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Sulle cose materiali

Una volta dal podio si è paragonato il perseguire una qualsiasi meta materialistica (e per meta materialistica non intendiamo stili di vita edonistici, bensì qualsiasi meta che non sia strettamente spirituale) a pitturare le pareti del Titanic. In che senso?

Il mondo in cui ci troviamo a vivere in questo breve periodo è come quella nave, in un molto prossimo futuro colerà drammaticamente a picco (portandosi dietro anche un cospicuo numero di persone), con una differenza: noi siamo coscienti della natura del suo destino.

 

Tanto più in un momento come questo, quando è ormai evidente che la Grande Tribolazione incombe, è chiaro come un qualsiasi investimento di tempo o denaro o energie o altro, in questo sistema di cose, sia totalmente inutile: un vero spreco e oltretutto anche un grande rischio.

 

Il problema è il mondo e il suo spirito, che cerca quotidianamente, in ogni momento, di influenzare i nostri pensieri senza che ce ne accorgiamo. Riceviamo, crescendo, tramite i normali processi di apprendimento e formazione dell'individuo e della psiche, vari sistemi di credenza. In questo sistema di cose permeato dallo spirito del mondo, molte di queste credenze sono errate o fuorvianti.

E' normale percepire stabilità e sicurezza da istituzioni che ai nostri occhi appaiono mastodontiche, immortali, solide. Esempio: lavoro. Chi può negare di provare un senso di sicurezza, di stabilità, immaginando di lavorare che so, in banca? E' una reazione automatica. E aggiungo purtroppo. Ancora: chi può negare di stimare l'istruzione superiore come qualcosa che può fare la differenza nella vita? Forse non esprimeremmo la cosa in questi termini, ma se ci pensiamo bene vediamo come le immagini mentali che abbiamo, il loro contenuto emotivo, siano proprio queste.

 

Conosciamo intimamente Geova? Crediamo in Lui? Voglio dire, abbiamo piena fiducia che quello che ci dice è vero?

Questo universo, tutto ciò che contiene, tutto ciò di immenso e tutto ciò di umano… certo è importante, ma in termini di potenza, di complessità, non è niente di speciale dal punto di vista di Dio. E' una sua creazione. Soggiace completamente al Suo pensiero. Non abbiamo idea di quanto siamo inferiori a Lui da questo punto di vista.

Isaia 40:15-17 – “Ecco, le nazioni sono come una goccia dal secchio; e sono state considerate come il velo di polvere sulla bilancia. Ecco, egli solleva le stesse isole come semplice [polvere] minuta. Perfino il Libano non è sufficiente a far ardere un fuoco, e i suoi animali selvaggi non sono sufficienti per un olocausto. Tutte le nazioni sono di fronte a lui come qualcosa d’inesistente; presso di lui sono state considerate come nulla e un’irrealtà.”

Se questo non rispecchia il nostro modo di vedere le cose, dobbiamo sforzarci di lavorare in tal senso. Consideriamo le cose materiali un'irrealtà? Quale importanza, quale potere può avere una qualsiasi cosa esistente in questo mondo (governi, armi, ricchezze, prestigio, ecc), rispetto a Dio?

 

Certo come considerazione generica è ovvia; chi potrebbe obiettare a un'osservazione del genere? Ma è l'atto pratico che ci interessa.

Il nostro modo di vivere riflette questa consapevolezza? Stiamo facendo di Geova il nostro rifugio? “Ci aggrappiamo a Geova quando seguiamo la sua Parola, che spesso è in contrasto con la sapienza umana”? Continuo a citare dalla Torre di Guardia: “Per esempio, chi si lascia guidare dalla sapienza umana potrebbe dire: 'Si vive una volta sola, quindi goditi la vita' 'Fatti strada nel lavoro' 'Pensa a fare soldi' 'Compra tutto quello che vuoi' 'Viaggia, goditi il mondo'

Ora, come accennato all'inizio, nessuno di noi si sogna di vivere in questo modo. Ma il nostro modo di pensare automatico, istintivo, è libero dall'influenza di questi schemi? Farsi strada nel lavoro, guadagnare del denaro, comprare cose, viaggiare, non è sbagliato di per sé. Dio ci ha creato per avere soddisfazione dal nostro operato quotidiano: desiderare di svolgere un lavoro soddisfacente e che rispecchi le nostre inclinazioni è solo naturale. Il denaro è necessario, come anche molti beni materiali al giorno d'oggi (senza dibattere di quanto siano effettivamente necessari, pensate di poter vivere oggi senza telefoni cellulari e mezzi di trasporto privati?). Viaggiare poi è così bello.

 

Ma ricordiamoci dove siamo! E in che momento viviamo! Non è il momento di pensare a cose come queste, specie ora che queste inclinazioni naturali possono distrarci proprio prima che il Signore arrivi, come un colpo di sonno prima dell'alba.

 

Inoltre:

1 Corinti 7:31 – “e quelli che fanno uso del mondo come quelli che non ne usano appieno; poiché la scena di questo mondo cambia.”

Sembra chiaro che il messaggio qui non sia limitato a “non fate pieno uso del mondo (come quelli delle nazioni)”. Potremmo rigirare la frase: quelli che sono costretti a fare uso del mondo, lo facciano il meno possibile!

La differenza è enorme. Questo emerge tenendo presente le altre scritture che ci fanno capire che dobbiamo mettere al primo posto il Regno, e “avendo nutrimento e di che coprirci, di queste cose saremo contenti”.

Tenendo questo in mente, cito ancora la Torre di Guardia di prima: “L'atteggiamento che avete verso “il mondo” e “le cose del mondo” riflette completa fiducia in Dio? Le ricchezze spirituali e le attività che hanno relazione con il sacro servizio sono per voi più piacevoli e importanti di cioò che il mondo offre? Vi sforzate di mantenere un 'occhio semplice'?

Consideriamo quindi tutte le cose una perdita, dei rifiuti, come dice la scrittura? O le consideriamo comunque in una certa misura importanti? Le scritture sono chiare: queste cose non sono importanti, anzi, sono per noi dannose. Quindi dobbiamo lavorare per considerarle per quello che sono.

 

E poi c'è un altro aspetto:

1 Samuele 12:20-22 – “Solo non deviate dal seguire Geova, e dovete servire Geova con tutto il vostro cuore. E non dovete deviare per seguire cose irreali che non sono di nessun beneficio e che non liberano, perché sono irrealtà. Poiché Geova non abbandonerà il suo popolo per amore del suo grande nome, perché Geova si è assunto l’impegno di farvi suo popolo.”

Ora sembrerò anacronistico, ma quanto stimate importante la cosiddetta “parola d'onore”? Una volta equivaleva alla firma di un contratto. Per un uomo d'onore tale parola è ciò che più di vincolante esiste, una promessa, un giuramento da rispettare, un voto. Ma questo è solo un vago riflesso di ciò che deve significare per Geova, la sua stessa parola, il suo stesso nome. Questo è ciò che di più reale esista in senso assoluto; non semplicemente in relazione al nostro mondo o al nostro universo fisico. E' un limite irraggiungibile e invalicabile. Il Suo potere potrebbe fermare tutto ciò che conosciamo in un istante di tempo neanche misurabile…

 

ed Egli si è assunto l'impegno…

…per amore del suo grande nome…

 

Come possiamo dubitare di Lui, dopo che ci dice una cosa del genere?! Come possiamo provare apprensione in relazione alle cose materiali, carnali, quando è lui che ce le garantisce?! Come potremmo cercare un qualsiasi tipo e grado di rifugio altrove?!

Farlo sarebbe una grave offesa nei suoi confronti! Sarebbe come asserire che Dio non possa o non voglia mantenere la sua parola!

 

Ma stiamo scherzando??

 


 

Considerando queste cose, ora le parole di Filippesi 4:6,7 hanno acquistato tutto un altro vigore: “Non siate ansiosi di nulla, ma in ogni cosa le vostre richieste siano rese note a Dio con preghiera e supplicazione insieme a rendimento di grazie; e la pace di Dio che sorpassa ogni pensiero custodirà i vostri cuori e le vostre facoltà mentali mediante Cristo Gesù.”

Il Dubbio

Non parliamo di processo dubitativo, no…

Quante volte abbiamo sentito l’espressione: “beneficio del dubbio”? Sicuramente molte. Ma che cosa significa..? Si dice beneficio nel senso che si vuole considerare qualcuno innocente fino a prova contraria? Fin qui tutto ok. Il problema è un altro.

Quante volte abbiamo sentito l’espressione: “Smettete di giudicare affinché non siate giudicati”? Anche più spesso. E siamo tutti d’accordo che in un insieme di peccatori non ha senso puntare il dito uno contro l’altro. Ma ancora:

Quante volte abbiamo sentito l’espressione “Tutte le cose sono pure per i puri. Ma per i contaminati e gli infedeli nulla è puro, ma la loro mente e la loro coscienza sono contaminate.”?

Ora poniamo a sistema queste tre equazioni (notare come anche in matematica si chiamerebbero ‘espressioni’). Che conclusioni se ne possono trarre?

Intanto che per l’essere umano il giudizio è qualcosa che viaggia insieme allo sguardo. Qualsiasi cosa sentiamo, vediamo, pensiamo, automaticamente viene classificata come bianca/nera/grigia (semplificando). Solo chi è privo di valori morali di riferimento può esimersi da questo procedimento mentale, come per esempio un bambino piccolo. Degno di nota infatti è che lo definiamo “innocente”! Perché innocente? Perché, com’è ovvio, il male è tale solo se viene compiuto consapevolmente. O meglio, il reato è imputabile solo se si è a conoscenza della legge (mentre, invece, la legge dello stato non ammette ignoranza). Faccio questo discorso senza tener conto volutamente del fatto che siamo imperfetti quindi portati a fare il male.

E allora?

Allora occorre contrastare questa tendenza con procedimenti mentali attivi. Per esempio, come si dice spesso, è buona norma intanto tenere per sé i propri giudizi (senza metterci a discutere della loro presunta bontà) (e qui ci si collegherebbe al discorso del pettegolezzo). Dopodiché occorre inscenare un processo. Dentro la nostra testa. Ma attenzione, NON per appurare la “verità” (“che cos’è la verità?” dal punto di vista umano Pilato aveva senz’altro ragione) bensì per ASCOLTARE I TESTIMONI, ovvero sforzarsi di immaginare pareri e punti di vista diversi dai nostri, soppesarne la fondatezza, esaminarne i motivi, e così via… Al termine, al di là di quanto ci siano effettivamente “piaciuti”, bisogna archiviare il verbale della sessione e mettersi l’anima in pace, consapevoli che di possibili giudizi ce ne sono molti e che:

A) non abbiamo elementi sufficienti per emetterne uno.

B) più importante ancora: non abbiamo l’autorità per emetterne uno.

Il cristiano è chiamato a tenere una condotta in base a dei principi, non a delle leggi. Già questa differenza di nomenclatura dovrebbe farci immaginare che c’è una differenza anche dal punto di vista legale-esecutivo. Non esistendo regole precise di condotta, ognuno è chiamato a giudicare soltanto sé stesso. Una volta che siamo in coscienza a posto dinanzi al nostro unico Giudice, il nostro compito si esaurisce. Allora tutto quello che il prossimo o i nostri fratelli faranno sarà puro (ovvero concederemo loro un reale beneficio del dubbio). Altrimenti, se misuriamo con un metro qualsiasi, tutto, dico tutto quello che i nostri fratelli faranno sarà sbagliato (o potenzialmente sbagliato) nella nostra testa. E fare questo sappiamo che è a sua volta sbagliato. E infatti non ci fa neanche bene. Sarebbe la maledizione, del dubbio.

Da liberi (“la verità vi renderà liberi”)…

…a schiavi (“legano gravi carichi e li mettono sulle spalle degli uomini”).

Sono Asociale?

Sono Asociale?

Io non credo.

Siete voi che siete asociali.

Di cosa stiamo parlando: scambi, comunicazione. Nella fattispecie: al giorno d'oggi (vedi social networks e altri mezzi tecnologici). Ora non mettiamoci a parlare dettagliatamente di social networks altrimenti non è che facciamo notte, facciamo direttamente secolo.

Io non sono iscritto a nessun social network. E me ne vanto. Certo è molto più comodo affidare a una struttura esterna (virtuale-cibernetica o fisica-istituzionale che dir si voglia) la gestione (sia in senso quantitativo e qualitativo) delle proprie relazioni umane. Ma non per questo è giusto, corretto, salutare o conveniente. Ecco che scatta l'inverso: quelli come me per alcuni passano per asociali, diversi, alienati, mentre è vero il contrario. Siete tutti voi che siete dipendenti da mezzi come questi ad essere alienati. Gli asociali. L'essere sociale (come si suppone l'uomo sia) ha bisogno di relazioni interpersonali, di rapporti con il prossimo di amicizia, conoscenza, amore, ecc. Ma questi devono essere autentici! Sia sul piano della loro natura, sia sul piano dei loro contenuti!

La vera rete sociale è li fuori, ed è costituita da tutti quelli che incontrate. I vostri amici sono i server, gli hub, i siti più facilmente raggiungibili. I dati ve li scambiate con le parole, con le azioni, con le emozioni. Gli altri vi conoscono per quello che siete solo se in questo modo permettete loro di conoscervi per quello che siete! No non è un errore di battitura. 

L'uso massiccio di questi mezzi è una malattia, una devianza. Non vi fa bene. Un conto è usare un mezzo che rende possibile un nuovo o altrimenti irraggiungibile livello di comunicazione, un altro è usarlo parzialmente in sostituzione di altri più validi o addirittura in prevalenza!  

Uscite dai vostri gusci, abbandonate le vostre paure, e iniziate a vivere davvero, scambiando ciò che avete con gli altri! Ricordate che "c'è più felicità nel dare che nel ricevere". Non sapete cosa vi state perdendo! 

Senza fare di tutta l'erba un fascio, stanno cercando di incastrarvi.

L’interpretazione di ruoli come comportamento errato o come psicopatologia

Tutti interpretiamo dei ruoli, si sa.

Quando andiamo a lavoro, se abbiamo incarichi che comportano un certo grado di autorità o responsabilità… insomma, praticamente sempre.

Ora non possiamo stare a definire tutti i gradi di finzione che l’individuo adotta in questa o quella circostanza, né è questa la sede (non ho davvero tempo) per distinguere quali sono i ruoli che fa bene interpretare, o ai quali siamo tenuti a essere fedeli per il nostro bene e felicità, né per ragionare sul fatto che il gioco di ruolo entro un certo limite e fino a un certo livello è addirittura salutare per l’individuo.

Tuttavia bisogna spendere due parole su un pericolo che ho visto concretizzarsi in alcuni casi.

Si suppone che i ruoli che interpretiamo, in generale, non siano altro che “interfacce” o “modulazioni” o una serie di regole entro cui esprimere la nostra personalità, le nostre funzioni e attività. D’altro canto, spesso accade che l’individuo inverta la percezione di ciò che è internamente con ciò che è in superficie, ovvero scambia o confonde la sostanza con l’interfaccia, la sua vera persona con il ruolo che interpreta, la faccia con la maschera (per usare un termine già usato, vedi post sulla comunicazione, potremmo anche dire che confonde il significato interno di sé con le parole usate per esprimerlo). E questo, per quanto possa sembrare un distinguo ovvio e sottile da che Pirandello è Pirandello, fa una differenza drammatica.

Potremmo tirare in ballo a questo punto il concetto di onore. Non osate confonderlo con l’omertà. A stringere, un uomo d’onore (o una donna, ovviamente) è per prima cosa fedele a sé stesso. Non c’è onore senza coerenza. Non c’è lealtà. (un giorno parleremo a fondo anche di questo).

Ora: un individuo che non abbia ben chiaro la differenza fra sé oggettivo e i ruoli che interpreta, o si trova in uno stato di confusione mentale e psicologica, oppure il suo è un caso che rientra fra i molti i quali classifico come “psicopatici stealth”, ovvero persone letteralmente malate a livello mentale ma che appaiono perfettamente normali alla vita di tutti i giorni e anche ai conoscenti e parenti più stretti. E vi assicuro che sono molti, molti più di quelli che pensate.

Come può questo individuo attenersi a dei valori? I suoi valori cambiano a seconda delle circostanze. Come può avere certezze? Avrà solo illusioni costruite su nebbiosi concetti dato che non può ammettere l’esistenza di una verità assoluta, concetto necessario all’esistenza di tutte le verità relative che volete (si, devo aggiornare il post sulla contraddizione in termini del relativismo: “tutto è relativo” = nonsense dichiarato).

Come può una persona del genere comportarsi secondo coscienza? E’ chiaro che una coscienza non può funzionare correttamente in una mente del genere. Non ha un vero punto di riferimento. O peggio, crede di averlo non in sé e per sé o da Dio, ma nel tipo di persona che interpreta in quel momento, e questa è una aberrazione! A me fa venire in mente le bambole pseudo senzienti alla Philip Dick (o Ghost in the Shell), poi fate voi…

 

Facciamo attenzione a casi come questi, sono persone che rappresentano una mina vagante per quanto riguarda i rapporti sociali/affettivi. 

Libertà e timore

Quanto si è detto su l'essere liberi da ansie, paure in generale.
Da un punto di vista strettamente fisiologico, gli stati d'ansia (la paura, il panico, la tensione nervosa, insomma avete capito no?) sono semplicemente nocivi. Anche a livello chimico. E questo da solo basterebbe nel ribadire l'importanza, il bisogno di liberarsi dalla paura.

Ma la guida migliore come sappiamo l'abbiamo nella Bibbia, quindi ecco dei motivi anche migliori:

1) 1 Giovanni 4:18 – Non c’è timore nell’amore, ma l’amore perfetto caccia via il timore, perché il timore esercita una restrizione. In realtà, chi ha timore non è stato reso perfetto nell’amore.

Sulla parola “restrizione” c'è una nota in calce: “correzione; freno; punizione”. Lett. “potatura”. L'applicazione di questo versetto, controllando il contesto, riguarda la “libertà di parola nel giorno del giudizio”.
Tuttavia l'uso del termine restrizione associato all'idea di correzione, freno, punizione, potatura, mi fa venire in mente un'immagine: la camicia di forza. Non altero il significato del versetto dicendo che il timore, in senso generale, ci paralizza. Questa è una verità umanamente generalmente riconosciuta. Il timore è come una camicia di forza: ci blocca, ci frena, ci è di impedimento. Pensate ai rapporti con gli altri, o in congregazione. Non sto parlando di cose che vanno contro le norme di consuetudine, convenienza, se non addirittura morali. Sto parlando di quelle cose grandi o piccole che accadono a livello di comunicazione. Non può farci bene indossare una camicia di forza mentale, qualcosa che esercita una restrizione, che castighi la nostra persona, la nostra indole, la nostra personalità.
Ma qual'è la soluzione? Essere perfetti nell'amore..! Ah quanto ci sarebbe da dire su questo… Dico solo questo: se l'amore di basa sui princìpi (agàpe) quindi di puro altruismo, volto al dare, al bene del prossimo, come si può pensare di avere contemporaneamente paura? Tutte le nostre azioni e parole saranno volte al bene, per quello che dipende da noi, quindi non c'è proprio nulla di cui temere, conseguenze o responsabilità per noi.
Allora il problema si sposta: non dobbiamo soltanto cercare di non provare paura (poveri illusi che fanno sport estremi!) o di superare le nostre paure, ma anche e soprattutto cercare di perfezionare il nostro Io facendo sì che i nostri pensieri desideri azioni sentimenti parole siano buoni. Buoni in senso lato, in senso morale.
Come dice Colossesi 3:9-10: “…Spogliatevi della vecchia personalità con le sue pratiche, e rivestitevi della nuova [personalità], che per mezzo dell’accurata conoscenza si rinnova secondo l’immagine di Colui che la creò” Quindi un processo continuo, un rinnovarsi, avvicinandosi volta dopo volta maggiormente all'ideale umano, la perfezione: essere fatti a immagine (ombra) di Dio.
Ma torniamo al timore:

2) Ebrei 13:5-6 – “…Poiché egli ha detto: “Non ti lascerò affatto né in alcun modo ti abbandonerò”. Così possiamo aver coraggio e dire: “Geova è il mio soccorritore; non avrò timore. Che mi può fare l’uomo?””

Un altro aspetto del frutto dello spirito che annulla il timore è la fede. Un granello di fede può spostare i monti, ricordiamocelo sempre. Quindi se abbiamo davvero fede diremo ai nostri timori, piccoli o grandi: “va e gettati nel mare!”, perché abbiamo la certezza che Geova ci aiuterà. Questo nelle piccole sfide quotidiane è utilissimo. Non si applica solo alla persecuzione dell'uomo, che in definitiva anche se dovesse ucciderci, avremmo forse perso tutto? Tutto ciò che abbiamo viene da Dio, e come ce l'ha dato una volta può darcelo una seconda (ricordiamo anche Giobbe). Perfezioniamo quindi anche la nostra fede. Sforziamoci di fare come Anna, che dopo aver versato le sue angosce dinanzi a Dio e aver ricevuto la benedizione di Eli: “E la donna se ne andava per la sua via e mangiava, e la sua faccia non fu più preoccupata.” Confidare in Geova non significa solo aprirgli il nostro cuore per quanto riguarda le nostre preoccupazioni, ma anche “gettare su di lui il nostro peso”. Se dopo averlo fatto continuiamo a sentire comunque questo peso, significa che c'è qualcosa che non va'!

Infine:
3) Luca 12:25 – “Chi di voi può, essendo ansioso, aggiungere un cubito alla durata della sua vita?”

La verità è che preoccuparsi non serve a nulla. Non cambia assolutamente la realtà dei fatti, non ci rende maggiormente in grado di far fronte alle difficoltà. Serve solo a farci stare male. Riflettere anche su questo ci aiuterà a liberarci un pochino di più dalle nostre paure.

Quindi, sforziamoci di seguire sempre di più le vie dell'amore e di accrescere la nostra fede in Geova percependolo per quello che è: una reale persona, un padre che si preoccupa per noi ed ha il potere e il desiderio di aiutarci. Allora i nostri passi saranno davvero liberi e leggeri.