Tutti interpretiamo dei ruoli, si sa.
Quando andiamo a lavoro, se abbiamo incarichi che comportano un certo grado di autorità o responsabilità… insomma, praticamente sempre.
Ora non possiamo stare a definire tutti i gradi di finzione che l’individuo adotta in questa o quella circostanza, né è questa la sede (non ho davvero tempo) per distinguere quali sono i ruoli che fa bene interpretare, o ai quali siamo tenuti a essere fedeli per il nostro bene e felicità, né per ragionare sul fatto che il gioco di ruolo entro un certo limite e fino a un certo livello è addirittura salutare per l’individuo.
Tuttavia bisogna spendere due parole su un pericolo che ho visto concretizzarsi in alcuni casi.
Si suppone che i ruoli che interpretiamo, in generale, non siano altro che “interfacce” o “modulazioni” o una serie di regole entro cui esprimere la nostra personalità, le nostre funzioni e attività. D’altro canto, spesso accade che l’individuo inverta la percezione di ciò che è internamente con ciò che è in superficie, ovvero scambia o confonde la sostanza con l’interfaccia, la sua vera persona con il ruolo che interpreta, la faccia con la maschera (per usare un termine già usato, vedi post sulla comunicazione, potremmo anche dire che confonde il significato interno di sé con le parole usate per esprimerlo). E questo, per quanto possa sembrare un distinguo ovvio e sottile da che Pirandello è Pirandello, fa una differenza drammatica.
Potremmo tirare in ballo a questo punto il concetto di onore. Non osate confonderlo con l’omertà. A stringere, un uomo d’onore (o una donna, ovviamente) è per prima cosa fedele a sé stesso. Non c’è onore senza coerenza. Non c’è lealtà. (un giorno parleremo a fondo anche di questo).
Ora: un individuo che non abbia ben chiaro la differenza fra sé oggettivo e i ruoli che interpreta, o si trova in uno stato di confusione mentale e psicologica, oppure il suo è un caso che rientra fra i molti i quali classifico come “psicopatici stealth”, ovvero persone letteralmente malate a livello mentale ma che appaiono perfettamente normali alla vita di tutti i giorni e anche ai conoscenti e parenti più stretti. E vi assicuro che sono molti, molti più di quelli che pensate.
Come può questo individuo attenersi a dei valori? I suoi valori cambiano a seconda delle circostanze. Come può avere certezze? Avrà solo illusioni costruite su nebbiosi concetti dato che non può ammettere l’esistenza di una verità assoluta, concetto necessario all’esistenza di tutte le verità relative che volete (si, devo aggiornare il post sulla contraddizione in termini del relativismo: “tutto è relativo” = nonsense dichiarato).
Come può una persona del genere comportarsi secondo coscienza? E’ chiaro che una coscienza non può funzionare correttamente in una mente del genere. Non ha un vero punto di riferimento. O peggio, crede di averlo non in sé e per sé o da Dio, ma nel tipo di persona che interpreta in quel momento, e questa è una aberrazione! A me fa venire in mente le bambole pseudo senzienti alla Philip Dick (o Ghost in the Shell), poi fate voi…
Facciamo attenzione a casi come questi, sono persone che rappresentano una mina vagante per quanto riguarda i rapporti sociali/affettivi.
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