforzo di resistere. Non avvertiva più niente intorno a lui, era solo, nel nulla, con la sua rabbia e la voce di Ef nella testa.

Fu un attimo: senza neanche rendersene conto si mise ad urlare, e la sua mano scattò come fosse stata la sua spada, andando a colpire la porta con tutta la forza della disperazione.

Un boato pervase la stanza. Kriss aprì gli occhi e vide che la porta era finita contro la parete opposta schiacciando due guardie. Il metallo era contorto nel punto dove aveva colpito. Gli girava la testa, e vedeva tante luci colorate passargli davanti agli occhi, ma dopo qualche istante iniziò a riprendersi. Mosse lentamente la mano e la guardò: sanguinava ma era ancora utilizzabile.

Non poteva credere a ciò che vedeva. Rimase ancora qualche secondo immobile a cercare di capire come fosse successo, poi si riscosse quando gli altri uscirono e presero le armi delle due guardie.

“Vieni Kriss!” era Smiurl.

Theo stava esaminando le armi: erano dei pungoli elettrici. Avevano due punte acuminate, gli elettrodi, fra le quali scorreva una vistosa scossa elettrica se si premeva il pulsante. Li diede entrambi a Corolla. Lui raccolse un lungo tubo di metallo che doveva essere stato divelto dalla porta.

“Andiamo” disse.

Ripercorsero il corridoio dal quale erano venuti, ed aprirono la porta dietro la quale avevano visto sparire Ef.

Un altro corridoio si aprì dinanzi a loro. Si accostarono alle porte, una ad una, finché non udirono i gemiti di Ef e le voci di alcuni mutanti.

Theo spalancò la porta e si precipitò all’interno. Il suo tubo calò fulmineo sul cranio del primo che gli si parò davanti, sfondandolo. Corolla lanciò un pungolo a uno dei mutanti, inchiodandolo al muro con micidiale precisione, poi si avventò su un terzo e gli piantò il pungolo alla gola facendogli perdere i sensi quando la corrente fluì nel suo corpo.

Kriss afferrò l’arma di uno dei caduti mentre i suoi amici ancora si battevano, e strisciò fino alle spalle del loro capo, che guardava impietrito la scena.

“Presto saranno qui e morirete…” disse lui. Un allarme prese a suonare.

“Non importa!” urlò Kriss “Liberala immediatamente se non vuoi che ti pianti quest’affare nelle branchie!”

Il mutante ebbe un attimo di esitazione in cui probabilmente pensò che, in ogni caso, gli conveniva ubbidire, dopodiché assentì.

Kriss vide i sensori collegati al cranio e al corpo di Ef, stesa su una specie di tavolo operatorio, ritrarsi fulminei nei loro alloggiamenti. Lei sospirò. Dopo qualche istante aprì gli occhi, e lentamente si mise a sedere.

“Ne stanno arrivando altri” disse, semplicemente.

“Ci servono le armi…” disse Theo.

“Dobbiamo trovare un modo per andarcene!” ribadì Corolla.

Kriss premette di nuovo il pungolo nella schiena del mutante.

“Dove sono le nostre armi?!”

“Non lo so…” rispose.

“Diccelo!” esclamò conficcandogli gli elettrodi nella carne. Il mutante gemette di dolore, poi disse, ansimante:

“Forse, nella zona dei minisub…”

“Sai portarci lì, Ef?” disse Kriss voltandosi.

Ef stette un istante con lo sguardo perso dinanzi a sé. Evidentemente stava cercando l’informazione nella mente dello studioso.

“Sì.” disse infine. “Andiamo.”

“Ti conviene camminare” disse Kriss minaccioso indicando la porta al suo ostaggio.

“Dovremo correre: stanno arrivando” Theo indicò alla loro destra. Dalla scaletta che portava al piano superiore proveniva un forte tramestio.

Si precipitarono a sinistra.