Il ritorno dei Ra’Hesh

Questo è il terzo episodio (nella sequenza della trama, ma è il secondo a essere stato scritto) della saga “Menti selvagge”, che a sua volta fa parte dello stesso Arazzo di cui fa parte anche “Scynt”.

Questa storia risponde a molte delle domande che il lettore (e lo scrittore) può essersi posto durante la lettura di Menti selvagge episodio 1, ma ne solleva a sua volta molte altre.

Cliccate sui link dei capitoli: vi auguro una buona lettura, prego sentitevi liberi di commentare e/o di fare domande al sottoscritto. Tanto se siete scortesi vi censuro. 🙂

Progenie

Strenght

Mirror

Conoscenza

Eco

Tutti i capitoli (al contrario)

Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.5Epilogo (Eco)

La fusione brillava come una stella fatta di nulla in cima alla torre del proiettore. Unico essere, sorvegliava silenzioso tutta la città.
Thorium correva da un reparto all’altro, alzando il morale degli uomini e rassicurando i presidi di Saberinne. Osservò i giovani studenti prepararsi con aria determinata allo scontro.
Alis sedeva collegata al Proiettore, abbandonata su quella lunga poltroncina. Il quadro tattico appariva nella sua mente.
I barbari si facevano sempre più vicini. I loro tamburi risuonavano cupi, facendo da contrappunto ritmico al continuo rombo tonante dei Ra’Hesh in arrivo.
Per un momento tutto si arrestò: i barbari si fermarono schierati in posizione di battaglia, irrequieti. Un silenzio innaturale scese su Ayonn: un istante che parve eterno, che precedette lo scoppio.
Un boato assordante fece tremare la terra, fin nel cuore del pianeta. Nel cielo divenne visibile un incomprensibile alone di luce, mutevole, una sorta di aliena e assurda aurora diurna.
In quel momento, si scatenò l’attacco. I barbari presero ad avanzare urlando contro il proiettore, deviando sotto la spinta del terrore generato dalla macchina nelle loro menti. Le truppe di fanteria a un ordine di Alis lasciarono le loro postazioni per passare al contrattacco. Armati di armi stordenti, si avventarono con la furia di uno sciame di insetti contro gli attaccanti, devastando le fila nemiche. Thorium intravide i giovani barbari che avrebbero dovuto essere ai suoi ordini cadere fra i primi.
Ma non così i Ka’Rast. Immuni al campo generato dal proiettore, avanzavano spediti a frotte intorno a una buona metà della città.
A un pensiero di Alis i presidi si slanciarono contro le creature. Quindici studenti per ogni preside, per un totale di novanta giovani ragazzi e ragazze, affrontarono le creature, in netto svantaggio numerico. Impegnarono sei Ka’Rast diversi, ingaggiando con loro un duello che esulava dalla comprensione di qualsiasi guerriero comune. Ma le creature erano molte di più. Thorium non ebbe bisogno di udire il comando di Alis per slanciarsi come una furia all’attacco. L’Arma volò nelle sue mani, ancora scissa nelle due metà. Chiazza indistinta di colore sul terreno, era l’unico che i Ka’Rast avevano davvero motivo di temere. Ad ogni colpo uno di quei mostri finiva squarciato in due o trapassato in più punti o
letteralmente esplodeva sotto il sopraffacente potere di quelle spade e di colui che le brandiva. Thorium continuava a combattere, dimentico del tempo e della fatica, mentre i Ka’Rast continuavano ad accorrere. I gruppi di studenti, che pure avevano fatto un ottimo lavoro fino a quel momento, furono sopraffatti dalla schiacciante superiorità numerica del nemico. Corsero ai ripari, all’interno del proiettore. Mentre i barbari si disperdevano, qualcosa nella fusione soprastante la città cambiò. Alis raggiunse i difensori col pensiero, ordinando la ritirata. Ma non per Thorium. Continuò ad eliminare un nemico dopo l’altro, ignorando se qualcuno l’avesse colpito o meno.
Dal cielo scesero scie colorate di luce. Si fermarono a terra, forme indistinte di energia luminosa, chiazze di vapore che ricordavano un corpo di alieno. I Ra’Hesh erano scesi su Noi-Hert. Thorium ebbe appena il tempo di curarsene.
L’unico essere completamente riforgiato che le due gemelle avevano originato si contrasse e si espanse nello stesso momento, intrecciando la sua energia con quella dello scudo del Proiettore. L’aspetto della cupola di energia cambiò. Rifulse, impedendo la vista della città dall’esterno. Thorium continuava a lottare, mentre alcuni Ra’Hesh cavalcando Ka’Rast si avventavano sullo scudo correndovi sopra in direzione della fusione delle gemelle. Thorium se ne avvide e balzò anch’egli sullo scudo correndo veloce su di esso come se stesse pattinando sul ghiaccio con dei razzi legati ai piedi.
A ogni colpo un nemico cadeva, andando a sfrigolare sullo scudo, dissolvendosi lentamente. Sempre più creature circondavano lo scudo, tutt’intorno alla città, e sempre più di loro riuscivano a inerpicarsi su per lo scudo, nonostante il muro difensivo rappresentato da Thorium, e riuscivano pian piano a farlo arretrare, avvicinandosi bramosi e affamati alla fusione. Thorium capì che volevano assimilare le sue sorelle. Poteva vagamente immaginare cosa potesse significare per loro un piatto del genere. Con rinnovata energia riprese a volare intorno, falciando a dozzine gli assalitori.
Ma loro erano troppi, veloci, e forti. Si fecero sempre più vicino, finché giunsero in vista della fusione. Fu allora che qualcosa di nuovo cambiò nelle gemelle e nella realtà loro, anzi, a sé, circostante.
Un rapido lampo di energia scaturì dalla stella di nulla sospesa sopra di loro,
portando all’inesistenza un Ra’Hesh e la sua cavalcatura, in quell’universo, in una frazione di secondo. Thorium ebbe tempo di stupirsi, mentre continuava il suo ballo intorno alla stella, vago pianeta orbitante intorno al doppio sole.
Un altro lampo seguì. E poi un altro. E un altro ancora. Dopo qualche minuto i lampi erano incessanti. La stella vibrava continuamente scagliando intorno a sé la sua forza in raggi possenti, come una versione enorme e sovrapotenziata di quel gioco per bambini.
Centinaia di assalitori venivano annullati ogni secondo, in un tempo dilatato, dall’azione congiunta della stella e di Thorium reso quanto mai potente dalla vicinanza delle sorelle.
Continuarono la loro furente lotta per un tempo infinito, accerchiati sempre più da quel ammasso di luci affamate bramose di distruggerli.
Ormai combattevano a contatto, Thorium danzante attorno alla stella, quasi ferito dalla sua energia, e gli alieni tutt’intorno, e sopra di loro. Alcuni colpi raggiunsero Thorium, esplodendogli dolore come mai prima. Altri raggiunsero la stella, che si illuminò in quel suo modo privo di luce ancor più vivamente, scagliando indietro e annientando mucchi di Ra’Hesh. Ma nulla sembrava scoraggiare o arginare quella tremenda carica.
Nonostante i loro sforzi, stavano per essere sopraffatti. Erano ormai ricoperti da metri di esseri luminosi, accalcati l’uno sull’altro. La luce della stella era quasi oscurata, ricoperta com’era di fauci che si accingevano a inghiottirla.
In un attimo, il tempo parve fermarsi, per Thorium. Si ritrovò a fissare uno di quei Ra’Hesh, in quello che lui pensava dovesse essere il suo viso. Scorse, con l’occhio della mente, gli occhi malvagi del nemico, e poi, più oltre, il suo mondo di provenienza. Allora capì.
Un semplice riflesso, e la spada tornò a essere una nelle sue mani. Chiuse gli occhi, e strinse l’elsa, tenendo la lama verso il basso. Poteva percepirne la struttura interna, ogni suo flusso energetico, finché li sentì, distinti di fra i materiali appartenenti a quell’universo di cui era costituita il resto dell’Arma. I cristalli di Kurush fremevano nella sua spada, pronti per il loro ultimo utilizzo.
Thorium si contorse, e mentre la mente delle sue sorelle stava per venire risucchiata via, confisse la spada proprio sotto di loro, sul punto più alto della torre del Proiettore, dove una fessura si aprì con la massima
naturalezza ad accogliere la chiave di volta dell’intero meccanismo, portando a compimento l’opera e il sogno di Kurush.
Un impulso di energia come non potevano immaginarsene di simili esplose e dilagò nella sua onda d’urto al centro della stella di Shin e Shad. Gli alieni furono spazzati via, respinti indietro come formiche e dissolti senza ritorno.
Si aprì un varco, e Saberinne rispose al richiamo, seguita da Kriss. La stella, ora, più che raddoppiata nelle dimensioni, era inarrestabile. Raggi di energia inesistente inondarono la pianura di Ayonn, sterilizzandola completamente, finché non rimase alcuna traccia di un ipotetico invasore.
Quindi la stella, Nothing Star, si contrasse un’altra volta, e poi, attingendo energia da tutto il Proiettore, che cantava nella gioia del suo utilizzo totale, fin nel centro del pianeta, si scagliò in alto, una colonna inarrestabile che trasse con sé Thorium e attraversò il Titano in attesa sopra l’atmosfera, squarciandolo in due.
Un altro varco ora era aperto, e definitivamente stabile. La multi-fusione vi cadde dentro, attraversando la sottile parete che separava l’esistenza, i sogni e le vite. Un altro universo li attendeva.
Dal buio. Un emersione, dal nulla. La via che lo stesso Titano Ra’Hesh aveva battuto, percorsa al contrario.
Un mondo. Il mondo di Hesh. Di nuovo, miliardi di Ra’Hesh li attendevano. L’altra parte del Proiettore li aspettava, fornendo loro un approdo in quel mare senza direzioni.
La multi-fusione si sciolse, con quel lento, prolungato dolore, finché tutti i componenti della famiglia non riacquistarono senso quali singoli individui.
Sotto di loro un mare di luci. Dell’energia saliva dal Proiettore di Hesh condensandosi sotto i loro piedi, permettendo loro di camminare.
Un Ra’Hesh salì rapido verso di loro, agile creatura degli abissi in un mare senza tempo.
Ben arrivati, infine – disse nelle loro menti con quello che poteva essere un inchino mentale.
Lo spettacolo era inimmaginabile a qualsiasi mente umana. Così tacquero, offrendo semplicemente i loro pensieri e sensazioni ai loro ospiti.
Il progetto è stato portato a termine. Il sogno di Kurush e degli antichi Ra’Hesh, il sogno di tutti noi, è divenuto realtà. – Li trasse con sé in una scia nebulosa di luce. Volteggiarono insieme in quell’atmosfera priva di aria. Giunsero nel cuore del Proiettore, così simile anche nella sua diversità al suo gemello su Noi-Hert.
Lo sentite? – il Ra’Hesh indicò loro il nodo pulsante, la stella multicolore che brillava più di qualsiasi luce artificiale – Uno scambio. Ciò è equo. Interazione. Collaborazione. Avvertite il vostro universo, al di là dello specchio.
E in qualche modo lo sentirono, tutti, anche Thorium.
I due Proiettori cantano insieme, proiettando l’energia inutilizzata delle psicomasse di appartenenza l’uno nell’altro.
Matrici quantiche? Cristalline? – trovò la forza di chiedere Thorium, memore di ciò che aveva visto nella proiezione di Kurush.
Anche – annuì la creatura – Non temere. Ora che il collegamento è stato instaurato, esso è definitivo. Nessuna nozione, nessuna tecnologia andrà perduta.
Volteggiarono di nuovo in alto, in una danza che non potevano capire.
Abbiamo intrecciato i destini delle nostre due razze, accomunate dal sogno.
Dal sogno?
Voi direste capacità mentali. Nella nostra forma di comunicazione il termine che usiamo corrisponde proprio al vostro sognare.
– Ogni volta che modifichiamo la struttura dell’universo… – iniziò Shad.
…è come se un nostro sogno divenisse realtà! – terminò Shin.
Il Ra’Hesh annuì, sereno. Poi protese la sua energia, e altri suoi simili accorsero, cantando un inno senza suono, acclamando gli umani.
La cosa ancora più definitiva che abbiate ottenuto è la nostra gratitudine. Vi dobbiamo la vita.
Kriss osservava assorto la scena, e Sabrina si guardava intorno meravigliata. D’un tratto, il suo sguardo sembrò ricordare Saberinne, occhi color del mare e degli smeraldi, lucidi.
Finalmente questo significa pace. – disse.
Il Ra’Hesh chinò mentalmente il capo, esternando dolore. Si vergognavano della condotta dei loro malvagi simili che ben due volte avevano avuto l’ardire di affrontare gli umani.
Dopo un tempo fatto di secoli senza anni il loro ospite parlò ancora.
– Ora potete tornare. Un lungo lavoro vi attende.
Pensarono a quante cose avrebbero avuto da raccontare, e da spiegare.
Allo studio del fenomeno dello scambio psichico fra due universi, alle sue applicazioni.
Alla vita che le aspettava.
Ad Alis.
E fu allora che con cuori trepidanti si accinsero a tornare da dove erano giunti, contemplando gli arcani arazzi che il tempo, aurora multicolore, intesse nei sogni, di sogni.

Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.4 (Conoscenza)

Iliar giaceva addormentato, supino, col capo poggiato su una roccia concava e liscia. Lo osservarono svegliarsi, lentamente. Aprì gli occhi, sbattendo più volte le palpebre. Fu felice alla vista delle due sorelle.
– Che è successo?
– Ce l’abbiamo fatta, Iliar – dissero all’unisono.
Il nano si accese di tutti i colori mentre rideva e si guardava intorno, vedendo rifiorire tutta la sua grande isola. Saltellò loro intorno parlando nella sua lingua incomprensibile. Quando ritrovò il controllo disse:
– Voi fatto grande magia! Questo è un giorno felice per Nat! Tempest dorme! Profezia era vera! Yiiii! – ricominciò a saltare e a ridere e a illuminarsi di vari colori. Si calmò dopo un po’ sotto lo sguardo strano delle gemelle.
– Che c’è? – chiese loro.
– La nostra missione qui è compiuta… – disse Shad.
– …ora il nostro destino è altrove. – concluse Shin.
– Significa voi va via?
Le gemelle annuirono. Il nano abbassò la testa triste, gli occhi lucidi.
– Io felice lo stesso! – esclamò guardandole quasi piangendo, battendosi una mano sul petto – Ora posso morire felice!
Lo guardarono per un attimo. Non avevano neanche più bisogno di scambiarsi i pensieri. Ormai il loro pensiero era lo stesso, composto da entrambe le loro menti.
– Tu non morirai! – dissero ridendo, poi lo presero per mano, una da una parte e una dall’altra, la spada nel centro.
– Che ne dici di venire con noi? Porterai quest’altra grande storia alla tua gente.
La gioia sul volto del nano era impossibile da descrivere a parole. Emanò luce come mai aveva fatto prima, e non riuscì a trovare neanche lui parole adatte. Le gemelle sorrisero, poi si abbandonarono l’una nella mente dell’altra. La loro posizione nel tessuto spazio temporale di quell’universo variò in un flusso di energia senza precedenti, che cancellò la loro esistenza dal lì e allora portandole ad Ayonn nello stesso momento. L’impetuoso torrente mentale riconobbe il suo stesso sangue poco più in là, richiamandolo a sé.
Erano di nuovo tutti lì, Shin, Shad, e Thorium. Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro, parlandosi con la voce e con la mente, esprimendo decine di concetti e di emozioni allo stesso tempo. Dopo qualche minuto si calmarono e si osservarono con più distacco.
– Però Thor, sei cresciuto… – disse Shad dopo aver finto di esaminarlo da capo a piedi.
– Voi due lo siete solo in bellezza. – rispose lui sorridendo con un leggero inchino.
Stavano ancora ridendo quando Alis si avvicinò loro.
– Bentornati! – li salutò allegramente.
– Alis! – esclamò Thorium scorgendo la sua amata. Corsero l’uno nelle braccia dell’altro, e rimasero così per lunghi attimi, parlando la lingua segreta degli innamorati, per poi scambiarsi un lungo bacio, incuranti dei presenti.
– Vedo che avete svolto i vostri compiti con successo – disse Alis, mentre sedevano nel salotto della residenza di Thorium. Avevano passato le ultime ore raccontandosi tutto quello che avevano vissuto.
– Certo ancora non sappiamo di cosa si tratti esattamente… – disse Thorium.
– Sai, ho anch’io avuto l’impressione che l’Anziano non ci abbia detto tutto. – disse lei dopo una breve pausa.
– Davvero? – fece lui, alquanto sorpreso – E… di cosa potrà mai trattarsi?
– Non lo so… Però un particolare del tuo racconto ha colpito la mia attenzione – proseguì lei – Quando hai parlato del dialogo di Radjer con la misteriosa entità, questa ha menzionato la parola “Titano”…
– Quindi?
Iliar saltava con lo sguardo dall’uno all’altra cercando di capire qualcosa. Le gemelle ascoltavano in silenzio.
– Non so bene perché, ma questa parola risveglia in me qualcosa… E’ poco più di una sensazione… Come se si trattasse di qualcosa che dovrei sapere…
– Se siamo giunte qui… – disse improvvisamente Shin.
– …è senz’altro per uno scopo – concluse Shad.
Le osservarono per qualche istante in silenzio. Poi Thorium sembrò illuminarsi.
– Il Proiettore!
– Il Proiettore? In che modo può tornarci utile? – chiese Alis.
– Non lo so… – disse Thorium – però sento che dovremmo fargli una visitina.
– Allora dovrete fare in fretta – il sindaco interloquì affacciandosi all’interno dalla finestra senza vetri – I preparativi per la difesa fervono. Fra un paio di giorni al massimo è previsto l’attacco. Non abbiamo molto tempo per altro. – il suo tono era grave – Quando volete, comunque, avrete libero accesso alla struttura. – detto questo, scomparve in tutta fretta, col comunicatore personale che non aveva smesso un attimo di squillare.
Si guardarono l’un l’altro, finché Thorium disse:
– Allora muoviamoci.
Procedevano spediti per la via principale di Ayonn. Il sole stava tramontando, intrecciando riflessi arancione nella particolare trama energetica del Proiettore. Le ombre degli alti alberi simili a palme erano ormai lunghe. I loro passi risuonavano secchi sul selciato. La maggior parte delle finestre che davano sulla strada erano serrate, gli orti abbandonati, le allegre fontane spente e le piazze, di solito festanti, deserte. Erano ormai secoli che anche l’ultima traccia della vecchia decadente Ayonn era sparita: l’attuale stato di ansiosa diffusa preoccupazione non faceva che richiamare melanconicamente l’attenzione sulla bellezza della città.
Una sirena squillava, spargendo il suo avvertimento. Vecchi, donne e bambini sciamavano per le vie della città, cercando rifugio negli scantinati e nel vecchio Municipio. Gli uomini stavano montando le postazioni difensive. Thorium ricevette un messaggio dal sindaco.
– Spiega il piano difensivo – disse agli altri – Lungo l’orlo dello scudo generato dal proiettore, specie a Est, poi a Nord e a Sud, verranno posizionate le truppe di fanteria e le postazioni di artiglieria. La “solita” procedura.
– Non credo potranno molto contro questi Ka’Rast di cui ci hai parlato – disse Shad.
– Lo penso anch’io. A questo scopo sono state organizzate le squadre di difesa mentale… Coordinate dai presidi di Saberinne, includono anche tutti gli studenti fino al primo anno di corso superiore…
– Così giovani? – esclamò Shin.
Iliar arrancava dietro di loro trascinando la pesante spada, avvolta dentro dei cenci. Non l’aveva voluta cedere a nessuno.
– Io da’ Thorium quando è il momento – ripeteva.
L’ingresso che Thorium impiegava per accedere al Proiettore si trovava sul tetto del vecchio municipio. Sembrava una semplice porta, ma al suo interno celava un meccanismo di riconoscimento impenetrabile. Thorium si concentrò sul suo funzionamento finché il Proiettore riconobbe la sua mente e diede alla porta il comando di aprirsi. Scivolò di lato, rivelando un corridoio buio. Subito si illuminò della luce di molte lampade a fluorescenza che si accendevano sfarfallando quando vi passavano accanto. Mostrarono che il corridoio era in effetti più lungo di quanto pensassero.
Tutti, eccetto Thorium, si guardavano intorno incuriositi. Il funzionamento di tutti quei macchinari non gli era affatto chiaro.
– Quello è il banco di lavoro – disse Thorium indicando un vasto ambiente. – E’ lì che lavoro alle mie invenzioni. Le nostre armi sono state forgiate lì, invece – disse indicando un angolo che non aveva esattamente l’aspetto di una forgia.
Milioni di lucette lampeggianti e di circuiti ronzavano o si riempivano di flussi di fotoni intorno a loro. Quando giunsero alla fine del percorso Thorium disse:
– Questa era la parte recente, quella che ho aiutato a costruire negli ultimi cinquecento anni circa…
– Bel lavoro, fratello… – dissero Shin e Shad. Alis sembrava veramente disorientata.
– Non avevo idea… – cercava di dire, ma Thorium l’interruppe.
– Oh, ma non avete ancora visto niente… – aprì la porta, e furono di nuovo all’aperto.
Un enorme struttura sorgeva dal tetto piano dell’edificio, vasto come molte piazze adiacenti. La torre di pietra e metallo saliva in alto, fino al culmine della cupola energetica, quanti metri più in alto? Cento? Difficile a dirsi. Si trovavano proprio sotto il bulbo di correnti che si dipanavano in quell’intricato gioco teso a creare la bolla difensiva. Le gemelle si trovarono a fissare il punto più alto, scintillante alla luce del tramonto.
– Cosa c’è lassù? – chiesero.
– Una sorta di terrazza sospesa… Per la manutenzione. Si accede
direttamente al terminale di proiezione. Ma non ne so molto, del suo funzionamento… Ormai sono secoli, forse millenni che nessuno se ne cura più.
– Vuoi dire che non sai cosa c’è? – chiese Alis.
– Beh…
Iliar improvvisamente si avvicinò.
– Ora io do spada.
– Non ora Iliar, non è il momento… – disse Alis.
– No – la guardò fisso. Si stupirono del suo sguardo. Ora è momento.
Svolse l’arma dagli stracci, evitando anche solo di toccarla per non ferirsi.
Le gemelle sospirarono, quindi presero la spada, senza riceverne danno alcuno, e la porsero al fratello.
– A te Thorium, figlio di Kriss, viene consegnata l’Arma – dissero in una sola voce. Thorium la prese, sostenendone l’inaspettato peso. Avvertì una corrente attraversargli il corpo dalla lama al cervello e poi di nuovo indietro. Gli sembrava di conoscerla da sempre. Non era esattamente così che se l’era immaginata. Se l’era fatta descrivere migliaia di volte dal padre, ma non c’erano parole sufficienti. Credeva si sarebbe trovato davanti a una lama comune, o come quelle di Saberinne, ma la realtà smentiva ora queste idee. Non riusciva neppure a scorgerla veramente, la lama. Sembrava costituita puramente da luce, ma non era propriamente quello il termine adatto. Riluceva, questo sì… Poteva percepirne la forza, e anche il filo più tagliente di qualsiasi materiale potesse essere affilato. Ma non era luce. Come l’altra parte di lama. Sembrava di guardare direttamente nel nulla. Più oscuro della notte, più freddo del vuoto, senza peso eppure pesantissimo.
Le due parti si intrecciavano l’una all’altra in perfetto equilibrio, senza prevalere mai l’una sull’altra.
– Thorium! Thorium, guardami! – era Alis. Lo chiamava, da lontano. Si sforzò di alzare lo sguardo, fino a incontrare quello di lei.
– Sì?
– Ti senti bene? Quella spada ti è entrata nella mente… Sono almeno dieci minuti che la fissi…
– Credo sia normale… – disse lui.
– Normale? Che intendi dire?
– L’Arma ha riconosciuto il prescelto che deve brandirla. Ora sono una sola
cosa. – intervennero le gemelle, parlando di nuovo all’unisono. Alis non riusciva a guardare nelle loro menti… Stavano cambiando. Di nuovo, e in maniera maggiore. Riusciva a percepire il potenziale enorme che si agitava al di sotto della superficie impenetrabile, ma non riusciva a capacitarsi di cosa si trattasse. Non poteva rompere il guscio per osservare l’interno… E non ci sarebbe riuscita, neanche volendo.
– Io non so… – disse Thorium, ma tacque improvvisamente. Persero di nuovo il contatto con lui.
L’energia scorreva fra le sue braccia e la spada senza sosta, parlando senza parole. Strinse l’elsa fra le mani congiunte, abbandonandosi dentro di lei. Che razza di manufatto poteva essere? Tutto ciò andava oltre ogni sua immaginazione. Quante volte aveva sognato quel momento, senza mai credere che sarebbe potuto succedere davvero!
Avvertì la spinta di circostanza fra lui e l’Arma, unico corpo, unico pensiero. Allontanò le mani, separandola in due.
Lo fissavano sgomenti. Aveva separato le due metà! Nella destra la luce, nella sinistra la tenebra.
– Come ci sei riuscito? – disse Alis dopo aver ritrovato l’uso della parola.
Thorium non rispose, la guardò senza trovare parole. Non c’erano parole.
– Non so combattere con un’arma a due mani… – disse, semplicemente, dopo qualche istante. Dopodichè le ripose fulmineo dietro la sua schiena, dove disparvero alla vista.
– Ora possiamo andare – concluse, una nuova luce negli occhi, remota.
Entrarono nella torre di alti archi di pietra e tubazioni di acciaio. Almeno questo era l’aspetto che presentava.
Iniziarono a discendere nel pozzo oscuro, illuminato di una fioca luce rossa, una lunga, interminabile scalinata che spiraleggiava, addossata alle pareti esterne. All’interno del pozzo continuava la lunga serie di misteriose apparecchiature, simili a un grosso missile all’interno di un silo. In alto, molto in alto, brillava debole e lontana una luce. L’energia vibrava intorno a loro.
– Cos’è? – fece Alis alle gemelle.
– Lo senti anche tu? – chiese Shin.
– Puoi scommetterci! Non ho mai percepito niente del genere…
– Ehi, dev’essere qualcosa di grosso… Lo sento distintamente anch’io.
– confermò Thorium che continuava a fare strada. Alle sue spalle Iliar:
– Io… preoccupato. Paura no… Preoccupato. Sì, parola giusta, preoccupato… – andava ripetendo mentre scendeva.
– E’ la struttura stessa dell’universo che è in tensione… E c’è anche dell’altro. Ricordate il segnale che percepii quella notte? Ora rimbomba così forte che potete sentirlo tutti.
– Scale non finiscono mai? – chiese Iliar.
Dopo qualche minuto di discesa Thorium parlò.
– Qui sotto c’è il terminale di accesso secondario.
– No, Thory, dobbiamo andare più giù.
– D’accordo. Nessuno sa cosa vi troveremo… La struttura del proiettore si estende fino al nucleo del pianeta e nessuno ha mai trovato una mappa completa di tutti i percorsi… Io stesso mi sono perso, un paio di volte.
– Andiamo, allora – disse Alis.
Oltrepassarono una stanza piena di cavi in cui c’erano le due poltrone dalle quali ci si poteva collegare al sistema del Proiettore, quelle che Thorium usava, di quando in quando.
Scesero lungo un buio tunnel apparentemente senza fine. Si ritrovarono in un ambiente oscuro, illuminato fiocamente da quella luce rossastra, pareti e pavimento di metallo.
– Eccoci nei sotterranei.
Le gemelle si guardarono intorno.
– C’è un modo per andare più in basso? – chiese Shin. – Proprio sotto di noi?
– Ascensori – indicò Thorium. Si stiparono dentro uno dei due piccoli ascensori metallici, e Thorium abbassò la leva fino all’ultima posizione. Con un rumore metallico e un ronzio elettrico l’ascensore si azionò, iniziando a discendere in quelle profondità per lunghi minuti. Forse ore. Ad un certo punto Thorium disse, rompendo il silenzio:
– Non sono mai sceso più di così…
E continuarono per un tempo altrettanto lungo, finche l’ascensore si fermò, in una stanzina spoglia, con qualche pannello in disuso e cavi esposti estratti dalla parete. Tutto era ricoperto dalla polvere. La pulsazione era notevolmente aumentata.
Shin e Shad scesero dalla cabina metallica. Gli altri le seguirono. Si scambiarono uno sguardo, dopodichè Shin sollevò di qualche metro l’ascensore vuoto. Shad avanzò nel vano, appoggiando entrambe le mani sulla parete spoglia di cemento e metallo.
– Alis, aiutami, anche tu Thor… – disse, ad occhi chiusi.
Iliar li osservava in preda al panico come fossero tutti impazziti. Si raggomitolò in un angolo sperando che Shin non facesse cadere la cabina. Shad era appoggiata al muro. Alis e Thorium si stringevano le mani e avevano gli occhi chiusi. Stavano pregando?
D’un tratto una vibrazione permeò l’aria, e la parete luccicò come fosse liquida, quindi sparì, dissolvendosi come nebbia al vento, lasciando libero il passaggio per una persona. Si infilarono lì dentro uno dopo l’altro.
Sbucarono in una sala circolare, illuminata con delle luci azzurre. L’area centrale era delimitata da una balaustra, la quale vi impediva l’accesso. Ma era vuota.
– Qui c’è tutto quello che dobbiamo sapere… – dissero le gemelle, mentre i congegni nascosti nelle pareti e nella roccia si attivavano, e una luce compariva a mezz’aria dinanzi a l’oro, emettendo raggi e suoni via via sempre più coerenti, fino a proiettare una scena precisa dentro le loro menti.
E loro assistettero.
PROIEZIONE

Kurush camminava nervoso sul marciapiede abbandonato. Difficilmente avrebbe incontrato qualcuno, al di fuori di qualche spacciatore che si nascondeva o qualche prostituta addormentata o peggio qualche malato terminale.
Alzò la testa, osservando il traffico aereo sopra di sé sciamare nella città. Nessuno sembrava seguirlo. Bene.
L’edificio doveva essere aldilà del prossimo isolato. Non vedeva l’ora di portare a termine il suo compito.
Tutto era cominciato col primo “Contatto”. Anzi, in realtà leggermente prima. Ricordava la prima volta che gli era successo: stava volando sull’Aeromoto nella sua città natale per recarsi a Palazzo, quando aveva ricevuto la visione: davanti agli occhi della sua mente si era formata una scena che non poteva venire dall’interno. Un vasto mondo scorse sotto di sé, un mondo luminoso che lo chiamava, con una certa preoccupazione, per giunta. La preoccupazione subito seguente era poi stata schivare la lunga serie di aerobus e aeromacchine che minacciavano di schiantarglisi addosso. Si era distratto ed era finito contromano. Cosa per altro assai improbabile.
Svoltò l’angolo. Si guardò intorno accertandosi che non ci fosse nessuno. Solo dei grossi ratti, in un cumulo di immondizia abbandonata. Poteva avvertire le loro deboli menti. Perfetto, ora non rimaneva che entrare e piazzare il dispositivo.
Altri incidenti si erano poi verificati. Una volta stavano parlando nel salotto di un altro Mentale come lui. D’un tratto Kurush aveva cominciato a far svolazzare tutti gli oggetti presenti nella stanza, con grave e immediata irritazione da parte del padrone di casa, che iniziò ad agitarsi per la stanza cercando di bloccare gli oggetti mentre esprimeva la viva preoccupazione di poter essere scoperti dalla Polizia. Il tutto se vogliamo era reso più comico dal fatto che Kurush continuava a esclamare:
– Non sono io! Non sono io! – ottenendo solo di far precipitare la situazione. Più tardi ebbero modo di stabilire che in effetti non era stato lui, o per lo meno non coscientemente, ma che “qualcun altro” aveva agito suo tramite.
Forzò la serratura della vecchia porta sgangherata. Si bloccò, quindi dovette sfondarla. Non che richiedesse troppo sforzo. Erano anni che nessuno veniva più lì. Il rumore non richiamò nessuna attenzione. Scivolò silenziosamente
all’interno, riaccostando la porta. Strinse il dispositivo che portava infilato nelle tasche interne della giacca. Non lo riteneva un lavoro adatto a uno come lui. Era proprio una di quelle cose da spie, di quei vecchi film semi-censurati dall’Impero. Sospirò, pensò a Meenah, e si fece forza. Doveva farcela.
Dopo la visione e l’incidente telecinetico ne seguirono molti altri, di minore entità. Vedeva spesso le cose nei sogni. Con l’aiuto degli altri ricercatori mentali erano riusciti a rintracciare la fonte di quei messaggi.
E la verità li aveva sconvolti. Tutti.
E a causa di tutta quella storia ora si trovava lì, a piazzare un dispositivo omologante (peraltro altamente illegale, e sconosciuto all’Impero intero) all’interno di quella vecchia torre telefonica abbandonata. E non era che uno di una lunga serie. Era a causa di questo che aveva dovuto occuparsene lui. Tutti gli altri esperti mentali impiegati in quelle missioni erano stati catturati dall’Impero, e presto sarebbero stati giustiziati. Non che avesse molta importanza, comunque.
– Guarda dove vai, imbecille!
Lottò per riportare l’aeromoto sulla giusta traiettoria. Con vari sforzi riuscì a non farsi ammazzare. Atterrò per riprendere fiato.
Si era trovato aldilà dello spartitraffico magnetico. Com’era stato possibile? Un attimo prima stava guidando nella sua corsia…
Improvvisamente tutto gli tornò alla mente. La visione. Non conosceva parole per descriverla. In un attimo gli si erano parati dinanzi secoli di storia. Una storia sconosciuta. Anche ora, mentre ci pensava, si ritrovò a fissare il muro antistante per diversi minuti. La sua attenzione fu risvegliata da un droide pulitore. Si tolse di mezzo per non ritrovarsi fradicio dalla testa ai piedi. Il piccolo e squadrato veicolo continuò nel suo percorso.
Non capacitandosi ancora di quanto era successo, riprese la strada per il suo luogo di lavoro, una squallida clinica statale.
– Buongiorno signor Steel – la sua segretaria lo salutò in tono distaccato, quasi di disprezzo. La sua espressione, il modo in cui lo sbirciava da sopra il bordo degli occhiali, la sua stessa postura, non facevano che urlare quanto la giovane donna volesse trovarsi da qualche altra parte. Guardò nella sua mente, una volta di più. Lo disprezzava. Non riusciva a trovare una motivazione concreta, i suoi pensieri erano così confusi.
– Potrebbe essere una spia del governo – disse una voce dentro di sé. Allontanò il pensiero lasciando la sua cartella sulla scrivania e rifugiandosi nel suo piccolo e squallido ufficio con vista sulle piatte, sterminate colture al di fuori della frenetica città.
– Chi abbiamo oggi? – chiese alzando la voce per farsi sentire nell’altra stanza.
– Solite storie… – rispose la segretaria biascicando l’ultima parola mentre masticava un chewingum. Dopo qualche secondo, in qui con ogni probabilità aveva spiaccicato la cicca sotto la sua scrivania, la ragazza continuò – un altro di quei disadattati cronici che ci sono tanto cari – il suo tono era ora palesemente falso. Il soggetto doveva essere entrato in studio. Infatti la segretaria si alzò, Kurush udì il suono secco che producevano le sue scarpe sul pavimento sintetico. Quindi introdusse il “soggetto” nello studio di Kurush.
Il volto era celato. L’abbigliamento era tutto fuorché comune. Kurush non era proprio un esperto di mode, sebbene dovesse tenerne conto a causa del suo lavoro, ma non correva il rischio di sbagliarsi definendo il quadro assurdo.
A cominciare dal cappuccio, calato fino oltre il naso. Celava completamente il volto. Solo il mento, si scorgeva. E in qualche modo lasciava visibili i capelli, sulle spalle, di un colore indefinibile cangiante fra il nero e il viola metallizzato a seconda dell’angolo di incidenza dei raggi di luce che li colpivano.
Indossava una specie di tunica che scendeva, lacerandosi durante il percorso, fino ai piedi, che calzavano un paio di grossi scarponi neri da operaio – erano passati di moda da oltre dieci anni, un secolo circa dopo che l’ultimo uomo li aveva effettivamente indossati in un cantiere – le mani erano guantate, in pelle di qualche animale, sicuramente sintetica. Dalla corporatura e dalla scelta del vestiario poteva sembrare un giovane ragazzo, ma fu con sorpresa che al primo tocco mentale di Kurush la sua mente si aprì rivelando la giovane donna che si nascondeva lì sotto, da qualche parte.
Non provò neanche a chiederle di togliersi il cappuccio.
– Immagino tu sappia perché sei qui… – fece lui, per la prima volta nella sua vita disorientato.
Lei tacque.
– Se vuoi accomodarti… – le indicò un lettino. Lei rimase immobile dov’era. Sembrava di cera. Lui le si avvicinò, le passò una mano davanti agli occhi
per assicurarsi che lei potesse vedere, senza ottenere alcun risultato. Le diede le spalle, e in quell’istante lei saltò sulla scrivania e si accoccolò lì sopra, a gambe incrociate.
– E’ un bel posticino, Kurush – gli disse senza preamboli, il tono indecifrabile. Lui si congelò in quello che stava facendo, poi si voltò, ripresosi dallo stupore.
– Ci conosciamo?… – lei immobile. Dopo due secondi alzò la mano e indicò il tesserino che portava sopra gli abiti. C’era scritto il suo nome.
– Accidenti – disse lui. Poi si sedette sulla sedia davanti la scrivania, dove di solito si accomodavano i “pazienti”.
– Si suppone tu dovresti psicoanalizzarmi o qualcosa del genere?
– Quella è l’idea, più o meno.
Lei rise. Una risata cristallina, leggera come l’aria che ormai era sparita ovunque, satura di agenti inquinanti.
– Piacere – gli disse, porgendogli una mano, senza guanto, perfettamente curata – Meenah.
Fu colto leggermente alla sprovvista, quindi allungò una mano e strinse quella di lei. Aveva una bella stretta, non troppo forte, non troppo floscia.
– Sai, sei un tipo divertente… – doveva riuscire a osservarlo attraverso il tessuto del cappuccio.
– Ora, siccome sono di buon umore, voglio fare un favore a te e tutti gli altri qui, compresi quelli che mi hanno spedito in questo triste posto… – e dicendo questo si sdraiò sul lettino.
– Avanti, prima ce la sbrighiamo prima me ne vado – disse facendo un gesto rapido con la mano.
Il cappuccio era risalito leggermente, scoprendo parte della bocca. Kurush si ritrovò a fissarla per diversi istanti. Quando si riprese recuperò in fretta una sedia di plastica e si sedette lì a fianco. Si domandò quanto quel lavoro avesse un senso e quanto fosse effettivamente utile, poi rammentò che era solo una copertura, nonché l’unico lavoro per il quale i suoi studi (quelli legali, naturalmente) potessero abilitarlo.
– Meenah, giusto?
– Ok.
– Dunque… – osservò la scheda che la segretaria gli aveva preparato – voti bassi, rapporti sociali di dubbia entità o rilevanza, sospetto di attività illecite e possesso di stupefacenti illegali…
– Ehi, quella è una cavolata! – lo interruppe.
Lui la guardò sorpreso. Di solito non reagivano così.
– Cosa, esattamente?… – chiese, abbassando il tono di voce.
– Io non spaccio!
– Ah.
– Puoi scommetterci.
– Ok…
– Capito?
– D’accordo, va bene! Facciamo che i nostri addetti alla compilazione del modulo si sono sbagliati…
– Così va meglio.
– Allora, sai dirmi qual è esattamente il problema?
– Cosa?
– Prego?
– Non dovresti essere te a dirmelo?
Kurush sorrise. Si sporse verso di lei, guardandosi intorno con aria cospiratoria.
– Ti dirò un segreto… – le sussurrò – …non ho ancora capito che accidenti mi ci hanno messo a fare qui! Penso che l’unica cosa utile che posso fare è ascoltare qualche “disadattato sociale” come dicono loro e cercare di dargli suggerimenti su come rendere le sue scelte personale meno… meno abrasive nei confronti della struttura sociale…
Perché le stava dicendo quelle cose? Per non parlare dei microfoni nascosti nelle pareti che registravano ogni sua seduta.
Lei rise, di nuovo.
– Sai, non so se dici sul serio, altrimenti sei proprio uno di quelli bravi! Accidenti… – e riprese a ridere di cuore.
Lui si raddrizzò. Sospirò. Guardò l’orologio.
– Ascolta – le disse – a parte i vestiti, che sono questione di gusti personali, mi sembri a posto. Però la seduta deve durare quaranta minuti come minimo. Ne sono passati venti.
– Raccontami della tua vita…
– D’accordo. – posò la scheda plastificata e si accinse a raccontare. – Sono nato ventisette anni fa in questa stessa triste città. Le cose non sono cambiate granché da allora. Ho studiato presso uno dei tanti istituti formativi imperiali finché non ho scelto la specializzazione psicologica… – non poteva fornire
ulteriori opinioni personali o sarebbe stato scoperto dalle spie Imperiali – è stata dura ma ce l’ho fatta. – Rise – e come vedi questi sono i risultati…
– Non lamentarti, Kurush, stai meglio di molti altri… – disse lei che nel frattempo si era raddrizzata sedendo sul lettino, facendo dondolare le gambe appesantite dagli anfibi.
– Questo è vero…
Dopo qualche minuto di silenzio lui parlò di nuovo.
– Ascolta Meenah, vorresti sdraiarti di nuovo?
– Va bene dottore… – disse lei sorridendo – …giusto perché sei simpatico…
Lui le si portò dietro.
– Voglio solo registrare i tuoi tracciati mentali… Non preoccuparti, non ti succederà niente.
– Lo so come funziona capo…
– Ah, scusa. – lo aveva proprio detto?
Accese l’apparecchiatura, a beneficio dei dispositivi registratori, quindi si sedette accanto a lei.
– Ora rilassati. Pensa a qualcosa di piacevole o quello che ti pare, insomma… – fece un gesto con la mano.
– D’accordo – lei sospirò.
Lui chiuse gli occhi. Iniziò sincronizzando il respiro con quello di lei, assumendone il ritmo finché non divenne naturale per lui, quindi protese la sua mente, cercando l’accesso in quella di lei.
Attraversò le prime barriere facilmente. Si ritrovò sorpreso dalla profondità della mente di lei. Sotto di lui scomparivano livelli su livelli di pensieri esperienze e processi tuttora attivi nonostante lo stato di rilassamento generale. Percepì l’abisso con lieve vertigine. Si ritrasse, guardando oltre. Quella mente aveva molto in comune con quelle della maggior parte degli individui che varcavano la sua porta, ovvero quella di rifiutare le sempre più numerose imposizioni dell’Impero nella vita dei suoi sudditi. Ma racchiuso dentro di lei c’era un potenziale estremamente raro, forse anche più grande del suo. Aveva trovato un diamante nella miniera di carbone. Non poteva lasciarselo sfuggire.
Si ritrasse da lei, ritirando in sé la propria consapevolezza. La chiamò.
– Meenah.
– Sì?
– Abbiamo finito…
Si alzò, e poté percepire il suo sguardo al di sotto del cappuccio.
– Sei mai stato a un concerto dei 100kg o dei Nafta.burn?
– Sono gruppi illegali…
– Non è una risposta…
Lui sospirò.
– Ora ti prescrivo dei medicinali – disse fissandola intensamente. Prese un foglietto e vi scrisse sopra alcune parole. Glielo porse. Lei lo fece sparire all’interno della tunica logora.
– Ciao dottore.
– Mi raccomando Meenah.
– Certo. Non porterò più materiale illegale a scuola. Comprendo quanto sia profondamente sbagliato e fuorviante per le giovani menti con le quali dovesse venire a contatto…
Non sapeva se mettersi a ridere. Era qualcosa che andava oltre il ridicolo. Probabilmente lo stava dicendo per suo beneficio.
– Ciao sorella! – esclamò rivolta alla segretaria mentre usciva.
– E così hai trovato una potenziale Mentale… – Herk disse quando furono davanti a due tazze di caffé fumante al riparo da orecchi indiscreti.
– Già. Avresti dovuto esserci.
– Non ti preoccupare, se hai visto giusto non mancherà occasione.
Kurush tacque.
– C’è dell’altro?
– Stamattina… – rispose dopo qualche istante di esitazione – …ho rischiato di causare un incidente catastrofico sulla Quarta est…
– Mi pare di averne sentito parlare… Un pazzo in aeromoto guidava contromano…
Kurush lo fissò.
– Eri tu?! – Herk scoppiò a ridere – Che cavolo hai combinato?
– Il problema è proprio questo. Non so come ho fatto. Un attimo prima tutto filava liscio, un attimo dopo ero di fronte a un tir…
– E?
– In quella frazione di tempo ho ricevuto una visione. Una visione mentale.
– Dici sul serio? E da dove proveniva?
– Questo proprio lo ignoro. Dovreste cercare di analizzare le tracce, prima scompaiano del tutto. Ricordo solo vaghe immagini.
– Dovremo parlarne con gli altri Mentali.
– Lo penso anche io.
Sedeva al luogo dell’appuntamento. Uno dei tanti pub-fisici, quelli in cui le persone per un motivo o per l’altro preferivano o dovevano incontrarsi di persona e non in collegamento virtuale.
Era nel centro della città, e le brutture dei sobborghi sembravano lontane anni luce. Anche il traffico era ridotto, solo mezzi pubblici e leggeri. Tutto era luce e perfezione. Poco distante si intravedevano le alte guglie e torri del Palazzo, sede locale del potere dell’Impero Interplanetario.
L’Impero era stato instaurato dopo un lungo periodo di colonizzazione, l’era dei Titani, le famose navi colonia, narrato dagli storici imperiali come “un lugubre triste periodo sanguinario e senza valori” in cui “le passioni umane impazzavano libere fra i popoli causando solo disordine e sofferenza”. Ora era tutto “diretto e saggiamente amministrato dall’Impero, fulgida luce guida degli uomini in questa nuova era…”. Propaganda. Come se ce ne fosse bisogno. L’Impero controllava tutto. Tutti. Ogni segno di ribellione era stroncato sul nascere. Gli esseri umani si andavano facendo sempre più simili agli automi di cui erano diventati esperti progettisti. L’organizzazione nascosta dei Mentali era l’unica nel suo genere che resisteva ancora. Kurush ne faceva parte da alcuni anni, quando aveva terminato gli studi di psicologia. Ogni università corrispondeva all’idea che l’Impero aveva di “istuzione”. Non aveva potuto trovarvi ciò che cercava. Che aveva trovato invece nei Mentali. Il potenziale della mente, da sempre inutilizzato dagli uomini, ora nuovamente schiacciato dallo strapotere di pochi.
Una sconosciuta si sedette al suo tavolo. Credé di essere abbordato. La sua figura deliziosa era avvolta in un vestitino aderente intessuto di immagini olografiche. Non proprio l’ultimo grido, ma le donava. Degli occhi verdi lo fissavano maliziosi, come la piega sorridente della bocca rossa. Dopo un istante riconobbe la sua mente.
– Meenah?
– Indovinato dottore…
Kurush non sapeva cosa dire.
– Non preoccuparti… Faccio sempre questo effetto quando mi tolgo il cappuccio – scherzò, senza ombra di vanità nelle sue parole.
Risero. Ordinarono da bere. Il ghiaccio era rotto.
– Meenah – disse Kurush ad un certo punto – ti dispiace se ti faccio alcune domande? – le strizzò l’occhio. Mise sul tavolo quello che sembrava un registratore.
– Da dottore a paziente? – chiese lei sorridendo in quel suo modo.
– Se così vogliamo dire… – premette il tasto rosso REC. Nessuno poteva immaginare che quel piccolo dispositivo contenesse una tecnologia sconosciuta all’Impero. Oltre a confondere i flussi dati circostanti, distoglieva l’attenzione dei presenti attraverso una leggera interferenza mentale. Nessuno avrebbe ricordato di averli visti.
– Che ne pensi dell’Impero?
– Eh? Che domanda è questa?
– Tranquilla, sei “in cura”, puoi dire quello che vuoi – inutile parlare di segreto professionale. Ormai tutti sapevano che non sussisteva più alcun tipo di segreto che non fosse ispezionabile in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo.
– Beh, quello che sempre più vanno pensando – esclamò cambiando espressione – …che è una…
– Credo di aver compreso – la interruppe, invitandola a moderare il tono. – Dimmi, quali sono alcuni cambiamenti che apporresti? – si stava attenendo alle domande di routine, fornite dall’Impero stesso.
– Alcuni?! – Fece un gesto intorno a sé – Vedi qualcosa da cambiare, per caso? – chiese, esterrefatta. Lui annuì.
– A cominciare da quello schermo… Guarda la faccia del presentatore… Quello neanche esiste. Elaborato, virtuale. Controllo totale delle informazioni. Controllo delle vite. Controllo delle nascite. Controllo, controllo, controllo. L’uomo non può continuare a vivere così! – il volto arrossato, stringeva convulsamente il tovagliolo. I suoi occhi ardevano. Kurush aveva l’impressione di riascoltare i suoi stessi pensieri, negli anni dell’università.
– Fai parte di qualche associazione segreta?
– Che razza di domanda è?
– Una come le altre. – disse. Poi: – Io sì. – trasmise il pensiero telepaticamente direttamente nella mente di lei. Meenah lo fissò a occhi sgranati.
– Dimmi di più – disse semplicemente, risoluta.
Sedevano nel piccolo salotto dell’appartamento di Herk, sito in uno degli
anonimi quartieri residenziali di massa. Erano una decina di persone, strette in un ambiente che ne prevedeva la presenza massima di tre.
Meenah si era sentita subito a suo agio, tutto fuorché esaminata, che era proprio quello che stavano facendo. Ogni Mentale possedeva un approccio diverso, e ognuno di loro si fece un’immagine diversa della nuova arrivata. Le loro somma e media erano la cosa più vicina alla realtà che potessero ottenere. Di solito funzionava.
– Meenah, ti rendi conto della strada che intendi intraprendere? Non sarà facile… E ti troverai a rischiare continuamente, la vita, probabilmente. – disse Aleb, uno dei presenti.
– Sono sicura di una cosa: non ci sono altre strade per me… E poi sento ora chiaramente che questa è la scelta giusta.
– I cosiddetti “corsi” inizieranno subito. Ogni giorno lo passerai con uno di noi. Per quanto ci riguarda, faremo del nostro meglio per favorire il tuo sviluppo.
Meenah non aveva ben chiaro cosa l’attendeva, ma sentiva di potersi fidare. Annuì, sorridendo.
– Bene – disse Herk – ora che la questione numero uno è stata definita, passiamo alla due – indicò Kurush – Il nostro amico ha una storia interessante da raccontarci.
Kurush riassunse gli avvenimenti dei giorni precedenti.
– Vorrei che guardaste insieme nella mia mente per cercare di… – in quel momento qualcosa cambiò, in quel luogo. Kurush si senti estraniato, come se stesse guardando la scena da un altro punto di vista. Anche i colori non corrispondevano… Cos’era quella vibrazione?
Fu un attimo, in cui smise di parlare. Poi il contenitore del cibo prese a fluttuare al di sopra del tavolino.
– Accidenti, che ti prende? – esclamò Aleb.
– Posalo immediatamente! Smettila! – gli urlò Herk.
Kurush non parve udirli. Fissava un punto distante davanti a sé. Bicchieri, piatti e quasi ogni altro oggetto libero presente nella stanza iniziò a galleggiare.
– Presto, aiutatemi! – Herk bloccò quelli che aveva vicini, quindi raduno la sua concentrazione per riportare gli oggetti al loro posto, prima che i vicini potessero accorgersi di quanto stava accadendo.
Con notevoli sforzi riuscirono a calmare la situazione. Nel frattempo Meenah
si era piazzata davanti a Kurush e lo scuoteva per un braccio.
– Kurush! Rispondi! Pronto dottore? Kurush, ci sei? – forse fu proprio il profumo di lei, o un dettaglio del rapporto geometrico fra la sua bocca il naso e gli occhi a destare un briciolo di attenzione in lui. Vi si aggrappò con tutte le sue forze finché non lo riportò a galla, alla situazione attuale. La prima cosa che disse fu:
– Non sono io!
Quando la situazione fu tornata alla normalità, assicuratisi che nessuno si era accorto del trambusto, rivolsero di nuovo l’attenzione a Kurush.
– Qualcuno ha idea di che cosa stia succedendo? – disse Aleb.
Si guardarono l’un l’altro. Meenah non poteva udirli comunicare, ma in qualche modo ne era consapevole. D’un tratto si accorse dello sguardo di Kurush.
– Che c’è? – gli chiese sottovoce.
– Oh… niente… solo che ho percepito… – stava replicando lui, mancando di parole, quando Herk parlò di nuovo.
– Allora, prima che accadano altri avvenimenti spiacevoli, abbiamo deciso che guarderemo dentro di te alla ricerca di questi stimoli esterni. Non hai mai dimostrato alcuna propensione per la telecinesi, quindi quanto è accaduto è quantomeno… strano. Lo faremo insieme. Tu Kurush, per favore, rilassati e non cercare di aiutare, potresti ottenere solo l’effetto contrario.
Gli otto presenti oltre loro due si sedettero più comodi e chiusero gli occhi.
– Che stanno facendo? – chiese lei.
– Entrano in comunione mentale. Saranno più forti, in questo modo.
– Che significa?
– Un giorno te lo spiegherò. Ora però devo aprire la mia mente. Scusami…
Kurush chiuse gli occhi, iniziando a respirare profondamente. Meenah sospirò. Studiò i volti degli altri assorti in qualcosa che non riusciva a immaginare. Si soffermò sul volto di Kurush. Non era la prima volta che provava quella sensazione. Forse già al primo incontro, attraverso il cappuccio.
Sospirò, allontanando temporaneamente quei pensieri. Non era ancora il momento. Sprofondò nella seggiola e chiuse gli occhi. Tanto valeva si rilassasse anche lei.
Kurush stava sprofondando in caduta libera negli strati della sua mente, senza opporre alcuna resistenza, quando avverti la gentile ma decisa
pressione degli altri Mentali. Un flusso luminoso, nebulosa serpentiforme di stelle si fece strada in lui. Ne cavalcò il dorso, abbandonandosi alla sua volontà.
Sull’orlo del baratro tutto si fermò. Sotto di sé una visione stupefacente. Un vasto pianeta ricoperto da milioni di luci colorate si stendeva ai suoi piedi. In uno spazio alieno si librava la leggera massa ospite di miliardi di vite.
Solo interrogativi, in quella visione, nessuna risposta. Un richiamo.
Le menti degli otto allontanarono gentilmente la sua attenzione. Allora la scorse. Debole stella all’orizzonte, sopraffatta quasi dalle altre luci, ma unica. Era la prima volta che la vedeva… O forse no?
Abbandonò qualsiasi altro stimolo, concentrandosi su quell’essenza, profumo e luce fusi in un luogo che non esisteva.
Meenah?
Fu l’unico pensiero. Al nome la luce reagì.
Non si chiese come fosse possibile. Avrebbe turbato l’operato degli otto. Si lasciò invece trasportare dalle tiepide correnti che lentamente, quasi esasperanti, lo portarono da lei. E allora vide, la sua mente completamente aperta, rivelante ogni tratto acquisito e potenziale, passato presente e possibile. Fissò quella scena, conscio che non l’avrebbe mai dimenticata, finché sarebbe vissuto. Conscio di non poter vivere insieme a nessun altro.
Meenah aprì gli occhi. Aveva avuto l’impressione di essere sfiorata dal tocco di Kurush. Il suo corpo aveva reagito, rizzando i peli sulla nuca. Ma lui giaceva abbandonato sulla sua sedia.
Lentamente gli altri si risvegliarono. Infine Herk chiamò Kurush, che rimaneva assopito con un vago sorriso dipinto sul volto.
– Andiamo… abbiamo interrotto il contatto da tempo, torna fra noi…
Kurush si mosse, stirandosi come svegliandosi da un sonno profondo. Il suo primo sguardo andò su Meenah. Lei lo ricambiò, e nei suoi occhi vide ciò che aveva già percepito in lei. Senza neanche rendersene conto, avevano legato i propri destini l’uno a quello dell’altro.
– Allora – disse dopo un secondo – Avete scoperto qualcosa?
– Non esattamente… – interloquì Aleb. Dopo una pausa continuò – Abbiamo ritrovato la visione che hai avuto l’altra mattina, e devo dire che ci ha lasciato perplessi. Tanto chiara quanto incomprensibile. Per quale motivo ti è stata fornita questa immagine, questo ancora non riusciamo a immaginarlo.
– Per non parlare dell’attività telecinetica di prima… – disse un’altra dei
presenti – Abbiamo rintracciato una scia energetica in te, risalendola per cercarne la fonte, ma ad un tratto essa sparisce, svanisce nel nulla inghiottita da… Da niente. E’ senza senso.
– Ho un’ipotesi. – disse Herk, che era rimasto in silenzio. – Una mente affine. – disse semplicemente.
Gli altri lo guardarono considerando l’idea.
– Potrebbe essere, ma questo spiega parte del come, non il perché. – disse Aleb.
– C’entro io? – disse Meenah, ricordando l’esperienza di poco prima. A quelle parole Kurush si voltò di scatto.
– Come pensi una cosa del genere? – le chiese bruscamente.
– Non so…
– Beh, Kurush, io non scarterei nessuna possibilità… – disse Herk, poi continuò, direttamente nella sua mente – Avrai notato il potenziale dinamico-cinetico della ragazza, forse superiore anche a quello di Helena. Magari rappresenta l’inizio di una spiegazione… E quanto a menti affini, non cercherei troppo lontano… – alluse.
Vorresti dire che è stata lei? – comunicò Kurush incredulo.
Non fraintendere… Però potrebbe averci a che fare, in qualche modo.
– Io suggerisco di aspettare – disse Herk, di nuovo ad alta voce – ho l’impressione che questo genere di “incidenti” si ripeteranno, nel prossimo futuro.
– In tal caso potremmo provvedere ad un’analisi più approfondita con l’aiuto di altri Mentali di altre città. – suggerì un’altra donna, Helena.
– Staremo a vedere… – disse Aleb, sciogliendo la sessione.
Meenah si rivelava un allievo più incredibile ogni giorno che passava. Ogni Mentale con cui lavorava ne rimaneva entusiasta. Oltre al suo talento, il suo temperamento rendeva la sua compagnia una delle più piacevoli. E imparava in fretta. Molto in fretta. Herk diceva che era addirittura troppo.
Quel giorno Kurush era particolarmente felice. Aveva trascorso la giornata con l’allieva, parlandole tutto il giorno di telempatia teorica e tecnica e affini, le sue specialità. Lei assorbiva tutto come una spugna. Qualsiasi cosa apprendesse riusciva a forgiarla e a personalizzarla finché non andava ad accrescere il suo talento già di per sé naturale. Kurush credeva fermamente
che sarebbe divenuta la più forte telecinetica che avevano, per non parlare della sua padronanza delle varie forme di energia e di movimento. Una padronanza del corpo particolare… I suoi pensieri stavano ora deviando sul personale. Da quella sera in cui aveva visto nella sua mente non era riuscito a togliersela di testa. Era diventata la sua dolce ossessione, vedeva il suo volto ovunque, ormai. Le sue percezioni galoppavano, e si sentiva così forte e vulnerabile allo stesso tempo.
Ragionando sull’amore, senza neanche accorgersene, scivolò nel sonno.
“Kurush” il richiamo, sebbene debole, era inconfondibile. Si protese per mantenere il contatto. La fonte era sfuggente, tremolava e spariva e riappariva continuamente. Confondendolo. Non riusciva a individuare una direzione. Proveniva da tutte le parti e da nessuna. Avvertì l’ansia dall’altra parte, un pericolo imminente? Per chi? L’intensità della sua percezione aumentò, finché cessò improvvisamente. Ora era il buio più totale.
D’un tratto apparvero delle stelle. Viaggiava a una velocità impossibile. Si perse. Dove si trovava? Non riconosceva le costellazioni. Al di là dell’Impero?
Vide apparire un pianeta. Riconobbe il mondo che aveva percepito nella prima visione. Lo avvertì diviso, e non comprese cosa significasse. D’un tratto una nave, forse, simile ai Titani terrestri, si staccò dalla superficie. Struttura di luce, si avvicinò a lui, finché sparì, tutta la scena in nulla.
Dopo un tempo incalcolabile si trovò in orbita intorno alla Terra. Dalle sue spalle apparve la nave sconosciuta, carica di odio. Carica di… fame. Bramosia. Si avvicinò alla Terra, protendendo tentacoli luminosi in cui la abbrancò tutta, come un enorme parassita.
Migliaia di urla. Miliardi di urla. La vita che finiva.
Un urlo. Il suo. Si alzò di scatto sul suo letto, madido di sudore. Aveva tutto chiaro davanti agli occhi. Con un tremendo sforzo di volontà si impose di rivedere tutta la scena fino al suo terrorizzante epilogo nella sua mente, per non dimenticarla. Avrebbe facilitato il compito agli altri Mentali.
Si alzò per andare in bagno. Mentre si stava sciacquando con acqua gelida il suo comunicatore personale squillò. Era Meenah. Il suo volto perfettamente riprodotto apparve nel dispositivo olografico, l’ultimo acquisto che Kurush si era potuto permettere col suo modesto stipendio. Aveva un’espressione preoccupata.
– Cosa è successo? – disse istantaneamente.
– Un sogno… Ma aspetta un attimo, come facevi a…
– Non lo so. Mi sono svegliata in preda al panico e l’unico pensiero che avevo in testa eri tu… – la sua espressione si raddolcì. Kurush rimase in silenzio osservandola. Lei se ne accorse.
– Hai ancora sonno?
– A dir la verità no…
– Ti dispiace se vengo a farti compagnia, e mi racconti ciò che hai visto?
Kurush rimase due secondi in silenzio, considerando le possibili implicazioni della proposta.
– Assolutamente no. Ti aspetto.
Pochi minuti dopo la avvertì avvicinarsi al suo appartamento. Aprì la porta per farla entrare.
Si accomodarono sul divano del piccolo ma grazioso salotto, illuminati solo dalle miriadi di luci ferme o sciamanti della città.
Non avevano bisogno di parlare. Ora come non mai sentivano forte il reciproco legame. Erano del tutto fatti l’uno per l’altra, e ancora non riuscivano a credere alla fortuna che avevano avuto nell’incontrarsi. Ma era stata solo fortuna? Kurush condivise con lei la visione e tutte le sue emozioni. Lei si strinse di più a lui, raggomitolandosi contro il suo petto. Una lacrima le scendeva sulla guancia.
Stettero così per un tempo indefinito, quindi con un lunghissimo sospiro Kurush la prese fra le braccia e la sollevò. La adagiò sul suo letto, persi ormai, abbandonati, l’uno nell’ardore dell’altro.
Il giorno seguente raccontò del sogno agli altri Mentali, giunti questa volta nella sua abitazione. Meenah sedeva al suo fianco stringendogli una mano fra le sue. Sarebbe stato impossibile nascondere agli altri i loro sentimenti, che fra l’altro trapelavano fin dall’inizio.
– Impressionante – commentò Helena riguardo alla visione che aveva condiviso con loro.
– Ero a un attimo di distanza dallo stabilire il contatto. Stavo per raggiungerlo quando l’energia è come improvvisamente venuta a mancare. – disse Kurush.
– Non possiamo fare qualcosa per aiutarti? – chiese Meenah.
– Lo stiamo già facendo – puntualizzò Aleb.
– D’altronde non abbiamo idea di cos’altro fare… – aggiunse Herk.
– Un momento… – intervenne Helena – …forse una cosa c’è. Riflettete. Perché proprio Kurush? Lui è un telempatico. Il più esperto fra noi. Sembra quindi che questo sia un elemento chiave. E c’è da dire che queste… visioni… sono iniziate da quando Meenah ha cominciato ad arrivare nella vita di Kurush. Secondo me gli fornisce, inconsciamente, nella natura intrinseca del loro legame, un’energia supplementare, una sorta di sensibilità espansa…
– Teorie… – disse Herk.
– Rimangono tali finché non comprovate da esperimenti. – proseguì Aleb.
– Infatti è un esperimento che sto proponendo. Finora l’iniziativa è stata presa da questi sconosciuti. Sarebbe il caso ci provassimo anche noi. Se unissimo i nostri sforzi, le nostre energie a quelle di Kurush, potremmo ottenere un risultato ben diverso.
Ci fu silenzio per qualche minuto.
– Proviamo. Non abbiamo nulla da perdere. – disse Aleb.
Kurush fu il primo, seguito istantaneamente da Meenah. Quindi uno ad uno si aggiunsero gli altri Mentali, dando forma a un’entità molto più potente della somma delle sue singole parti.
Confondendosi nelle menti degli altri, Kurush serbò un minimo di controllo. Iniziò protendendosi verso… Verso non sapeva dove, ma non aveva importanza. Doveva seguire l’istinto, la traccia che era rimasta in lui. Gli altri lo seguirono e iniziarono ad aggiungere ognuno il suo contributo, spinte mentali che si moltiplicavano come onde, finché la luce apparve.
Lo percepivano nelle loro menti, come se lo stessero osservando. Un essere di luce, costituito per lo più di energia. Sembrava sofferente, debole.
“Finalmente” fu il pensiero che percepirono, nel linguaggio universale della mente.
“Ce l’avete fatta. Appena in tempo…” non capivano di cosa stesse parlando.
Una serie veloce di immagini si susseguì in loro, proiettata dall’essere con cui parlavano.
Un pianeta, Hesh, costituito, come i suoi abitanti, da poca materia e molta energia. Un altro universo, fra gli infiniti che coesistevano – allora era vero. Gli esseri che lo popolavano, Ra’Hesh, miliardi. La loro natura: si evolvevano in funzione dell’energia disponibile. A quanto pareva c’era una
specie di carestia. Pochi Ra’Hesh malvagi avevano sopraffatto i deboli, e cercavano in ogni modo fonti di energia per aumentare il loro potere. I deboli si nascondevano, sempre più legati alla materia ogni momento che passava, mentre i forti davano luogo a progetti oscuri.
“Vogliono nutrirsi di voi” disse la creatura con infinita tristezza “delle vostre menti, dei vostri pensieri, emozioni e sogni” ricordarono la seconda visione di Kurush.
“Siamo stanchi…” il contatto vacillò “difficilmente potremo parlare ancora” poi “preparatevi ora, o sarà troppo tardi” non sembrava essere cosciente della situazione dei Mentali terrestri.
“Se sopravvivrete potrete aiutarci, non così se sarete spazzati via” l’immagine si allontanò “…ricorda Kurush! Il futuro delle due razze… senzienti… Mentali…” messaggio sempre più sconnesso fino al silenzio.
Si separarono, tornando ognuno indipendente dagli altri.
– Cosa significa tutto questo? – esclamò Meenah.
– Da che sistema provengono?
– Un altro universo!
– Come possono giungere qui? E fra quanto?
– Come possiamo affrontarli noi pochi?
– Potrebbe essere… una trappola? Dell’Impero forse?
– Tutto ciò non ha senso.
– Cosa…
Kurush reclamò il silenzio.
– Tutto ciò ci ha sicuramente molto scosso – disse – E’ forse presto ora. Dobbiamo ragionare a freddo sulla questione, e usare tutte le nostre risorse per chiarire la faccenda. Ora propongo di andarcene tutti a dormire – era piuttosto tardi – Nelle prossime giornate credo vedremo l’intera cosa con più chiarezza.
Lentamente gli altri assentirono. Uno ad uno se ne andarono, per strade diverse. Rimase solo Meenah. Kurush la guardò, lei chiuse la porta con un impulso telecinetico.
– Andiamo a dormire… – disse.
Kurush sedeva dinanzi al terminale video, in un bar di periferia. Si collegò al sistema informativo imperiale, usando un profilo utente fittizio. Dal terminale pubblico sarebbe stato praticamente impossibile risalire a lui. La
cautela non era mai troppa.
La banca dati cui ebbe accesso era sterminata. Un numero imponderabile di informazioni giacevano nella grande rete, per la maggior parte nel nucleo iperdenso dei mainframe dell’Impero. Voleva ottenere informazioni sulle razze aliene finora catalogate o incontrate dall’uomo nel corso dei suoi viaggi interplanetari. Cercava i Ra’Hesh. Dovevano appartenere a un altro universo… Ma gli universi erano tanti – teoricamente infiniti – e i punti di contatto fra di essi potevano essere innumerevoli. Virtualmente potevano non essercene affatto. Magari da qualche parte si trovava una razza praticamente tale e quale a quella delle sue visioni. Forse l’attacco sarebbe provenuto da lì.
Ovviamente la parola Ra’Hesh non esisteva all’interno della rete. Di Hesh ce n’erano un paio, ma si riferivano rispettivamente al nome di un cantante e a un nuovo prototipo di motore per mezzi marini.
Kurush non si arrese. Estese la sua ricerca, cominciando dall’ottenere una lista completa dei pianeti abitati, escludendo via via le razze che non gli interessavano. Era un lavoro immane. Esistevano diverse liste, ognuna con alcune differenze dalle altre. E ogni giorno nuovi pianeti abitati o abitabili venivano scoperti nel braccio della Via Lattea e andavano ad aggiungersi all’elenco, lungo ed interminabile stillicidio di nomi numerati.
Kurush sospirò. Iniziò a dubitare di poter ottenere qualcosa in quel modo.
Allora decise di rischiare su argomenti più delicati. Digitò “assimilazione mentale”, e diede il via alla ricerca. Argomenti come questi erano considerati ai limiti della legalità, e tutto ciò che vi aveva attinenza veniva oscurato e messo a tacere dalla fitta ombra e dal possente braccio dell’Impero. Non era semplicemente possibile anche solo discutere di argomenti che esulavano dalla realtà strettamente materiale. Tutto questo era reso chiaro da come l’Impero avesse messo al bando addirittura ogni cosa che suscitasse emozioni nel cuore dell’uomo. Arte, poesia, musica, erano tutte state ricondotte a ferree regolamentazioni che avevano l’ardire di stabilire un controllo raziocinante quanto delirante su queste sempiterne espressioni della natura umana.
Il programma fornì i risultati. Come previsto, non c’era nulla di interessante. C’erano riferimenti e collegamenti a questioni come lo studio dell’apprendimento in umani e animali, o nel ruolo delle sostanze chimiche nei processi sinaptici e neurali.
Ma Kurush poteva ricorrere a qualche risorsa in più. Dopo aver controllato
con un apposito programma fornito da un Mentale esperto di informatica, che il suo collegamento alla rete non fosse sotto controllo e non ulteriormente “ispezionabile”, digitò una parola chiave che lo portò sul suo settore personale, uno spazio on-line fornito dalla clinica dove lavorava. Da lì poté accedere a un’altra sottorete dalla quale poteva sgattaiolare come un topo da un buco nella parete nella vasta e sgangherata rete underground, squallida congerie di residui informativi, decentrato crogiolo di scampoli illegali e attività clandestine.
Il programma che sbarrava l’accesso e faceva da sentinella contro eventuali irruzioni di informatici al soldo dell’impero lo riconobbe. Ritrasse lo sbarramento.
L’approccio alla rete underground era molto diverso, come diversa era la sua natura dalla perfetta, simmetrica, centrale rete Imperiale. Informazioni erano disseminate senza alcun ordine nei posti più impensati, depistando qualunque investigazione e prostrando chi avesse qualcosa da cercare, come in quel momento aveva Kurush.
Selezionò un’area amica. Ne conosceva il curatore. In quel momento era collegato. Del resto lo era per la maggior parte della giornata.
– Salve Nick – il nickname era un voluto gioco di parole.
– Ola ragazzo! Qual buon vento?
– Un soffio, più che un vento…
– Parli sempre per enigmi eh?
– Ancora non hai sentito niente…
– Di cosa hai bisogno? Sai che il mio spazio virtuale è sempre a tua disposizione.
Kurush pensò che in quell’occasione gli avrebbe fatto comodo un’interfaccia per la realtà virtuale. Avrebbe impiegato molto meno della metà del tempo, ma avrebbe richiamato troppo l’attenzione. Un accesso a basse prestazioni come il uso sarebbe passato invece inosservato, a chicchessia.
– Nick, hai mai sentito la parola “Ra’Hesh”?
– No – disse senza esitazioni.
– Mi domandavo se potevo usufruire del tuo aiuto nella ricerca.
– Come no, ma secondo me è fatica sprecata. A proposito, ho un affare da proporti…
– Nick, lo sai, niente attività illegali.
– Ah, accidenti… E va bene, come vuoi tu… Non vuoi neanche sentire di che
si tratta?
– No.
– Su, amico, potrebbe rivelarsi un’occasione ghiotta.
– A meno che non siano un paio di carichi di ostriche di Keral non vedo come possa ingolosirmi… – ironizzò.
– Ah… Se vuoi posso…
– Nick, era una battuta.
– D’accordo, d’accordo… – Nick sospirò. – Allora mettiamoci all’opera. Cos’è che vuoi, di preciso?
Ore dopo Kurush rincasava. Fu con sorpresa che notò l’ordine nel suo appartamento, ma fu con ancora più sorpresa che percepì la presenza di Meenah. I suoi pensieri evaporavano dal bagno fino a lui come una calda e voluttuosa nube profumata. Un richiamo irresistibile.
Dopo diverso tempo, sul letto, le chiese:
– Come hai fatto a entrare?
– Oh, le serrature di questo quartiere sono così semplici… – doveva avere fatto scattare il meccanismo telecineticamente.
– Un giorno ti sbaglierai e fracasserai tutto fin nello stipite… – scherzò lui. Lei rise.
– Com’è andata oggi? Hai trovato qualcosa?
Lui sospirò.
– E’ stata dura, ma qualcosa effettivamente è venuta a galla.
– Davvero?
– Attraverso dei contatti… poco raccomandabili… sono risalito a informazioni di prima mano riguardo a un sistema scoperto solo un paio di anni fa. Un vasto pianeta, relativamente leggero, popolato da alieni composti in parte di materia e in parte di energia pura. Non sono Ra’Hesh, ma è quanto di più simile disponiamo, finora.
– Cos’altro hai scoperto?
– Oh, c’erano una quantità di dettagli. Ci vorranno giorni, forse mesi, anche collaborando con gli altri, affinché potremo estrarne qualcosa di utile. Il problema è accresciuto dal fatto che non sappiamo esattamente neanche cosa cercare.
– Come no? E’ ovvio.
– Cioè? Che intendi dire?
– Dobbiamo cercare il loro punto debole. Così se arrivano davvero abbiamo una speranza di fregarli. O sbaglio?.
Lui sorrise, chiedendosi come avesse fatto a non vedere la cosa così chiaramente. Probabilmente era la stanchezza.
– Non sbagli, mia dolce, non sbagli…

Voragine di un tempo
Incombe sul nostro destino.
Non basteranno soli a dividerci
Non basteranno secoli, o galassie.
Non basterà l’odio
Non basterà il dolore
Non basterà il vuoto,
non basterà neanche l’amore.
Mai avremo fine,
mai terminerà
l’intrecciare fili d’argento
nella trama multicolore del destino.
Non basterà il canto di mondi lontani,
né la fine di mondi vicini.
Non basterà a fermarci,
dividerci.
Non basterà
la morte.
Il tempo era passato in fretta, due anni volati in un soffio. Kurush e Meenah avevano ufficializzato la loro relazione. Non era una cosa comune. Pochi avevano partecipato al ricevimento. I genitori di Kurush già conoscevano la loro nuora, ma non si interessavano molto della vita del figlio. Meenah
invece era orfana. Herk, Aleb e gli altri avevano presenziato, felici di condividere quei momenti ma preoccupati come sempre di poter essere rintracciati dall’Impero a motivo dei rapporti che avevano l’un l’altro.
Ora Kurush sedeva davanti alla scrivania di Herk, nel suo ufficio legale. Dopo aver isolato la stanza, presero a discutere del piano.
– Con Aleb abbiamo discusso a fondo della vostra idea di alterare l’equilibrio logico-emotivo della psicomassa umana. Potrebbe funzionare.
– La nostra è una teoria piuttosto vaga… Non sappiamo se potrà effettivamente funzionare. Per non parlare dei rischi. – rispose Kurush.
In due anni di fervente studio, i Mentali, avvalendosi della collaborazione degli altri sparsi su tutta la Terra, avevano sviluppato una discreta idea e comprensione di ciò che chiamavano “assimilazione mentale”. I Ra’Hesh, supponendo vera ogni parola che avevano ricevuto in avvertimento tempo addietro, avrebbero potuto “cibarsi” dell’energia delle loro menti. Non era comune energia elettrica, troppo debole per qualsiasi impiego esterno. In qualche modo le menti aliene potevano agire sulla struttura di quell’universo come srotolando e sventrando le numerose “dimensioni” (concetto molto arbitrario e discusso di fra gli stessi Mentali) entro le quali avevano luogo quei processi così sfuggenti alla logica scienza umana imperiale e di conseguenza ignorati come fossero inesistenti.
Il risultato di questa assimilazione era una completa annichilazione delle menti delle vittime. Supponevano sarebbero finite in uno stato vegetativo simile al coma, in cui il corpo continuava a funzionare ma la mente era assente, spenta prosciugata.
L’Impero sarebbe stata la vittima ideale per un attacco del genere. La sua totale ignoranza e addirittura odio per la parte della natura umana che non fosse esplicabile secondo un preciso algoritmo o formula matematica lo rendevano totalmente inabile all’impiego di tecniche che potevano essere contrapposte a quelle degli alieni. (Fra l’altro questo aveva permesso all’organizzazione segreta dei Mentali di sopravvivere.)
Quindi non c’era speranza di condurre una battaglia. L’unica scelta che i Mentali vedevano era tendere una trappola, sottilmente elaborata da tutti loro durante quegli anni e in quelli successivi.
La psicomassa umana (la totalità delle menti terrestri) presentava un certo squilibrio verso la logicità, la razionalità, incentrato sul fulcro dell’azione dell’Impero.
L’idea era venuta a Kurush e Meenah mentre discutevano di problemi alimentari. Non si poteva vivere di soli carboidrati, o proteine. Occorreva un dosaggio equilibrato. L’assenza di uno qualsiasi dei fondamentali elementi nutritivi (acqua, carboidrati, proteine, grassi, vitamine) avrebbe alla lunga portato alla malattia e alla morte l’organismo umano, come avveniva tuttora nei paesi sfruttati dall’Impero.
Poteva dirsi lo stesso dell’assimilazione mentale? Forse il confronto era forzato, ma se la situazione esistente riguardante la società e la politica umana interplanetaria fosse stata una reazione alla “spinta di circostanza” rappresentata attraverso le misteriose vie dello spazio e del tempo dalla minaccia Ra’Hesh? Allora dovevano sfruttarla contro di loro. Non c’era altro modo. Erano troppo pochi per opporre direttamente le loro forze al nemico. Avrebbero avuto bisogno di un intera Terra di Mentali come loro. E non l’avevano. Non l’avrebbero avuta. Perlomeno non in tempo.
– Si tratta di favorire l’attuale inclinazione delle menti terrestri (perché a quanto pare la Terra sarà il primo pianeta ad essere attaccato) nella stessa direzione nella quale sono attualmente rivolte.
– Quali saranno i risultati?
– Avremo una popolazione di macchine…?
– Grossomodo, sì.
– Possiamo assumerci questa responsabilità?
– Vai avanti, Kurush. Spiegateci poi cosa potremmo fare.
– Una volta ottenuto il risultato di omologare quasi la totalità della psicomassa, riducendo tutte le menti alla loro metà fredda, dovremo tendere una trappola. Ogni trappola prevede un’esca…
– E l’esca sarebbe…?
– Noi.
– Prego?
– Ciò significa che…
I Mentali si guardarono l’un l’altro dubbiosi e preoccupati. Cercavano di rifiutare l’idea pazzesca nel suo insieme, ma ad ogni istante che passava si convincevano sempre più dell’ineluttabilità del loro destino.
– Immaginate una grande comunione mentale, vasta quanto mai prima d’ora. Probabilmente avremo noie da parte dell’Impero, ma non avrà importanza. L’attacco Ra’Hesh arriverà prima.
– E… quindi?
– La mente aliena non potrà fare a meno, in un deserto arido come una psicomassa così fredda, di avventarsi sull’unico piatto succulento…
– Noi, giusto?
– Esatto. Ma in quel momento dovremo fare in modo di scaricare l’intera biomassa nelle loro “fauci”.
– Ma funzionerà?
– Come potremmo fare una cosa del genere?
– Tu parli di riuscirci, ma ti rendi conto di cosa significa?
– Significa la fine della maggior parte dell’umanità. Annichileremmo miliardi di menti in un solo attimo. Come possiamo osare fare una cosa del genere?
– Sarebbe meglio sacrificare l’intera razza umana fino alla cessazione ultima anche del suo ultimo ricordo?
– Capisco cosa intendi dire, ma come possiamo azzardarci a prendere una decisione come questa?
– E chi dovrebbe prenderla? L’Impero?
– Deve esserci un altro modo.
– Spero tanto che ci sia. Non voglio dovermi trovare davvero a intraprendere un’azione del genere. Ma se non dovessimo avere altra scelta…
– Dobbiamo rifletterci su.
– Dobbiamo trovare un altro modo.
…così ora stava risalendo le vecchie scale impolverate all’interno di quella torre telefonica in disuso. Nell’anno successivo a quegli ultimi avvenimenti avevano sviluppato la tecnologia dei dispositivi omologanti, con annesso circuito di scarica. Erano congegni intricati all’inverosimile, zeppi di matrici cristalline e quantiche. Un qualsiasi tecnico li avrebbe trovati completamente incomprensibili, ignorandone lo scopo.
Una fitta lancinante. Barcollò, appoggiandosi alla parete. Cos’era stato? Helena… Doveva esserle accaduto qualcosa. Il suo grido di allarme risuonava ancora dentro di lui. Controllò la mappa di omologazione mondiale. Era riuscita a piazzare il suo dispositivo, ma forse era stata presa dagli imperiali. Non c’era tempo da perdere.
Si arrampicò in fretta lungo il traliccio, finché la spia gialla sull’omologatore si accese. Ora era in collegamento con la rete mondiale. Doveva solo trovare un posto riparato dove fissarlo.
Fu allora che li sentì. Stavano arrivando da tutte le parti, circondando
l’edificio. Qualcuno doveva averli scoperti, o aver fatto la spia.
Applicò con dell’adesivo il congegno, una compatta scatola grigia, dentro una parete abitata dai ratti.
Raggiunse il tetto. Ora doveva fare di tutto per sfuggire agli imperiali e raggiungere gli altri, raggiungere Meenah, all’isola.
Scese dalla traballante scala antincendio. Arrivato a metà, udì un urlo. Dovevano averlo visto. Una scarica di energia. La ringhiera balzò via di sotto alle sue mani, e si trovò a cadere.
Si schiantò in un mucchio di rifiuti. Il puzzo era nauseabondo, ma aveva attutito la caduta. Voci concitate. Pensieri ostili. Per nulla preoccupati. Inimicizia, pregiudizio. Ci era abituato.
Strisciò sotto l’immondizia, finché non riuscì a guardare fuori, poco prima di rimanere soffocato.
Luci illuminavano gli edifici circostanti. Una pattuglia si aggirava nella torre telefonica. Non avrebbe mai trovato il dispositivo. Sapeva rendersi invisibile a sguardi indiscreti. Kurush chiuse gli occhi e allargò la sua percezione. Contò tutti gli uomini, i loro mezzi e le loro posizioni. Dopo un attimo di riflessione, scattò verso un varco. Era un vicolo stretto e lungo, che sbucava in lontananza sul fondo di una grande arteria di trasporto. Le pareti erano lisce, senza aperture. In lontananza due soldati camminavano verso di lui con i lunghi fucili in pugno.
Iniziò a camminare speditamente, andando loro incontro. Si sincronizzò sulle loro menti, entrando in loro, percependo fino all’ultimo processo dei loro cervelli indottrinati. Respiravano tutti e tre all’unisono. Rallentò.
Accentuò improvvisamente la sua presa sulle due menti mentre usciva lentamente dall’ombra. I due soldati parvero non vederlo. Si avvicinò loro sempre di più, fino a un metro, poi si fece da parte, mentre i due proseguivano convinti di intrappolarlo in un cerchio di ferro. Accelerò di nuovo il passo. Salì su una delle loro moto duecento metri più in là, e si immise a tutta velocità nel traffico, raggiungendo una delle postazioni di fuga predisposte dall’inizio, dove cambiò mezzo di trasporto, lasciando precipitare la moto per centinaia di metri. Ora avrebbe raggiunto l’isola.
L’aeromobile procedeva veloce nel traffico, anonima. Nick aveva provvisto il mezzo di trasporto. La rete underground aveva fornito appoggio totale e incondizionato ai Mentali in cambio dell’immunità agli apparecchi omologanti. Si erano assicurati la salvezza, in questo modo. I Mentali non
erano stati entusiasti dell’accordo, ma era stato l’unico modo per poter realizzare il piano.
Si lasciò alle spalle il caotico traffico della città. Sorvolò il braccio di mare che separava quella che secoli prima era stata la California dal resto del continente. L’isola si trovava poco più a nord.
Fu allora che la sentì. Non era solo. Si irrigidì sulla poltrona, mentre l’aeromobile continuava sulla rotta stabilita. Poco prima che potesse voltarsi udì un rumore, poi un altro, dopodichè una bambina venne a sedersi accanto a lui.
– Mi scusi se mi sono nascosta sulla sua auto. – disse con la sua piccola voce – Avevo paura.
Kurush fissò il candido e innocente volto della bambina. Doveva avere quattro o cinque anni circa. Era impressionante osservare l’espressione dei suoi occhi, di un colore indefinito fra il verde e il blu. Aveva dei lunghi capelli biondi, che la incorniciavano in cento riccioli d’oro.
– Come ti chiami? – chiese Kurush mentre pensava a cosa ne avrebbe fatto ora.
– Non lo so…
– Non lo sai?
– Papà mi chiamava sempre “piccola”.
– E dov’è adesso il tuo papà?
Lei lo fissò dal basso con quegli occhioni. Kurush si sentì salire un groppo in gola mentre diceva:
– Se ne è andato. Non lo vedrò più… – sembrava in procinto di piangere ma il suo tono era fermo.
Kurush non poté impedirsi di dire:
– Non ti preoccupare… piccola… adesso ci sono io. Non avere paura.
Atterrarono sull’isola. Non aveva nome. Era un pezzo di terra abbandonato dalla civiltà. Nel corso degli anni era divenuto rifugio di malati terminali e di delinquenti.
Come scesero dall’aeromobile una piccola folla di malati, avvolti in sudici stracci, si fece loro intorno. Gemevano e urlavano, protendendo verso di loro arti tremolanti. La bambina gli si strinse contro. Kurush si fece riconoscere, ma non ottenendo alcun risultato proiettò nelle loro menti un lieve senso di paura, così che si allontanarono portandosi via i loro lamenti.
– Andiamo – disse. Si avviarono su per la collina, dove alberi rossicci sembravano patire le stesse sofferenze dei loro vicini umani. Sbucati in una radura, videro il teatro abbandonato. Le antiche insegne luminose pendevano inerti, ormai spente, senza neanche più il ricordo della luce. Era un posto squallido e lugubre. La bambina non si staccava un attimo da Kurush.
Giunti a pochi metri dall’ingresso un uomo emerse dalle ombre.
– Salve Nick. E’ tutto pronto?
– Aspettano tutti te. – Poi guardò la bimba – Chi è?
– L’ho trovata nella mia macchina. Non potevo lasciarla sola in città.
Nick annuì, quindi gli fece cenno di entrare.
– Kurush! – Meenah gli corse incontro abbracciandolo.
– Grazie al cielo! Come sono felice di vederti – gli sussurrò all’orecchio, mentre continuava a stringerlo.
Infine, si separarono.
– Non possiamo permetterci di ritardare neanche di un attimo. – disse Herk da una delle logge sopra di loro.
– I soldati imperiali saranno qui fra poco. – disse Aleb.
– Per non parlare dei nostri amici lassù – ironizzò Herk. Ora tutti, anche chi non possedeva alcuna dote telepatica o empatica, potevano avvertire con chiarezza la cupa vibrazione, il rombo appena al di sotto della soglia di udibilità che annunciava l’approssimarsi della nave Ra’Hesh. La grande mente fusa in un unico ammasso di pensieri alieni gravava sopra di loro a pochi istanti di distanza dal loro universo.
– E tu, piccola – disse Meenah, scorgendo ora per la prima volta la bimba che stringeva convulsamente la gamba di Kurush – da dove salti fuori? Come sei carina… Vieni con me, vuoi? Ti porto in un posto tranquillo.
La bambina in qualche modo avvertì di potersi fidare di quella giovane donna. Protese le piccole mani per farsi prendere in braccio.
– La porto nel deposito costumi – disse a Kurush – almeno lì ci sarà una certa tranquillità. – lui annuì. Sparirono entrambe in una botola nel palcoscenico.
Kurush si sedette nel posto che gli era assegnato. Un centinaio di Mentali erano radunati in quel posto per portare a compimento l’ultima parte del loro folle piano per salvare l’umanità.
Sospirò, mentre milioni di pensieri diversi lottavano dentro di lui,
confondendolo.
– Non ho un buon presentimento – disse sottovoce, per non turbare ulteriormente lo stato d’animo degli altri.
Meenah accese la luce nell’angusto corridoio. Scese due piani di scale, sempre portando in braccio la bimba, poi imboccò un corridoio laterale da poco rimesso a nuovo. Entrò in una porta e accese la luce.
Erano in un vasto stanzone. Centinaia di costumi ormai sepolti da uno spesso strato di polvere erano accatastati ai lati, su alti scaffali. In un angolo erano ammucchiati, in una alta catasta, tanti pupazzi di pezza. Meenah chiuse gli occhi per un istante, quindi i pupazzi parvero animarsi, andando a volteggiare nell’aria. Fece loro espellere lo strato di polvere che trattenevano, poi li fece ridiscendere intorno a loro due.
Posò la bambina a terra.
– Ascolta piccola, te la senti di rimanere qui? Loro ti terranno compagnia.
La bimba si guardò intorno con aria triste e preoccupata. Poi parve prendere una decisione.
– Va bene…
– Perché non cerchi di dormire? Sembri stanca… – Meenah avvertì la stessa stretta al cuore che aveva avvertito suo marito.
– Si… – la bimba prese un orsacchiotto logoro – …però lasci la luce accesa per favore?
– Certo! Però non spaventarti se dovesse andare via, d’accordo? Succede spesso, però poi ritorna subito. – le sorrise. Il desiderio di stringerla fra le braccia e tenerla con sé era quasi troppo forte da sopportare. – Ora dormi… – ripeté.
La bimba si accoccolò per terra, appoggiando la testa sulla gamba di un panda gigante, stringendosi all’orsacchiotto.
Nessuno poté udirla sognare di non essere più abbandonata.
Ognuno era pronto al suo posto. Tutti i presenti avrebbero dato luogo a un’enorme comunione mentale, come mai era stata vista prima. Gli unici a rimanerne fuori sarebbero stati Herk e Aleb, che dovevano occuparsi di persona dell’attivazione degli apparecchi omologanti e di proteggere gli altri Mentali in caso di attacchi da parte dell’esercito.
Kurush avrebbe guidato la grande mente comune incontro ai Ra’Hesh.
Quando gli alieni l’avrebbero aggrediti, Herk e Aleb avrebbero riversato l’intero potenziale della psicomassa contro di loro. Avevano la speranza, dalla loro. Doveva funzionare.
La vibrazione cresceva ancora d’intensità, sempre più, mentre Kurush iniziava la procedura. Tutti i Mentali si abbandonarono nelle sue mani, dando vita a una congerie di pensieri e energia umani che i Ra’Hesh non avrebbero potuto fare a meno di notare.
Un urlo, un boato… Non c’erano parole per definirlo, perché in realtà non era neanche un suono. Un sensazione di dolore attraverso i loro corpi, mentre il Titano Ra’Hesh veniva all’esistenza in quell’universo. La sua presenza gettò immediatamente un’ombra di irrealtà sul pianeta sottostante. In quell’istante gli omologatori entrarono in funzione. La rete che formavano intorno alla Terra si attivò, entrando simultaneamente in contatto con ogni mente presente entro il suo raggio d’azione, sia umana che animale. La complessa serie di segnali che emettevano presto ebbe ragione delle menti inermi. Gli uomini non si accorsero di nulla, mentre venivano ridotti a poco più che freddi automi calcolatori.
Per contrasto, la mente comune guidata da Kurush e Meenah brillava come una stella solitaria in un cielo notturno. E Kurush era lì.
Si sollevò, allontanandosi da quel triste luogo, innalzandosi nel cielo. Scintillante forma senza dimensione, incredibile concentrato di energia, pensieri ed emozioni. Oltre l’atmosfera il Titano alieno galleggiava nel nulla, quasi invisibile agli occhi fisici, solo strali di luce e misteriosi aloni, che si rivelavano una possente creatura affamata, bramosa di divorare tutta la vita che avesse incontrato. Udirono il suo urlo senza suono propagarsi tutt’intorno a loro, fin dentro di loro, producendo un infinito terrore. Kurush rafforzò la stretta, mantenendo insieme la mente comune.
Si stava avvicinando. Gli alieni cambiavano posizione, mutando la configurazione del loro Titano formato dalle loro menti continuamente, arrivando a sfiorare la piccola mente comune umana. La fame era qualcosa che trascendeva la loro comprensione. Era come l’eco di un urlo riportato da abissi senza tempo al di là di un buco nero di odio.
Dei tentacoli si protesero verso di loro. Il loro tocco fu insopportabile, come lava e ghiaccio allo stesso tempo, smembrava lentamente il tessuto della mente comune.
Kurush trattenne l’urlo, mentre l’attacco definito giungeva più repentino di
qualsiasi raggio di luce.
In quell’istante Herk attivò i circuiti di scarica.
L’energia di ogni mente presente sulla faccia del pianeta fu risucchiata verso gli omologatori, che a loro volta la rimandarono condensata ai fulcri sparsi in posizione strategica in tutto il globo, che avevano il compito di convogliare l’immane flusso energetico verso la sede della mente comune, che avrebbe fatto da canale verso i Ra’Hesh.
Kurush, immerso nel dolore mentre migliaia di fuochi gli divoravano la carne e lo spirito, riuscì a percepirlo: il gelido flusso strappato alla psicomassa si dirigeva verso di loro a velocità impressionante, travolgendo ogni pensiero come un fiume in piena travolge un ramoscello. Quell’enorme massa indistinta si scagliò su verso di loro, attraverso di loro, rischiando di travolgerli insieme agli altri, fin dentro la mente Ra’Hesh.
Un urlo senza fine, senza tempo, riempì l’universo. La struttura spazio-temporale dell’intero sistema solare rischiò di vacillare e di smembrarsi sotto l’urto di quelle energie contrastanti.
Il Titano si ritrasse, liberando la mente comune umana dalla sua presa mortale e cercando di arginare il tremendo flusso mentale dell’intera Terra.
Il flusso della psicomassa rischiava di disperdersi, senza che qualcuno lo contenesse dirigendolo contro i Ra’Hesh.
L’urlo continuava senza soste, mentre scariche di energia si disperdevano nello spazio circostante, quando Kurush passò, imprevedibilmente, il controllo a Meenah.
Lei estese i suoi sensi dinamici, potenziati dalla mente comune, intorno a sé, a contenere tutta quella tremenda energia. Era uno sforzo tremendo, sovrumano. Meenah urlava di dolore mentre ogni fibra del suo essere e buona parte di quelle di Kurush erano tese nell’intento. I Ra’Hesh rinnovarono il loro urlo.
Fu un attimo, meno di un’unità minima di tempo, in bilico sull’eventualità che una delle due forze sopraffacesse l’altra: il Titano alieno fronteggiava l’onda terrestre guidata da quella piccola mente comune, insignificante, come un surfista invisibile impazzito.
E fu allora che Kurush vide:
Un’altra visione. Di nuovo il mondo di Hesh. Di nuovo l’essere con cui aveva parlato. Questi era immobile davanti a lui, mentre la sua energia stava per spegnersi. Protese una mano di luce azzurra e gialla verso la sua, e
vi rilasciò dentro dei piccoli cristalli. Non parlava, non trovava la forza per farlo. Con un ultimo pensiero proiettò nella mente di Kurush un’immagine incomprensibile, un impulso che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, mentre vedeva la Terra e Hesh legati insieme dal tempo e dallo spazio nello stesso destino, riecheggiante di misteriose e forti correnti che avevano iniziato a scorrere da lui e Meenah.
Meenah.
Meenah?
Nell’attimo dopo, tutto finiva. Il Titano alieno veniva spazzato via, smembrato dal flusso energetico come un grosso apparecchio in cortocircuito, mentre sconnessi pensieri lo attraversavano per l’ultima volta e migliaia di Ra’Hesh sparivano per sempre risucchiati dal loro stesso odio.
Poco rimaneva della mente comune umana. Meenah… Dov’era? La sua mente era debolissima, lontana, come un lapillo in procinto di spegnersi. La mente comune gradatamente si sciolse. Kurush corse ad abbracciare sua moglie, abbandonata su una poltrona accanto alla sua. Respirava appena.
Le loro menti non furono mai vicine come in quell’attimo. E il loro cuore sarebbe rimasto uno per sempre.
Sai che non ti lascerò mai – piangevano i pensieri di Meenah direttamente nella mente di Kurush.
E in quel momento non c’era nulla da dire, se non aprire di nuovo la sua mente intorno a quella di lei, esponendo vive tutte le sue ferite e cercando di catturare la sua essenza. Se ne stava lentamente andando, scivolandogli come sabbia rilucente di diamanti fra le dita.
Non dimenticare… la visione… – gli disse.
Ti amo, Kurush. Questo non può mai cambiare, mai.
Poi il nulla.
Si svegliò tramortito. Non riusciva a mettere a fuoco. Gli ardeva la gola. Aveva male ovunque, nel corpo e nello spirito.
La prima cosa che vide furono gli occhi verdi della bambina che lo guardavano attenti e che si illuminarono di gioia quando diede segno di riconoscerla. Lo abbracciò. Kurush non si sentiva ancora in grado di parlare. Dopo un certo tempo Herk entrò nella sua stanza.
– Finalmente sei tornato… Tieni – gli porse da bere, infilandogli una cannuccia fra le labbra. – Abbiamo perso il contatto con te. Non riuscivamo
a capire dove fossi finito. La tua mente era assente. Pensavamo di averti perso. – indicò la bambina – Lei è rimasta a vegliarti per tutto questo tempo.
– Ha solo te al mondo – questo pensiero lo attraversò. Herk parve udirlo. E anche la bambina, che lo abbracciò di nuovo.
– Ora riposa – gli disse Herk. Fra qualche giorno potrai alzarti. Sei uno degli eroi ora, anche se non c’è folla ad acclamarti. Il piano è riuscito. La Terra è salva. – Kurush pensò che avrebbe dovuto almeno provare ad abbozzare un vago sorriso, ma non ci riuscì. D’altronde Herk non sembrava aspettarselo. Uscì salutando brevemente.
Come posso vivere? – era l’unico pensiero che aveva.
– Non mi lascerai anche tu vero? – gli disse la bambina. La guardò. Poi cadde di nuovo addormentato.
Qualche giorno dopo fu in grado di alzarsi. Non riusciva più a tollerare la luce del sole o quella artificiale troppo vivida. Si fece dare un paio di occhiali da sole molto scuri, che coprivano anche le occhiaie e gli occhi arrossati. Si trovava in uno dei migliori ospedali della città, città che ora era praticamente deserta. Diversi Mentali che avevano preso parte alla sua mente comune erano periti, bruciati dall’ultimo sforzo di Meenah. Guardò il cielo che volgeva al tramonto.
– Proprio questo dovevo soffrire, di aver perso l’unica parte di me stesso che amassi davvero.
– Lei è qui – disse la bambina, facendolo trasalire. Non l’aveva notata.
– Che cosa? – le chiese.
– Lo sento. E’ come se la portassi come una collana, come un gioiello. Un cristallo prezioso, nel tuo cuore.
Non si chiese come una bambina così piccola potesse dire certe cose. Ma la sua frase gli fece rammentare improvvisamente l’ultima visione.
– I cristalli! – disse fra sé.
– Vuoi dire questi? – la bambina trasse tre piccole pietre azzurro-verdi, aguzze e di varia dimensione dalle tasche. – Li avevi con te e li stringevi. – glieli porse.
Li avvicinò agli occhi, togliendosi gli occhiali per vederli bene. Le molte facce riflettevano parti diverse della stessa realtà. Quando li rigirava fra le mani percepiva come dei flash, dei lampi in cui compresse si susseguivano
immagini troppo veloci per poterle distinguere.
Il profumo di Meenah…
Strinse le pietre fra le mani fino a tagliarsi. Il sangue sgocciolò sulla superficie dei cristalli senza macchiarli, andando poi a cadere per terra, in piccoli puntini rossi.
– Il bilancio delle vittime è catastrofico – disse Aleb.
– Tutti questi cadaveri rappresentano un grosso rischio per l’igiene. Non disponiamo di risorse sufficienti per bonificare la città. – disse Herk.
– Le campagne… – mormorò Kurush, pensando alle sterminate colture al di fuori delle città – …tornate alle campagne.
– C’è un’enorme mole di lavoro da organizzare e da svolgere – incalzò Aleb. – Dobbiamo formare una nuova società. Dobbiamo ripartire quasi da zero. Non c’è più nessuno a fornire i servizi. I sistemi automatici presto inizieranno ad aver bisogno di manutenzione, e…
– E le colonie? – chiese Kurush.
– Le colonie dipendevano totalmente dalla Terra. Non c’è molto che possiamo fare, per loro.
– Che cosa? Vuoi dire che dovremo abbandonarle a loro stesse?
– Non possiamo fare diversamente.
– Che ne sarà della civiltà? – disse Herk, quasi pensando fra sé.
Kurush fissava le stelle. Quante persone lassù avrebbero iniziato fra poco tempo a chiedersi come mai non arrivasse nessuna notizia dalla Terra. Perché non arrivassero rifornimenti. Avrebbero dovuto trovare il modo di divenire autosufficienti. E Kurush sapeva che ci sarebbero state molte sofferenze, per questo. Molte morti.
Gli tornarono alla mente le ultime parole del Ra’Hesh: il futuro delle due razze… Umani e Ra’Hesh. Era una proposta di pace? Come poteva essere possibile? Poi guardò i cristalli. Loro erano lì. Come poteva essere possibile? Tornò a osservare le stelle sopra di sé, e come molti altri prima e dopo di lui iniziò a sentire il sottile richiamo delle stelle.
– Dove vai? – gli chiese la bambina quando lo vide rientrare.
– Che cosa…?
– Stai andando via non è così?
– No, io…
Una sensazione di calore lo investì. Come se una luce avesse pulsato per un attimo nella sua mente. Non aveva più aperto la sua mente, a nessuno. Dubitava di poterlo fare di nuovo. Ma quella sensazione lo sorprese. Osservò la bambina con occhi diversi.
– Vieni con me. – le disse.
La condusse da Herk e Aleb.
– Guardatela… Voglio dire, la sua mente… Esaminatela.
– Kurush, non siamo esperti in queste cose. Piuttosto tu… – provò a dire Herk. Kurush tacque, osservando un punto lontano in basso dinanzi a sé.
– Vieni qua, piccola – sospirò Herk. – Rilassati. Tranquilla. – la bimba annuì.
Dopo qualche minuto di silenzio Herk e Aleb si scambiarono un’occhiata significativa. Herk si rivolse alla bambina.
– Vorresti aspettare nel tuo alloggio, cara? – lei annuì e si dileguò.
– Kurush, è sorprendente.
– No, direi che è quasi impossibile… – disse Aleb.
– Quella giovanissima mente ha un potenziale telempatico assurdo! Molte volte maggiore del tuo, Kurush. Alla sua età! E’ veramente… impossibile!
Kurush annuì. Da qualche parte, se l’era sempre immaginato.
– Come hai detto che si chiama?
– Non lo so.
– Non gliel’hai chiesto?
– Si…
– E?
– Non ha un nome.
– Come non ha un nome? Beh, non è poi così importante… – Herk fece una pausa – ascolta, Kurush, abbiamo pensato sarebbe bene se tu istruissi la piccola…
– So dove volete andare a parare. Non credo che funzionerà, ma farò del mio meglio perché sviluppi il suo pieno potenziale. So che i resti dell’Impero Interplanetario hanno ora bisogno di persone come lei, come noi… – sul noi gli si arrochì la voce, e chinò il capo.
– Non gettare la spugna, Kurush. – lo esortò Aleb – non precluderti ora la possibilità di riaprire la tua mente, un giorno.
– Tu non sai di cosa parli… – disse Kurush quasi sottovoce – Non hai idea di
cosa significhi. Non l’avete mai avuta… – terminò con rammarico, voltando loro le spalle. Si fermò sull’uscio.
– Intendo partire domani stesso. Porterò la piccola con me. Non so se ci rivedremo, amici miei.
I due assentirono gravemente. Era un addio.
– Prendi una delle ultime navi Imperiali. Possono viaggiare a velocità iperluce. Non avrai bisogno di trascorrere tediosi anni su un Titano.
– Lo farò.
Sparì silenziosamente fra le ombre della sera.
– Grazie Kurush. – disse la bambina.
– Di cosa?
– Di non avermi abbandonato anche tu. – lo abbracciò un’altra volta. Sedevano nella cabina di pilotaggio della veloce nave imperiale.
– Ho bisogno di te. – gli disse. Lui la guardò. Non poteva negarlo. Aveva davvero bisogno di lui. E cominciava a capire che forse lui ne aveva altrettanto di lei.
– Dove andiamo?
– Nelle colonie.
– Davvero? Che bello! Ho sempre sognato di vederle.
– Le vedrai molto presto.
– Qual è lo scopo del viaggio?
Gli scopi erano molti, fra quelli dichiarati e non, fra quelli percepiti consciamente e non.
– Scoprire?… Aiutare? Imparare?… Insegnare? – fece lui mentre preparava la nave alla partenza.
– Amare…
– Dimenticare?…
Decollarono. Kurush notò con la coda dell’occhio uno schermo pubblicitario ancora attivo. Sembrò essere un segno del destino.
“Colonizza Noi-Hert” diceva “Terre libere e clima temperato” poi “Spazio per tutti” e “Inizia la tua nuova vita su Noi-Hert” un paesaggio idilliaco sullo sfondo. Pubblicità.
– Allora? Dove andiamo? Punta Rosa? Calibrium? Ashley? – erano tutti nomi di colonie famose.
– No. Noi-Hert.
– Mai sentita. Sicuro?
– Sì.
Qualcosa dentro di lui lo spingeva in quella direzione. Non sapeva dire di cosa si trattasse, ma sapeva che doveva andarci. Strinse fra le mani i cristalli, mentre un progetto iniziava a prendere forma nella sua mente.
Guardò la bambina, e disse, solo con una punta di imbarazzo:
– Vuoi essere mia figlia?
Lei si girò di scatto, fissandolo con i suoi meravigliosi occhi spalancati. Non rispose. Dopo qualche istante, si gettò al collo di Kurush, piangendo per la prima volta da quando l’aveva conosciuta. La tenne stretta finché si rilassò, finché anche lui ebbe smesso di piangere.
Di gratitudine.
La proiezione cessava così.
Thorium, Alis, Shin, Shad e Iliar si guardarono l’un l’altro. Avevano recepito così tante informazioni tutte in una volta, e non avevano nemmeno il tempo di elaborarle.
La vibrazione si sentiva benissimo. Il cupo rombo che annunciava l’arrivo – il ritorno – dei Ra’Hesh scendeva fin nelle viscere del pianeta, fino a loro.
– Non c’è più tempo. – disse Shad. – Alis, prendi tu il comando strategico. Ho già avvertito il sindaco. Rimarrai nella stanza del terminale di accesso secondario, sotto la torre.
– Thorium – disse Shin – preparati alla battaglia. Le truppe avranno bisogno del tuo aiuto. Fai buon uso dell’arma. Ora, per piacere, state tutti indietro.
Le gemelle si avvicinarono l’una all’altra, guardandosi fisso negli occhi, senza distinguere più sé stessa dall’altra. Gradatamente il loro pensieri divennero uno solo, finché i loro corpi smisero di avere significato.
La luce, abbacinante come una stella, investì gli altri tre. Uno sfarfallio d’ombre e le gemelle erano sparite.
– Sono in fusione… – disse Alis trasognata. Poi si riprese. – Presto! Thorium, dobbiamo fare più in fretta possibile! Iliar, tu resta con me!
– Io resta.
Tornarono a precipizio all’ascensore. La salita sembrò interminabile, divorati com’erano dall’ansia. Il rombo di tuono era sempre più possente e profondo. Era perfettamente identico a quello che avevano sentito nella proiezione lasciata lì da Kurush.
Thorium assunse un’aria distaccata. I suoi occhi erano lontani. Schizzò via per la lunga scalinata a spirale come un uccello notturno, mentre Alis si collegava al sistema del Proiettore. I suoi pensieri avrebbero coordinato direttamente l’esercito difensore. Già avvertiva i barbari avvicinarsi con le loro scomposte orde e con i loro Ka’Rast da est. Iliar si rannicchiò in un angolo, tremando.

C’est à dire…

 

Una raccolta di frasi celebri…

 

Mi puoi disinnescare la segreteria telefonica?  

Soffro di vene vorticose.  

Di fronte a queste cose rimango putrefatto

In farmacia: Puoi darmi un 'una tantum'?  

Quando muoio mi faccio cromare.

Arriva il treno, hai blaterato il biglietto?

Come faccio a fare tutte queste cose simultaneamente? Dovrei avere il dono dell'obliquità

Un'onda anonima ha travolto i surfisti.

Almeno l'italiano…sallo!

Basta! Vi state coagulando contro di me!

E' nel mio carattere: quando qualcosa non va, io sodomizzo!

Anche l'occhio va dalla sua parte

Non so a che santo riavvolgermi.

Avete i nuovi telefonini GPL?

Il cadavere presentava evidenti segni di decesso.

Prima di operarmi mi fanno un' autopsia generale.

Abbiamo mangiato la trota salmonellata.

Vorrei un pacco di cotone idraulico.

Vorrei un'aspirina in supposte effervescenti.

Vorrei una maglia con il collo a volpino.

Devo andare dall'otorinolalinguaiatra.

Ho visitato palazzo degli infissi a Firenze.

Vorrei una pomata per l 'Irpef.

Se lo sapevo glielo divo!

Usare il DDT fa diventare più grande il buco nell'Orzoro.

Tu non sei proprio uno sterco di santo.

Tu l'hai letto il fu Mattia Bazar?

E' andato a lavorare negli evirati arabi.

Lo scontro ha causato 5 feriti e 10 confusi.

A forza di andare di corpo mi sono quasi disintegrata.

Mia nonna ha il morbo di Pakistan.

La mia auto ha la marmitta paralitica.

Verrà in ufficio una stragista per il tirocinio.

Sono momentaneamente in stand-bike.

Che lingua si parla in Turchia? Il turchese.

Davanti alla sua prepotenza resto illibato.

Scendi il cane che lo piscio.

C'è una peluria di operai.

E' inutile piangere sul latte macchiato.

Sono sempre io il cappio espiatorio.

Signora, vorrei 100 grammi di prosciutto senza polistirolo.

Mi sono fatta il leasing al viso.

 

…potete votare.

Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.3 (Mirror)

Il sole batteva sui tetti e sui giardini della città. Il suo bianco risplendeva come un gioiello; bellezza e splendore erano ovunque. Non c’erano residenze più lussuose di altre, tutte soddisfacevano le necessità di chi le occupava con deliziosa eleganza. Le vaste strade alberate lastricate di pietre colorate erano percorse da studenti, artigiani, venditori e altri, ognuno intento a svolgere con serenità la propria attività. I percorsi ruotavano intorno al centro della città, ove sorgevano gli immensi Palazzo e Giardino di Saberinne, dove mille anni prima era giunto Kriss a determinare le sorti di quel regno.
– Bentornate, nostre signore… – le accolsero i presidi delle scuole di Saberinne quando Shin e Shad atterrarono col loro pallone, in quel giardino.
– Attendevamo con ansia il vostro ritorno – prese la parola il più anziano fra loro – Mentre eravate via sono stati avvistati altre creature di energia aggirarsi nei pressi dei confini del nostro regno… – preoccupazione filtrava dalle loro voci.
– Diteci, che notizie giungono dalla Rocca? – chiese un altro con ansia.
– Niente di buono – disse piano Shad dopo una pausa.
– Noi-Hert si sta preparando ad assistere ad una nuova guerra – dichiarò Shin.
Seguì un silenzio attonito.
– Una guerra?
– Dove?
– Chi la combatte?
– Noi… – rispose Shin.
– Non conosciamo del tutto la natura del nostro nemico – spiegò Shad – l’unica cosa che sappiamo con certezza è che corriamo un grave pericolo e che dobbiamo essere pronti a respingere l’attacco.
– Quale attacco?
– Ayonn sarà la prima, a quanto pare – rispose Shin.
– Ayonn? Non è possibile…
– Sembra invece che il nemico, un certo Radjer, alla testa di un vasto esercito, lo ritenga possibile… – ribatté Shad – e quel che è peggio è che con ogni probabilità pensi di poter vincere, altrimenti…
Un’altra pausa.
– Quindi cosa si farà?
– Ayonn avrà bisogno di tutte le forze possibili. – disse Shin.
– L’aiuto di tutti è richiesto in questa circostanza. Dai nostri sforzi congiunti dipenderà l’esito della battaglia. – proseguì Shad.
– Battaglia… – disse il più anziano – Come suona strana questa parola, ora…
Posso avere la vostra attenzione? Shin, Shad, gentili signori… – il sindaco Markel si stava mettendo in comunicazione con loro tramite il proiettore.
Parla, Markel.
Ho ricevuto un messaggio dalla Rocca – il suo tono era piuttosto teso, cupo – un esercito si appresta ad attaccare la città.
Abbiamo saputo – risposero le due sorelle – Saberinne si prepara ad inviare tutte le sue forze in vostro aiuto. Avrete bisogno di supporto contro nemici come quelle misteriose creature di energia.
La città vi ringrazia già da ora.
Scusate, sindaco – era il preside più anziano – Volevo ribadire l’impegno da parte di tutte le scuole mentali di Saberinne, nonché di tutti i loro allievi. Saremo felici e onorati di poter servire la vostra causa.
Disponete di mezzi di trasporto adeguati? – chiese Markel.
La flotta di Saberinne può in qualsiasi momento interrompere ogni attività e fare la spola fra l’estrema punta settentrionale del continente e il vostro porto dei Vecchipazzi.
Invierò anche parte dei vascelli di Ayonn per sveltire la procedura. Non sappiamo di quanto tempo in effetti disponiamo.
D’accordo. Provvederemo a stilare una lista dei partecipanti per organizzare il trasporto.
Preside Gill, affidiamo a voi la reggenza di Saberinne nonché l’incarico di organizzare la spedizione verso Ayonn. – dissero Shin e Shad.
Cosa…? Non capisco…
Ci aspetta un altro viaggio, un’altra missione. – disse Shad.
Intendiamo riportare con noi un’ulteriore speranza per le sorti di Noi-Hert – aggiunse Shin.
I presidi le osservarono cercando di capire. Infine si produssero in un leggero inchino.
A vostra disposizione. Attenderemo allora con ansia il vostro ritorno.
Saremo ad Ayonn prima del nemico. – assicurò Shin.
Fate buon viaggio. Buona fortuna. – disse Markel.
Grazie sindaco. Buona fortuna anche a te.
– Trovato qualcosa? – Shin entrò nella enorme biblioteca di palazzo, portando con sé quella sua particolare luce, come sempre. Shad alzò gli occhi, quegli occhi dai misteriosi sogni lontani, dal tavolo sul quale si trovavano accatastati numerosi volumi, grandi e piccoli, stampati e manoscritti.
Sedeva a uno dei tavoli più piccoli. Aveva preso una scala per raggiungere gli scaffali altissimi. Dalle mura traforate secondo elaborati motivi decorativi filtravano gli ultimi raggi di luce che si disperdevano all’interno del vasto ambiente dando luogo a una rilassante luce diffusa. Presso i tavoli erano fissate lampade per fornire ulteriore luce a seconda dell’ora del giorno o in caso di bisogno. In quel momento della giornata la biblioteca era deserta.
– Ben poco… – le mostrò un libricino scritto a mano. C’era il disegno di una carta geografica.
– Sembra l’estremo sud-occidentale di Saberinne… – disse Shin dopo averlo studiato per un po’.
– Esatto… E quell’isolotto ancora più a ovest…
– Nat?
– Esatto. E’ lì che dobbiamo andare.
– Non sembra tanto grande…
– Non in confronto a Saberinne, però le sue dimensioni non sono poi così irrisorie…
– Hai ragione…
– Ho scoperto un’altra cosa…
– Sarebbe?
– Sembra che Nat sia la patria dei Toodz.
– I Toodz? Ma non erano un’invenzione di papà?
– Sembra proprio di no. Ci sono molti riferimenti, e anche qualche disegno… – Shad le mostrò uno schizzo raffigurante un nano… O almeno sembrava.
– E’ proprio come ce li descriveva lui… – osservò Shin.
– Potremo sincerarcene presto di persona. Gli allievi ci stanno già preparando il pallone… Anzi, hanno finito proprio ora – aggiunse dopo
aver fissato il vuoto per un secondo.
– Allora andiamo, che stai aspettando? – si voltò rapidamente dirigendosi verso il giardino.
– Allora andiamo… – ripeté Shad sottovoce, ancora seduta presso la scrivania.
Si innalzarono al tramonto, rincorrendo l’ultimo raggio di sole finché non incontrarono la notte. Il mare a nord-ovest luccicava di mille bagliori di platino, infuocati dalla luce radente.
Non sembravano esserci tempeste in arrivo. Presto le stelle si moltiplicarono circondandole con il loro manto silenzioso. Si accoccolarono sotto una coperta, gli abiti leggeri non bastavano a quella quota, osservando lo spettacolo offerto dalla notte, parlando istintivamente sottovoce. Le circostanze, il viaggio, il pericolo, l’importanza della loro missione le stavano facendo sentire vicina l’una all’altra come non mai.
– Cosa succederà su Nat?
– E chi lo sa?
– Davvero dovremo agire separatamente come ha detto Long?
– Non riesco a capire come, ma di solito l’anziano parla a ragion veduta…
– Chissà cosa ci aspetta…
Silenzio.
– Ti rendi conto? Sarà l’Arma quella che riporteremo con noi!
– Finora è stata solo una leggenda per il popolo unito di Saberinne e Ayonn…
– …vedranno la leggenda fondersi con la realtà… potremmo diventare i nuovi eroi di Noi-Hert!
– Frena gli entusiasmi… Non siamo neanche arrivati a Nat, già pensi al dopo? Ricordati che ci troviamo a combattere una guerra.
– Uff… Non sei proprio capace di pensare positivo eh?
– Sono realista…
– Sei musona! – la punzecchiò facendole il solletico.
– Quante volte ti devo dire…! – cominciarono ad azzuffarsi ridendo fra le nuvole.
Dopo un paio di giorni, quando il sole stava tramontando di nuovo, giunsero in prossimità della costa sud-occidentale di Saberinne. Volevano
sostare prima di trasvolare l’oceano sconosciuto.
Atterrarono presso il villaggio di Feyn, sospeso su un’altissima scogliera che strapiombava protendendosi verso il mare.
Tutta la popolazione locale si radunò intorno a loro.
– Quale inaspettato e incommensurabile onore!… – il responsabile del villaggio si prostrò a terra a corto di voce.
– Alzati, Yohan, portavoce di Saberinne – disse Shad – non desideriamo, non meritiamo simile accoglienza.
Shad! Smettila di indovinare i nomi degli altri! Come pretendi possano prenderti sul serio quando dici certe cose se ti comporti come una strega quale veramente sei?!… – rideva senza lasciar trapelare nulla sul viso.
Lo so, lo so… E’ che non riesco mai a ricordarmi i nomi di tutti i portavoce che mamma ci fa nominare ad ogni generazione. Sono troppi questi villaggi!
Yohan nel frattempo le stava scortando presso la sua residenza. Sorgeva presso il centro del villaggio, dove una fontana distribuiva acqua dolce, alimentata da un complesso sistema di condutture che arrivava dalle montagne e che serviva tutta quella zona di Saberinne. La fontana aveva dei piedistalli sui quali c’erano due statue raffiguranti Saberinne e Kriss. Shin e Shad rimasero colpite dalla loro qualità, da come lo scultore aveva saputo cogliere l’espressione tipica del padre e la magnifica bellezza della madre. Le statue sembravano vive. Avevano entrambe un braccio proteso verso quello dell’altro, e le dita si univano con incredibile tenerezza.
Intanto tutto il villaggio continuava a seguirle, mormorando parole di ammirazione e cercando di sfiorare le loro vesti.
Ehi, Shin…
Cosa c’è?
Cosa ne pensi di quei due?
Shin seguì il pensiero della sorella finché li trovò. Erano due giovani, un ragazzo della loro età che portava la sua piccola sorellina sulle spalle, per permettere anche a lei di vedere le due ragazze divine.
Molto carini….
Shad sospirò. – Guarda la loro mente. Bisogna assolutamente indirizzarli a una delle Scuole…
Sempre al lavoro, sorellina, eh? Dai, ne parleremo con Yohan non appena si presenta l’occasione.
– Prego, da questa parte. Questi sono gli alloggi che teniamo in serbo per occasioni come queste…
Yohan spostò un pannello, come una porta di una casa giapponese, rivelando un ambiente fornito di ogni comodità. Nel centro ribassato della vasta stanza lignea c’erano alcune poltrone e un divano e una catasta di cuscini, area che dava sulla veduta mozzafiato dalla scogliera. Ai margini della stanza c’era tutto il mobilio necessario, di ottima fattura. Un’altra di quelle porte scorrevoli portava nella bellissima camera da letto con annesso bagno, il tutto con veduta da vertigini.
Non ci faremo viziare troppo? – disse Shin mentre si gettava a corpo morto sul letto, dopo che Yohan si era ritirato. Shad sedeva su una sedia di vimini sulla terrazza panoramica, aspirando l’odore del mare.
Credo di esserne sempre più convinta... – rispose.
Un aroma delizioso le destò. Senza accorgersene si erano entrambe assopite.
– Cos’è? – fece Shin raggiungendo la sorella sulla terrazza.
– Credo sia la cena…
Uscirono dalla residenza di Yohan e subito due uomini le accolsero con un profondo inchino, fuori della porta.
– Prego, vogliate seguirci. C’è un banchetto in vostro onore. – disse il più anziano.
Giunsero presso una ampia ed elegante scalinata di roccia che sprofondava nel terreno. Una luce giungeva dal basso. Il passo era rischiarato da delle lampade di cristallo applicate alle pareti.
Arrivarono in quella che doveva essere la sala dei banchetti. Era una vasta, enorme camera scavata nella roccia, in parte incassata nella scogliera al di sotto del livello del villaggio e in parte sospesa nel vuoto sullo strapiombo. Luci soffuse rischiaravano i tavoli con delicatezza. Su un palco leggermente più in alto c’era il loro tavolo, il posto d’onore. Era l’estrema terrazza, dove a far loro compagnia era la luna specchiata sul mare e il profumo di lui.
Una musica lieve accompagnava il pasto. Praticamente tutto il villaggio era lì presente, nessuno voleva lasciarsi sfuggire l’occasione.
– Che posto fantastico… – disse Shin alla sorella, quando i loro accompagnatori si ritirarono con un inchino.
– Mi sento un poco osservata… – rispose Shad. Nessuno osava avvicinarsi
al loro tavolo o rivolgere loro la parola. Tutti le osservavano con soggezione dai loro tavoli, distogliendo lo sguardo quando loro si giravano a guardarli.
– Se ti concentri sul panorama non te ne accorgi…
– Non è così semplice.
– E allora che fai, non mangi? – disse Shin che intanto si era accomodata e aveva iniziato ad assaggiare – E’ delizioso!…
Shad sospirò, guardò la folla cercando di infondere nelle loro menti la consapevolezza che loro due apprezzavano tutto ciò ma che non meritavano tanti onori.
Qualcuno non distolse lo sguardo. Un ragazzo rimase a fissarla incapace di muoversi, affascinato da quella presenza così splendida, sovrannaturale.
Non è il ragazzo di prima?… Lo hai fatto secco eh?
Smettila! Sai benissimo… – Shad tornò a sedersi. Non aveva più tanta fame.
Yohan! – il suo richiamo mentale giunse perfettamente a destinazione. Dopo qualche minuto il portavoce si presentò al loro tavolo, profondendosi di nuovo in inchini.
– Avete chiamato? C’è qualcosa che non va?… – chiese con premura.
– No, è tutto meraviglioso – lo rassicurò Shad – volevamo solo parlare un po’ con voi…
– Inoltre volevamo informarci sulla situazione attuale di questa zona del regno di Saberinne… – continuò Shin – In particolare per quanto riguarda degli avvistamenti…
Yohan fece un cenno di assenso con la testa.
– Una settimana fa, per tre giorni consecutivi, dei cacciatori del vicino villaggio di Beyn hanno incontrato delle creature che li hanno aggrediti. Uno ha perso la vita. Ma ora il pericolo sembra scongiurato, almeno per quanto riguarda l’immediato. Certo pensare che da qualche parte nei boschi si nascondono quei mostri non mi rassicura…
– Quindi non ne avete visti di recente? – chiese Shin.
– No, è trascorsa una settimana senza ulteriori avvistamenti.
– Non credo avrete altri fastidi… – disse Shad.
– Cosa intendete dire?
– Un guerra sta per avere luogo, presso Ayonn.
Yohan rimase impietrito qualche istante. Poi, con un filo di voce:
– Una guerra?
Shad annuì. – Come mai Noi-Hert ne ha viste finora. Quei mostri erano solo l’inizio. L’attacco ormai è imminente.
Restarono in silenzio.
– Riteniamo che per ora il regno di Saberinne sia al sicuro – dichiarò Shin – quindi potete dormire sogni tranquilli.
– Ma tutte le nostre speranze e i nostri sforzi sono concentrati sulla sconfitta del nemico presso Ayonn, o presto la guerra raggiungerà ogni luogo – concluse Shad.
Yohan le guardò mesto. – Non posso che augurarvi buona fortuna, per il bene di tutto il popolo unito di Ayonn e Saberinne. Suppongo siate in viaggio per questo…
– Hai visto giusto – concordò Shad.
– La nostra missione è d’importanza determinante, come lo è quella di nostro fratello. – aggiunse Shin.
Dopo qualche istante Yohan disse:
– E dove siete dirette, se è lecito chiedere?
– A Nat – rispose Shin.
– A Nat? E cosa può esserci di interessante su quella sperduta isola?
Shad lo osservò in silenzio. Yohan fissò soggiogato quegli occhi incantatori.
– Forse non era una domanda appropriata – concluse.
– Forse no… – disse Shad sorridendogli.
– Avrete bisogno di provviste…
– Ci siamo fermate proprio con l’intento di rifornirci. – disse Shin – Ma ora… – disse indicando intorno a sé – …è difficile decidere di lasciare questo posto.
Yohan sorrise orgoglioso.
– Consideratela come la vostra seconda casa. Il villaggio di Feyn è vostro, come tutto il regno.
– La terra non è di nessuno… – disse Shad.
– …è lieta di ospitarci. – concluse Shin.
Yohan si alzò, inchinandosi diverse volte mentre si allontanava.
Le gemelle tornarono ad osservare il panorama mozzafiato. La luna stava tramontando. Tra poco ne sarebbe sorta un’altra, facilmente confondibile con la prima.
Ricordi quando Thorium…? – disse Shin.
Certo. – rispose Shad.
Si riferiva a quando aveva composto per loro un canto, la prima volta che erano venuti su quel pianeta, quando erano ancora poco più che due bambine, una poesia sulle lune gemelle di Noi-Hert che segnavano il passo alla notte e mai si contendevano il loro dominio celeste, alternandosi armoniosamente come il giorno e la notte nei sogni degli uomini.
Sospirarono all’unisono.
L’alba era sorta dalle montagne. Il mondo era bagnato da quella tinta rosea che sfumava tutto ciò che gli uomini avevano appena lasciato nel mondo dei sogni.
Yohan le stava aspettando presso il loro pallone, che era stato preparato per la partenza e riempito di ogni sorta di provvista e dono dalla gente del villaggio. Una certa folla si era radunata per dare l’ultimo saluto alle dee di Saberinne.
Decollarono fra canti, inni e grida di saluto. Si sporsero verso il basso e continuarono a fare cenni di saluto finché la scogliera e la folla rimpicciolirono fino a diventare una singola pennellata sulla tela del mondo.
– Eehhh… – Shin sospirò, lasciandosi cadere a sedere. Guardò la sorella che le dava le spalle, notò qualcosa.
Shady?
– Si?…
– Non devi vergognarti se ti commuovi, lo sai.
– Non sto piangendo…
– Oh, per favore, cara sorellina…
Si alzò e la abbracciò.
Il viaggio proseguì tranquillo nei giorni seguenti, finché giunsero in vista della loro destinazione. All’orizzonte, appena visibile, lontanissima, si scorgeva una nebbia oscura pesare sulla terra, rischiarata ogni tanto da lampi.
– E’ lì che dobbiamo andare – disse Shad, osservandola.
Piano piano la temperatura andava scendendo. Fortunatamente fra i doni ricevuti al villaggio di Feyn c’erano diversi vestiti più pesanti delle loro
corte vesti di seta che usavano indossare presso Saberinne. Qualcuno, probabilmente Yohan, aveva avuto il buon senso di includere degli abiti adatti all’esplorazione e al viaggio non esattamente confortevole che le aspettava nelle fredde e umide foreste di Nat.
Quando finirono di cambiarsi si osservarono l’un l’altra.
– Non stai male… – disse Shad.
– Neanche tu… – rispose Shin – …sai, sembri la ragazza di Thorium – e mimò la cavalcatura di una moto. Risero pensando a quanto invece era diversa Alis da loro, strette in quei vestiti di dura pelle.
– Devi ammettere però che sono sexy… – disse Shin dopo qualche istante riguardo a quegli abiti.
– Non saresti il mio tipo… – scherzò Shad squadrandola. – Che ne dici invece di aiutarmi con questi lacci qua dietro? – continuò, voltandosi e indicando i lacci del corpetto, sulla schiena.
– Certo sorellina – sogghignò.
– Ahi! Piano! – protestò Shad quando cominciò a tirarli vigorosamente.
– Oh, scusami tanto – disse Shin prendendola in giro.
– Guarda che poi mi vendico… – fece Shad socchiudendo gli occhi e assumendo un’espressione velenosa. Era troppo difficile mantenerla per più di due secondi rimanendo seria. Scoppiarono a ridere, continuando a lungo, finché la costa di Nat fu ai loro piedi.
Una folla di bambini, uomini e donne risalivano il pendio erboso che portava alla collina presso il mare dove erano atterrate. Sentirono il clamore avvicinarsi. Scesero dalla cabina, mentre sgonfiavano il pallone.
I primi bambini le raggiunsero. Videro che in effetti non si trattava di bambini. Sembravano tanti nanerottoli che blateravano mille parole in una lingua incomprensibile.
– Shad, cosa…?
– Questi devono essere i famosi Toodz!
Uno di quelli che aveva vicino sembrò riconoscere la parola perché la fisso meravigliato poi prese a ripetere sempre più forte:
– Tood! Tood! Tooooooood!!
Quei piccoletti si arrampicavano ovunque, sulle spalle delle due sorelle, dentro la cabina del pallone, rovistando ovunque e facendo un gran baccano. Fra gli altri si fece largo saltellando e pestando piedi e mani uno
che sembrava più deciso degli altri. Si avvicinò alle gemelle:
– Stranieri – la sua pronuncia era incerta.
– Ma questo parla!
– Eh già…
– Io parla!
– Lui parla!
– Eh!
– Voi viene, viene… – faceva per indicare il villaggio presso la riva.
– Aspetta, Shad, perché non provi a dirgli di farli smettere?
– Ci provo… Senti piccolo…
– Sì? Io parla.
– Si, ma ascoltami un attimo… Potresti dire ai tuoi amici di fare silenzio, di lasciare perdere le nostre cose e di venire al villaggio con noi?
Il nano la guardava trasognato.
– Shad, quello non capisce…
– Io parla! – ripeté lui con più decisione.
Shad si portò una mano alla fronte.
Fatela finita! – sospirò. Intorno a lei il clamore scemò, i nani la fissavano.
– Shad, fallo di nuovo.
– Ma cosa?
– Devono averti sentito!
– Ma se non capiscono la nostra lingua!
– Magari hanno una maggiore ricezione mentale empatica! Concentrati sul tono e non sulle parole.
Scendete da li – disse guardando i nani che si erano arrampicati sul pallone. Dopo qualche esitazione ubbidirono.
Allontanatevi.
Quella massa informe si spostò di qualche metro.
Ora scendiamo al villaggio – indicò le case sorridendo. Subito ripresero tutti a urlare mentre trotterellavano giù dal pendio e loro intorno. Quello che aveva cercato di parlare nella loro lingua si attaccò al polpaccio di Shad per non essere trascinato via. Nel frattempo gli uomini e le donne li avevano raggiunti. Sembravano quasi dei selvaggi, scarsamente vestiti di pelli e con rudimentali armi in mano. Non parlavano, si limitavano a osservare con curiosità e timore.
Il tood che Shad aveva aggrappato alla gamba le aveva condotte nella sua capanna, dopo aver litigato vivacemente con gli altri suoi simili.
– Siede prego – disse loro indicando il suo salottino. Le due sorelle dovevano camminare leggermente chinate, facendo attenzione a non urtare il soffitto basso. Si accomodarono dopo qualche incertezza su dei buffi cuscini rigonfi.
– Qual è il tuo nome? – fece Shin rivolta al nano che stava armeggiando presso la cucina.
– Eh? Ah… Nome: Iliar. – disse orgoglioso battendosi la mano sul petto.
– Piacere Iliar, io mi chiamo Shin…
– E io Shad. Felice di conoscerti.
– Voi qua perché?
Shin e Shad lo guardarono.
Credo voglia chiedere cosa ci porta qui… – si dissero. Shad fece per rispondere quando Iliar la prevenne.
– Ma io sa. Io sa! – si voltò a mettere qualcosa sul fuoco.
– Io dà osp…ospitità…
– Ospitalità?
– Sì! – si illuminò in volto, letteralmente.
– Shad, si è acceso!
– Accidenti, allora papà non ci prendeva in giro…
Intanto Iliar aveva ripreso a dire:
– Io da voi ospitalità, prima che andare Tempest.
– Tempest? Cos’è?
– Boom, vento! Boom luce, pioggia!
– Tempesta? – chiese Shin.
– Sì! – si illuminò di nuovo.
– Perché dovremmo andare in una tempesta? – chiese Shad.
– Voi qua per tempesta, no? Voi Sabrin
– Come hai detto? – chiese Shad, sporgendosi in avanti.
– Voi Sabrin, venute qui per tempesta.
– E tu come fai a saperlo? – interloquì Shin, sorpresa al pari della sorella.
– Oh, io studia… – arrossì, letteralmente. Il pentolino alle sue spalle emise un fischio.
– Oh, pronto. Ecco… – prese del contenuto del pentolino, una specie di
caffé, e lo versò nelle tazze più grandi che aveva. Lo porse alle gemelle.
– Beve! Buono!
Con cautela assaggiarono la bevanda. Era bollente, ma buona, in definitiva.
– Come fai a sapere che veniamo da Saberinne? – gli chiese lentamente Shad dopo aver bevuto. Iliar la guardò in silenzio dal basso, poi disse:
– Io sa… Sempre sa, da prima prima…
– Sapevi in anticipo che saremmo arrivate? – chiese Shin incredula.
– Sì! – si illuminò, poi si affrettò a correggersi – No, no voi. Io sa Sabrin arriva, giorno poi va in Tempest. Papà sempre racconta, come papà di papà e papà di papà di papà…
– Aspetta, vuoi dire che si racconta una storia secondo cui da Saberinne qualcuno dovrebbe giungere qui e poi andare in una tempesta? – disse Shad.
– Si! – il nano si illuminò ancora una volta – No una tempesta! Tempest! – indicava con espressione sconsolata da qualche parte alle sue spalle, ripetendo quella parola, senza riuscire a spiegarsi.
– Shad, credo che questa Tempest sia un luogo determinato, e non un semplice temporale.
– Forse quei lampi che abbiamo visto all’orizzonte?
– Potrebbe essere.
Il nano le osservava ascoltando, tutt’orecchi.
– Ascolta, Iliar – fece Shad – abbiamo bisogno che tu ci dica tutto quello che sai su Tempest, e come possiamo arrivarci.
A quelle parole il nano fece una strana smorfia.
– Io… Io… – cercava disperatamente le parole, gesticolando impotente, infine esclamò, illuminandosi tutto:
– Io porta!
– Ci guiderai tu?
– Eh? – fece il nano.
– Tu… guida… noi? – gli scandì Shin.
– Sì! Io guida e porta Tempest!
– Perfetto. Pensi potremo partire domani?
– Domani? Sì, domani. Mattina, partire!
– Hai detto che studi… – disse Shad mentre il nano saltellava per casa
preparando i letti per la notte.
– Sì! Io studia! Io legge Tood! – era palese il suo orgoglio in quelle parole. Probabilmente era l’unico in grado di farlo. – Da un mobile estrasse una serie disordinatissima di vecchi rotoli e fogli, cosparsi di una strana scrittura, incomprensibile agli occhi delle due sorelle.
– Chi te li ha dati?
– Papà…
– Ti sono stati trasmessi di padre in figlio?
– Padre… Figlio… – Iliar sembrava imparare ogni nuova parola che sentiva da loro. – Sì.
– Cosa dicono?
– Questi niente… – disse scostando da una parte la maggior parte dei fogli – Questi storia. – indicò i rotoli.
– Quale storia?
– Storia di Nat, storia di Tood, storia di Vesh…
– Ehi, ehi, calma… Ma un’altra cosa: come fai a conoscere la nostra lingua?
– Parole insegnate da padre. Scritte qui. – indicò un foglio in cui un paio di centinaia di parole erano scritte in quei caratteri incomprensibili.
– Devono essere traslitterazioni – disse Shad alla sorella.
– E dove le avranno prese?
– E chi lo sa! Qualche suo antenato deve aver viaggiato per Saberinne, o Ayonn…
– Ayonn! Io sa parola Ayonn! – intervenne il nano.
– Davvero? Cosa sai di… – le parole di Shin furono interrotte da un lungo sbadiglio, che contagiò subito gli altri tre.
– Domani racconta. Lungo viaggio, tante parole. – disse il nano, poi indicò i loro letti.
– Va bene… Buonanotte Iliar – gli dissero sorridenti. Il nano le guardò e si accese di varie tonalità, poi si ritirò nella sua camera.
Che tipo Iliar! – disse Shin.
E’ incredibile, sembra di veder materializzarsi le favole della nostra infanzia…
– A questo punto mi chiedo quanta verità e quanta fantasia contenessero…
– I nostri genitori non sono mai stati molto chiari nei loro racconti, non trovi?
– Ci stavo pensando anch’io… Non hanno mai dato tanto peso a quello che raccontavano…
– Eppure dovevamo pensarci… Erano stati su Noi-Hert prima di noi, e a quanto pare anche più volte.
– Perché questo silenzio? Perché non ci hanno detto cosa è successo davvero?
Dopo qualche istante Shad rispose:
Credo che, in definitiva, cosa sia successo ce lo abbiano detto… Il viaggio di papà su Noi-Hert fino a Saberinne dove ha incontrato la mamma e insieme hanno salvato il suo regno… Ma se ci pensi tutto il resto è immerso nella nebbia, tranne la visita alla Rocca…
– Quanti dettagli sono nebulosi, senza una risposta o senza una motivazione, ora che ci penso!
– Mi domando quale sia il motivo per cui ci hanno trasmesso solo una verità parziale…
– Ottima domanda…
– Sappiamo così poco di quello che successe fra l’arrivo di papà sul pianeta e gli avvenimenti che ebbero luogo qualche tempo dopo a Saberinne…
– Era in quel mentre che papà aveva conosciuto i Toodz, vero? Avevo sempre pensato che stesse arricchendo la storia per noi…
– …mentre in realtà stava sorvolando!
– Accidenti!
– Sbaglio o c’era qualcun’altro con lui?
– A me sembra di ricordare un uomo grande e grosso ma buono…
– E a me sembra ci fosse anche una donna… O erano due uomini?
– Non saprei… Ogni volta ci raccontava la storia in modo diverso…
– Finché un giorno smise di raccontarcela…
– Eravamo cresciute e non avevamo più bisogno di storie per dormire…
– Eravamo anche abbastanza stufe di risentire sempre le stesse cose…
– E’ vero… Credo che abbiano pensato che prima o poi l’avremmo scoperto per conto nostro, se lo avremmo voluto…
– Beh, comunque sia la prossima volta li spremiamo per bene…
– Ah, ci puoi giurare. A questo punto, non vedo l’ora di sapere come andò veramente.
– Eh già… Ma ora faremmo meglio a dormire…
– E va bene… Buonanotte sorellina.
– Buonanotte.
– Buonanotte Iliar.
Furono svegliate da un caldo aroma.
– Mhhh… Cos’è? – biascicò Shin.
– Colazione! – disse il nano sorridendole.
– Shad, alzati… Era il tuo stomaco quello?! – esclamò Shin.
– Sì… – disse lamentosa la sorella – …che fame…
– Colazione buona! – disse Iliar.
Dopo parecchi stiramenti e sbadigli le sorelle riuscirono ad alzarsi.
– Ma che ora è?
– Ora che sole esce.
– Alba?!
– Sì! Alba!
Si avventarono sul cibo preparato da Iliar.
– E’ tutto molto buono Iliar, complimenti!
Il nano arrossì.
– Grazie di complimenti… – a un certo punto si batté la mano sulla fronte. – Io deve scrivere o dimentica tutto! – si precipitò a prendere dei fogli puliti e una penna con inchiostro, dopodichè cominciò a stilare una lista delle parole nuove che stava imparando. Quando terminò andò prendere una bacinella di acqua riscaldata presso il fuoco.
– Fuori freddo – disse – Voi lava…
– Grazie Iliar! Sei veramente gentile!
Iliar arrossì nuovamente.
Fuori faceva effettivamente freddo. Le due sorelle si strinsero nei loro abiti, avvicinandosi l’un l’altra. Iliar le guardò e disse:
– Non preoccupare. Dopo caldo…
Il villaggio si stava risvegliando. I pescatori tornavano con le barche portando reti piene di pesce. Donne e toodz si affrettavano intorno ai moli per aiutarli a scaricare e per pulire parte del pesce per consumarlo per quel giorno e metterne altro sotto sale per conservarlo.
Una discreta folla si radunò intorno a loro tre, seguendoli per diverse centinaia di metri.
Un tood più vecchio stava parlottando con Iliar, il quale sembrava piuttosto sicuro di sé in quella conversazione.
– Cosa dice? – chiese Shin.
– Oh, solo vecchie… quale è parola… paura di male vicino…
– Sorte avversa…?
– Sì… anche…
– Superstizione? – intervenne Shad, leggendo nella sua mente.
– Sì! Superstizione. Dice che noi va contro grande sfortuna. Superstizione. Paura di Tempest. Sempre paura.
– Tu non hai paura?
– Io? Io no! Io studia. Io sa no deve avere paura. – Le gemelle lo guardavano sempre più stupite. – Io sa Tempest è solo montagna.
– Ah, allora si tratta di un monte… – disse Shin alla sorella.
– Aspetta, non ti sembra di averlo già sentito da qualche parte?
– Sarebbe a dire?
– L’Arma di nostro padre, custodita nel cuore della montagna, nel mare? Mi sembra familiare.
– In effetti, adesso che mi ci fai pensare, deve avercene parlato, qualche volta.
Dopo qualche minuto, indicando i selvaggi che ancora li seguivano, Shad disse a Iliar:
– Ma quegli uomini non parlano?
– Loro parla poco. Loro lingua no buona. Poco pensa, poco parla.
– Strano, di solito è il contrario! – esclamò Shin scoppiando a ridere.
Iliar la guardò perplesso.
– Lascia perdere Iliar, è solo un modo di dire… – intervenne Shad sorridendo della battuta. Il nano alzò le spalle, e continuò a fare strada, appoggiandosi al suo piccolo bastone. Salivano sempre più sul pendio di una collina, e il bosco andava facendosi più fitto.
– Che scarpinata! – esclamò Shin dopo un paio d’ore. – Sono proprio stanca…
– Guarda il lato positivo… Almeno ci siamo scaldate…
– Voi riposa? Io no stanco…
– Noi un po’… – ribatté Shin prendendo fiato.
– Non siamo molto abituate a questo tipo di esercizio fisico… – disse Shad – Specialmente tu sorellina, abituata a svolazzare telecineticamente quando non ti scarrozzano…
Ehi!
E’ la verità.
– Beh, allora perché secondo te sto ancora camminando?
– Cosa non va? – domandò il nano avvicinandosi e studiando le loro espressioni.
– Niente, Iliar… – disse Shad sorridendo.
– Uhm… – Iliar non sembrava convinto – Meglio camminare. – decise, infine, sollecitando le gemelle ad alzarsi. – Strada lunga. Molto lunga. Cibo una settimana, poi caccia.
– Una settimana? Caccia? Che intendi dire? – chiese Shin.
– Borsa grande, tre persone. Cibo dura sette giorni.
– E dopo sette giorni non siamo arrivati? – chiese Shin sorpresa.
Iliar la guardò sgranando gli occhi:
– Oh no! Nemmeno metà!
– Oh, cielo… – mormorò Shin.
Alla sera avevano oltrepassato tre grandi colline. Si trovavano presso le sponde di un fiume dalle acque scure e fredde.
– Questo posto non mi piace… – disse Shad.
– Avverti qualcosa? – domandò immediatamente la sorella.
– Non saprei… Non mi sento per niente a mio agio…
– Cosa non va? – chiese Iliar.
– Non ci sembra un bel posto per accamparci.
– No? Io dice si. In bosco notte è pericolosa. Hurrios e Patros, no no…
– Che significa?
Iliar emise un ringhio e una smorfia con la faccia mimando la posa da predatore che piomba sulla preda.
– Grossi animali. Cattivi.
– Ah…
– Meglio fiume. Più luce. Meno pericolo.
– Credo dovremmo fidarci, Shin. E’ lui l’esperto del posto.
– Credo di sì…
Il fuoco era acceso e proiettava strani scherzi di luce sulle silenti acque del fiume. Avrebbero dormito intorno al fuoco nei sacchi a pelo, per cercare di cogliere massimo calore e sicurezza.
– Dicevi di conoscere Ayonn. – disse Shin mentre mangiavano una delle razioni che Iliar aveva fatto loro portare dietro – E’ un posto molto
lontano, più lontano di Saberinne.
– Io sa una storia – disse Iliar mentre masticava – Ayonn-città-di-luce, è titolo.
– Perché non ce la racconti? – chiese Shad.
– Tanto tempo fa antichi toodz erano su Noi-Hert intera. Vivere d’accordo e pace con tutti, uomini, Vesh, selvaggi… No barbari! Malvagi barbari a est…
– Fin qui ci siamo… Ma chi sono i Vesh?
– No interrompe! Rimasto a barbari. Barbari malvagi a est. Toodz felici, tanti in tutti posti. Più forti, più intelligenti. Più studiosi. Era tempo di eroi toodz. Uno viaggiò fino Ayonn. Grande città! Ricca! Forte, sicura! Ma grande paura! Ayonn magica, città-di-luce protetta da forte incantesimo! Muro lucente chiudeva tutti fuori, fra mille labirinti e belve feroci. Barbari mai riusciti entrare. Nessuno mai riuscito. Uomo o bestia, tutti scappano. – Iliar si fermò per prendere fiato.
Sta parlando del proiettore – disse Shin.
E’ evidente. Ma ora dovrebbe venire la parte interessante.
– In Ayonn anche toodz, toodz diversi, toodz schiavi. Ma Aerol na-Tood sa questo. Lui va e libera toodz amici suoi! – batté un pugno a terra. – Lui, eroe, viaggia sei mesi dentro labirinti, mangia quello che trova, uccide belve cattive. Dopo, arriva davanti muro magico! Paura arriva ma lui più forte. Resiste, ogni giorno fa un passo. Resiste, resiste, resiste, finché arriva! Tocca il muro. Il muro si apre! Una voce, voce come Sabrin, dal cielo dice: “Aerol na-Tood! Ti è stato dato l’accesso alla magica Ayonn per liberare i tuoi simili”. Aerol entra, uccide tutti cattivi stregoni e libera toodz schiavi. Toodz schiavi viaggiano con lui su terra e su mare e su terra fino a Nat. E storia finisce.
Le sorelle rimasero qualche istante in silenzio.
– E’ una bella storia – disse Shad.
– Sei bravo a raccontare – disse Shin.
– E’ interessante come verità e leggenda si uniscano in questi racconti tramandati di generazione in generazione…
– Pensi sia collegato alla venuta di papà su Noi-Hert?
– Non saprei… L’unica cosa certa è che Ayonn corrisponde pienamente alla descrizione e alla storia che abbiamo studiato a Saberinne. Quanto all’eroe, il suo nome significa semplicemente “eroe dei tood” nella loro lingua,
probabilmente in una forma arcaica.
– Papà ci raccontava di come fosse entrato ad Ayonn attraverso lo scudo generato dal proiettore… Non credi che…?
– Probabilmente gli eventi sono connessi… Chissà quante variazioni la storia ha potuto subire in mille anni di trasmissione orale…
– Hai ragione.
– Cos’è stato? – esclamò Shin quando Shad girò di scatto la testa vero il fiume con espressione allarmata.
– Cosa? Io no sente niente.
– Mi è sembrato come… – iniziò a dire Shad – …ma no, devo essermi sbagliata, lasciandomi condizionare dalle impressioni di prima.
– Sei sicura? Cosa hai sentito?
– No, davvero, non è niente. Non c’è nessuno sul fiume.
– Infatti. In fiume solo acqua.
Shin guardò le acque scure con apprensione, contagiata dall’agitazione della sorella.
– No piace acqua, eh?
– Sveglia. E’ alba!
Il sole stava sorgendo a est. Si rimisero in cammino.
– Noi ora risale fiume. Fiume arriva da Tempest. Infatti acqua fredda e scura.
– Non allungheremo il percorso seguendo le anse del fiume? – chiese Shad.
– Si. Bosco troppo fitto fino a Tempest. Non si può passare.
– Accidenti, se non mi stancasse troppo porterei tutti e tre al di sopra della vegetazione, svolazzando, come dici tu…
– Dai, stavo scherzando. Credo che dovremo ancora una volta fare come dice lui. Non ci sono molte alternative.
Camminarono tutto il giorno, coprendo una distanza pari a circa un terzo di quanto avrebbero fatto camminando in linea retta.
– Mi fanno male i piedi… – disse Shad quando si fermarono per accendere il fuoco.
– A chi lo dici! – esclamò Shin – Non ne posso più! – in un moto di stizza proiettò una piccola saetta luminosa contro i rami secchi raccolti da Iliar, i quali presero istantaneamente fuoco. Iliar urlò e scappò nel bosco.
– Shad, dove…
– Non ti preoccupare… E’ nascosto fra i rami e ci osserva, tremante.
– Puoi farlo tornare?
Iliar – disse Shad nella sua mente – E’ tutto a posto. Torna qui… – si sforzò di proiettare benevolenza e un senso di sicurezza nella mente del nano. Lui rispose gridando dal verde:
– Paura! Voi… uiish!
No Iliar. Non vogliamo farti male. Non essere superstizioso. Devi sapere che per Saberinne questo è normale.
– Io no superstizioso!
No Iliar, tu non lo sei.– esercitò una lieve pressione sulla sua mente.
– Io non lo sono! Non lo sono… – fece un passo allo scoperto, andando verso di loro. Le guardava timoroso. – Non sono… superstizioso… non… sono… superstizioso…
Shad proiettò nella sua mente l’immagine che la sera precedente vi aveva scorto, quella di Aerol l’eroe. Iliar sembrò acquistare coraggio. Sempre più velocemente giunse presso di loro. Le guardò fisso, e disse:
– Io no superstizioso! – poi si girò verso Shin ed esclamò, puntandole contro un dito:
– Però tu non fare più!
Sedevano nuovamente intorno al fuoco, i volti rischiarati dalla luce arancione, le due gemelle appoggiate l’una all’altra.
– Cosa ci racconti stasera? – chiese Shin.
– Se racconto tutte sere finisco storie troppo presto!
– Ti prego…
– Sai Iliar – intervenne Shad – il tuo modo di parlare è molto migliorato. Devi essere proprio portato per le lingue.
Iliar arrossì.
– Grazie. Shad tu sempre così gentile con me…
– E io?! – protestò Shin scherzando. Iliar impallidì, poi balbettò:
– N-no… Sh-Shin, anche Shin g-gentile! Gentilissima!
– Dai Iliar scherzavo!
– Allora io racconta storia così perdonato. – disse poco convinto.
– Stasera è storia di Aerol e Tempest. Aerol è re di toodz su Nat. Ha un vecchio amico, suo nome è Tempest. Un giorno Tempest arriva dal
mare e chiama Aerol. “Sabrin è in pericolo. Dobbiamo aiutare gli amici uomini” Allora Aerol va con Tempest da Sabrin. Sabrin dà magico oggetto. Oggetto fa viaggiare. In un batter d’occhio Aerol e Tempest possono andare ovunque! Allora Sabrin…
– Attenti! – urlò Shad.
Udirono un sibilo. Non fecero in tempo a muoversi che una rete calò su di loro. Iliar iniziò a urlare e a dibattersi, aggrovigliandoli sempre più tutti e tre.
– Shin, riesci a tirarci fuori?
– Un attimo…
Shin afferrò la rete fra le mani, cercando di bruciarla quando una scossa elettrica li pervase. L’oscurità li sovrastò.
Fu risvegliata dal dolore ovunque. L’oscurità la circondava. Non aprì gli occhi.
– Shin…?
Silenzio. Si concentrò, cercando di ignorare il dolore, i ferri che le immobilizzavano polsi e caviglie. Percepì di essere in una piccola cella metallica, dalle pareti spesse, impenetrabili. Era sola. Estese la sua percezione intorno a sé. Sua sorella era in una cella simile, a fianco alla sua. Era ancora incosciente. Dall’altra parte invece c’era sua Iliar. Si concentrò sulla mente di Shin, sforzandosi di darle una spinta a tornare alla realtà.
– Shin! Svegliati!
La mente della sorella registrò il messaggio, e iniziò a riattivarsi. Dopo qualche istante poté udirla gemere e poi rivolgersi a lei mentalmente.
– Shad, cosa è successo?… Dove siamo…?
– Non ne ho idea…
– Voglio uscire!
– Anch’io sorellina…
– Immediatamente!
La udì mentalmente dibattersi.
– Ci hanno legato per bene, Shin.
– Maledizione!
– Ascolta, ora proverò a capire dove siamo. Probabilmente mi appoggerò alla tua mente, sono troppo frastornata per farcela da sola…
Si ritirò in sé stessa, eliminando qualsiasi stimolo esterno, finché rimase sola
con la mente della sorella. A quel punto attinse all’energia di entrambe e protese la sua consapevolezza tutt’intorno, come tanti tentacoli, cercando di trovare una via di uscita. D’un tratto le forze le vennero a mancare.
– Accidenti, credo di dover riposare…
– Io non intendo aspettare.
– Shin, siamo sott’acqua.
– Come?
– Ci troviamo all’interno di una struttura al di sotto del livello dell’acqua.
– Non sarà un po’ d’acqua a fermarci, vero?
– Non è quello che mi preoccupa, ma il pensiero di chi possa averci portato qui…
– Beh, io esco!
Shin concentrò tutta la propria energia, nonché la sua frustrazione, presso i suoi polsi, innalzando la temperatura dei ceppi che la bloccavano. Le sue braccia ardevano ora come torce al plasma, illuminando tutta la cella. Il metallo divenne incandescente finché colò via.
– Ottima idea! – commentò Shad. Rifletté un attimo. Non poteva impiegare l’energia come faceva la sorella, però un modo c’era.
Si rilassò un’altra volta. Solo si concentrò sulle due manette. Percepiva il loro metallo freddo, sempre più, con maggior chiarezza e dettaglio, finché non cominciò ad avvertirne il reticolo molecolare, nonché gli elettroni che vagavano fra le maglie regolari. Si avvicinò ancora fino a percepire la vibrazione dei nuclei degli atomi. Allora decise di assorbirla. La materia cominciò a rallentare, dapprima impercettibilmente, poi sempre più in fretta, finché la temperatura calò drasticamente. L’energia fluiva direttamente nella mente di lei. Quando gli atomi furono quasi fermi, contrasse i muscoli e diede uno strattone, prima ai polsi, poi alle gambe. I ferri si sbriciolarono.
– Con le porte come facciamo? – era Shin – Non ce la faccio a buttarla giù, sono troppo debole…
– Aspetta, guarda nella mia mente. – Shad si concentrò di nuovo, sulle porte delle celle, sulla loro serratura. Nella mente le si concretò l’immagine dei perni di acciaio e del meccanismo di apertura nei minimi dettagli.
– Lo vedo… – disse Shin ricorrendo a un piccolo espediente telecinetico – Se tiro su quello… poi due giri…
La serratura della sua cella scattò, lasciando la porta socchiusa.
Ripeterono il procedimento per la porta della cella dove si trovava Shin e quella di Iliar. Il nano era ancora privo di sensi. Lo scuoterono un pochino.
– Iliar! Iliar ci sei? Svegliati!
– Eh… Ah…
– Si sta riprendendo… – disse Shin, mentre la sorella lo tranquillizzava mentalmente. Nonostante ciò, il nano aveva un’aria terrorizzata. Balbettava incoerente.
– Ral… Sha araral… Vesh! Vesh! Sha ral!…
– Calmati Iliar. Ci siamo qua noi. E’ tutto a posto. – disse Shad, posandogli le mani sulle braccia e diffondendo un ulteriore senso di calma in lui.
– Lo vedi? Siamo soli. Non c’è nessun’altro qui… – disse Shin.
– Devi calmarti, Iliar. Solo se ti calmi possiamo uscire da qui.
– Shad…
– Shh, Shin… Iliar, guardami bene…
– Shad!
– Ma insomma, cosa c’è?
– Guarda là…
Si trovavano in un corto corridoio metallico. Terminava presso una polla d’acqua, dalla profondità imprecisata, dalla quale proveniva una certa luce. Ma al di sopra dell’acqua, dal soffitto, pendeva uno strano oggetto dalla natura inequivocabile. Una telecamera seguiva i loro spostamenti. Un led rosso lampeggiava.
– Saranno qui a momenti… – disse Shin.
– Li sento. Sono tre… – disse Shad indicando l’acqua. Si avvicinò alla sorella, trascinando Iliar con sé, cercando di contenere il suo panico. Dopo pochi istanti emersero dall’acqua con un balzo. Erano tre esseri come Shin e Shad non avevano mai visto. Sembravano un incrocio fra uomini e pesci. Il loro aspetto era disgustoso ed erano chiaramente malintenzionati. Nell’arco di una frazione di secondo, Shin e Shad si scambiarono questi pensieri:
– Guardali Shad, non sono gli uomini-pesce, questi?
– Esistono davvero… Non se ne trovano molte notizie nella biblioteca a Saberinne…
– Non sono una leggenda a quanto pare.
– Devono essere questi coloro che Iliar chiama Vesh… Lo vedo nella sua mente fra turbinii di paura.
– Ora sistemiamoli.
Agirono come una singola entità. Mentre i tre uomini-pesce estraevano dei manganelli che sfrigolavano di energia elettrica Shad attaccò la mente di quello che stava alle spalle degli altri due. Improvvisamente questi diede un forte colpo al compagno più vicino, mandandolo a terra, privo di sensi. Il terzo si girò esterrefatto e lo assalì. Shin accumulò energia e la scagliò contro i due, una palla elettrica azzurrina che esplose tramortendoli e sbalzandoli in acqua.
Iliar non parlava più. Tremava e il ticchettio dei suoi denti era udibilissimo.
– Dobbiamo andarcene, e in fretta – disse Shin.
– Quella è l’unica direzione – rispose Shad rivolta alla polla d’acqua.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa. Ormai pensavano gli stessi pensieri.
Si avvicinarono al bordo, guardando in basso. Una specie di tunnel completamente metallico, bene illuminato, sommerso, scompariva al di là e al di sotto della parete di fondo. Presero i manganelli ai tre uomini-pesce. Poi iniziarono a immergersi nell’acqua. Collaborando riuscirono a creare una specie di bolla d’aria, l’acqua fuggì prima d’intorno ai loro piedi, poi risalì le invisibili pareti della bolla man mano che scendevano verso il fondo del tunnel, finché non li ricoprì del tutto. Continuarono a camminare per un po’, finché si trovarono di fronte ad un portello chiuso. Nel frattempo una sirena aveva iniziato a lamentare qualche problema con i prigionieri.
Alla loro sinistra c’era una specie di leva, sulla parete. Shin la guardò, poi si affidò all’aiuto di Shad per non far collassare la bolla e mise lentamente una mano fuori, nell’acqua, increspando la superficie di separazione di tanti bagliori azzurrini vorticanti nell’acqua. Abbassò la leva progettata per dita palmate e il portello si aprì. Si trovarono a un trivio: Shin guardò interrogativamente la sorella. Non potevano rischiare di incontrare altri di quegli esseri lì sotto, o sarebbero annegati. Lei stava già sondando gli spazi intorno a sé.
– Dritto dinanzi a noi. Ce n’è uno solo, al di là del portello.
– Pensi di poterlo colpire con questi?
– Credo di si... – ne diede uno a Iliar che se lo guardò non riuscendo neanche a chiedersi cosa dovesse farci.
Giunsero dinanzi al portello, lo aprirono, e sopra di loro videro l’aria.
– Attenti adesso – disse Shin, contraendo i muscoli, per poi balzare subito dopo in alto al di fuori dell’acqua, sollevando con sé Iliar e Shad, la quale scagliò il manganello contro il mutante che si era girato di scatto. Lo centrò in pieno. Atterrarono vicino a lui.
– Dove siamo? – chiese Shin.
– Dev’essere una specie di magazzino…
Si erano chiuse in un vicolo cieco per sfuggire a gli uomini-pesce che stavano accorrendo presso le celle. Avevano pochissimo tempo per sgattaiolare alle loro spalle verso quella che Shad aveva individuato quale uscita.
– Ce la fai a trattenere il fiato Iliar? – chiese Shad, intuendo le intenzioni della sorella, che intanto si stava concentrando assorbendo anche le sue energie. Il nano accennò tremante di sì.
– Bene, allora al tre ci tuffiamo. Pronto? – Shad gli strinse la mano per non farselo sfuggire, poi strinse quella della sorella.
– Uno… due… – attese Shin – tre!
Seguirono Shin nello slancio sott’acqua. Gli uomini-pesce erano concentrati nel tunnel che adesso si trovava alla loro sinistra, e in quello dal quale erano venuti. Sfrecciarono sott’acqua come siluri trascinati da Shin, lasciandosi dietro una turbinosa scia di bolle d’aria, sotto lo sguardo attonito dei loro inseguitori che si confusero ancora di più dandosi ordini contraddittori.
Balzarono fuori dall’acqua come un pallone gonfio, andando a ruzzolare sul pavimento metallico. Allineati davanti a loro c’erano diversi mezzi di trasporto immersi per metà in acqua. Alcuni mutanti accorsero per fermarli.
– Ne abbiamo abbastanza.
Shad emanò una impetuosa onda di panico che fece rallentare e poi fuggire tre mutanti che venivano da destra, mentre Shin trasmise un singolo violento impulso telecinetico che sbalzò via un altro che si frapponeva fra loro e le “barche”.
Saltarono a bordo di una che era già accesa, premendo tutti i tasti finché non trovarono l’acceleratore. La barca, che sembrava più un piccolo sommergibile, doveva disporre di un dispositivo automatico, perché iniziò ad immergersi.
– Trattenete il fiato! – esclamò Shin.
Presto l’acqua li ricoprì. Proseguirono sott’acqua fino a giungere velocemente in quello che doveva essere il letto del fiume, uscendo da un tunnel nella roccia. Sul fondo videro una serie di luci che formavano una corsia luminosa. A sinistra, verso est, digradavano fino a sparire presto verso il fondo dell’oceano. A destra, risalivano il corso del fiume.
Dopo aver litigato per un po’ con i comandi, con il fiato che cominciava a scarseggiare, Shad riuscì a portarlo in emersione. Boccheggiando si riempirono d’aria i polmoni.
– Presto, andiamocene da qui.
Shin girò l’acceleratore al massimo, schizzando via sull’acqua.
Quando furono giunti a una distanza che ritennero adeguata, fermarono la barca e scesero presso uno slargo erboso sulla sponda del fiume.
Erano stremati, bagnati fradici e stavano morendo di freddo. Fortunatamente Iliar riuscì a recuperare della legna abbastanza secca da essere accesa con il suo acciarino. Non avevano più l’equipaggiamento con cui erano partiti, quindi si strinsero l’un l’altro vicino al fuoco per scaldarsi. In quel momento il pensiero delle gemelle andò improvvisamente ai pugnali che Thorium aveva loro regalato, e portarono di scatto una mano alla vita. C’erano ancora. Si chiesero come mai i loro assalitori non li avessero presi. Non potevano sapere che mentre erano prive di sensi ci avevano provato, rimanendo scottati alle mani palmate da misteriose scariche di energia diverse volte prima di rinunciarvi a malincuore.
Strinsero quei doni con rinnovato affetto, e rivolsero la mente al loro fratello così lontano e in chissà quali pericoli, e per un istante crederono di sentirlo invocare proprio i loro nomi.
– Thorium…
Le svegliò il sole, con il conforto dei suoi caldi raggi. Sembrava annunciarsi una splendida giornata. Si sciolsero dall’abbraccio in cui si erano strette nel sonno, stirandosi le membra indolenzite. Iliar stava preparando il suo “caffé”. Il nano doveva essere più resistente di quanto sembrasse.
La colazione restituì loro parte delle energie. Osservarono alla luce del giorno la barca con la quale erano fuggiti. Sembrava un motoscafo panciuto, con quattro posti sulla sommità uno dietro l’altro come negli aerei da guerra. Aveva una linea molto fluida, affusolata. Sul davanti aveva
quattro fori: erano le aperture dalle quali potevano essere lanciate delle reti elettriche come quella che era servita alla loro cattura. Potevano tornare utili. Sul retro si apriva un portello che dava accesso a un vasto scomparto nella pancia. Vi trovarono oggetti che dovevano appartenere ad alcuni di quei mutanti, compresi alcuni vestiti puliti, asciutti. Non erano proprio della loro taglia, ma erano preferibili a quelli ancora fradici che portavano addosso. Erano fatti di una strana stoffa elastica, molto aderente sul corpo, ruvida ma non sgradevole al tatto, ed erano simili a corte mute da sub o a costumi da bagno del tipo a un pezzo, senza maniche e senza gambe, dai colori tenui. Si cambiarono all’interno della barca. Tagliando un altro paio di quelle mute ottennero delle specie di corti gonnellini. Non erano certo granché, ma era sempre meglio che aggirarsi in costume da bagno.
Stesero i loro vestiti al sole e si sdraiarono su un tratto di erba asciutta, attendendo il ritorno di Iliar.
– Sveglia dormigiane
Si erano assopite di nuovo.
– Che ora è? – chiese Shin.
– Ora di pranzo è passata da un po’…
– Che fame… – si lamentò Shad stirandosi.
– Io ho cacciato… – disse Iliar alzando il pugno orgoglioso dal quale pendevano delle strane creature.
– Sei sicuro siano commestibili? – chiese Shin osservandole sospettosa.
– Non fare la schizzinosa! – interloquì Shad. – Iliar saprà ben riconoscere gli animali della sua terra…
Avevano riacceso il fuoco della notte precedente, disponendovi sopra la cacciagione, che cominciava a emanare un aroma decisamente invitante. Nel frattempo il sole stava tramontando.
Shad scrutò la mente del nano. Gli avvenimenti da poco trascorsi erano stati celati sotto strati di altri pensieri e ricordi, come fossero stati un brutto sogno. Temette di risvegliare in lui la paura, e fu quindi con molta delicatezza che gli chiese:
– Iliar, quei mostri erano dei Vesh, vero?
Il nano non sembrò scomporsi, mentre attizzava il fuoco.
– Sì. Io conosce storia di Vesh. E’ storia molto antica, però. Non sa quanto è vera.
– Ce la racconteresti?
– Storia di Vesh è molto, molto antica, antica come i Toodz. Tutto inizia nella città dove erano nati i Toodz. Vivevano tranquilli, in pace, soli sulla costa del Grande Mare.
– Di quale città starà parlando?
– Non ne ho idea… Chissà qual’è questo grande mare…
– In Taedesh, la città, viveva un grande tood. Era il più intelligente, il più famoso, il più saggio. Conosceva molte magie! Tutti erano stupiti da lui ma avevano anche un po’ paura. Suo nome era Karo.
– Potrebbe significare saggio, nella loro lingua…
– Ma un brutto giorno Karo diventa matto. Si vede sempre meno in città, e strani rumori e luci vengono dal suo palazzo di metallo. Urla di notte, e tutti tood tremano nei letti. Finché, un giorno, boom!
Era saltato in avanti all’improvviso, facendole trasalire.
– Il palazzo di Karo esplode, e rimane schiacciato, morto. Dal ventre delle macchine escono fuori mostri Vesh, che combattono contro Toodz e fuggono in mare.
Iliar fece una pausa a effetto.
– Da allora sempre vivono in fondo al mare e sotto i fiumi, escono ogni tanto e saccheggiano, uccidono. Sono malvagi…
– Complimenti, Iliar. E’ una bella storia – disse Shad. Poi disse alla sorella:
– Questa versione concorda con la maggior parte delle altre scarse voci che girano per Noi-Hert…
– Allora probabilmente è quella più vicina alla verità.
– Ritengo sarebbe meglio fare dei turni di guardia… – propose Shad qualche minuto dopo, mentre la carne coceva. Gli altri assentirono. Erano ancora tutti troppo segnati dagli avvenimenti della notte precedente, così vicini nel tempo.
– Posso fare io il primo? – chiese Shin, querula.
– Va bene, Shin. Io farò l’ultimo. – guardarono Iliar.
– Iliar fa ottima guardia! – si batté una mano sul petto, illuminandosi vagamente.
– Iliar, quanto pensi possa volerci per risalire il fiume con la barca?
– Uhm… – assunse un’espressione cogitabonda – …io non sa di preciso… Qualche giorno…
– “Qualche”?
– Si, più di due sicuro, più di sette non credo.
– Almeno abbiamo acquisito un bel vantaggio sul tempo… – esclamò Shin.
Proseguirono il viaggio nei giorni seguenti in maniera analoga, pescando qualcosa lungo il tragitto e fermandosi la sera per cacciare. La fauna locale abbondava e non sembrava essere spaventata dalla presenza umana, per lo meno non da quella di Iliar, il quale riusciva a catturare le sue prede con inconsueta rapidità.
Risalendo il fiume la corrente si faceva più rapida. Il computer di bordo aveva spento alcune lucine lampeggianti, e si chiesero cosa potesse significare. Non vi diedero troppo peso visto che la barca continuava a funzionare egregiamente. Non avevano la minima idea del suo funzionamento interno.
Ad un certo punto, il fiume divenne impraticabile alla barca. Erano stretti fra rocce aguzze che affioravano ovunque nella corrente spumeggiante, la barca iniziava ad avanzare troppo lentamente e ad essere ingovernabile. Davanti a loro, in alto, ora potevano vedere Tempest: un grande monte roccioso si levava verso il cielo, al centro di un massiccio che sbarrava la via verso la parte occidentale di Nat. L’aria si faceva sempre più oscura e greve e ostile. Decisero di proseguire il resto del viaggio a piedi. Iliar dava evidenti segni di inquietudine.
– Ora inizio capire perché superstizioni… – mormorava fra sé di tanto in tanto.
La foresta sulle pendici dei monti di Tempest era spettrale. Luce grigia filtrava faticosamente dagli alti rami scheletrici che alberi altissimi levavano inutilmente verso il cielo completamente coperto da enormi nubi nere che giravano lentamente intorno alla cima più alta, lanciando incessantemente fulmini all’intorno, illuminando così di una luce ancor più spaventosa la scena.
A parte i tuoni e le rapide del fiume, nel bosco tutto taceva. Il silenzio era impressionante, non un uccello che osasse cantare, per quanto fosse improbabile la presenza di uccelli nelle vicinanze.
Avanzavano di buon passo, non riuscivano a rilassarsi e tutto quello che volevano era uscire da quel posto. La nera terra umidiccia cedeva sotto i piedi e vi rimaneva attaccata in maniera alquanto disgustosa.
Presto si ritrovarono ad arrancare in salita, scivolando nel fango, ritrovandosi tutti bagnati e sporchi. Nessuno parlava più. Nemmeno i pensieri che le gemelle si scambiavano erano articolati coerentemente.
Improvvisamente un lampo piombò loro vicino. Udirono lo spostamento d’aria oltre al boato tremendo. Un albero fu spezzato di schianto, e cadde fumando proprio davanti a loro. Lo fissarono con gli occhi sbarrati per alcuni istanti, finché si ripresero e continuarono l’estenuante marcia, timorosi che un altro albero potesse schiantarsi su di loro all’improvviso, in qualsiasi momento.
Giunse la notte. Non seppero dire quando, né come. Avevano perso la cognizione del tempo. Un lieve bagliore spettrale filtrava dalla montagna che sembrava perennemente accesa da qualche misteriosa energia tremenda che pulsava nel cuore della terra, ora potevano sentirla. I lampi continuavano incessanti e illuminavano come colpi di maglio gli alberi che si stagliavano nelle posizioni più incredibili ai loro occhi per un attimo e poi tornavano a sparire inghiottiti dall’oscurità in misteriosi percorsi intorno ai tre intrusi.
Non si erano mai sentiti tanto osservati e tanto in pericolo come in quell’occasione. Si giravano intorno di scatto a ogni passo, con le pupille dilatate al buio.
Camminarono, no, strisciarono, scalarono la montagna in quel modo per anni, forse secoli, finché la vegetazione, se così poteva chiamarsi, iniziò a diradare, lasciando libera la visuale del monte. Tempest era lì, e li aspettava spirando minaccia e terrore.
Ora si arrampicavano fra macigni e sassi che ruzzolavano giù ad ogni passo. Fulmini cadevano intorno a loro senza mai colpirli, annerendo il terreno e dando indizi sulla direzione da prendere. La terra tremava costantemente, pulsando, come un leggero terremoto continuo, senza che si fermasse mai. Il cuore di Tempest non avrebbe fatto per loro un’eccezione.
L’ascesa terminò abbastanza bruscamente in una sorta di spianata, dalla quale spuntavano aguzzi massi di roccia simili a meteoriti, i quali venivano sovente colpiti dai lampi che ne staccavano frammenti polverizzandoli e spargendo all’intorno fumo e letali schegge. Il cammino era difficile a causa della fine sabbia nera che ricopriva la roccia, rendendo scivoloso il fondo e celando spuntoni aguzzi che potevano ferire il piede.
Iliar tremava come una foglia, e i suoi denti si sentivano benissimo. Shad
non poteva farci niente; poteva a stento far qualcosa per sé stessa. Shin andava avanti con ostinata determinazione.
I fulmini cadevano sempre più frequentemente, radunandosi presso un punto dinanzi a loro. Percepivano, anche Iliar, nettamente lo sguardo di Tempest, della roccia, dei lampi delle nubi e della foresta su di loro, come fossero tutte parti di un unico essere.
Al centro della spianata c’era una tratto circolare pavimentato di roccia, liscia, immacolata, intorno al quale cadevano ormai quasi tutti i fulmini, sull’anello carbonizzato di roccia che lo circondava.
L’aria stessa tremava, continuamente sconvolta dai lampi, in una sorta di lentissimo respiro senza tempo.
Shin e Shad si diressero verso il cerchio. Iliar si immobilizzò, come fosse stato bloccato da un braccio invisibile, incapace di andare avanti come di tornare indietro.
I fulmini si scostarono per farle passare. All’interno del cerchio il frastuono era attenuato, ma solo per lasciare spazio al rombo proveniente dalla terra stessa. Intorno a loro vedevano una cortina di luce, muro di silenziosi lampi che ormai giravano senza soluzione di continuità intorno a loro.
L’aria era immobile, calda e pesante. La vibrazione dalla roccia salì d’intensità, sempre più, finché sembrò parlare alle loro menti.
Il tremore crebbe fino a diventare un piccolo terremoto e dal pavimento eruppe un blocco di roccia nerastra, incrostata di minerali che riflettevano la luce intorno. Lo sperone le chiamò, traendole a sé. Incapaci di opporre resistenza, si avvicinarono, prima un passo, poi due finché avrebbero potuto toccarlo. La roccia e i minerali si fusero davanti ai loro occhi e presero a fluire per misteriose giravolte e vortici, ritraendosi da una parte e confluendo in un’altra. Dopo qualche istante tornarono a solidificarsi, lasciando impresse ella roccia due cavità a forma di mani – le loro mani – il cui fondo vetrificato rifletteva i loro volti stupefatti.
A quel punto si presero per mano, e con le restanti mani libere andarono a riempire quelle cavità. Sull’istante luce accecante si sprigionò d’intorno ai loro palmi, mentre intravedevano la roccia che le ricopriva entrambe. Poi più nulla, come la morte.
Giaceva a terra, sull’erba.
Sentiva la terra fresca e soffice sotto di sé.
Si accorse di poter aprire gli occhi – dove si trovava? – ma non vide granché: era buio pesto, non c’era neanche luna – impossibile, c’è sempre una luna – solo qualche stella che non riconosceva rischiarava un poco il pendio della collina sulla cui sommità si trovava ora.
Non appena si alzò in piedi un vento gelido si levò, e l’erba si tramutò in ghiaccio, polverizzandosi sotto i suoi passi scricchiolanti.
Si strinse fra le braccia: se non trovava un riparo sarebbe morta congelata.
Quanto avrebbe voluto possedere la percezione della sorella, in quel momento! – Shad troverebbe subito un riparo – Invece no, era sola.
Sola.
Non se ne era neanche accorta, ancora intontita, presa dal momento.Era completamente sola. Per la prima volta in vita sua non sentiva il tocco gentile della sorella carezzargli la mente. Provò a cercarla, ma rinunciò quasi subito. Si sentiva come un bambino che cercava di alzare un masso di cinquecento chili.
Avrebbe dovuto cavarsela.
Rabbrividendo per il freddo e lo sforzo materializzò una palla di energia luminosa, calda, cercando di trarne un po’ di calore. La fece levitare a mezz’aria dinanzi a lei, illuminando il passo. La seguì, nel sentiero di ghiaccio semifuso che si lasciava dietro.
Piano piano la torcia improvvisata andava estinguendosi, mentre la stanchezza sopraffaceva la sua mente. Doveva fare in fretta.
Non poteva vagare così. Non ce l’avrebbe fatta.
Richiamò la sfera presso di sé, concentrandosi sul calore che ne emanava.
Distese la sua mente, rilassandosi. Doveva riuscirci. Doveva farlo. Se poteva riuscirci sua sorella ci sarebbe riuscita anche lei.
Sospirò, cercando di escludere gli stimoli esterni come Shad sapeva fare così bene. Cercò di non pensare al freddo, al buio, al pericolo. Sospirò ancora. Radunò tutte le sue energie ora così indisciplinate nel cercare di percepire ciò che la circondava.
Continuava a sentire soltanto la neve cadergli addosso.
– Riprova – si disse.
Respirò a fondo, a lungo, ignorando quanto l’aria fosse fredda.
Fu un attimo, e nella mente le si stagliò l’immagine di una collina coperta di ghiaccio, con una ragazza inginocchiata sulla sommità, e alle
sue spalle, duecento metri più in basso una casetta di legno dalla quale proveniva un certo calore.
Spalancò gli occhi. Si voltò e volò giù dalla collina sospesa a mezz’aria. Raggiunse la porta e l’aprì. Dentro non c’era nessuno, solo un caminetto acceso. Si prostrò vicino alle fiamme, rischiando di mettersi a piangere per lo choc e la gratitudine. Si abbandonò alla sensazione tranquillizzante che quel riparo offriva e si accasciò, addormentandosi, sulla pelliccia di un qualche animale sul pavimento davanti al camino scoppiettante.
Cos’era successo?
Un attimo prima era sulla montagna – anzi, no, erano – e adesso si trovava sola…
Sola?
Sola!
Non c’era traccia della mente di Shin, ovunque cercasse, vicino e lontano; su quel mondo non c’era più traccia della sorella. Com’era potuto accadere? Dov’era finita?
Possibile che…?
Non osò continuare il pensiero. Shin stava bene, se lo sentiva. Solo non riusciva a raggiungerla… D’altronde era quello che intendeva l’Anziano… o no?
Si alzò a sedere. Si trovava in una catapecchia, e il caldo era soffocante. Dalla finestra filtrava un accecante raggio di sole. Non aveva mai visto una luce del giorno così violenta. Uscì cauta all’esterno riparandosi per quanto poteva la vista da quella stella abbacinante. Dopo qualche minuto riuscì a distinguere il paesaggio.
Era in un deserto.
La capanna dove si era svegliata si ergeva ai piedi di una collinetta di roccia sulla quale crescevano radi arbusti rinsecchiti.
Tutt’intorno a lei era il nulla, in ogni direzione: distese di roccia da una parte e di sabbia dall’altra.
Si sentì desolata.
Chiuse gli occhi, cercando di estendere la sua percezione il più possibile, e quello che vide la spaventò.
Per chilometri e chilometri all’intorno non c’era nulla, assolutamente niente. Solo a nord, a un numero imprecisato di settimane di cammino
c’era un’oasi che preludeva a una valle dove finalmente si trovava vita.
Come avrebbe fatto a raggiungerla? Non aveva cibo, e non poteva volare come la sorella fino laggiù.
A piedi sarebbe senz’altro morta senza arrivare neanche troppo lontano, e i suoi piedi erano l’unico mezzo di trasporto che aveva.
Si accasciò sulla sedia sotto la piccola veranda, portandosi una mano alla fronte.
Sospiro.
Si sentiva come se le avessero amputato una parte del corpo. Il suo braccio sinistro era ancora lì? Se lo tastò. Fresco, liscio.
Portò la mano alla cinta ove aveva appeso il pugnale di Thorium. Freddo al tatto, lo strinse fra le mani cercando di assorbire l’energia che conteneva. Le sembrò di rivedere il suo fratello così lontano sorriderle con calore e sentire il suo abbraccio rassicurante, e tornò con la mente a quando erano piccoli e giocavano insieme nel giardino si Saberinne.
Aprì gli occhi ora lucidi.
Decise che sarebbe stato meglio mettersi in cammino.
Non vide la casetta sparire come una nuvola di fumo alle sue spalle. D’istinto si voltò, e non c’era più nulla, solo la piatta distesa desertica. Volse lo sguardo in alto: il sole era allo zenit, impossibile da sostenere con lo sguardo.
Continuò a camminare verso l’oasi che aveva scorto per ore, forse giorni.
Aveva dimenticato ormai tutto, conscia solo del fatto che doveva andare avanti – Doveva farlo – quando percepì qualcosa nell’aria. In alto, senza guardare, vide un lieve fruscio di vita, leggero sopra l’ala del vento. Degli avvoltoi – avvoltoi su Noi-Hert? – stavano aspettando perché potessero mangiare.
Erano venuti a celebrare la sua morte, invece avrebbero potuto restituirla alla vita.
Protese la mente verso di loro. Afferrò le loro vaghe coscienze di animali con la forza della disperazione. Un nuovo istinto ora li animava. Scesero dolcemente volteggiandole intorno, senza smuovere troppo l’aria nel timore potesse darle fastidio. Si avvicinarono timorosi saltellando sulla sabbia ustionante finché lei poté afferrare le loro zampe, e ordinare loro di alzarsi in volo. Erano abbastanza grandi e forti. L’avrebbero sostenuta.
Con qualche sforzo gli uccelli riuscirono a sollevarla fino a portarla in
alto, pericolosamente in alto, dove la loro velocità aumentò. Serrò la presa sulle zampe dei due volatili, abbandonando il capo.
La deposero presso l’acqua.
Si protese e bevve, al riparo dell’ombra di un alto e fitto palmeto. Colse dei frutti e mangiò, e ne diede anche agli uccelli. Si appoggiò al tronco di un albero e si addormentò.
Shin…
Era la voce della sorella? O la sua stessa voce?
No, doveva averla sognata… Si tirò in piedi delusa. Una fievole alba illuminava ora il paesaggio spoglio, vestito solo di neve. Qualche sporadico albero lacerava il candido manto con artigli nerastri. Aveva dormito sulla sponda di un lago ghiacciato. Non aveva idea di come ci fosse arrivata.
Guardò improvvisamente la neve, cercando tracce di qualcuno o qualcosa che aveva potuto trasportarla mentre dormiva. Il tappeto bianco era immacolato.
In lontananza scorse una serie di colline, con una struttura artificiale che sorgeva su di esse. Poteva essere una città. Si avviò fra la neve, sciogliendola intorno ai suoi piedi, sotto un cielo grigio ma fortunatamente calmo.
Camminò per tutto il giorno, ma le colline erano ancora lontane. Ora distingueva qualche altro particolare: non era una città quella che aveva intravisto. Sembrava un’enorme costruzione unitaria, impossibile valutarne le reali dimensioni.
Non poteva dormire all’aperto nella neve, o non si sarebbe più svegliata… Specialmente se avesse ricominciato a nevicare. Decise di continuare a camminare. Non si sentiva stanca. Voleva uscire da quella situazione, e questo bastava a darle forza.
Quasi in risposta al suo proposito, quando la notte scese di soppiatto sul mondo, nella torre più alta della lontana costruzione si accese una luce, appena visibile, guidò i passi di lei per tutta la notte attraverso l’oscurità. Non un suono, non un’immagine, notte senza luna e stelle, il suo respiro l’unica cosa a ricordarle che era sola. Ma non si sentiva poi così sola… In qualche modo si sentiva osservata – forse Shad saprebbe dire cosa c’è sotto – poi – dove sei finita sorellina? – ma tutto taceva.
Il gelo cominciava a entrargli nelle ossa attraverso i piedi. Cercò di respingerlo col suo calore, poi ignorandolo, ma presto si propagò a tutto il corpo. Non poteva cedere, no, non ora che era così vicina, non poteva arrendersi. Cadde in ginocchio. Mancava un ultimo tratto di strada, la luce era ormai quasi verticalmente sopra di lei. Poteva quasi indovinare la porta nelle mura, poco più in là. Prese a trascinarsi in avanti carponi, spinta solo dalla forza della sua volontà.
Quando stava ormai per perdere i sensi si scontrò contro una superficie di pietra. – Porta – le disse una voce dentro. Cercò la maniglia, o il batacchio, ma non c’era niente del genere. Provò a bussare con la poca forza che aveva nelle braccia, ma il suono che ottenne sembrò svanire inghiottito dal silenzio di oscurità che la circondava. Ricorse alla telecinesi. Aveva un solo tentativo. Non ebbe risultati. L’ultima cosa che scoprì, prima di svenire ai piedi della sua meta, fu che la porta non aveva serratura.
Shad…
La voce nella sua mente la destò. La sconcertò scoprire di non sapere da dove provenisse, o da chi.
Ma forse ancora più sconcertante fu scoprire che non era più presso l’oasi. Qualcosa doveva essere cambiato durante la notte. Si alzò in piedi scrollandosi la sabbia di dosso. Si stropicciò gli occhi, offesi dal sole, col risultato di irritarli ulteriormente.
Si trovava su una collina rocciosa, all’ombra di una cresta di roccia. Davanti a lei c’era il deserto. In lontananza scorse, una chiazza verdastra. Si protese con la mente fino a percepire l’oasi dove si era addormentata.
– Come ci sono arrivata qua? – Si chiese. Si voltò, e si trovò davanti un’imponente costruzione, di roccia rossastra, la stessa di cui erano costituite le colline desertiche sulle quali si trovava ora. Non sembrava ci fossero aperture, o finestre. Superfici di pietra uniforme si alternavano orizzontalmente e verticalmente, quasi a costituire un palazzo, addirittura una città, interamente chiusa all’ambiente esterno.
Doveva esserci un ingresso, da qualche parte. Si rilassò, guardando dall’alto l’immensa costruzione con l’occhio della mente. Fu consapevole di ogni granello di sabbia che ricopriva la collina, e di ogni centimetro quadro di quella struttura, ma le sue pareti costituivano un muro
impenetrabile al più profondo dei suoi sguardi. Si chiese come fosse possibile. Neanche il proiettore di Ayonn riusciva a tenerla del tutto fuori.
Continuò nella sua ricerca girando intorno alla costruzione finché non percepì qualcosa, un vago sentore, come un alito espirato per una attimo… Lo inseguì finché non ne rintracciò la fonte.
Sembrava aver trovato l’ingresso. Si incamminò in quella direzione, fino a giungere davanti a un enorme portale di pietra. Anch’esso non presentava aperture di nessun tipo, neanche aveva una serratura. Probabilmente era azionato dall’interno. Ne studiò l’interno con la sua percezione, fino a scoprire il meccanismo di apertura, completamente inglobato all’interno della roccia.
C’era una solo modo di aprire quella porta, comprese Shad. E l’unica che potesse farlo, ironia della sorte, era sua sorella. Si trattava di far scattare con un semplice impulso telecinetico – abbassare una maniglia, né più né meno – il meccanismo che con una serie di contrappesi ad esso collegati avrebbe fatto sollevare una lastra di roccia.
Non c’era altra strada. Shad si sedette, sospirando. Se solo Shin fosse stata lì… Ma doveva smetterla di pensare in quel modo. Non l’aiutava a trovare una soluzione. L’unica cosa da fare ora era riuscire ad aprire quella porta.
Si sedette a gambe incrociate davanti al portale. Ora le sembrava di ricordare che il padre le aveva raccontato di una porta simile, senza serrature, ad Ayonn… Ma non ricordava i dettagli.
Dunque non era niente di impossibile. Lui aveva fatto una cosa del genere, quindi lei non aveva motivo di ritenersi da meno.
Si concentrò unicamente su quel perno nascosto nella roccia, immobile nell’oscurità e nel silenzio, così caldi e confortevoli, dormiva il sonno senza tempo della pietra che non mutava mai.
Tutta la materia di cui era composto sembrava vibrare lentamente, all’unisono, un accordo musicale che invitava la sua mente ad usarlo, a liberarlo finalmente dalla sua prigionia per dare un senso alla sua immobile vita rocciosa.
Entrò dentro di lui. Ne contò gli atomi per un tempo che poteva essere lungo millenni, finché non poté dire lei stessa di essere anche roccia. Era lei stessa quel perno, sotto la tensione implicita del meccanismo, sotto i contrappesi liberatori all’ignoto. Bramavano il collegamento fra i due
mondi, il dialogo fra il deserto e il mondo sconosciuto che giaceva cieco e sordo.
Tutto ciò che doveva fare era assecondare il suo desiderio. Fu così che lo mosse senza vederlo. Esultando, la roccia prese a muoversi, il meccanismo a girare, e la lastra di roccia si innalzò sopra di lei. Non aveva bisogno di aprire gli occhi, ma lo fece lo stesso. Dall’interno proveniva una luce diversa, una sorta di oscurità trattenuta e proiettata all’indietro, era impossibile scorgere cosa vi fosse nascosto aldilà.
La lastra terminò di scorrere, con un ultimo gemito si assestò. Shad entrò.
Si destò di nuovo. Il freddo non l’attanagliava più con la sua morsa. Non che facesse caldo…
Si alzò in piedi con cautela nell’oscurità più completa. C’era un silenzio innaturale. Lo stesso suono dei suoi respiri sembrava essere attutito, risucchiato chissà dove.
Provò a materializzare una sorgente luminosa, ma non riuscì a produrre neanche una scintilla. Si accasciò a terra, atterrita. Cosa stava succedendo? Qualcosa bloccava la sua mente…
Mentre ancora cercava una spiegazione una leggera luce, impercettibile, sembrò giungerle direttamente nella sua mente, a delimitare i contorni di ciò che la circondava.
Non aveva la reale sensazione di vedere, ma non era neanche come quando riceveva una visione mentale da parte della sorella. Non riusciva a spiegarlo. Iniziò a pensare che le cose che ignorasse di quel mondo fossero davvero più del previsto.
Si trovava in una sala di roccia. Dietro di sé era un portale, chiuso, di roccia anch’esso. Doveva essere quello che aveva toccato la notte precedente. Si chiese come fosse riuscita ad entrare. Qualcuno doveva avere aperto.
Nella sala semicircolare c’erano quattro porte, sulla parete ricurva davanti al portale d’ingresso… O almeno dovevano esserlo state. Si “vedevano” gli stipiti e l’architrave, ma nel vano c’era solo roccia.
– Beh – si disse – non resta che forzarle – Si piazzò davanti alla prima, e bussò. Non distinse il suono che produsse, quindi lasciò perdere. Radunò tutta la sua energia e la scagliò contro la parete, per frantumarla.
Non accadde niente.
Shin rimase impietrita, incredula ad osservare la parete rocciosa. Non c’era stata nemmeno l’ombra di una vibrazione, nessun contraccolpo, niente di niente.
Si allontanò, risentita. Si avvicinò alla seconda porta, tastandone la superficie. Al tatto sembrava normalissima roccia. Vi poggiò la piccola mano affusolata. L’avrebbe sciolta, come aveva fatto con le manette. Sarebbe uscita in pochi minuti.
Ne passarono diversi. La roccia non era neanche tiepida. Fresca come prima.
Shin tornò a sedersi, sconsolata. Non riusciva a capire. Com’era possibile?
Shad avrebbe… – Oh, chi se ne importa! –
Guardò ostinata le porte. Cosa avrebbe fatto la sua cara sorellina? Si sarebbe messa lì seduta tranquilla a meditare. Avrebbe trovato il modo di uscire, guardando con l’occhio della sua mente.
Non aveva idea di cos’altro fare, così si accinse a imitarla. Chiuse gli occhi, ma intorno a sé, dentro di sé, percepiva solo indistinte, indisciplinate e luminose correnti di energia. Si stupì della sua percezione. Non pensava di poterlo fare. Ma guardare dentro di sé era inutile. Doveva trovare modo di uscire.
La sua coscienza arrancò faticosamente oltre i margini del proprio corpo, finché dopo secoli raggiunse le pareti della sala. Non sembrava riuscire ad andare oltre.
– Devi riuscirci! – si disse, stringendo gli occhi, spostando l’aria intorno a sé per l’energia repressa.
Lentamente, più lentamente di qualsiasi cosa potesse aver mai immaginato, riuscì ad avere un vago sentore della roccia sopra di sé, delle quattro porte. Si concentrò su queste ultime. La prima, le opponeva una liscia e impeccabile resistenza. Un muro. Strinse fra le mani il pugnale, immaginando che la sua mente avesse forma di lama per trapassare l’ostacolo. Attaccò la ferma parete d’improvviso, come a buttare giù la sua essenza. Riuscì ad oltrepassarla, ad oltrepassarle tutte. Solo una conduceva altrove, le altre erano finte.
Mentre realizzava questo pensiero, aprì gli occhi, e la porta era aperta, e l’oscurità che essa celava si protese ad afferrarla per trascinarla con sé soffocando il suo urlo.
Aprì gli occhi di scatto.
Cos’era stato? Si mise a sedere.
Era riuscita ad entrare, dopo tutto. Si guardò intorno, ma non riuscì a scorgere il portale che aveva attraversato. Si trovava al centro di una stanza vivamente illuminata da un’apertura nel soffitto. Sei corridoi si dipartivano a raggiera intorno a lei. Lei era proprio nel centro.
Osservò con maggiore attenzione. Da uno dei sei corridoi proveniva una corrente d’ara quasi impercettibile. Si avviò in quella direzione.
Il corridoio sembrava scolpito e levigato nella nuda pietra. Non aveva tuttavia l’aspetto di una pietra qualsiasi. A volte Shad pensò fosse metallo, altre volte cristallo opaco, ma non appena osservava meglio l’illusione svaniva.
Vedeva la fine del percorso avvicinarsi, un rettangolo d’ombra. Vi giunse infine, notando che ombra non era. L’apertura dava in un vasto, enorme ambiente. Raggi di luce filtravano dal remoto soffitto, illuminando danze di pulviscolo più vicino a lei. Non c’era nulla in quella cavità così perfettamente scavata, soltanto il vuoto.
Fu un attimo, e rischiò di precipitare nell’abisso.
Ripreso convulsamente l’equilibrio, osservò stupita l’enorme voragine senza fine, senza profondità che si stendeva sotto di lei. Ne proveniva, dalle parti più remote, un tenue bagliore. Protese la sua mente entro quello spazio, ma il nulla le rispose.
– Impossibile… – pensò, e tornò a provare. Nulla. Era come guardare l’oscurità e ascoltare il silenzio. Neanche la pietra cantava la sua quieta essenza. Ne fu turbata.
Volse le spalle a quel vuoto, improvvisamente spaventata, come se la visione aliena avesse rivelato improvvisamente tutta la sua terrificante impossibilità.
Scorse in alto, al di là di quel vuoto, un’ apertura, una soglia, dalla quale sgorgava una luce calda, rassicurante. Si ritrovò a fissarla, incantata da quel dolce richiamo. La sua mente risalì quella visione come un aroma delizioso in un fresco giorno di sole. Non poteva raggiungerla. Represse la sua frustrazione, voltando le spalle a quella vista, che sapeva, ne era sicura, senza capire perché, essere la strada giusta. Decise di cercare una via alternativa.
Tornò alla stanza dove si era svegliata.
Non sapeva quale via prendere. Per la prima volta in vita sua non riusciva a vedere niente di ciò che era oltre il suo campo visivo. Sconvolta, imboccò un corridoio a caso, guardandosi intorno con aria un po’ stralunata.
Tornava a disorientarsi.
Sedeva su una comoda poltroncina, vicino un caminetto. Era acceso, ogni tanto scoppiettava. La stanza in cui si trovava era calda, illuminata e accogliente. La trovava stranamente familiare. Non riusciva a ricordarsi dove l’aveva vista… I mobili di legno scuro e i tappeti a terra e alle pareti, le finestre ampie ora serrate con ante di legno, dietro le tende.
Da un arco oscuro emerse una figura: un uomo, giovane, luce ne promanava. La sua veste era bianco candido, i suoi capelli fuoco vivo e gli occhi chiari ardevano di bagliori ostinati. Abbronzato, corporatura da atleta. Sorrise apertamente, con calore, rivelando denti bianchissimi – Dove lo aveva già visto? – poi parlò:
– Benvenuta Shin.
Rimase a fissarlo attonita, bocca semiaperta. Era sopraffatta… Troppe le cose che non capiva-
– Tranquilla, è tutto a posto… piuttosto vuoi qualcosa da bere?
Ad un gesto dell’uomo, dall’arco oscuro dietro di sé emerse una bottiglia ricoperta di brina e due bicchieri. Levitarono fino a loro per poi posarsi sul tavolo. Lui prese la bottiglia e ne versò il contenuto, un liquido ghiacciato denso azzurrino.
Shin prese il suo piccolo bicchiere e bevve senza pensare. Il liquido divenne istantaneamente parte di lei.
– Vedo che ti piace… Non mi stupisce…
– Eh? Che intendi dire…?
Abbozzò una risata.
– Ti sei riposata? – chiese dopo un istante di lunghezza indefinita.
Shin si trovò a rispondere di sì, prima ancora di rendersi conto di quanto si sentisse ristorata.
– Allora è proprio il caso che tu vada…
Non voleva andarsene ora che aveva trovato questo posto così perfetto per lei.
– Non puoi restare – Alzò le spalle. Sembrava sinceramente dispiaciuto. Le indicò l’arco oscuro.
Shin non voleva entrarvi, ma sotto la leggera spinta dell’uomo si avvicinò gradatamente al varco. L’oscurità era imperscrutabile. Sembrava quasi una parete solida. Più si avvicinava più avvertiva il senso di repulsione. Finché scorse la piccola luce in lontananza, poco più che un’indistinguibile scintilla. Si concentrò su quella piccola stella finché riuscì a scorgerla meglio. Fece per voltarsi per guardare il suo ospite, ma si accorse di essere sola, circondata dall’oscurità. Terrorizzata tornò a seguire la luce.
– Bensvegliata Shad…
Giaceva su di un letto. Non provò neanche a immaginare come ci fosse finita.
Lentamente aprì gli occhi, quindi si tirò a sedere.
Presso il suo giaciglio sedeva una donna, che la guardava con le mani raccolte in grembo. Era di corporatura esile, una lunga e sottile veste nera trapuntata di stelle – erano vere stelle? – celava il suo corpo. Lunghi capelli neri come la notte scendevano lisci e fluenti lungo la sua schiena, sulla pelle bianchissima, e i suoi occhi scuri brillavano di un fascino inspiegabile.
– Chi sei tu? – chiese Shad, notando una notevole familiarità in quel volto sconosciuto. Protese la mente verso di lei, ma non riuscì nell’intento. Si trovò come davanti a uno specchio, non scorgendo nient’altro oltre a sé stessa. La donna sorrise in modo malinconico. Disse:
– Come ti senti?
– Bene… – rispose Shad – ma tu…
– Non importa chi sono io… Credo che in questo contesto conti più chi sia in effetti tu…
– Che vuoi dire?
– Quello che ho detto – sorrise di nuovo, proiettando calore in Shad – Chi sei tu?
Shad la guardò fisso, poi alzò le mani per guardarle, e tornò di nuovo a fissarla. Lei le indicò uno specchio.
Scese i gradini di marmo grigio-verde che riflettevano in parte la sua figura verso il grande specchio ovale addossato a una parete di roccia. La
luce del giorno la illuminava da entrambi i lati in quella alta stanza dal cento veli che pendevano da chissà dove, lassù.
Si guardò allo specchio. Vide la sua immagine. I lunghi capelli biondi, riccioli d’oro bianco e rosso che scendevano dietro la schiena, gli occhi dal verde indefinibile, così simili a quelli della madre. Le spalle e le braccia sottili, le mani delicate, il seno la vita, i fianchi, le gambe fino giù ai piedi, nudi.
– Sono veramente io? – si chiese leggermente insicura nel dire se avesse parlato o pensato.
– Tu che ne pensi? – disse per tutta risposta la donna.
Shad alzò una mano verso lo specchio, e toccò il proprio riflesso Il vetro era fresco e liscio sotto il suo tocco.
Aprì gli occhi, e allora una scintilla di luce arse nella sua mente. Affondò la mano nella sua stessa mano, il braccio nel suo stesso braccio fino a sparire completamente nell’attimo riflesso da uno specchio senza luce.
La passerella di roccia procedeva dritta davanti a lei.
Guardò sotto, e subito se ne pentì: le viscere del pianeta ardevano qualche centinaia di metri più giù. Un solo passo falso e sarebbe precipitata.
Non percepiva correttamente le direzioni, era confusa riguardo al davanti e al dietro, e qualche dubbio sussisteva anche sulla destra e la sinistra. Si guardò intorno, con aria vagamente smarrita, il buio la circondava. L’unica luce proveniva dal basso. E l’unica cosa che riusciva a pensare era mettere un piede davanti all’altro.
Un paio di volte scivolò, una volta finendo anche carponi, ansante, terrorizzata. Cosa c’era in quell’antro? Quella vibrazione leggermente aritmica, pulsazione infrasonica, era forse di nuovo il cuore di Tempest? Tempest… come suonava strana quella parola… Fuori tempo, fuori luogo. Quand’era l’ultima volta che l’aveva pronunciata?
Neanche lo ricordava.
Continuò a camminare finché scorse una gradinata di roccia, in lontananza davanti a sé, investita da un raggio di luce che scendeva dall’alto. Le sue fondamenta di massa rocciosa si perdevano scendendo fino a fondersi nel mare di lava sottostante.
Camminò per minuti, ore, giorni, finché giunse, prostrata, al primo
scalino. Raggi periferici di luce sbandavano fino a lei, per darle forza, per darle vista, chiamandola verso l’alto, al coro di canti leggeri.
Strisciando carponi risalì la scalinata di pietra oscura, assistendo alla scena come dall’esterno… Poteva come vedere quattro volte la stessa scena contemporaneamente, una per i quattro lati della gradinata piramidale, ai quali giungevano quattro passerelle. Quanti corpi aveva? Non ne era più tanto sicura.
L’unica cosa che riuscì a pensare, ancora una volta, fu andare avanti. Continuò ad inerpicarsi per un tempo imprecisato, lungo, troppo lungo, finché, un bel giorno, i gradini terminarono. Si alzò in piedi a nuova vita, ormai cambiata per sempre.
I suoi occhi ora sembravano ardere di una luce diversa, la sua stessa postura annunciava il cambiamento del suo animo e della sua mente. Era bella come non mai, presenza di luce e ombra, scintilla e tenebra.
Dal centro della piattaforma quadrata giunse un tuono, un cupo spostamento d’aria dovuto a roccia e fulmini. Roccia e fulmini parlavano la lingua di un uomo.
Comprese quelle parole.
Voglio la Spada
fu la sua risposta.
Dalla roccia ascese l’Arma, come la pietra fosse un semplice specchio d’acqua. Ascese come se la realtà circostante non avesse importanza. Era soltanto lei, forma arcana di luce abbagliante e tenebra obnubilante. La sua vista confondeva, il suo potere era immediatamente percettibile.
Non era così che la rammentava, dai racconti del padre.
Ma non era sorpresa.
Grazie, Theo
disse, senza capire perché, mentre protendeva la mano verso l’elsa che insieme alla lama vibrava immobile su una frequenza impossibile.
Le sue dita erano sempre più vicine… Avvertiva il calore e la frescura che l’arma generava intorno a sé. Avvicinò la mano sempre più, finché la sfiorò.
Allora aprì gli occhi.
Le gemelle si stavano ora guardando negli occhi. Era stato un attimo, anzi, molto meno di un attimo. Nulla sembrava essere cambiato. Eppure un
momento prima lei era lì, ora stavano stringendo contemporaneamente l’elsa della stessa spada, una di fronte all’altra, come il giorno e la notte. Continuarono a fissarsi per un tempo indefinito, molto più lungo di quanto pensarono, conoscendosi e aprendosi l’un l’altra come mai erano riuscite prima. Guardavano dentro di sé, ognuna vedendo il proprio riflesso nell’altro, uno specchio, parte di un tutto. La fusione. Non riuscivano ancora a crederci.
Tutto si dissolse intorno a loro, finché si ritrovarono al centro della piattaforma rotonda chiusa dalla cortina di fulmini.
Non c’era più tempesta. Raggi di sole squarciavano le nubi, portando gioia ai boschi di Tempest, luce e vita che troppo a lungo erano mancate.
Reggevano la grande arma, dividendone il carico. Sospirarono, seguendo l’esempio della montagna, che finalmente poteva riposare.

Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.2(Strenght)

Correva nella sabbia, linea di polvere sul piatto del deserto. Il vento e la sabbia gli arrossavano il volto.
Viaggiava prevalentemente di notte. Aveva lasciato la sua sofisticata moto alla Rocca, e adesso cavalcava un tipo di mezzo comune fra i barbari. Dopo due settimane le vibrazioni e il rumore, per non parlare della fame e della sete, lo stavano sfinendo.
Era quasi l’alba, e a quella luce scorse dritto davanti a sé dei modesti rilievi verdeggianti. Dietro quelle colline c’era una vasta depressione, il territorio delle orde, che ospitava una foresta di tipo pluviale, intorno a un vasto fiume. Più oltre ancora c’era un’alta catena montuosa. Non si sapeva bene cosa ci fosse aldilà, data l’inaccessibilità di quella parte del pianeta
Il sole spuntò proprio dalle colline, sfiorando il deserto con raggi ancora freddi. Ma non sarebbe durata per molto. Thorium arrestò la moto e, sudando copiosamente, montò la tenda orizzontale sotto la quale avrebbe dormito, al riparo dai raggi solari.
Si lasciò cadere sotto al suo riparo, e cadde addormentato in pochi istanti mentre la temperatura saliva sempre più.
Si svegliò quando sognò Alis.
Si trasse faticosamente a sedere. Mancava qualche ora al tramonto. Si fregò gli occhi, quindi si alzò lentamente.
Rimase per circa un’ora in contemplazione, come gli aveva insegnato la madre, cercando di estendere la propria mente, divenendo consapevole di ciò che lo circondava, sempre più lontano.
Era un esercizio che gli era rimasto sempre difficile. Non aveva mai neppure lontanamente ottenuto i risultati che invece le sue sorelle avevano subito raggiunto con facilità, con istinto innato.
Ritrasse in sé la sua mente e si dispose a ripartire, consumando prima un piccolo pasto e un’altra razione d’acqua. Il grosso bagaglio che si era portato dietro si era vistosamente rimpicciolito.
Coraggio Thor, manca poco… – disse a sé stesso. Ma era solo la sua voce?
Saltò sulla vecchia moto e avviò il motore. A quel rumore indesiderabile sfogò la sua frustrazione dando un gran calcio all’enorme marmitta destra. Forse fu solo la sua immaginazione, ma ebbe la sensazione che il frastuono
si attenuasse un poco.
Alla fine della nottata era giunto in prossimità delle colline. Aveva già iniziato ad incontrare sporadicamente qualche traccia di vegetazione.
Poco sulla sinistra, su una collina leggermente più alta delle altre, scorse una debole luce. Fermò la moto e osservando col binocolo individuò quello che sembrava un villaggio di contadini. Decise di raggiungerlo e di trovare lì un posto dove dormire.
Dopo ore di viaggio sotto il sole cocente giunse al villaggio. Lungo la strada incontrò contadini che lo osservavano con sospetto e timore, mentre portavano per magri pascoli le loro greggi. Donne che raccoglievano cibo si giravano a guardarlo con ostilità e paura negli occhi. Il silenzio regnava nell’aria. Neanche i bambini facevano troppa confusione, e appena lo videro arrivare corsero a nascondersi in casa.
Che accoglienza… – disse Thorium fra sé.
Fermò la moto presso lo spiazzo centrale del villaggio, dov’era il pozzo. Immerse il secchio e si sciacquò la faccia, poi bevve abbondantemente. Quando scostò il secchio dal viso trasalì: mezzo metro dinanzi a lui era apparsa una donna che lo stava fissando.
– Cosa vuoi? – chiese con un forte accento, ringhiando quasi le parole fra i denti. – Cosa c’è, hai perso la lingua? – lo incalzò lei vedendo la sua sorpresa.
– Io… Io vengo dal deserto… Cerco un posto dove riposare… – furono le prime parole che gli vennero.
– Riposare! – lo guardò sprezzantemente la donna, sputando a terra. – Fra quanto arrivano?
– Chi arriva?… – Thorium non capiva.
– Maledizione, tutti così, siete proprio incorreggibili, eh? Ci prendete per idioti?
– Io non capisco…
– Capiresti questo? – strillò lei estraendo una lama ricurva arrugginita dalla veste.
– Cosa… – dietro di lui nel frattempo erano strisciati cinque uomini, chi armato di forcone, chi di piccone, un altro una spada arrugginita, un altro un grosso maglio.
– Ehi! Un momento! – alzò le mani, ma quelli non sembrarono prendere in considerazione l’idea di ascoltarlo.
Vide il primo colpo arrivare. Schivò il grosso maglio con una torsione del busto. L’arma andò a colpire le pietre del pozzo facendo schizzare affilate schegge. Poi si piegò mentre la donna cercava di artigliarlo con quella specie di piccola falce. Rotolò in avanti poi si dispose dinanzi a loro. Le forze non l’avevano abbandonato.
– Non voglio fare male a nessuno! Vedete, sono disarmato! – mentì.
– Noi invece no! – urlò l’uomo con il piccone, e si slanciò contro di lui. Thorium si scansò all’ultimo, gli strappò l’attrezzo e lo mandò a rotolare nella polvere. Poi gettò il piccone a terra.
– Basta – disse.
Per niente scoraggiati gli altri ripartirono all’attacco, tutti insieme. Thorium spiccò un salto all’indietro, atterrando con un piede solo sulla trave in legno di una specie di veranda. Uno dei suoi assalitori corse sul retro di un’abitazione. Riapparve poco dopo portando una specie di balestra.
– Ora lo infilzo per bene… – sghignazzò mentre caricava l’arma con uno strano contenitore rettangolare. L’arma emise un ronzio poi iniziò a sparare una freccia dopo l’altra. Thorium si rese conto del pericolo e iniziò a saltare rimanendo in equilibrio sulle travi di legno. Vedeva le frecce muoverglisi intorno pericolosamente vicino. Continuò a roteare con grazia finché una trave troppo sottile si spezzò e lui cadde su un mucchio di paglia, in mezzo a delle galline.
– Prendiamolo! – urlò la donna, poi un’altra voce soverchiò le altre.
– Fermi! Cosa fate? – l’esclamazione fu seguita dal silenzio. Thorium rimase in ascolto. Dei passi, accompagnati da un bastone, venivano verso di lui.
Dinanzi a lui comparve un vecchio dalla pelle scura e grinzosa, con un lungo bastone al quale si appoggiava per camminare, vestito di un manto rosso. Questi osservò il nuovo venuto per lunghi istanti, quindi disse:
– Perché sei fra noi, straniero?
Thorium lo guardò dal basso verso l’alto.
– Sono solo di passaggio. Intendevo chiedere la vostra ospitalità per un giorno, ma vedo che gli stranieri non sono bene accetti qui… – e diede un’occhiata obliqua i suoi assalitori di prima.
– Non gli stranieri – lo corresse il vecchio battendo il suo bastone a terra
– ma i barbari, quelli no! – indicò la moto ferma presso il pozzo.
– Ho forse l’aspetto di un barbaro?
Il vecchio prese un piccolo specchietto da una tasca e glielo porse. Thorium si alzò in piedi e si guardò: la barba incolta, i capelli lunghi e sporchi, la pelle del viso rossa e screpolata…
Il vecchio dovette scorgere l’espressione costernata del nuovo arrivato, poiché iniziò a ridere, dapprima solo sogghignando, poi sempre più forte fino a piegarsi appoggiandosi al suo bastone. Thorium rimase stupito a guardarlo, finché si ricompose.
– Tu non sei uno di loro… mi avresti già strozzato… – e riprese a ridere.
Sedeva su una stuoia, all’interno della casa di quel vecchio. Era poco più di una capanna, con pareti di pietre e fango e tetto di paglia, sostenuto da un impalcatura di legno di dubbia efficienza.
Gli fu data una bacinella con dell’acqua, e un piatto con un pezzo di formaggio ed erbe.
– Vieni dall’ovest? – chiese il vecchio mentre Thorium si rifocillava. Thorium lo guardò mentre masticava. Sembrava ansioso di sapere. Pensò che doveva saperne ben poco.
– Sì… – si mantenne sul vago – sono in viaggio…
– Questo lo vedo – ribatté il vecchio con ironico disappunto. – E dov’è che vai, di un po’…
Thorium lo fissò, poi proseguì sul tono di prima, con noncuranza:
– Ad est… Al di là delle colline e delle montagne…
A quelle parole il vecchio sbuffò e si alzò in piedi. Lo guardò dall’alto:
– Tu stai andando a Raransie
– Eh?
– Raransie, voi stranieri dite barbari.
Thorium lo guardò senza dire niente.
– Lo so lo so… Sono ancora abbastanza sveglio, sai giovanotto… – si batté una mano sulla tempia – Immagino nessuno debba saperlo. – aggiunse poi.
Thorium rimase in silenzio. Il vecchio si allontanò e si accostò alla finestra. La luce gli illuminò direttamente il volto, rivelando nei dettagli tutta la rete di rughe e pieghe della sua pelle.
– Loro vengono qui. Vengono sempre… – iniziò a dire con voce amara
– non ci uccidono, no. Noi siamo loro schiavi. Passano nella loro polvere e prendono ciò che vogliono, giovani, donne, bambini, cibo, tutto…
Si passò una mano sugli occhi.
– Siamo prigionieri di questa terra. Questo, e altri villaggi disseminati tutt’intorno a Raransie… tutti schiavi! – tornò a sedersi davanti a Thorium, accostò il volto al suo.
– Da una parte loro, dall’altra il deserto! Dove andare? Dove?
Thorium abbassò lo sguardo.
– Ecco! Vedi? Non c’è soluzione!
– Ora capisco il motivo dell’accoglienza di prima… – disse Thorium.
– Ah, sì… Noi non siamo tanto forti, e loro sono tanti… Ma se uno ci capita fra le mani! Ah! E loro lo sanno… Mai vengono qui da soli…
– Ecco perché mi hai riconosciuto…
Il vecchio annuì. Poi lo fissò con i suoi occhi saggi e vagamente stralunati.
– Tu sei diverso. Non ho mai visto degli occhi così… – chiuse gli occhi ed inspirò lentamente. Thorium si chiese cosa significasse.
– Possa il tuo viaggio portare del bene, straniero dell’ovest…
C’era una strada sterrata che scendeva verso la foresta, dall’altra parte della collina. Thorium la discese fino a giungere nella pianura. Era uno spettacolo imponente: dinanzi a lui, ovunque guardasse si stendeva un immenso tappeto di alberi, fittissimo, per chilometri e chilometri, finché all’orizzonte scorgeva le lontane cime innevate dei monti. Stormi di uccelli diversi volavano al di sopra del manto verde. Mentre avanzava in quella distesa la vegetazione si faceva sempre più fitta intorno a lui. Alla fine si ritrovò a percorrere una strada di terra chiusa ai fianchi da un’impenetrabile boscaglia.
Rifletté su quello che gli aveva detto il vecchio. Quei villaggi sull’anello delle colline, costretti a coltivare della terra poco fertile ai margini del deserto, al servizio delle orde… Thorium era profondamente indignato. I barbari tenevano tutta la terra migliore, quel paradiso tropicale per sé, dove in ogni angolo, ogni albero era abbondanza e non la sfruttavano minimamente.
Sono un’infezione… – pensò Thorium.
Ad un certo punto si ritrovò davanti un ponte di legno che oltrepassava un fiume che scorreva lento fra la vegetazione. Al di là la strada rimpiccioliva,
quasi inghiottita dalla foresta. Si chiese se quel passaggio fosse abbastanza resistente da reggere il peso della grande moto.
A pelo dell’acqua si muovevano strani animali, sembravano coccodrilli.
Accelerò e attraversò il ponte traballante spaventando una moltitudine di pesci. Giunse dall’altra parte, e imboccò il sentiero oscuro. Lo percorse tutto fino a giungere in una radura. Lì fermò la moto, per riposarsi un poco. Spento il rumoroso motore sentì per la prima volta la miriade di suoni che permeavano l’aria di quella foresta. Uccelli che fischiavano e stormivano ovunque, versi di insetti dall’intensità sorprendente.
Improvvisamente ebbe una strana sensazione. Si voltò di scatto verso la parete di alberi, ma non c’era nulla di strano. Osservò con attenzione, ma era impossibile riuscire a scorgere qualcosa in mezzo a quel fitto e oscuro fogliame. D’un tratto i rumori della foresta scemarono d’intensità, fino a cessare.
– Qui c’è qualcosa che non va… – disse fra sé.
All’improvviso qualcosa uscì proprio dagli alberi che lui stava osservando, e emise un ruggito terrificante. Nell’istante in cui si fermò a studiare la preda, Thorium poté vedere che era una specie di tigre… Doveva essere una varietà locale di sgozzabuoi, solo molto più grande… I suo denti acuminati erano uno spettacolo terrificante nella loro natura aliena, completamente sporchi di sangue. Quando ruggì le vibrazioni raggiunsero Thorium dal terreno.
Qui bisogna fare qualcosa… – nell’istante in cui la belva cominciava a correre verso di lui Thorium con un solo movimento, in un attimo di concentrazione, estrasse le spade da dietro la schiena e con due balzi si portò al riparo fra i rami di un albero. Furono movimenti troppo veloci per l’occhio della bestia, la quale rimase momentaneamente disorientata. Rimase un istante ringhiando al centro della radura, poi ritrovò l’odore della preda e cominciò ad avvicinarsi verso l’albero dov’era nascosto.
Devo confonderti – Thorium iniziò a saltare da un albero a un altro, poi a terra, un piede sul tronco, slancio, guadagna la cima di un albero, ripeti, cambia direzione. Il potere della sua mente si fondeva e si diluiva nei suoi movimenti. L’animale correva da una parte all’altra, disorientato, sempre più furibondo. Thorium continuò ancora a volteggiargli intorno, finché si presentò il momento adatto.
La bestia gli stava presentando il fianco, poco più in basso, mentre si
stava per slanciare contro un albero dal quale Thorium aveva fatto inavvertitamente cadere dei frutti che avevano attirato la sua attenzione. Poteva percepirne il respiro, l’energia della sua mente primitiva di predatore assetata di sangue. Riconobbe l’attimo e lo colse in pieno. Con un solo movimento invertì la direzione, tornando verso l’animale, fulmineo scese a terra scivolando dal tronco e le arrivò sul fianco, volteggiò in avanti in un salto mortale, senza toccare terra, una sintesi di movimento ed energia nella rotazione ineffabile di due lame e di un pensiero.
Passato l’attimo ripose le spade nei loro contenitori d’ombra, si girò e vide il corpo dell’animale accasciarsi a terra scosso dai singulti della morte, la testa recisa per intero, ancora al suo posto.
Si adagiò alla moto, colmo di quel senso di vuoto che lo coglieva quando recideva una vita, seppur quella di un animale malvagio. Si stava rilassando, osservando alcuni uccelli e strane scimmie apparire intorno al cadavere pronte a cibarsene non appena si fosse allontanato, quando udì un altro rumore.
Un uomo era uscito battendo le mani dal fitto del bosco. Era piuttosto alto e robusto, indossava una camicia sudicia e dei pantaloni di pelle neri. Aveva qualcosa di simile a una pistola appesa alla cintura, e dall’altra parte un’ascia.
– Complimenti ragazzo! – disse. Poi aggiunse, in tono spiccio:
– Ora vieni con noi.
Dal bosco uscirono una ventina di altri uomini, tutti armati fino ai denti, molti in perfetta tenuta mimetica. Lo guardavano ostili, pronti, anzi bramosi di gettarsi su di lui, se non ci fosse stato il loro capo a trattenerli.
– Lo portiamo da Radjer – annunciò in un tono che non ammetteva ulteriori illazioni.
Thorium li seguì senza dire niente, senza accennare a mostrare resistenza. A turno i barbari gli si avvicinavano per osservare il suo equipaggiamento, rimanendo delusi non scorgendo altro che una borsa e un machete. Lo tenevano con le mani legate dietro la schiena, sospingendolo avanti fra la foresta con le loro armi.
Giunsero presso un albero dal tronco più grande degli altri circostanti, al quale era fissata una specie di scala di corda e legno. Il capo salì per primo, poi fecero salire lui, incoraggiandolo con sporadici grugniti. La maggior
parte di loro rimase a terra.
Sulla cima dell’albero era stata realizzata una rozza piattaforma di assi di legno fissate ai rami che si protendevano tutt’intorno sotto di loro per decine di metri. In certi punti l’assito era interrotto da buchi attraverso i quali si intravedevano le fronde sottostanti. Il sole batteva con il solito vigore, ora che non avevano ombra dove ripararsi. Tutt’intorno a loro era uno sciamare continuo di uccelli impegnati per lo più nel lanciare richiami e nell’inseguire insetti. Thorium si stupì ancora una volta della ricchezza della vita animale e vegetale di quei luoghi. Guardò obliquo il barbaro ripromettendosi che quel posto non sarebbe dovuto rimanere in mano loro ancora a lungo. Il barbaro parve accorgersene, perché disse:
– Beh, ora che c’è? Soffri di vertigini?
Thorium lo fissò, senza parlare, socchiudendo gli occhi. Il barbaro sogghignò, poi si girò e tolse il velo che fino a quel momento aveva coperto una specie di elicottero.
Lo fecero salire dietro insieme al capo, mentre un altro si sedeva ai comandi. Thorium osservò il mezzo. Dalla fusoliera centrale, quasi completamente aperta, costituita da aste metalliche, in cui sedevano i tre passeggeri, si dipartivano due ali le quali contenevano due eliche direzionabili.
Il motore dietro di loro si avviò con un crepitio, emettendo poi un rumore simile al ronzio di cavi elettrici.
Un generatore di campo… – pensò Thorium – Dove l’avranno preso?
Il velivolo catturato dal campo gravito-magnetico generato dal motore iniziò a librarsi in aria come privo di peso. Dopo un secondo il barbaro premette un comando e le eliche iniziarono a ruotare, fornendo così stabilità e governabilità al mezzo. Era incredibilmente silenzioso. Thorium pensò che si sarebbe potuto anche godere il volo, quando il capo dei barbari a fianco a lui gli puntò un rasoio alla gola, con ghigno feroce dipinto sul volto.
– Così, giusto per dissuaderti dal commettere qualche sciocchezza… – si giustificò sghignazzando e alzando le spalle.
Thorium sospirò, continuando a recitare la sua parte.
Dopo qualche ora di volo silenzioso giunsero in vista dell’accampamento principale. Thorium aveva osservato le strade e i sentieri e i fiumi stendersi sotto di sé, in un’intricata rete impossibile da ricordare. Avevano sorvolato
numerosi accampamenti, sempre più grandi, nei quali erano presenti a volte anche alcune di quelle creature di luce.
L’accampamento di Radjer si trovava sulla cima di una collina e zone limitrofe. Thorium stimò dovesse trattarsi approssimativamente del centro della conca di Raransie. Dall’alto sembrava quasi un enorme foruncolo, piaga della terra priva di alberi, sciamante di parassiti umani.
Abbassandosi verso la piattaforma di atterraggio Thorium scorse la grande congerie di mezzi di trasporto, animali e meccanici, nonché di ripari, tende e altri alloggi temporanei. Dietro la collina, in un avvallamento del terreno, sorgeva una grande struttura, ma era parzialmente nascosta da una macchia di alberi, lasciata lì per celarla alla vista dall’accampamento.
Poco dopo il velivolo toccò terra.
– Abbiamo un ospite – disse il capo all’uomo di guardia. Poi fece un cenno con la testa in direzione di una tenda più grande delle altre, sul punto più alto della collina. La guardia fece un cenno d’assenso e si incamminò in quella direzione. La seguirono.
Thorium si guardò intorno, scorgendo fra i barbari anche diverse donne, che per la maggior parte si aggiravano per l’accampamento meste, coperte di sudici stracci. Non c’erano bambini, solo ragazzi. Thorium pensò dovessero provenire dai villaggi circostanti la conca.
I ragazzi andavano e venivano affaccendandosi sotto lo sguardo vigile di uno e due uomini. Portavano armi, cavalli, a volte munizioni per artiglieria. Thorium sperò non disponessero di troppi cannoni. Ovunque c’era rumore di mezzi meccanici in movimento, moto, fuoristrada, motoseghe. Scorsero anche una grossa ruspa, piuttosto mal messa, percorrere il campo più in basso carica di tronchi. Per quello che poté scorgere, Thorium notò che quasi ogni mezzo o utensile meccanico era stato adattato o costruito per funzionare con cariche d’energia rinnovabili.
Infine giunsero dinanzi alla tenda di Radjer. Nel complesso il passaggio di Thorium non aveva suscitato il minimo interesse da parte di nessuno di quelli che avevano incontrato.
Un’altra guardia li fece entrare. Aveva uno strano elmo a celargli il viso. Sembrava ricavato dal teschio di un animale dalla bocca piena di denti storti e acuminati. Forse un grosso pesce. Diede una spinta a Thorium e gli fece segno di tacere. Lui lo guardò incuriosito. Per tutta risposta la guardia fece il verso di ringhiare, senza emettere suoni.
Oltrepassarono un vestibolo in cui si fermarono tutti tranne il capo che continuava a scortare Thorium con un discreto ausilio da parte del suo rasoio, peraltro notevolmente affilato nonostante il suo stato di ossidazione. La tenda doveva essere in qualche modo insonorizzata, perché non vi giungeva alcun rumore esterno.
Oltre un lembo di tessuto che faceva da porta c’era un ambiente relativamente grande, nel quale trovava posto, oltre ad alcuni mobili un enorme tavolino di pietra e legno, rotondo, al di là del quale c’era un grande seggio di ossidiana, sul quale sedeva una figura che stava dando loro le spalle.
– Fate ssilenssio! – sussurrò alzando le braccia sui braccioli della sua sedia. Si fermarono. Istintivamente Thorium trattenne il respiro. Quello che doveva essere Radjer indossava dei guanti di pelle nera, con inserti in metallo, che risalivano gli avambracci fino a sparire sotto una raffinata pelliccia. Dopo qualche secondò si voltò.
Thorium rimase impietrito. Tutte le voci che correvano sul conto di quell’uomo avvolto dal mistero sembravano essere fondate, dopo tutto. Si alzò silenziosamente in piedi, rivelando tutta la sua imponenza.
Aveva il cranio glabro, completamente ricoperto da tatuaggi a raffigurare qualche misterioso simbolo. Sopra la corazza nera di pelle e metallo indossava come un mantello una lunga e fluente pelliccia che arrivava fino ai suoi piedi.
In prossimità delle orecchie aveva degli inserti metallici al posto delle ossa, che rilucevano ad ogni suo movimento. Si diceva che fosse nato con una malattia che lo aveva reso ipersensibile al suono, e che si fosse sottoposto a un intervento chirurgico per insonorizzare parzialmente il proprio sistema uditivo dalla sua stessa voce, senza grandi risultati.
Il tutto contribuiva a renderlo la persona più feroce e irritabile del pianeta. Thorium pensò a quali atrocità si narrava che fosse stato in grado di compiere in tutta la sua vita, il più temibile capo barbaro, la più terrificante orda mai vista al suo comando. E ora aveva un esercito.
– Ti consiglio di sussurrare, se vuoi vivere… – gli sussurrò il barbaro all’orecchio.
– Te lo conssiglio anch’io – disse Radjer, udibile a stento, senza quasi muovere la bocca. Poi si avvicinò lentamente, silenziosamente, e prese a studiare Thorium dall’alto, dalla testa ai piedi. Lui trattenne il respiro.
– E tu chi saressti – parlando per anni sempre in quel modo Radjer aveva sviluppato una serie di difetti di pronuncia. Quando parlava assomigliava a un serpente, rendendo la sua presenza ancor più inquietante.
– Thorium – sussurrò dopo un istante di esitazione.
– Non me ne frega niente del tuo nome, ragasso… – disse Radjer. Poi, di nuovo:
– Qual è la tua orda?…
Thorium rimase in silenzio. Non si era aspettato una domanda del genere.
– Sei forsse un vagabondo?
Thorium accennò di sì con la testa.
Radjer sollevò di scatto la testa, incrociando le braccia sul petto.
– Se ssei un vagabondo… Perché dovrei accoglierti?
– C’è qualcosa di grande in gioco – disse Thorium, sfidando lo sguardo del suo interlocutore – E non voglio esserne tagliato fuori. Penso di poterti tornare utile, inoltre.
– Quanto a quessto giudicherò Io.. – disse calcando la i maiuscola della sua persona.
– Penssaci tu Jingo – disse rivolto al barbaro che aveva scortato Thorium finora, quindi tornò a sedersi e a dar loro le spalle. Thorium seguì Jingo fuori della tenda. Dopo un po’ Jingo disse:
– Bene ragazzo, il grande capo sembra averti accolto… Ora fai parte dell’orda. Hai diritto ai pasti come tutti gli altri. Per il resto devi pensarci da solo. – si voltò e prese a scendere la collina.
– Bene – pensò Thorium. Era riuscito a entrare.
Sistemò la sua tenda su una roccia che sporgeva dal pendio della collina poco più in basso, sul versante occidentale. Quella sistemazione doveva essere risultata scomoda agli altri, dacché era stata lasciata libera, sebbene si trovasse in un’ottima posizione. Dal canto suo, Thorium aveva appreso, seguendo l’esempio di Alis, Long e altri telepati della Rocca, ad attribuire meno importanza alla comodità fisica piuttosto che a quella della mente. Da lì si scorgeva inoltre la macchia di alberi che celava la misteriosa struttura intravista dall’alto.
Aveva diritto ai pasti… A quanto pare non c’era il minimo accenna da parte di nessuno a qualche, anche vago, concetto di igiene personale. In
effetti, in giro per il campo non c’era esattamente quello che poteva essere definito un buon odore. Anzi, non era neanche un odore caratteristico. Si chiese come facessero con le malattie.
Finito di sistemare le sue cose, fece per dirigersi verso li più vicino corso d’acqua per darsi una ripulita quando Jingo gli si piantò davanti.
– Il capo vuole assaggiarti
– Che cosa? – chiese Thorium.
– Avanti, cammina – lo spinse di lato. Thorium lo guardò ostile, e lui sogghignò con aria crudele – E’ solo un giochetto…
Thorium si augurò che assaggiare si riferisse a un modo di dire e non alla realtà.
Urla dappertutto. Qualcuno aveva anche iniziato a suonare dei tamburi. Diverse mani lo sospinsero fino a farlo entrare in una specie di arena, una grande buca circolare scavata nella terra per circa due metri, alle cui pareti erano stati fissati ogni sorta di oggetti appuntiti o taglienti, o entrambe le cose, meglio se metallici e arrugginiti.
Dall’altra parte stavano facendo entrare un barbaro enorme, un energumeno alto più di due metri, quasi duecento chili di muscoli e crudeltà. Indossava una specie di tuta di pelle borchiata, completa di una maschera piena di punte che gli lasciava scoperti gli occhi, il naso e la bocca. Alzò le mani e la folla lo acclamò. Thorium iniziò a farsi una mezza idea di cosa voleva dire essere assaggiati, e pensò che il termine non era così lontano dalla realtà come poteva sembrare…
Su un palco più in alto c’era Radjer e le sue due guardie personali, tutti e tre con quello strano elmo d’ossa in testa. Thorium si chiese se non fosse proprio grazie a quello che riusciva a resistere al clamore della folla. Il capo dei barbari si limitò a osservare, imperturbabile, a braccia conserte.
Il colosso dinanzi a lui tirò fuori da dietro la schiena un maglio così grande che Thorium non ne aveva mai visto uno simile. Non capiva come potesse riuscire a brandirlo. In quel momento Jingo gli fece un fischio, dopodichè ridendo, come suo solito, dall’alto gli lanciò una spada arrugginita.
Thorium neanche la guardò. Aveva iniziato a fissare il barbaro senza più prestare attenzione agli stimoli esterni. Osservava i suoi movimenti, i suoi muscoli tendersi e il suo peso spostarsi. Estese la sua consapevolezza vino a percepire ogni singola goccia di sudore che usciva dalla scorza del
gigante.
D’un tratto i tamburi cessarono di battere, e la folla iniziò a incitare il barbaro, il quale si dispose ad attaccare. Thorium si preparò a schivare ma in quell’istante fulminea dalle sue spalle gli fu gettata sopra un rete metallica con dei pesi in fondo. Era troppo intralciato, ora. Il barbaro si avvicino con un orrido ghigno dipinto sul volto e alzò il maglio per spaccargli le ossa. Thorium schivò all’ultimo. Lo slancio trascinò avanti il barbaro che cadde a terra sopra la sua arma trascinando a sua volta Thorium con sé. Erano aggrovigliati nella rete e nel fango e lottavano per rialzarsi in piedi. Il barbaro riuscì a recuperare il martello e spinse Thorium addosso alla parete, costringendolo ad una fulminea contorsione per schivare le punte d’acciaio e acuminate che minacciavano di trafiggerlo.
Il gigante urlò in preda a un’ira isterica, poi sollevò di nuovo il martello e prese a menare un colpo dopo l’altro addosso a Thorium. Lui schivò, scivolò, fintò, andando a finire sempre più in basso, verso i piedi dell’avversario. Iniziava ad averne abbastanza.
Vedendolo ai suoi piedi il barbaro esplose in una fragorosa risata di vittoria, incalzato sempre più dalle grida della folla che chiedeva di finire il misero sfidante.
Lentamente, sorridendo crudelmente, sollevò il martello sopra di sé, osservando soddisfatto ognuno dei suoi spettatori, pronto a fracassare la testa di Thorium.
In quell’istante l’ira di Thorium, l’ira di Kriss, divampò nelle sue vene, il tempo rallentò fino a quasi fermarsi e poté vedere quanto semplice fosse la trama e la piega della rete che lo teneva prigioniero. In un attimo scattò, talmente fulmineo che la maggioranza degli spettatori neanche se ne accorse. Un piede sul ginocchio dell’energumeno, un altro sul piatto di una lama che sporgeva dalla parete di terra e un altro di nuovo sulla spalla del suo avversario. Un colpo e il maglio era a terra. Un movimento, una rotazione, e la rete ricadeva sul barbaro imprigionandolo.
Thorium atterrò, su un ginocchio, due metri più in la, vicino al martello semisepolto nel fango, mentre un silenzio attonito calava sulla folla. Il ringhiare confuso del barbaro era l’unico suono, il quale poco dopo stramazzò a terra, incapace di muoversi.
Thorium osservò i volti sopra di lui, tutti ostili, tutti tranne due: quello divertito di Jingo e quello impassibile di Radjer.
Dopo qualche istante in cui Thorium si guardava intorno temendo che potessero scagliarsi in massa su di lui, Radjer fece un gesto. Il cancello dal quale era entrato si aprì, e fu fatto uscire, mentre un solitario spettatore batteva le mani.
Tornò alla sua tenda, sudicio e stanco, seguito da decine di sguardi di odio misto a timore. Quando vi giunse vide che la sua roba era sparita. Controllandosi a stento, si costrinse a sedere incrociando le gambe sulla dura roccia. In quel caso l’ira non lo avrebbe portato da nessuna parte. Respirò a fondo, dieci volte, cento, finché il suo cuore riprese a battere un ritmo normale. Si rilassò, e aprì la sua mente. Cercò di estendere la sua percezione il più possibile. Sapeva che il dispositivo tracciante all’interno del suo zaino avrebbe risposto al suo campo mentale. Non sentiva nulla. Cambio di posizione, sospiro. Era tremendamente difficile. La sua mente era sorda e cieca, e non riusciva a oltrepassare i limiti dei suoi sensi.
D’un tratto lo percepì, debole scintilla, all’eco di un pensiero. La inseguì senza tregua, con tutte le forze, finché non la avvertì come un richiamo, una luce che puntava direttamente verso di lui. Ora la sentiva chiamarlo, da una tenda a un centinaio di metri di distanza, sulla sinistra più in basso.
Aprì gli occhi, sorprendendo un discreto numero di barbari e ragazzi che lo stavano osservando di nascosto. Non vi badò. Si diresse direttamente verso il suo obiettivo. Spalancò la tenda e l’uomo all’interno sussultò. Si voltò a guardarlo, e alla vista dello straniero, completamente sporco di fango, che aveva sconfitto il gigante e che ora lo fissava con occhi di fuoco, inorridì. Era seduto a terra, e sgambettando si allontanò gemendo pateticamente fino al punto più lontano possibile all’interno di quel riparo, senza riuscire a distogliere lo sguardo colmo d’orrore dagli occhi di Thorium che lo trapassavano da parte a parte.
Thorium si abbassò e prese a esaminare la sua sacca. Quando fu certo che non mancava niente, se ne andò. Quando lo videro uscire, nelle loro espressioni c’era un rinnovato timore, e pensò che almeno non avrebbero cercato di derubarlo di nuovo.
Aveva individuato un laghetto poco lontano nel quale aveva potuto lavarsi, facendo attenzione a dei piccoli pesci guizzanti che comunque lo avevano morso diverse volte. Per fortuna non erano velenosi. Si era anche fatto la barba e accorciato i capelli. Si guardò nel riflesso dell’acqua, e concluse che almeno ora aveva un aspetto più decente. Tornò al campo che era buio, quando avvertì un invitante odore solleticargli le narici. Era ora di cena.
Si diresse verso il grande fuoco attorno al quale si organizzava la mensa comune. Si sedette ad un lungo tavolo insieme a numerosi altri uomini della sua stessa età. Molti stavano già mangiando. Altri si stavano servendo. Di certo non poteva aspettarsi il servizio. Si alzò e si mise in fila. Sembrava l’unica occasione in cui quei raransie sembravano rilassarsi un poco e godersi la vita. Sempre che qualcuno non cercasse di saltare la fila. Thorium vide uno che ci si era provato venire scaraventato su un tavolo, travolgendo piatti e boccali. Quelli che stavano mangiando lì sfogarono la propria rabbia sul malcapitato. Thorium si voltò e cercò di raggiungere il cibo prima possibile.
Gli venne consegnato, di mala grazia, un vassoio sudicio con un piatto di qualcosa non ben identificato e uno di carne arrostita. Più un boccale per bere. Thorium lo annusò, e non riuscì a determinare la natura della bevanda, tranne per il fatto che era alcolica.
Si sedette al posto di prima. Uno degli altri lo riconobbe in quel momento, perché prese ad indicarlo ai compagni.
– Ehilà compagno! – gli fece quello che sembrava il leader del gruppetto. – Gliel’hai fatta vedere a Kirk, eh? – doveva riferirsi al suo sfidante, l’energumeno. Cercava di socializzare col più forte. Per tutta risposta Thorium fece un cenno col capo. Poi, vedendo che lo guardavano aspettando che facesse un commento, disse, senza guardarli in faccia, a bassa voce:
– Vi sono stato costretto.
Gli altri rimasero un po’ interdetti dal comportamento del nuovo venuto. Dopo un po’ un’altro disse:
– Dove hai imparato a combattere così?
Thorium alzò le spalle mentre attaccava la carne:
– Un po’ qui, un po’ là…
– Ho sentito dire che sei un vagabondo! – esclamò un altro, più giovane.
– E’ vero? – gli diede manforte un altro.
– Ah-ah… – rispose con la bocca piena.
– Ehi, lasciatelo mangiare, guarda che appetito…
– Sì, scusa amico…
– Come hai detto che ti chiami? – fece un altro.
Thorium pensò che forse non tutti i barbari erano uguali.
– Svegliati! – Jingo era entrato di colpo nella sua tenda, svegliandolo di soprassalto, alle prime luci dell’alba. – Il capo non ha finito con te…
Thorium si tirò su, maledicendo fra sé la situazione e tutti i barbari.
Uscirono nel campo, e Thorium vide che c’era un certo fermento. Guardò più in là, e scorse un gruppetto di uomini armati di picche dalla punta luminosa che cercavano di fermare una di quelle creature energetiche.
– Il Ka’Rast è fuggito dal suo recinto… Ha già ucciso diversi uomini. Radjer vuole che il prossimo a morire, qui, sia uno di voi due… – spiegò Jingo spiando divertito la reazione di Thorium, il quale sembrò rimanere impassibile. Più in alto scorse Radjer, solitario su una roccia, osservare la scena nella sua solita fiera postura, le braccia incrociate sul petto.
– Grazie alle picche riescono a contenerlo, ma non credo ce la faranno ancora per molto. – Gli batté una mano sulla spalla, dicendo sarcastico: – Vai campione!
Thorium si scostò secco, poi scese verso la creatura. Le guardie armate di picche lo videro arrivarono e gli rivolsero diverse occhiate interrogative e disperate. Vedevano un giovane uomo avvicinarsi disarmato.
La creatura lo vide, e per qualche motivo rivolse la sua attenzione proprio su di lui. Per tutta risposta lui estrasse le sue spade dal nulla e si mise in posizione d’attacco, come un predatore pronto a colpire.
Ti stavo aspettando. – disse fra sé.
La bestia era approssimativamente delle stesse dimensioni di quella che aveva già affrontato, ma la sua forma era completamente diversa. Aveva un testa di luce poco delineata, ma i grandi artigli blu elettrico sulle appendici finali e sull’articolazione dei quattro arti si vedevano benissimo. Inoltre aveva una lunga coda purpurea piena di aculei che teneva ripiegata su di sé come uno scorpione.
Thorium radunò tutta la sua energia mentale sulle spade, attivando un meccanismo al loro interno il quale le metteva in diretta comunicazione col suo campo mentale. Le parti di cristallo delle lame iniziarono a brillare.
Le guardie lo osservavano stupite, e rischiavano di distrarsi. Nel frattempo altri uomini, non visti dagli altri, portavano un grosso congegno simile a un cannone presso Radjer.
Thorium partì all’attacco. Rotolò sotto l’arto superiore destro della creatura e colpì per reciderlo. Le lame attraversarono la creatura senza danno apparente ma questa si impennò sugli arti posteriori urlando di dolore. Thorium rotolò via per non essere schiacciato.
Allora non sei così invincibile…
Il mostro ruggì e cercò di colpirlo con gli artigli ma lui schizzò di lato e lo colpì di nuovo, dall’altra parte.
Questa volta il ruggito di dolore fu molto più forte, e il mostro raggiunse Thorium con un fulmineo attacco della sua coda, invisibile.
Un dolore lancinante pervase il corpo di Thorium, mentre veniva sbalzato via e finiva a terra. Gli si contrassero tutti i muscoli, rischiando di lasciar cadere le sue armi. Recuperò un briciolo di lucidità quando vide che la creatura lo stava caricando. Rotolò via giusto un tempo, ma un artiglio lo sfiorò al braccio sinistro. Ebbe la sensazione come se gliel’avesse strappato.
La bestia si girò, urlò di nuovo, e una luce abbagliante iniziò a brillare crescendo d’intensità davanti alla sua testa. Thorium l’osservò crescere finché il mostro si inarcò e gli scagliò contro un tremendo flusso di energia. Fece appena in tempo, con un tremendo sforzo, a incrociare le lame davanti a sé e rifugiarsi dietro la loro protezione. Riuscì a salvarsi, ma parte dell’energia filtrò ustionandogli il viso e le dita. Le due spade luminose vacillarono, e infine si spensero. Thorium rimase attonito. L’attacco aveva prosciugato tutte le sue forze.
Non c’era dove ripararsi, e non aveva speranza di arrecare alcun danno al mostro.
Thor! – risuonò una calda voce nella sua mente, e istantaneamente si ricordò del dono che Alis e le gemelle gli avevano fatto. Ripose le spade, e mentre la creatura tornava a caricarlo estrasse dalla tasca una delle perline luminose. Aspettò che il mostro fosse a portata, poi scagliò con tutte le sue forze fisiche e mentali residue la perlina contro di lui.
L’impatto fu spettacolare. Una esplosione di luci multicolori investì la bestia in pieno volto, sbalzandola indietro di una ventina di metri.
Si accasciò a terra priva di testa, poi esplose in una nube di scariche di
energia.
Thorium si voltò. Jingo e Radjer lo stavano osservando, l’uno stupefatto, l’altro più compiaciuto di quanto avrebbe voluto far capire.
Dormì per buona parte del giorno seguente. Quando giunse la sera emerse come un’ombra dalla sua tenda, senza produrre quasi nessun suono. Si muoveva furtivo fra le rocce, basso sul terreno. Dinanzi a sé vedeva lo strano chiarore provenire da dietro la macchia di alberi.
Procedette in quel modo finché giunse in prossimità del boschetto, quindi prese a ripararsi dietro i grandi tronchi, nel fitto intrico di liane e altre piante.
Ora che era a pochi metri dalla strana struttura poteva percepire un campo energetico mentale stendersi con notevole intensità ed estensione.
Solo una massa di foglie e liane lo separavano dalla struttura. Spiò dal suo riparo senza uscire allo scoperto.
A pochi metri da lui c’era un uomo, di spalle, e teneva fra le mani una di quelle picche energetiche. Thorium poteva sentirne il ronzio. Altri uomini erano disposti all’intorno, a sorvegliare la zona circostante la struttura.
La costruzione era notevolmente alta, ma era in gran parte cava. Numerosissime apparecchiature, di tipi e provenienze dei più disparati, ammassate l’una sull’altra con un disegno preciso e specifico. Thorium individuò dei punti finali in quello schema, erano tre punte a livello del terreno e una in alto, secondo lo schema geometrico di un tetraedro. Si chiese a cosa servissero.
Di fianco alla misteriosa struttura c’era un’altra costruzione, costituita per lo più da recinti energetici che contenevano decine e decine di quelle creature. Thorium continuò ad osservarle per diversi minuti, escludendo tutto il resto. Ad un certo punto ebbe la sensazione che quei Ka’Rast, come li aveva chiamati Jingo, stessero annusando l’aria, come dei predatori. Per un attimo credette che stessero sentendo il suo proprio odore, come se potessero protendere verso di lui qualche misterioso organo di energia e sentire la sua presenza…
D’un tratto una vibrazione si propagò nell’aria e nel terreno, con agitazione da parte degli uomini con le picche i quali iniziarono ad accorrere presso la struttura. Anche i Ka’Rast in gabbia si agitavano lanciando strida e urla che a Thorium sembravano di richiamo.
La macchina, se di quello si trattava, iniziò a ruotare in certe parti, e ad illuminarsi in altre.
Le punte che aveva notato iniziarono a brillare di una strana luce, mentre la vibrazione saliva d’intensità, al pari del campo di attività mentale ed energetica. Il processo giunse al suo culmine con un esplosione di luce al centro della struttura accompagnata da un boato e a un suono lacerante. Gli uomini si ripararono il volto con le mani, anche Thorium dovette schermirsi per non rimanere abbagliato. Quella piccola stella continuava a brillare e urlare e sembrava sul punto di esplodere e radere al suolo ogni cosa quando improvvisamente collassò lasciandosi dietro un’eco di tenebra. Al suo posto apparve un Ka’Rast, che subito cercò di avventarsi sugli uomini con le picche che con notevoli sforzi riuscirono infine a condurlo in una gabbia.
Thorium rimase qualche istante allibito di fronte a quello spettacolo. Dopo un po’ si riprese, e pensò che doveva cercare assolutamente di saperne di più. Da dove veniva quel macchinario? Come produceva quelle creature? E quel campo di energia mentale? Doveva trovare una risposta a queste domande.
Jingo lo attendeva presso la sua tenda.
– Dove sei stato campione? – disse col suo solito tono. Non lasciò rispondere il suo interlocutore. – Il capo ha un incarico “ufficiale” per te, ora. Seguimi.
Thorium sospirò e si accinse a seguirlo.
– Sai, devi averlo impressionato, stamattina. Per Saberinne, non ho mai visto niente del genere… – disse Jingo mentre salivano verso la tenda di Radjer. Era la prima volta che udiva quell’espressione, e ne fu infastidito. Come osava menzionare il nome di sua madre in quel modo? Poi rifletté che quei barbari dovevano conservare ancora il ricordo della guerra di Saberinne, sotto forma di leggenda.
Sentiva scie di fuoco segnargli il volto, e ripensò allo scontro col Ka’Rast. Si passò una mano sulla pelle, ma non sembrava esserci alcun segno visibile.
Giunsero alla loro destinazione. Due fiaccole ardevano presso l’ingresso della tenda, sorvegliato dalle due guardie personali di Radjer, quelle col teschio di pesce. Si scostarono per lasciarli passare. Jingo si fermò presso l’ingresso.
– Prego, l’onore stavolta è tutto il tuo… – disse sogghignando e cedendogli il passaggio con un gesto della mano. Thorium lo squadrò diffidente come sempre.
Si fece strada fino a giungere davanti al tavolo dietro il quale Radjer lo stava aspettando, esattamente come la prima volta.
– Vieni avanti, vagabondo… – gli disse sottovoce. Thorium si avvicinò ulteriormente.
– Ti ssei guadagnato un possto nella mia orda… – riprese Radjer. Thorium continuò a fissarlo impassibile, aspettando ciò che aveva da dirgli.
Radjer lo fissò con uno sguardo di ghiaccio. Non c’era bisogno di parole, accordi o minacce. Tutto quello che il capo dei barbari pensava era ben chiaro dal suo terrificante sguardo e dalla sua stessa presenza e postura.
– Bene… Ora che hai inissiato a capire come funssionano le cosse qui, è giunto il momento che tu faccia una cossa per me… Ssempre che tu non abbia cambiato idea… – terminò con un orrido ghigno.
Thorium continuò ad ascoltare.
– A nord da qui, oltre la foressta di Raranssie, le colline ssi innalssano ssempre più fino a diventare gli impervi monti che circondano la conca dagli altri lati. Devi recarti nelle grotte di Tinn e recuperare ciò che vi è nascossto.
Per un istante Thorium attese che gli fossero date altre istruzioni, poi vide il gelo tornare sul volto di Radjer, e capì che non avrebbe ottenuto nient’altro. Si voltò e uscì.
Fuori Jingo lo intercettò e disse:
– Ti è stato affidato un gruppo di uomini scelti per questa missione. Dovrai viaggiare a lungo, quindi vi daremo un passaggio fino ai margini della foresta. Dopo, sarete soli. Torneremo a prendervi dopo quindici giorni. Se non ci sarete torneremo una volta alla settimana, per un mese. Hai capito?
Thorium accennò di sì.
– Ecco i tuoi uomini. – indicò un manipolo di barbari. Era un gruppo piuttosto mal assortito di una decina di persone. Avevano tutti un età superiore alla media dell’orda.
– Veterani o scarti? – pensò Thorium, propendendo poi per la seconda opzione ad un esame più approfondito. Quegli uomini, a parte qualche eccezione erano male equipaggiati e avevano uno scarso grado di
preparazione fisica. Probabilmente non sapevano tenere un’arma in mano.
Molto carino da parte di Radjer…
Uno degli uomini, uno giovane, dall’aria più sveglia e che aveva vestiti leggermente migliori nonché una pistola alla cintura, gli rivolse la parola.
– Sei tu il capo?
Thorium assentì. Il suo interlocutore lo fisso un attimo con una strana espressione, poi si mise a ridere forte, girandosi verso i suoi compagni.
– Dobbiamo seguire il primo nuovo arrivato?
– Ha la metà dei miei anni! E non ha neanche un’arma!
Thorium si limitò a fissarli freddamente, con sguardo gelido, finché tutti tacquero. Jingo intervenne:
– Sono ordini di Radjer, quindi sentitevi liberi… – sghignazzò. Gli uomini abbassarono le teste.
– Ora possiamo andare – disse Thorium a Jingo.
La foresta scorreva oscura sotto di loro. Mancavano poche ore all’alba. Viaggiavano su dei velivoli simili a quello con cui Thorium era arrivato al campo, solo più grandi.
All’orizzonte, a nord, erano ora visibili delle piccole luci.
– Siamo quasi arrivati – annunciò Jingo.
Volarono ancora per un’oretta poi i piloti fecero atterrare gli aerei. Ormai le luci erano poco distanti. Si distinguevano le forme di un villaggio, in alto su una collina.
Gli uomini scesero tutti, quindi i piloti si accinsero a ripartire.
– Buona fortuna! – disse Jingo – E fai attenzione agli amici… – concluse in tono strano. Thorium si chiese se intendesse riferirsi solamente alla sicurezza dei suoi uomini oppure no.
Si misero in cammino dietro di lui verso il villaggio. Giunsero sulla cima della collina quando mancava poco all’alba. Un contadino li scorse e corse verso il villaggio, urlando:
– Raransie! Raransie!
Quando arrivarono nel villaggio trovarono diversi uomini ad aspettarli. Il più vecchio di loro si fece avanti, rivolgendosi a Thorium:
– Come possiamo servirvi?
– Chiediamo ospitalità – disse Thorium con un mezzo inchino.
Il vecchio lo fissò sbalordito, con la bocca semiaperta. Dopo qualche istante balbettò qualcosa finché riuscì a dire:
– C…Certo. – al che si inchinò e li condusse verso una semplice costruzione un po’ più grande delle altre.
Dentro c’era abbastanza posto per tutti, e i barbari si accomodarono sui giacigli mentre alcune donne portavano cibi e bevande.
Dopo essersi rifocillati, si misero a dormire, aspettando la frescura della sera per rimettersi in viaggio.
Thorium si svegliò. Si alzò in silenzio mentre gli altri ancora russavano, e osservò il villaggio dalla finestra. Era immerso nel sole e nel caldo del pomeriggio, e quasi nessuno era in giro. Guardando a sud si scorgeva l’immensa distesa della foresta di Raransie.
Thorium uscì in strada. C’era una gran silenzio. D’un tratto però credé di udire qualcosa. Si diresse a nord, fra le case e le stalle. Guardò ad est e rimase stupefatto: invisibili dalla foresta di notte, immensi monti si alzavano sempre più verso il cielo, con altezze vertiginose. Era uno spettacolo quasi terrificante.
Rimase qualche istante a bocca aperta a fissare la catena montuosa le cui cime più elevate erano imbiancate di neve.
Dopo qualche istante si rese conto di non essere solo. Si voltò di scatto e vide che c’era una donna molto vecchia seduta presso l’ingresso di una casa, che stava lavorando ad una specie di maglia. Doveva essere stata lei la fonte del rumore. Trasalì quando lo straniero si voltò di scatto. Lui se ne accorse.
– Scusatemi…
La vecchia lo fissò sorpresa. Poi esclamò, come parlando fra sé, scuotendo la testa:
– Un raransie di buone maniere!… Adesso le ho viste tutte…
Thorium si avvicinò. Lei dovette alzare lo sguardo per continuare a guardarlo in faccia.
– Sei bello… – disse la vecchia con uno strano sorriso.
– La ringrazio.
– Dove state andando?
– Alle grotte di Tinn.
La vecchia emise un urlo e quasi cadde dalla sedia. Poi si affrettò a fare
degli strani gesti, forse degli scongiuri.
– Non dirlo mai! – gli sussurrò con sguardo severo.
Thorium rimase sorpreso. Non si era aspettato una simile reazione.
– Perché? – chiese.
– Le grotte sono proibite! Il loro proprietario è il male. Pericolo… e morte! – sembrava delirare. Gli tirò il polso con entrambe le mani – Non andare! No, tu, non andare…! – Thorium vide il terrore puro nei suoi occhi. Si chiese a cosa fosse dovuto, ma non sembrava esserci modo di saperlo se non scoprendolo di persona. Attese che la vecchia si fosse calmata, poi la salutò cercando di rassicurarla e tornò dai suoi uomini per svegliarli.
Si fecero dare tutto il necessario per viaggiare sui monti. Thorium preferì evitare di menzionare la loro destinazione, ma il vecchio sembrò intuirla lo stesso. Per quella notte potevano risalire la prima collina più alta prima dei monti veri e propri, poi si sarebbero accampati per ripartire il mattino seguente.
La prima tappa si svolse senza intoppi. I problemi iniziarono quando la salita si fece più impervia, fra rocce aguzze e ghiaccio. Procedevano a rilento, impiegando molto più del previsto. Inoltre era sempre più difficile trovare un posto dove accamparsi la notte. A volte erano costretti a procedere nell’oscurità, alla luce di qualche torcia, rischiando di precipitare nel baratro. Era un’esperienza spossante, terrificante.
Dopo quattro giorni riuscirono ad aggirare la prima cima, giungendo su una specie di altopiano incastonato fra due altissime cime. Thorium fece accampare gli uomini, stremati fisicamente e mentalmente, e preferì non pensare a quando avrebbe dovuto ridiscendere…
Di tanto in tanto soffiava un fortissimo e gelido vento che mozzava il respiro e spegneva quasi sempre i fuochi. Il terreno era costituito da ghiaccio misto a roccia, in una combinazione viscida sulla quale rischiavano costantemente di cadere e di tagliarsi con le rocce aguzze che spuntavano frequentemente.
Un vero inferno… – Fu quello che pensò Thorium.
Si allontanò dagli altri che cercavano di scaldare le razioni semi-congelate su un fuoco improvvisato, ottenuto bruciando quella poca legna che avevano potuto prendere al villaggio.
Se non avrebbero scoperto al più presto dove si trovavano le grotte
sarebbero morti senz’altro. Thorium aveva fatto capire di sapere dove li stava portando, ma non era così.
Si sedette nella sua posizione meditativa su di una gelida roccia più in alto rispetto all’altopiano, da dove godeva almeno di un eccellente panorama. Più in là l’altopiano terminava in un vertiginoso baratro, così improvviso da essere difficilmente individuabile. Si vedeva solo un orlo di gelida roccia e sullo sfondo la chiazza verde della foresta e quella azzurra del cielo.
Chiuse gli occhi. Si concentrò sul simbolo affidatogli alla Rocca, stringendolo nei pugni, cercando con tutte le sue forze finché non gli parve di sentire un lontano calore, la presenza di Alis. Doveva tornare, gliel’aveva promesso.
Poi estese ancora di più il suo pensiero, finché raggiunse la massima concentrazione, e pensò alle sue sorelle. Chissà dov’erano in quel momento. Avrebbe voluto averle vicino.
Lo siamo sempre – era stato il vento, o la sua immaginazione? Il suo cuore accelerò i battiti. Davvero era riuscito a percepirle?
Si alzò con rinnovato vigore, cercando di riscaldare le membra indolenzite dal gelo. Prese il binocolo e si mise a scrutare la parete di roccia. Non sembrava esserci traccia di ingressi a grotte di nessun genere. Ripeté la ricerca più volte, sempre con lo stesso risultato. Alla fine ripose il binocolo, e rimase a fissare la montagna, con i pugni sui fianchi.
Rivelami il tuo segreto – come avrebbe voluto avere ali per innalzarsi sopra quell’immensa roccia e scrutarne tutti i recessi!
Tornò a concentrarsi sulla montagna, escludendo ogni altra cosa. Riprese il binocolo e ricominciò a cercare. Chilometri di ghiaccio e pietre si stendevano sotto il suo occhio. Cercò ancora, e ancora, quando d’un tratto gli sembrò di percepire come un respiro, il suono di un flusso di aria, e vita. Sorpreso, zumò con il binocolo, e si ritrovò a fissare un’altra parete di roccia. Stava per riprendere la ricerca quando il respiro si fece sentire più forte. Zumò ulteriormente, fino a raggiungere il massimo ingrandimento. Apparentemente, c’era solo roccia. Gli venne un’idea improvvisa. Passò all’infrarosso.
Come ho fatto a non pensarci prima – dal basso in quella parte della montagna proveniva una debolissima emissione infrarossa.
Thorium era sicuro che provenisse dalle grotte. Lasciò riposare gli uomini ancora un po’, mentre lo guardavano incuriositi dai suoi strani comportamenti, poi ripartirono.
L’ascesa risultò essere molto, molto più ardua del previsto, anche più di quanto lo fosse stata la prima. Cominciavano a essere veramente sfiniti.
Al secondo giorno, quando ormai erano vicini, uno dei barbari che lo accompagnavano, il più vecchio, precipitò nell’abisso di ghiaccio. Neanche urlò. Gli altri erano troppo stremati per dire alcunché, così continuarono ad arrancare più in fretta che potevano.
Era quasi notte completa quando giunsero a destinazione. L’ingresso alle grotte era un’enorme voragine che scendeva nella roccia, nascosta alla vista dal basso da una cresta rocciosa che ne costituiva l’orlo, ma perfettamente visibile dall’alto.
Non era uno spettacolo rassicurante, ma i barbari scesero ansiosi in quel pozzo oscuro alla ricerca di riparo dai crudeli elementi. Effettivamente la temperatura all’interno della grotta era notevolmente più alta. Thorium si chiese come fosse possibile, e quando udì una debole corrente d’aria calda passare fra di loro gli si rizzarono i peli della nuca. Aveva un cattivo presentimento.
Dal fondo della voragine si dipartivano tre cunicoli completamente oscuri. A terra, in un angolo, Thorium scorse lo scheletro secco di un animale. Non sembrava troppo antico. Decise di accamparsi lì per poi scegliere in seguito la strada da prendere per prima.
Quando scese la notte la visibilità calò ulteriormente.
– Ascoltatemi – disse Thorium ad un certo punto, richiamando l’attenzione di tutti. – So bene quanto siate stremati e quanto vi meritiate finalmente del riposo, però credo che faremmo bene, tutti noi, per questa notte, a fare dei turni di guardia.
– Che cosa?! – esclamò quello più giovane – Avete sentito?
– Io no… – rise un altro.
– I turni di guardia… Ma per favore!
– Fatteli te, se ci tieni tanto!
Thorium sospirò mentre i barbari continuavano a schernirlo. Si chiese se sarebbero mai tornati a casa.
Notte. Oscurità completa. Vento ulula fra le rocce. La terra pulsa. La terra è viva.
Thorium!
Si svegliò di scatto, tirandosi a sedere. Tutto, intorno a lui, taceva. I suoi uomini russavano dormendo come sassi. Era leggermente sudato, eppure faceva freddo. Fece per tornare a sdraiarsi, quando sentì un respiro, ai margini dell’udibilità, nella mente più che con l’orecchio. Spalancò gli occhi nell’oscurità. Una piccola pietra rotolò poco distante.
Le spade scattarono nelle sue mani. Si avvicinò come un’ombra. Era solo uno dei suoi uomini che si stava alzando. Sospirò di sollievo, e ripose le armi. Il barbaro incespicò e si inoltrò in uno dei cunicoli. Thorium scosse la testa. Pochi secondi dopo lo sentì orinare. Ma subito dopo un altro respiro lo raggiunse, più intenso e prolungato, come un sibilo. Sentiva una presenza ostile avvicinarsi sempre più, finché non fu troppo tardi. Udì un rantolo soffocato e un tonfo, poi più nulla. Accese una torcia, svegliando qualche barbaro che iniziò subito a lamentarsi e a protestare. Si inoltrò nel cunicolo e non vi trovò nulla, solo una chiazza bagnata sulla parete. Udì di nuovo il sibilo, ostile, e gli sembrò rivolto proprio contro di lui. Senza voltare le spalle alla caverna tornò nello spiazzo dagli altri.
– E adesso che c’è? – fece il giovane che nel frattempo si era svegliato insieme ad altri.
– Keet è scomparso – disse Thorium.
– Per Saberinne, Come sarebbe a dire è scomparso?
– Che significa?
– Cosa gli hai fatto?
Thorium maledisse la stupidità di quei raransie. Li fissò gelido finché non tacquero. Poi, senza parlare, indicò il giaciglio di Keet, poi la caverna dov’era scomparso.
– Se vogliamo andare a cercarlo… – disse infine.
I barbari abbassarono lo sguardo, evitando di guardare da quella parte.
– Ora io farò il primo turno di guardia. Tirate a sorte per stabilire l’ordine – comandò seccamente, quindi si sedette davanti agli altri nella sua solita posizione, con la torcia a portata di mano.
Il sole era infine sorto illuminando lievemente l’ingresso della grotta, rendendolo forse ancor più spettrale.
Thorium decise di prendere il cunicolo a sinistra, dacché era quello più lontano da quello dove era sparito il barbaro quella notte.
Procedevano in silenzio alla luce delle torce, cercando di rimanere uniti. La retroguardia si azzuffava continuamente, dato che nessuno voleva rimanere ultimo. Le pareti della grotta rilucevano di mille bagliori alla luce delle torce, come se milioni di piccole pietre preziose fossero incastonate nella roccia. Thorium notò che non c’erano stalattiti o stalagmiti.
Percorrevano ora angusti corridoi in cui ragnatele si attaccavano loro addosso, ora vaste sale completamente vuote in cui credevano di vedere mostri e fantasmi a causa dei giochi di luce e d’ombra delle torce sul soffitto e le pareti di roccia. Ogni tanto incontravano anche qualche carcassa, scheletri animali e anche qualcuno umano, completamente secchi.
Non c’erano intersezioni o bivi, e ad un certo punto giunsero alla fine del percorso.
– Ci hai portati in un vicolo cieco! – si lamentò il giovane.
– Preferivi fare la fine di Keet? – gli disse uno più vecchio a fianco a lui, sottovoce, indicando le tenebre intorno a loro.
Tornarono all’inizio.
– Ispezioniamo il tunnel centrale – disse Thorium. Non voleva dividere il gruppo, era troppo pericoloso. Dovevano restare uniti.
Imboccarono il secondo percorso. Subito quel rumore tornò ad allarmare Thorium. Si voltò verso gli altri, ma non davano segno di udirlo. Avevano paura e basta.
Alzarono lo sguardo, e videro che il soffitto e le pareti della caverna erano completamente traforati da buchi, come di enormi tarli nella roccia.
– Fate attenzione… – disse Thorium. Il percorso si faceva più difficile e dissestato, con brusche curve e massi di roccia a intralciare il percorso. In un punto in cui dovettero scavalcare un masso di roccia il soffitto era molto basso. Videro qualcosa di oscuro muoversi troppo velocemente e uno degli uomini sparire all’interno di uno di quei buchi. Udirono le sue urla allontanarsi e poi di nuovo il silenzio.
I barbari si guardarono l’un l’altro, terrorizzati. Thorium li prevenne e disse:
– Non dobbiamo separarci, altrimenti faremo la sua stessa fine. – i barbari si fecero più vicini, momentaneamente convinti.
Continuarono a procedere, finché giunsero in un’immensa sala sotterranea, nella quale chissà come filtrava un raggio di luce dalla superficie attraverso il soffitto, decine e decine di metri sopra di loro.
La luce scendeva a illuminare il nulla. Udirono uno strano suono, come lo strisciare di un serpente, dopodichè un’ondata di terrore li pervase. Thorium la sentì letteralmente venirgli incontro e investirlo con potenza inaspettata. Riconobbe allucinazioni di varia specie: mostri sciamavano ovunque circondandoli e aggredendoli, la terra tremava e si apriva sotto di loro in un’enorme bocca irta di denti aguzzi dal fondo fiammeggiante, insetti sconosciuti li ricoprivano scavandogli nella pelle… Non così gli altri. Con un supremo sforzo di volontà, concentrandosi sul simbolo di Alis, Thorium riuscì a respingere quell’attacco alla sua mente, per assistere impotente alla fuga di alcuni dei suoi uomini, mentre altri si rotolavano a terra deliranti o in preda a una crisi isterica. Si guardò freneticamente intorno fino a scorgere delle strane forme di vita che strisciavano sulle pareti, una via di mezzo fra dei funghi delle enormi sanguisughe. Pochi minuti dopo le aveva sterminate tutte, e dopo qualche istante il silenzio cominciò a tornare nella sala. Tre dei suoi uomini, fra cui quello giovane, si rialzarono stravolti, pallidi come cadaveri, barcollando verso di lui. Si sedettero a terra per riprendersi. Altri erano definitivamente impazziti e si rotolavano ancora a terra inermi in preda al delirio. Altri ancora erano fuggiti da dove erano giunti. Thorium preferì non pensare a cosa sarebbe loro successo. Attese che gli altri tre si riprendessero, e ancora una volta maledisse il giorno in cui Radjer gli aveva affidato quell’incarico. Poi ripensò al vero scopo per cui si trovava lì, e trovò la forza di andare avanti. Non si era aspettato una sfida del genere.
Procedettero ancora in quel cunicolo, reggendo tremanti le torce con una mano e con l’altra brandendo un’arma. Thorium era in testa con le due spade che brillavano vividamente in quell’oscurità, sostenute dall’impetuosa energia che scorreva ora nella mente del loro proprietario.
Arrivò da sotto di loro. Si avventò fulmineo su un barbaro che si era voltato a guardare il compagno. Con un movimento Thorium gli fu addosso, tagliandolo in due. Osservarono il corpo morto di quella bestia contorcersi. Aveva un colorito bruno. La pelle era dura, una specie di esoscheletro, con qualche ciuffo di peli qui e là, come un insetto. Aveva quattro arti dotati di artigli affilati e di fasci muscolari formidabili. Sulla larga testa aveva degli strani occhi, giallastri. Alla luce delle torce sembravano non avere pupilla. La bocca era una serie di lunghi denti affilati dalla strana conformazione. Era disgustoso.
– Procediamo – ingiunse Thorium, sotto lo sguardo attonito degli altri.
Svoltato l’angolo, non c’era nulla, solo un altro vicolo cieco.
Tornarono indietro senza ulteriori attacchi. Non trovarono traccia dei loro compagni.
Si inoltrarono nel terzo tunnel, del tutto simile agli altri due. Thorium sperò di non dover affrontare un altro attacco allucinogeno da parte di quei funghi-sanguisuga. Il respiro sibilante nel frattempo continuava incessantemente, logorando Thorium.
Giunsero in un’altra vasta sala illuminata da alcuni fasci di luce, e iniziarono a sentire un rumore crescere d’intensità.
– Attenti! – urlò Thorium. Un attimo dopo uno sciame di creature volanti li assaliva ricoprendoli interamente. Thorium, lame di luce, danzava all’intorno falciando centinaia di piccoli mostri che cadevano a terra all’intorno e che venivano prontamente divorati dagli altri che avevano vicino. I tre barbari osservavano terrorizzati il vorticare luminoso senza forma apparente tutt’intorno a loro che li proteggeva. Il più giovane ebbe il buon senso di sparare un colpo nel mucchio. La scarica di energia colpì diversi obiettivi. Visto il risultato si diede da fare aiutato dagli altri due. Dopo qualche minuto lo sciame si ritirò, urlando.
Thorium si sedette per riprendere fiato. Intorno a loro il terreno era completamente ricoperto da brandelli di quelle creature volanti. Erano simili alla creatura che avevano ucciso nell’altro cunicolo.
Thorium iniziava a sentirsi spossato. Bevve un sorso di acqua ottenuta dal ghiaccio mischiata con del liquore preso al villaggio, e sembrò riacquistare parzialmente le forze. I tre barbari lo osservavano stupefatti.
Thorium udì il respiro sempre più forte, e si guardò nervosamente intorno. Perché lo sciame si era ritirato?
Dopo qualche istante udirono una vibrazione. Poi un altra. Poi iniziarono ad essere accompagnate da pesanti tonfi. Thorium recuperò in fretta il binocolo. Guardò all’infrarosso.
– Fuggite!
Un altra vibrazione.
– Cosa?…
– Presto, non c’è tempo!
Un’altra.
Non fece in tempo a terminare che centinaia di creature volanti e che
correvano sulle pareti vennero loro incontro, oltrepassandoli urlando e senza curarsi di loro.
– Cosa sta succedendo?! – urlarono i tre barbari. Thorium estrasse le spade con cupa determinazione e si ritrasse in sé, preparando tutte le sue forze.
Milioni di vite aliene terrorizzate. Respiro.
Un’immensa forma di vita aliena ostile in avvicinamento. Respiro.
Un fortissimo sibilo nella sua mente, terrorizzante. Respiro.
Tre menti umane in preda al panico. Respiro.
Allontana gli stimoli esterni, raccogli la tua consapevolezza. La voce della madre. Respiro.
Accogli la forza della tua rabbia e scatenala contro il nemico. La voce del padre.
Respiro.
Percepisci le dimensioni di quest’universo: sono potenzialmente manipolabili da te al pari di noi. Erano Shin e Shad.
Respiro.
La calda essenza di Alis.
Respiro.
Respiro.
I tre barbari lo videro sparire. Si diedero alla fuga. Uno inciampò, e fu calpestato e artigliato dalle creature in fuga. Un altro quasi completamente impazzito corse fuori dalla caverna e iniziò a rotolare sulle rocce fino a precipitare nel dirupo sottostante. Quello più giovane, credendo di essere già morto, si sdraiò sulla fredda roccia mista a ghiaccio e fissò il cielo azzurro.
Il mostro era alto come una casa di tre piani. Il suo corpo era infestato da funghi-sanguisuga, i quali brillavano di una strana luce. Thorium poteva percepirne l’interazione con la mente dell’organismo ospite. Due coscienze gli si rivolsero contro. Volava fra le rocce, fantasma d’ombra e luce di lama. Volteggiava intorno al mostro nella completa oscurità, l’uno cosciente degli altri.
Il primo attacco fu mentale. Un onda d’urlo e panico sconvolse la mente di Thorium alterando la perfezione delle sue traiettorie. Percepì artigli grandi quanto tronchi attaccarlo a una velocità impressionante da tutte
le parti.
Schivare e volare contorcendosi. Temette di perdere il legame con il proprio corpo, e nella foga del combattimento si stupì di un pensiero simile.
L’energia era disponibile nello spazio intorno a lui.
Salto.
Percepiva le due menti in ogni loro pensiero.
Volteggio.
Era un tutt’uno con le due spade e la sua mente.
Affondo.
Colpì il mostro nella parte centrale del corpo con entrambe le spade ravvicinate. Un urlo di dolore.
Non era stata una ferita mortale. Si preparò a colpire di nuovo quando le due coscienze aliene si sincronizzarono attaccando contemporaneamente. La sua mente fu invasa da sensazioni esterne terrificanti e nello stesso attimo il mostro lo colpì col rovescio del suo enorme arto artigliato. All’impatto Thorium perse tutta l’aria che aveva nei polmoni e iniziò a volare sbalzato via troppo velocemente verso la parte opposta della caverna. Rischiava di schiantarsi contro la parete di roccia, quando si riprese, giusto in tempo.
Rotazione e controbilanciamento. Si scagliò urlando come una furia, invisibile, puro movimento ed energia. Raggiunse la locazione dell’avversario, turbinoso vortice di lame e mente. Migliaia di colpi d’ira in uno, fendenti lunghi secoli in un tempo zero.
Un millisecondo dopo atterrava cento metri più in là, mentre il mostro esplodeva letteralmente lasciando dietro sé un’enorme eco mentale di rabbia e morte.
Thorium perse i sensi.
Dopo un periodo di tempo indefinito si risvegliò. Il puzzo era insopportabile. Il rumore assordante. Si alzò faticosamente a sedere: percepiva innumerevoli forme di vita in lotta, sia con la mente che ascoltando. Prese il binocolo e osservò i mostri più piccoli lottare fra loro per aggiudicarsi i resti di quello più grande.
Doveva uscire da lì, o sarebbe toccata anche a lui.
Provò ad alzarsi in piedi, ma centinaia di fitte lo raggiunsero. Si avviò
lentamente, strisciando e carponi, verso l’ingresso della caverna, dando il tempo alle poche forze residue di tornare in lui.
Giunse all’ingresso, e si sentì abbastanza meglio da alzarsi in piedi. Iniziò ad arrampicarsi, verso la luce, verso l’uscita da quell’incubo. Aveva fallito l’incarico assegnatogli, ma non gliene importava nulla. Pensava solo a come avrebbe sfogato la sua ira per sé stesso e per gli uomini che erano morti su Radjer.
Mille luci iniziavano a danzargli intorno agli occhi quando mise la mano sull’orlo della voragine. Si issò dall’altra parte, e fu investito dal vento gelido. Si fermò alla vista raggelante del corpo del barbaro con la pistola. Fissava stralunato con occhi ormai ciechi il cielo sopra di sé. Era mezzo congelato. Thorium lo lasciò lì. Sperava di trovare qualche superstite sull’altopiano, ma era una speranza molto debole. Scese lentamente, rischiando di morire assiderato ogni volta che si fermava a riposare. Infine giunse più morto che vivo sull’altopiano, dove avevano lasciato le tende. Si infilò in un sacco a pelo, bevve tutto il liquore che trovò e cadde addormentato.
Thorium…
Una voce nel suo sonno
Thor, svegliati!
Di nuovo.
Aprì gli occhi. Ricordò dov’era.
Per quanto tempo aveva dormito? Non avrebbe saputo dirlo. Si tirò a sedere, quindi si alzò in piedi. Scoprì di non sentire più tanto dolore. Improvvisamente si rese conto di quanto fosse affamato. Si gettò sulle provviste, rischiando di abusarne. Quando fu sazio si rese conto che aveva recuperato gran parte delle energie.
Uscì sull’altopiano, dove il sole batteva senza scaldare. Inspirò una boccata d’aria e si sentì pieno di vita. Ripensò agli avvenimenti dei giorni precedenti. Non era mai stato grato di essere vivo come in quel momento.
Iniziò a correre, senza curarsi del ghiaccio e delle rocce, i suoi piedi volavano sicuri da un appoggio all’altro senza esitazione, quasi inconsciamente. Arrivò sull’orlo del precipizio e urlò con quanto fiato aveva in corpo, dopodichè iniziò a ridere, sempre più forte, finché gli vennero le lacrime agli occhi.
Si sentiva forte come non mai. La sua percezione era aumentata e
anche la sua velocità e forza. Iniziò a scendere verso il villaggio volando letteralmente da una pietra all’altra, ripercorrendo in poche ore una distanza che all’andata aveva richiesto giorni. Scendeva cadendo più veloce di un macigno. Infine si lanciò nel vuoto, cadendo per un centinaio di metri Si produsse in una capriola e torsione nell’estasi del momento, poi raccolse la sua energia e un flusso di vento ed energia giunse a rallentare quanto bastava la sua caduta, per poi atterrare sul pendio erboso della collina.
Sentiva ogni singolo dolore nei suoi muscoli e nelle sue ossa, ma aveva deciso di ignorarli. Scese verso il villaggio. Quando lo scorsero i contadini fuggirono via urlando in preda al terrore. Si avvicinò a uno specchio d’acqua dove si abbeverava il bestiame e si spaventò lui stesso del suo aspetto. Sembrava uno spettro uscito dalla montagna, pieno di incrostazioni scure e sporco, i capelli e la barba come il pelo dell’orso.
Si dette una sommaria ripulita e si avviò verso le case.
Arrivò nello spiazzo centrale, ma non c’era nessuno. Erano tutti fuggiti nelle loro case. Si sedette presso la fontana, bevve e improvvisamente si rese conto di quanto fosse ancora debilitato. Si addormentò lì seduto.
– Raransie, sveglia! – un’acuta voce lo chiamava – Svegliati, su!
Alzò la testa e vide la vecchia donna con cui aveva parlato prima di partire. Gli stava porgendo una tazza di legno.
– Bevi! Avanti, mandala giù… – lo trattava come un bambino. Portò alle labbra la tazza e bevve tutto d’un fiato. Fece una smorfia di disgusto.
– Ti farà bene, vedrai…
– Quanto…
– Non parlare, riposa…
– Quanto tempo…? Quanto ho dormito?
– Quanto basta!
Abbandonò la testa sul suo giaciglio, richiudendo gli occhi.
La luce filtrava dalle finestre chiuse. Alcuni uccelli lanciavano i loro richiami. La casa era silenziosa.
Si alzò lentamente fino a sedersi. Vicino al suo giaciglio c’era uno specchio. Scese dal letto, scoprendo di essere nudo. Si guardò nello specchio. La vecchia donna gli aveva pulito e disinfettato una miriade di piccole ferite
nonché ricucito alcune altre più grandi, ora in via di cicatrizzazione. Non riusciva a ricordare come se le fosse procurate. Gli aveva anche accorciato la barba e i capelli, così che ora aveva un aspetto decente. Nel complesso, l’aveva rimesso veramente in sesto.
Trovò i suoi vestiti, puliti, appesi a una sedia. Li indossò e uscì in strada. La vecchia donna era seduta lì vicino, lavorando la sua solita maglia.
– Come stai? – gli chiese.
– Ottimamente, grazie a voi. – le sorrise Thorium.
– Sei forte. Nessuno torna mai. Nessuno sopravvive.
Thorium sospirò, guardando la montagna. Tutti i suoi uomini avevano perso la vita. Lui era l’unico sopravvissuto a quella missione suicida.
– Non è colpa tua…
– No. E’ di qualcun’altro.
– Vuoi vendicarti?
Thorium rimase un attimo in silenzio.
– Ancora adesso non riesco a pensare che alla morte di Radjer… Ma il mio vero compito non è terminato.
– Ti auguro buona fortuna – sorrise con calore e gli prese la mano. – Mi ricordi tanto mio figlio… – proseguì, poi tacque, mentre continuavano ad osservare le montagne delimitare quella parte della loro vita.
– Ben trovato, campione! – disse Jingo scendendo dall’aereo – Dove sono finiti gli altri…?
Thorium lo guardò fisso.
– Sei l’unico sopravvissuto, vero? Ci avrei scommesso. Non si scherza con le grotte di Tinn… – stava rimettendosi a ridere quando Thorium scattò afferrandolo per il collo, sollevandolo di peso contro il tronco di un albero.
– Ne ho abbastanza di te e del tuo signore… – gli sibilò Thorium, occhi di fuoco. Lo tenne così qualche istante, scrollandolo un poco, poi continuò:
– Se solo ti azzardi a ridere nuovamente di me o di chiunque altro in quella maniera… – lasciò in sospeso il resto della frase. Lo lasciò cadere a terra, mentre cercava di riprendere fiato. Lo osservò rialzarsi, rimanendo con le braccia incrociate. Jingo lo guardò inespressivo, quindi disse:
– Torniamo all’accampamento.
Lo condussero da Radjer.
– Oh, che esspressione delissiossa… – disse il capo dei barbari quando vide entrare – Inissi quassi ad assomigliarmi…
Thorium non rispose. Lottava per contenere la sua rabbia, che minacciava di farlo esplodere da un momento all’altro, cosa di cui poi si sarebbe pentito.
– Vedo che hai ssvolto con successo l’incarico…
– E tu questo lo chiami successo? – sibilò Thorium non moderando volutamente più di tanto il tono della voce.
– Ssì… Hai trovato quello che le grotte nasscondevano… – gli disse compiaciuto – e quello che le grotte nasscondevano hai qui riportato… – si mise a ridere, mentre Thorium sussurrava fra sé:
– La morte…
– Essatto caro il mio vagabondo. Conssideralo come il tuo biglietto di ingresso nell’orda…
Thorium lo fissò socchiudendo gli occhi. La comprensione non attenuava il suo rancore.
– Ti nomino comandante dell’orda degli Ssquali…
Thorium l’aveva sentita nominare. Era un incarico importante.
– Il tuo ssguardo giusstifica in pieno questa mia sscelta… – Radjer sogghignò, osservando Thorium fremere.
Infine si voltò di scatto e uscì dalla tenda, i pugni serrati fin quasi a piantarsi le unghie nel palmo della mano.
La notte era scesa sull’accampamento. Fervevano i preparativi per la partenza. C’era molto meno disordine di quando era arrivato; quasi tutto il necessario era stato caricato sui camion e sugli animali da soma.
L’orda degli Squali aveva accolto il loro comandante con grande onore. La notizia delle sue imprese doveva averli raggiunti. Thorium notò che era costituita in maggior parte da giovani, fra cui anche quelli che aveva conosciuto qualche tempo prima nel corso di una cena. Fece loro un cenno in segno di averli riconosciuti.
Jingo gli aveva consegnato una serie di fogli e documenti in cui erano contenuti a grandi linee il piano d’attacco e la disposizione delle orde. Sarebbero partiti l’indomani. Lui avrebbe condotto i suoi uomini e l’artiglieria loro assegnata in prima linea, contro lo scudo del proiettore di
Ayonn. Il resto era lasciato all’iniziativa personale.
Tipico dei barbari – pensò notando una simile mancanza di preparazione tattica. Notò con sorpresa che nei piani non era contenuto il minimo accenno ai Ka’Rast. Rimanevano un mistero, e questo non era accettabile. Doveva sapere.
Accarezzò l’idea di uccidere Radjer e di prendere il comando dell’intero esercito, ma l’abbandonò presto, decidendo che stava sottovalutando il nemico, il quale era sicuramente molto più astuto di quanto volesse far pensare.
Attese l’oscurità, quindi uscì furtivo nella notte. Giunse come un’ombra fin presso la tenda di Radjer. Doveva scoprire cosa nascondeva.
Stava pensando a come fare per entrare quando dal retro della tenda attraverso il tessuto scorse dei lampi di luce colorata, accompagnati da un’insolita attività mentale. Strisciò fino lì, ma attraverso il tessuto non giungeva alcun suono. Tornò presso l’ingresso. Un uomo col teschio di pesce montava la guardia. Thorium raccolse un sassolino e lo lanciò. Dubitava che potesse udirne il suono, così fece in modo che potesse vederlo.
Gli bastarono due passi della guardia in quella direzione per scivolargli alle spalle ed entrare nella tenda.
Giunse presso il grande tavolo circolare dove Radjer si riuniva con i comandanti delle orde, trovandolo deserto. Si avvicinò alla zona posteriore della tenda, e vide che i lampi di luce continuavano ancora. Si accostò a spiare fra i lembi di tessuto all’accesso della camera privata di Radjer. Stava parlando con qualcuno… o qualcosa.
– …ssi miei ssignori. – Era la voce di Rdajer. Dava le spalle a Thorium, ed era inginocchiato in posa riverente. Una voce aliena gli rispose, parlando nella mente, senza produrre suoni.
Preoccupati di fare tutto ciò che ti è stato ordinato. Noi rispetteremo l’accordo. – erano parole che spiravano minaccia, ostili e fredde, remote. Sembravano provenire da una mutevole nube colorata dagli occhi di luce.
– Quando il vosstro Titano giungerà in possissione noi ssaremo pronti all’attacco. Tutti i Ka’Rasst ssono arrivati.
Dovrai attendere solo pochi giorni.
– Quindi quessto continente ssarà finalmente nosstro!
Un misero continente… – la voce rispose in maniera simile ad una lugubre risata.
Le luci si spensero gradualmente. Thorium tornò verso l’uscita. La guardia non c’era. Tornò come un’ombra alla sua tenda.
Cosa significava quello che aveva sentito? Di chi era la voce che aveva sentito parlare con Radjer? Da dove proveniva? Erano stati loro, di chiunque si trattasse, a fornire a Radjer i Ka’Rast. A quanto pare avevano un accordo. Dovevano attaccare, sicuramente Ayonn, in corrispondenza con l’attacco dei barbari. Era un nemico che sapeva servirsi della mente, e questo spiegava i Ka’Rast. Ma significava anche che correvano un immenso pericolo. Ora capiva cosa intendeva dire Long, l’anziano. Quella era una minaccia la quale non aveva avuto simili fino a quel momento. Sarebbero state le loro forze sufficienti?
Strinse nella mano il simbolo di Alis. Doveva fare ritorno il più presto possibile alla Rocca.
Shin, Shad, fate presto! – si rivolse mentalmente alle due sorelle, sperando che loro potessero udirlo.

Menti selvagge – pt.7-8

Camminavano in fila indiana dietro quel Math che li stava conducendo chissà dove attraverso un contorto e angusto sentiero scavato nella roccia, che spesso diveniva un tunnel. Era un percorso piuttosto in salita, e dopo una mezz’ora cominciarono ad avere il fiato grosso.

“Rocca del Telepate…” mormorava pensierosa fra sé Corolla “Ne sai qualcosa?” Theo scosse la testa.

“Perché non lo chiediamo a lui?…” propose Kriss.

“Non mi fido! Questo posto è maledetto! Non ne usciremo vivi!…” Smiurl ricominciò a lagnarsi.

Apparentemente sordo ai loro discorsi, la voce di Math continuava a guidarli poco più avanti – “Prego, da questa parte” – ad ogni biforcazione. Dopo un’ora circa di arrampicata il sentiero terminò brusco dopo una curva e uno spettacolo sorprendente si presentò ai loro occhi.

Erano in un incavo della rupe, sicuramente sulla cima, quasi come il cratere di un vulcano. Era un vasto spazio riempito di case e strade, sentieri e camminamenti sospesi. Centinaia di fori costellavano le pareti rocciose, portando chissà dove. Gentili luci illuminavano le strade più importanti, e altre luci filtravano dalle finestre delle abitazioni dalla curiosa forma sferica, fatte di mattoni di argilla e paglia, probabilmente. Si sentivano curiosamente osservati.

Si riscuoterono quando Math riprese a camminare. Lo seguivano in silenzio, e i loro passi risuonavano sulla pietra. Tutto taceva, ma l’atmosfera sembrava permeata, al limite dell’udibilità, di un sottile canto, un sussurro melodico di tante e nessuna voci che sembrava andare e venire come trasportato dal vento. Però l’aria era calmissima.

Le luci lungo la via principale erano enormi fiaccole che emanavano anche un discreto calore. Scintille si levavano verso l’alto, trasportate dall’aria calda, danzando intorno per poi spegnersi nel buio. Anche qualche abitante cominciava a farsi vivo, qualcuno lungo la strada, altri affacciati alle finestre, li guardavano tutti all’incirca con lo stesso moderato interesse.

Si ritrovarono fermi ai piedi di una collinetta

“Questa è la casa dell’anziano, saggio Long. Vi sta aspettando”

Lo guardarono tutti, a più riprese, non realizzando che in effetti li stava invitando a entrare.

Dopo un po’ l’idea filtrò nelle loro coscienze, e senza aggiungere altro decisero di avviarsi in fila indiana verso la porta di questo anziano dal nome familiare. Sicuramente doveva essere il capo di quel villaggio…

“Chiunque sia questo ‘anziano’, almeno saprà dirci come scendere da quassù…” disse Kriss conciliante forse più a sé stesso che agli altri che erano troppo occupati a guardarsi intorno per preoccuparsi di simili sciocchezze. Poi aggiunse, a mezza voce “…forse saprà dirci anche perché, ci siamo venuti, quassù…”

“Certo non è granché…” esclamò Corolla, arrivati dinanzi all’uscio dell’abitazione. Forse si aspettava qualcosa di più, in riferimento alla posizione sociale dell’occupante. Ma la casa era semplicemente un po’ più alta di quelle ad essa più vicine… Più lontano ce n’erano altre ben più grandi e in posizioni più prominenti.

Dall’interno filtrava una flebile luce tremula, sicuramente proveniente da qualche candela. Improvvisamente, tutti e quattro udirono una voce calda e ferma invitarli:

“Entrate, prego”

La voce sembrava provenire proprio da mezzo a loro, al massimo a un metro di distanza. Si scambiarono alcune occhiate perplesse. Smiurl si era rannicchiato a terra e dava le spalle alla porta. Infine Theo decise per tutti ed entrò deciso, scostando la leggera porta di legno sui cardini scricchiolanti.

Si trovavano in una specie di corridoio angusto, dalle pareti in qualcosa che ricordava vagamente il bambù, con vari disegni appesi. Ai lati si intravedevano, fra le ombre, dei piccoli e bassi mobili, con parecchi oggettini sopra. La luce sembrava provenire da un’estremità del corridoio. Ora non sembrava più una candela. Pareva ora azzurrina, ora verdastra… Si diressero, diretti da Theo, da quella parte. A Kriss pareva di riuscire a sentire il tremore emesso da Smiurl. Provava una strana sensazione di irrealtà. Si sorprese, dopo un secondo, a stringere convulsamente l’elsa della spada. Era una reazione istintiva, pensò. Non so neanche come usarla, pensò.

All’improvviso il corridoio finì, e repentinamente la luce si abbassò, lasciando il posto al chiarore più naturale di alcune candele. C’era un vecchio seduto in poltrona, che dava loro le spalle. Si capiva che era vecchio dalla massa di capelli argentei che gli scendevano lungo le spalle. Lentamente si girò, e con la stessa voce che avevano udito all’esterno disse:

“Sedetevi, prego. Ho appena finito di preparare il tè.”

Kriss ubbidì per primo. Sentiva di potersi fidare di quel vecchio. Leggendo i suoi pensieri, il vecchio lo guardò e disse:

“Attento, ragazzo. Non fidarti mai del tutto… Non è detto che tu non abbia niente da temere da un povero vecchio…” ma non aveva mosso la bocca. Lo aveva semplicemente fissato. Le parole gli erano sgorgate direttamente nella mente. Ora iniziava a capire il significato del titolo ‘telepate anziano’… Ma non riusciva comunque ancora a crederci. Così rimase seduto sulla poltroncina di vimini a guardare quel vecchio a bocca semiaperta, alla cui vista anche Smiurl sembrò riscuotersi.

“Lo sta ipnotizzando! Aiuto!” strillò, e fece per fuggire, ma, a uno sguardo del vecchio, Theo allungò un braccio e lo acchiappò per il collo, sollevandolo poi da terra, senza mai staccare gli occhi da quello sguardo. Poi il vecchio passò a guardare Smiurl e sorridendo affabile disse:

“Tranquillo piccolo Smiurl. Non vi accadrà niente di male.”

Misteriosamente, Smiurl sembrò accettare quella spiegazione. Neanche pensò al fatto che lo aveva chiamato per nome senza che prima lui si fosse presentato. Ormai era troppo sotto shock.

Corolla si sedette vicino a Kriss, trascinando seco Smiurl, mentre Theo rimase in piedi presso di loro. Poi lei disse:

“Caro vecchio telepate anziano, dove siamo?”

Lui osservò con espressione divertita il suo sguardo acceso. Poi, sempre ridacchiando, si riaccomodò nella sua poltrona, girandola verso gli ospiti.

“Detto fatto: benvenuti alla Rocca del Telepate.”

Theo sospirò. Poi disse:

“Ce lo ha già detto… Math” con un cenno del capo verso l’esterno dell’abitazione.

“Ma, in effetti, non c’è altro da aggiungere” disse il vecchio, a bocca chiusa. Ormai Kriss si era già abituato. Rispose, ad alta voce:

“In che senso?”

“Oh, scusate!” esclamò il vecchio “penso sempre ad alta voce! Forse è il caso che vi racconti la storia di questo posto, vedo che non la conoscete…” e continuò a parlare.

La Rocca del Telepate doveva il suo nome al suo fondatore chiamato “Il Maestro”, ultimo maestro psichico dell’università di Noi-Hert. Dopo qualche decina di anni la fuga dei terrestri, fuggì dalla sua città ormai in crisi, dilaniata da lotte interne. Si rifugiò su questo angusto ma superbo moncone di roccia, che si ergeva solitario allora come oggi al centro del Grande deserto.

Al sicuro dalle orde, creò una comunità che continuò ad insegnare le arti psichiche a tutti i suoi componenti. Vivevano di poco: allevavano animali dalla pelle coriacea che passavano periodicamente ai piedi della Rocca, e di un’erba dalla quale era possibile ricavare una strana e fine farina, che cresceva ovunque trovasse un grammo di terra. L’acqua era assicurata da un pozzo profondo chilometri (così disse il vecchio) che scendeva attraverso tutta la Rocca fino al sottosuolo.

Il più anziano e esperto telepate della comunità veniva automaticamente nominato “telepate anziano”, titolo che identificava l’autorità nel villaggio, alla morte del suo predecessore, avvenimento comunque sporadico, visto che avevano una vita media di duecento anni (così disse il vecchio).

Il vecchio fece una lunga pausa sorseggiando il suo tè prima di riprendere a parlare. Poi, ripreso fiato, disse:

“Vi ho fatti subito portare qui perché, dovete sapere, vi stavamo aspettando.”

“Riuscite a vedere da qui chi attraversa il deserto?” fece incredulo Kriss.

“Certo!…” e guardò un attimo davanti a sé sorridendo. Poi cambiò bruscamente espressione “Ma no, no! Sciocco, vi stavamo aspettando da secoli. Cioè:…” e si accomodò meglio sulla poltrona. “…qualche anno fa, poco dopo che ero stato nominato ‘telepate anziano’, mi trovavo nella biblioteca sotterranea, accessibile solo agli anziani, dal momento della loro nomina fino alla loro morte.” Sorrise. “Stavo esaminando niente meno che le memorie del Maestro quando mi imbattei in un racconto di uno strano sogno. Raccontava di una splendida ragazza dai capelli d’oro che gli appariva e lo avvertiva che nel futuro la sua comunità avrebbe dovuto accogliere un gruppo di visitatori, un ragazzo, un nano, un uomo e una donna, menzionando ora e luogo di apparizione. A dir la verità mi ricorda una vecchia leggenda terrestre…” la sua voce si spense e prese a guardare il vuoto. Poi si riprese e disse:

“Ecco, ora vi è chiaro che parlava di voi. Nel diario del Maestro ci è comandato di darvi ospitalità e assistenza, e potete contare che assolveremo al nostro dovere.”

Nessuno fece in tempo a pronunciare domanda alcuna che il vecchio si alzò e disse:

“Probabilmente sarete stanchi. Math, accompagnali ai loro alloggi.”

Math comparve dal nulla, dal corridoio, e li scortò fino a una casa lasciata libera da una certa Efeliah, disse, e, sdraiatisi su quei letti, quasi fossero i più comodi che avessero mai provato, si addormentarono di sasso e dormirono dodici ore.

 

Furono svegliati dal movimento del villaggio.

“Che ora è?” chiese Kriss con voce impastata dal sonno. Smiurl era già in piedi, e sedeva sul letto. Gli rispose:

“Il sole è alto, ormai. Sarà mezzogiorno…” e alzò le spalle. Poi indicò, pensando che Kriss ne avesse bisogno, il bagno e soggiunse “Theo è in bagno.”

Un mucchio di coperte si mosse sul letto di Corolla e ne emerse una voce, attutita:

“Ci sono prima io!” poi dopo un po’: “…che fame!…”

Ricordandosi del suo stomaco, Kriss ebbe la spiacevole sensazione di averci un buco dentro. Sensazione poi accentuata dal delizioso odore di carne arrosto che si propagava nell’aria.

Theo uscì dal bagno e disse:

“Il pranzo è quasi pronto.”

Nella piazza principale del villaggio c’era una sorta di grande braciere centrale, su cui era collocata un’immensa graticola, che a Kriss ricordò con un brivido quelle usate per uccidere i martiri… Pensiero subito scacciato alla vista di ciò che vi era posto a cuocere. Una dozzina di masse sgocciolanti di grasso erano infilzate e girate lentamente, costantemente, dai cuochi. Kriss pensò di morire.

Istintivamente accelerarono il passo. Furono subito recuperati da Math e una giovane donna.

“Buongiorno. Spero abbiate riposato a sufficienza”

Corolla sorrise e rispose, con un leggero inchino:

“Certo. La vostra ospitalità è deliziosa.”

“Vorrei presentarvi Efeliah. Si è offerta di fornirvi l’alloggio.”

La giovane donna che era con Math fece un passo avanti. Era leggermente più alta di Corolla (Kriss notò che in quel villaggio erano tutti molto alti). Aveva capelli biondi che scendevano mossi fino alle scapole, e occhi di un verde stupendo. Come Math, indossava una semplice tunica, chiara.

“E’ un piacere per me accogliervi a nome di tutto il villaggio.” Disse dopo essersi inchinata al gruppo.

“Ma ora vogliate seguirmi, il banchetto è quasi pronto, e suppongo siate affamati…” fece una pausa scrutandoli con gli occhi leggermente socchiusi “… e vedo che non mangiate da ieri mattina… Prego.” Concluse facendo cenno di seguirla e dirigendosi insieme a Math verso un lungo tavolo apparecchiato, al centro dell’unica modesta piazza del villaggio.

Li seguirono.

Arrivati al tavolo, furono invitati a sedersi intorno al telepate anziano, che già si era posto a capotavola. Anche Math ed Efeliah si disposero vicino a loro.

Appena furono comodi, arrivò un cameriere con la prima portata.

“Questo è per il signor Smiurl” disse. Depositò il vassoio d’argento davanti al nano e lo scoperchiò. Dopo una frazione di secondo di incredulità Smiurl diede in un vero e proprio lampo di felicità, esclamando:

“Frutti di sabbia all’‘Occhio di Croegg’!” impaziente, infilò un dito nella salsa rossastra e assaggiò “…uhmmmm…. Squisita! Questa è vera salsa Ghermina!”

Kriss lo stava fissando, stupito. Mentre il nano mangiava, continuava a illuminarsi come una lucciola passando dal giallo al blu, con intermittenza. Fu riscosso dallo stesso inserviente che stava mettendo dinanzi a lui un altro vassoio. Istintivamente chinò leggermente il capo, come per sbirciare nella fessura fra il vassoio e il coperchio. Poi il coperchio fu bruscamente tolto, mentre il cameriere annunciava:

“Per il signor Kriss, ‘braciole alla terrestre’!” dal tono, si capiva che tutti i cuochi erano orgogliosi della realizzazione di quel piatto.

In effetti, a Kriss non sembrava molto diverso dalla carne che cocevano sul barbecue in giardino o dallo spezzatino con salsa al pomodoro che la madre preparava ogni tanto, con le patate. Al ricordo improvviso di quei momenti, Kriss fu assalito da un’ondata di tristezza e malinconia. Fino a quel momento non aveva avuto un secondo libero per ricordare la sua casa, che pure aveva lasciato da soli tre giorni, circa.

Math notò, più che la sua espressione, i suoi pensieri, e disse, per riportarlo al presente:

“Cosa c’è? Il piatto non è di tuo gusto?” a quelle parole subito il cameriere si rabbuiò preoccupato.

Kriss si riscosse, alzò lo sguardo a incontrare quello di Math e disse:

“No, no, tranquilli. Sono sicuro che sia ottimo…” disse afferrando un arnese alla sua sinistra che con ogni probabilità era una posata, affondandolo poi nella portata, infilzando un grosso e succulento pezzo di carne. Se lo cacciò in bocca, masticandolo vigorosamente. Dopo qualche secondo tornò a guardare Math e il cameriere, emulando un sorriso per quello che la bocca piena gli permetteva e disse:

Infati…” cercando di non farsi cadere niente addosso. Si misero tutti a ridere, incluso Theo. Quando poté permetterselo senza rischiare di strangolarsi, anche Kriss si unì a loro.

Finito il luculliano pranzo, a pomeriggio inoltrato, si ritirarono tutti nelle proprie stanze. Per quel giorno le normali attività lavorative erano state sospese.

“Se volete ora potete andare a risposare” disse Efeliah che li stava riaccompagnando al loro alloggio.

“Grazie, credo proprio di averne bisogno” fece Kriss. Efeliah rise. Poi aggiunse:

“Bene, allora! Ci rivedremo stasera, il…” cambiò tono ed espressione “…‘vecchio’ ha qualcos’altro da dirvi…” e se ne andò con un sorrisetto che non riuscirono a interpretare.

La sera venne in fretta. Kriss e gli altri stavano riposando, e non poterono vedere la notte che trafugava ancora una volta il sole.

Apparve la luna. Quando Kriss la guardò si rese conto che era la prima volta che la vedeva. Era una falce sottile nel cielo, e aveva una sfumatura leggermente diversa da quella terrestre. Inoltre sembrava anche un po’ più grande.

Tornando a rivolgere l’attenzione al villaggio vide che c’era un certo movimento. Le fiaccole erano state riaccese, ed altre erano state radunate presso la piazza.

Uscirono per andare a curiosare. Dopo l’impeccabile ospitalità ricevuta, Smiurl si era decisamente calmato e rabbonito, comunque non era molto loquace. Mentre camminavano per la strada non c’era anche solo una persona che non si voltasse a salutarli sorridendo con un leggero inchino. Stavano per iniziare anche a sentirsi vagamente a disagio, quando giunsero alla piazza.

L’area era illuminata chiaramente dalle grandi fiaccole lì radunate. Erano stati allestiti delle specie di buffet. Dopo il banchetto nessuno osava pensare a qualcosa che fosse cibo, ma certo dei rinfreschi e drinks sarebbero stati graditi a tutti.

Si avvicinarono a uno dei banchi, e subito l’addetto li riconobbe, sorridendo loro.

“Desiderano?” chiese.

“Non so” prese Corolla la parola “tu cosa ci consigli?”

“Oh, vi assicuro che qualunque cosa vedete è squisita… Comunque io prediligo i cocktail a base di Martee’nee al Pinzerro”

“Cosa hai detto?! Martini?” esclamò Kriss.

“Sì. E’ una ricetta molto antica, ma…”

“Incredibile…” fece Kriss guardando nel vuoto (pensando poi, ai margini della coscienza, “ma come lo ottengono?”).

“Oh, eccovi.” Era Efeliah che sopraggiungeva dalla strada che avevano percorso poco prima.

“Volete seguirmi? Per bere avremo tempo dopo” disse gentilmente, prendendo Kriss sottobraccio.

Si avvicinarono a una specie di palco, eretto su un lato della piazza.

“Stasera il ‘vecchio’…” disse Efeliah di nuovo con quel tono ironico “…parlerà”.

Arrivò anche Math.

“Salve” disse “Il rinfresco è di vostro gradimento?”

“A dir la verità siamo appena arrivati, ed Efeliah ci ha subito rapiti…” rispose Corolla, sorridendo.

“Ha detto che il vec… ehm…” Kriss riuscì a correggersi in tempo “…l’anziano telepate farà un discorso, stasera. Di cosa parlerà?” chiese.

Math distolse lo sguardo e prese a farlo vagare con una strana espressione… A Corolla sembrò che si stesse sforzando di non mettersi a ridere. Poi Math rispose, e disse:

“Credo voglia farvi una sorpresa…” ma mentre pronunciava quelle parole con la voce, Kriss udì distintamente la stessa voce dire, o meglio, pensare:

“…Di noi/voi…”

Istintivamente si voltò verso gli altri. Non sembravano essersene accorti. Corolla vide la sua espressione e gli chiese:

“Tutto a posto?”

“Ehm… Sì… Credo, sì.” Rispose Kriss, poi sorrise vagamente imbarazzato e per dissimulare si voltò a guardare la piazza. Alzò lo sguardo, e vide la casa del telepate anziano. Alla finestra era affacciato il “vecchio”. Kriss ebbe l’impressione che stesse guardando proprio lui.

“Infatti…” rispose il vecchio, con la solita “voce”. Kriss non poté fare a meno di sorprendersi ancora una volta. Cominciò a dubitare di potervisi mai abituare.

“Ma qual è il problema” pensò poi “Tanto prima o poi ripartiremo, e non incontrerò più questi tipi… non che mi dispiacciano… però…”

“Io non ne sarei così sicuro” rispose il vecchio Long, che nel frattempo aveva iniziato a scendere verso la piazza.

Kriss si voltò di scatto verso Long, guardandolo con aperta espressione di risentimento. Non era entusiasta del fatto che qualcuno controllasse i suoi pensieri.

Per pensare ad altro tornò a rivolgere l’attenzione al suo gruppo. Notò sorpreso che Smiurl stava parlando con Math.

“Come fate a far parlare i pensieri? Quali sono i vostri incantesimi?” stava chiedendogli.

Math rise. Disse:

“Non sono magie. Come disse il Maestro…” e assunse una posa leggermente più solenne “la telepatia è una facoltà implicita, e latente alla nascita, della mente umana. Naturalmente, come ogni capacità deve essere esercitata, anche questa necessita di studi e sforzi.” Smiurl aveva un’espressione decisamente incredula. Math continuò:

“Vedi, quando pensi a qualcosa, quando parli, qualsiasi cosa tu faccia, nel tuo cervello hanno luogo con una serie di reazioni chimiche… Queste emettono una certa quantità di energia. Una mente addestrata riesce a discernere il senso di queste emissioni, ecco tutto…” Math aveva la classica espressione del maestro che spiega all’iniziato un concetto in parole così povere da essere quasi comiche ai suoi occhi di esperto.

A beneficio degli altri, aggiunse:

“Questi impulsi viaggiano, oltre che in quelle standard, anche in una dimensione particolare dell’universo, che non è raggiunta dalle altre onde ed energie. Gli impulsi mentali sono molto deboli in confronto alle radiazioni naturali, e ne sarebbero soffocati”

Kriss era affascinato. Sembrava proprio la spiegazione di uno dei personaggi di quei libri di fantascienza che aveva letto, quando era ancora sulla Terra.

A quel forte pensiero di nuovo doloroso, Math ed Efeliah si voltarono verso di lui proprio come se avessero udito un forte rumore. Kriss sorrise. Forse poteva abituarsi, pensò.

“Buonasera, abitanti tutti e anche voi ospiti” aveva attaccato brusco Long dal palco quando nella piazza era sceso un po’ di silenzio. Parlava a voce bassa, e allo stesso tempo irradiava i suoi pensieri. C’era gente infatti che seguiva il discorso affacciati alle finestre delle case nei paraggi.

Raccontò con molti più particolari la storia che aveva già narrato a Kriss e gli altri a proposito dell’incarico finora segreto lasciato loro dal “Maestro”. Avendo già udito quelle parole, Kriss si distrasse un momento. Quando tornò a rivolgere la sua attenzione al discorso, fu con sbigottimento che udì il vecchio dire:

“… e per meglio adempiere a tale incarico due nostri amici si sono offerti di accompagnare questi graditi ospiti” con un breve cenno della mano verso il gruppo “…incontro al loro fato”.

Fece una pausa. Kriss guardò Math ed Efeliah. Sorridevano. Theo emise un breve grugnito, a metà fra l’approvazione e il dubbio. Smiurl si accese, forse di eccitazione, forse di paura.

“Quindi incarico ufficialmente i cittadini Math Fraimann e Efeliah Amas di scortare Kriss, Corolla, Theo e Smiurl ovunque vogliano, ovunque sia necessario.” Long si inchinò, segnalando che il discorso era finito.

Subito si alzò un brusio di voci e pensieri. Math ed Efeliah si voltarono e si inchinarono sorridendo. Corolla sorrise e disse:

“Siamo davvero onorati. Prima l’ospitalità, poi questo…” lasciò cadere la frase “… siete sicuri di volerci accompagnare?” dai suoi pensieri filtrò “io ci penserei più di due volte, prima…”

Math ed Efeliah risposero:

“Non ti preoccupare, cara Corolla, ci abbiamo pensato davvero bene.”

A quella risposta, Corolla assunse un’espressione più seria, e inchinandosi come erano soliti fare i loro ospiti disse:

“Allora vi accogliamo con piacere”

Menti selvagge – pt.6

“Scusa, Kriss, ma… come facevi a sapere che… proprio questa era la direzione da prendere?…” stava dicendo Smiurl mentre litigava con le cinghie del suo zaino, grande il doppio di lui.

“Uh?” era soprappensiero “Non so… istinto” disse sorridendo al nano con un’alzata di spalle.

Corolla intanto lo osservava di sottecchi. Theo la vide e gli disse:

“Certo hai del fegato…”

“E perché? Cosa mai ci sarà di così terribile? E’ solo una città, e noi andiamo in pace! Quindi non vedo proprio…” si interruppe vedendo che Theo aveva distolto lo sguardo e sospirato, fissando in silenzio il terreno ai suo i piedi.

Il passaggio scorreva lentamente intorno a loro, piatto e rossastro, senza alcun segno di vita a parte alcune lucertole che al loro arrivo guizzavano fra le rocce per andarsi a nascondersi. Il sole era alto e picchiava sulle loro teste, e non prometteva nulla di buono: secondo Smiurl Ayonn distava circa dieci giorni di cammino. Kriss non credeva di poter camminare per dieci giorni in quel deserto senza trovare almeno una sorgente d’acqua potabile.

Senza parlare del fatto che avevano provviste per tre, massimo quattro giorni. Alla sua domanda su come avrebbero fatto, Theo rispose semplicemente:

“Vedremo… Forse cacceremo un po’”

Kriss guardò sconsolato una di quelle lucertole scomparire all’ombra delle pietre. Come se ci fossero prede appetibili… Scosse il capo, tergendosi poi il sudore dalla fronte. Il peso del suo zaino cominciava a farsi insistentemente sentire, ora che portava anche quella grossa spada – aveva insistito per portarla lui. Se ne stava quasi pentendo, ma qualcosa lo spingeva a non separarsene. La sentiva come la sua spada, l’aveva presa al capo, e non significava niente per lui che fino al giorno prima non gli apparteneva e che anzi non ne aveva mai neanche vista una da vicino.

Con questi pensieri in mente, quando si fermarono a riposare Kriss estrasse la spada dal fodero, per esaminarla da vicino.

Era molto lunga, e veramente pesante. Ma era perfettamente bilanciata. Il lungo manico sembrava fatto di qualche metallo scuritosi col passare del tempo, ma al tatto dava una sensazione completamente diversa. Era come se si adattasse perfettamente alle sue mani, come se fosse vivo: non era né freddo né rigido. Eppure era assolutamente duro e impossibile da scalfire. Kriss scrollò le spalle sconfitto e prese ad esaminare la lama.

Era a doppio taglio e si allargava dalla traversa raggiungendo quattro dita circa di larghezza e più o meno tre centimetri di spessore alla base. Si assottigliava sempre più verso la punta, che era stranamente asimmetrica, come se il fabbro avesse voluto riprodurre l’effetto di una lama spezzata, scheggiata e quindi riaffilata come un rasoio. Kriss non aveva mai visto una lama così. Inoltre era leggermente ricurva, dalla base alla punta, di qualche centimetro. Sembrava impossibile usare un’arma di quel tipo. Non riusciva a concepirne l’utilità in battaglia. Eppure, impugnandola, avvertiva la sensazione che il suo braccio divenisse un tutt’uno con la spada, e che questa non era affatto goffa o sbilanciata nei movimenti.

Anche il metallo della lama era strano, agli occhi. Riluceva in maniera irregolare, come se la sua struttura molecolare subisse continue variazioni. Ora Kriss ci si poteva specchiare, ora i riflessi sembravano nuotare o evaporare in direzioni diverse, come soggetti ad un’improvvisa e impossibile turbolenza. Fissandola a lungo la lama sembrava muoversi impercettibilmente avanti e indietro, come fosse viva, eppure al tatto il metallo era freddo e compatto. Inoltre sembrava di intravedervi su incisa una specie di iscrizione, per tutta la sua lunghezza, ma non si poteva esserne sicuri.

Infine rinunciò a cercare di capire come funzionasse, sospirò e alzò lo sguardo. I suoi compagni lo fissavano. Non si era accorto che avevano smesso di parlare, mentre lui era rapito dal suo esame.

“Che succede?”

“Sei stato un sacco di tempo in contemplazione…” iniziò a dire Corolla.

“Sembravi in trance” la interruppe Smiurl.

“…sembravi stare da un’altra parte, completamente estraniato… sicuro di sentirti bene?” terminò lei.

“Certo! Mai stato meglio…” non era sicuro che fosse vero, ma non sentiva di avere niente fuori posto.

“Meglio così” sospirò lei. Poi raccolse le sue cose e disse:

“Sarà meglio rimetterci in cammino. La strada è lunga.”

Fu nel primo pomeriggio che il panorama presentò la prima significativa novità. Davanti a loro, un po’ spostato verso sud, si ergeva una specie di pinnacolo di roccia. A giudicare dalla distanza sembrava essere molto alto e imponente.

“Quello cos’è?” chiese Kriss.

“Un pezzo di roccia come un altro” Smiurl alzò le spalle a quella domanda così ingenua. “Siamo nel deserto, non c’è niente a parte il sole e le rocce…”

Kriss tornò a scrutare il profilo lontano. Non riusciva a smettere di fissarlo. Percepiva qualcosa di strano, che non riusciva a spiegarsi. Camminava e continuava a tenere gli occhi fissi alla cima. Era una sensazione molto vaga, e si domandò se in effetti non fosse uno scherzo della vista: la roccia sembrava come muoversi, o emanare un debole chiarore, (forse il sole aveva sovra-stimolato la sua retina) o addirittura dei rumori appena percettibili.

“Ehi!” esclamò Smiurl all’improvviso, facendo svanire l’incanto.

“Eh?…” fece Kriss riscuotendosi.

“Ti eri fissato… Saranno stati dieci minuti buoni che continuavi a camminare come un fantasma, fissando il vuoto…”

“Dieci minuti?…” gli erano sembrati pochi secondi.

“Qualcosa non va?” chiese Corolla.

“Ehm… no… Cioè sì. Non so spiegare… Non so neanche se me lo sono immaginato…”

Rimasero un po’ in silenzio, guardandosi l’un l’altro, a turno.

“Forse sei ancora scosso…” iniziò a dire lei, ma lui la interruppe bruscamente.

“Voglio vederci chiaro. Andiamo al picco” disse risoluto.

Corolla interrogò Theo con lo sguardo. Lui disse:

“Ne sei sicuro? Abbiamo scarso cibo, e una lunga deviazione potrebbe esserci fatale. E’ proprio necessario?”

Kriss lo fissò in quagli imperturbabili occhi color del cielo.

“Credo di sì”

“Allora è deciso” concluse semplicemente il gigante.

Al tramonto erano giunti in prossimità della parete rocciosa. Il picco si era rivelato molto più ampio – una vera e propria montagna – e altrettanto più alto di quanto sembrava. Una specie di torre naturale nel centro del deserto.

“Non credi che dovremmo accamparci qui?” fu la proposta di Corolla quando vide Kriss scrutare bramoso la parete quasi verticale.

“Io sono stanco…” si lamentò Smiurl “E’ tutto il giorno che camminiamo…”

Kriss continuava a guardare il picco. Infine disse:

“Io non posso aspettare una notte qui sotto, non dormirei. La mia… “sensazione” ora è così forte che non mi farebbe dormire. Devo salire ora. Se volete, potete aspettarmi qui…” senza nemmeno voltarsi si avviò verso le rocce.

Non riusciva nemmeno lui a capire cosa lo spingesse tanto ad arrampicarsi su quell’enorme sasso aguzzo, ma ciò non toglieva che ormai non poteva più farne a meno.

Cominciò ad avere il fiato corto: la rupe era ancor più grande di quanto sembrava dal basso. Ma non pensò neanche per un attimo di lasciare la pesante spada. Si voltò a guardare la strada fatta – troppo poca – e poté cedere che gli altri lo stavano seguendo, pochi metri più in basso. Ciò lo rassicurò, e tornò ad arrampicarsi.

Continuarono così a lungo, in silenzio.

La luce diminuiva sempre più, e vagamente Kriss si chiese come avrebbero fatto a proseguire al buio o a fermarsi a riposare senza precipitare.

D’istinto si voltarono, restando appesi alla roccia: il sole era già sceso parzialmente sotto l’orizzonte. L’atmosfera era pervasa da quella strana luce arancione che Kriss aveva già notato la sera prima – era passato solo un giorno! Dalla parte opposta il cielo diveniva bruscamente nero, cominciando a mostrare alcune costellazioni.

Il sole continuava a gemere e tremare mentre scendeva sempre più velocemente verso la notte. Da quella posizione l’orizzonte mostrava segni di cambiamento: c’erano dei rilievi, e Kriss era sicuro che non potevano essere desertici come la piatta distesa che finora avevano attraversato.

Si riscosse, vedendo che gli altri avevano ricominciato la salita. Dovevano affrettarsi per sfruttare gli ultimi minuti di luce crepuscolare.

La parete rocciosa sembrava non finire mai e farsi sempre più liscia, difficile da scalare. Nessuno parlava, tentando di risparmiare anche le più piccole energie. Kriss alzava meccanicamente le mani e le gambe guadagnando ogni volta preziosi centimetri. Quasi non si accorse che ormai erano immersi nella tenebra, anche perché cominciava a vedere tanti puntini luminosi accumularsi ai bordi del suo campo visivo, a causa dello sforzo prolungato. Ora doveva affidarsi interamente al tatto per cercare l’appiglio successivo. Ogni movimento era un incubo di tenebra con la promessa di una lunga e mortale caduta. La paura lo attanagliava, e il tempo sembrò dilatarsi facendogli pensare che non ce l’avrebbero mai fatta, che sarebbero morti senz’altro e che era solo colpa sua. La frustrazione gli diede la forza di procedere ancora, e ancora, finché la parete non terminò bruscamente. La sua mano annaspò in cerca di un appiglio, poi Kriss capì che poteva salire su quella sporgenza con tutto il corpo, proprio mentre rischiava di perder e l’equilibrio.

Riuscì a tirarsi su, e si sdraiò con la faccia a terra. Dopo aver ripreso fiato iniziò a ridere. Dapprima piano, quasi sogghignando, poi sempre più forte, in un crescendo che lo fece piegare in due con le lacrime agli occhi, e quando tacque una stranissima eco gli rifece il verso per mezzo minuto. Nel frattempo gli altri tre lo avevano raggiunto. Nell’udire quei suoni provenire dalle rocce, Smiurl iniziò a lamentarsi e a emettere gridolini spaventati.

“Questo posto è infestato dagli spiriti!… Poveri noi! Moriremo di certo!”

Si trovavano su una specie di terrazza naturale, alla luce delle stelle ne erano appena visibili i confini.

“Piantala, Smiurl!” sbottò Corolla. Ma Smiurl non le diede ascolto. Dopo qualche secondo, mentre il nano ancora gemeva, dei bagliori iniziarono a danzare intorno a loro, vestendo le pareti rocciose di quell’anfratto di orribili maschere e grottesche figure.

“Cos’è questo rumore?” chiese Kriss udendo un rumore secco e ripetitivo.

“Sono i denti di Smiurl…” rispose Corolla in tono di disapprovazione.

“Smiurl, mi meraviglio di te!” esclamò Kriss, un po’ per non farsi contagiare dal terrore “Pensavo fossi un valoroso! Sei capace di affrontare bestie come quel Jeorghe, e poi tremi davanti a…” e indicò tutt’intorno a loro.

Smiurl rispose, cercando di non mordersi la lingua:

“Un conto è combattere con uomini o animali, un altro è affrontare uno spettro! E qui sembra che ce ne siano a legioni!!” terminò strillando con terrore e indicando le luci intorno a loro che mano a mano andavano crescendo di intensità.

Kriss rimase un po’ a guardarsi intorno con apprensione. Ad un certo punto si accorse di Theo: rimaneva impassibile come sempre, come fosse placidamente seduto nella sua tenda.

“Cosa facciamo?” gli chiese, nervoso.

Theo indicò dinanzi a loro, sulla sinistra, e disse:

“Pazienza. Se non sbaglio, fra poco dovremmo incontrare lo spettro di Smiurl…”

Kriss si voltò per cercare di discernere qualcosa in quella danza di luci e d’ombre che non dava tregua all’occhio.

La luce continuò a salire d’intensità: ormai si potevano vedere bene il ripiano roccioso su cui si erano fermati, confinante col vuoto del precipizio per una sottile linea. Si vedeva chiaramente che proveniva proprio dalla direzione indicata da Theo.

All’improvviso, da dietro una roccia spuntò un uomo, con una torcia in mano, facendo trasalire tutti, tranne Theo.

Indossava una lunga tunica bianca, e aveva dei corti capelli, ricci, neri.

L’uomo parlò, e disse:

“Salve Smiurl, Kriss, Theo e Corolla, e benvenuti. Eravate attesi alla Rocca del Telepate. Se volete seguirmi nel passaggio… Io sono Math” disse facendo un mezzo inchino.

Gli altri quattro rimasero di sasso. Dopo una ventina di secondi che Math attendeva sorridente, solo Kriss disse una parola:

“Ciao…”