Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.4 (Conoscenza)

Iliar giaceva addormentato, supino, col capo poggiato su una roccia concava e liscia. Lo osservarono svegliarsi, lentamente. Aprì gli occhi, sbattendo più volte le palpebre. Fu felice alla vista delle due sorelle.
– Che è successo?
– Ce l’abbiamo fatta, Iliar – dissero all’unisono.
Il nano si accese di tutti i colori mentre rideva e si guardava intorno, vedendo rifiorire tutta la sua grande isola. Saltellò loro intorno parlando nella sua lingua incomprensibile. Quando ritrovò il controllo disse:
– Voi fatto grande magia! Questo è un giorno felice per Nat! Tempest dorme! Profezia era vera! Yiiii! – ricominciò a saltare e a ridere e a illuminarsi di vari colori. Si calmò dopo un po’ sotto lo sguardo strano delle gemelle.
– Che c’è? – chiese loro.
– La nostra missione qui è compiuta… – disse Shad.
– …ora il nostro destino è altrove. – concluse Shin.
– Significa voi va via?
Le gemelle annuirono. Il nano abbassò la testa triste, gli occhi lucidi.
– Io felice lo stesso! – esclamò guardandole quasi piangendo, battendosi una mano sul petto – Ora posso morire felice!
Lo guardarono per un attimo. Non avevano neanche più bisogno di scambiarsi i pensieri. Ormai il loro pensiero era lo stesso, composto da entrambe le loro menti.
– Tu non morirai! – dissero ridendo, poi lo presero per mano, una da una parte e una dall’altra, la spada nel centro.
– Che ne dici di venire con noi? Porterai quest’altra grande storia alla tua gente.
La gioia sul volto del nano era impossibile da descrivere a parole. Emanò luce come mai aveva fatto prima, e non riuscì a trovare neanche lui parole adatte. Le gemelle sorrisero, poi si abbandonarono l’una nella mente dell’altra. La loro posizione nel tessuto spazio temporale di quell’universo variò in un flusso di energia senza precedenti, che cancellò la loro esistenza dal lì e allora portandole ad Ayonn nello stesso momento. L’impetuoso torrente mentale riconobbe il suo stesso sangue poco più in là, richiamandolo a sé.
Erano di nuovo tutti lì, Shin, Shad, e Thorium. Si gettarono l’uno nelle braccia dell’altro, parlandosi con la voce e con la mente, esprimendo decine di concetti e di emozioni allo stesso tempo. Dopo qualche minuto si calmarono e si osservarono con più distacco.
– Però Thor, sei cresciuto… – disse Shad dopo aver finto di esaminarlo da capo a piedi.
– Voi due lo siete solo in bellezza. – rispose lui sorridendo con un leggero inchino.
Stavano ancora ridendo quando Alis si avvicinò loro.
– Bentornati! – li salutò allegramente.
– Alis! – esclamò Thorium scorgendo la sua amata. Corsero l’uno nelle braccia dell’altro, e rimasero così per lunghi attimi, parlando la lingua segreta degli innamorati, per poi scambiarsi un lungo bacio, incuranti dei presenti.
– Vedo che avete svolto i vostri compiti con successo – disse Alis, mentre sedevano nel salotto della residenza di Thorium. Avevano passato le ultime ore raccontandosi tutto quello che avevano vissuto.
– Certo ancora non sappiamo di cosa si tratti esattamente… – disse Thorium.
– Sai, ho anch’io avuto l’impressione che l’Anziano non ci abbia detto tutto. – disse lei dopo una breve pausa.
– Davvero? – fece lui, alquanto sorpreso – E… di cosa potrà mai trattarsi?
– Non lo so… Però un particolare del tuo racconto ha colpito la mia attenzione – proseguì lei – Quando hai parlato del dialogo di Radjer con la misteriosa entità, questa ha menzionato la parola “Titano”…
– Quindi?
Iliar saltava con lo sguardo dall’uno all’altra cercando di capire qualcosa. Le gemelle ascoltavano in silenzio.
– Non so bene perché, ma questa parola risveglia in me qualcosa… E’ poco più di una sensazione… Come se si trattasse di qualcosa che dovrei sapere…
– Se siamo giunte qui… – disse improvvisamente Shin.
– …è senz’altro per uno scopo – concluse Shad.
Le osservarono per qualche istante in silenzio. Poi Thorium sembrò illuminarsi.
– Il Proiettore!
– Il Proiettore? In che modo può tornarci utile? – chiese Alis.
– Non lo so… – disse Thorium – però sento che dovremmo fargli una visitina.
– Allora dovrete fare in fretta – il sindaco interloquì affacciandosi all’interno dalla finestra senza vetri – I preparativi per la difesa fervono. Fra un paio di giorni al massimo è previsto l’attacco. Non abbiamo molto tempo per altro. – il suo tono era grave – Quando volete, comunque, avrete libero accesso alla struttura. – detto questo, scomparve in tutta fretta, col comunicatore personale che non aveva smesso un attimo di squillare.
Si guardarono l’un l’altro, finché Thorium disse:
– Allora muoviamoci.
Procedevano spediti per la via principale di Ayonn. Il sole stava tramontando, intrecciando riflessi arancione nella particolare trama energetica del Proiettore. Le ombre degli alti alberi simili a palme erano ormai lunghe. I loro passi risuonavano secchi sul selciato. La maggior parte delle finestre che davano sulla strada erano serrate, gli orti abbandonati, le allegre fontane spente e le piazze, di solito festanti, deserte. Erano ormai secoli che anche l’ultima traccia della vecchia decadente Ayonn era sparita: l’attuale stato di ansiosa diffusa preoccupazione non faceva che richiamare melanconicamente l’attenzione sulla bellezza della città.
Una sirena squillava, spargendo il suo avvertimento. Vecchi, donne e bambini sciamavano per le vie della città, cercando rifugio negli scantinati e nel vecchio Municipio. Gli uomini stavano montando le postazioni difensive. Thorium ricevette un messaggio dal sindaco.
– Spiega il piano difensivo – disse agli altri – Lungo l’orlo dello scudo generato dal proiettore, specie a Est, poi a Nord e a Sud, verranno posizionate le truppe di fanteria e le postazioni di artiglieria. La “solita” procedura.
– Non credo potranno molto contro questi Ka’Rast di cui ci hai parlato – disse Shad.
– Lo penso anch’io. A questo scopo sono state organizzate le squadre di difesa mentale… Coordinate dai presidi di Saberinne, includono anche tutti gli studenti fino al primo anno di corso superiore…
– Così giovani? – esclamò Shin.
Iliar arrancava dietro di loro trascinando la pesante spada, avvolta dentro dei cenci. Non l’aveva voluta cedere a nessuno.
– Io da’ Thorium quando è il momento – ripeteva.
L’ingresso che Thorium impiegava per accedere al Proiettore si trovava sul tetto del vecchio municipio. Sembrava una semplice porta, ma al suo interno celava un meccanismo di riconoscimento impenetrabile. Thorium si concentrò sul suo funzionamento finché il Proiettore riconobbe la sua mente e diede alla porta il comando di aprirsi. Scivolò di lato, rivelando un corridoio buio. Subito si illuminò della luce di molte lampade a fluorescenza che si accendevano sfarfallando quando vi passavano accanto. Mostrarono che il corridoio era in effetti più lungo di quanto pensassero.
Tutti, eccetto Thorium, si guardavano intorno incuriositi. Il funzionamento di tutti quei macchinari non gli era affatto chiaro.
– Quello è il banco di lavoro – disse Thorium indicando un vasto ambiente. – E’ lì che lavoro alle mie invenzioni. Le nostre armi sono state forgiate lì, invece – disse indicando un angolo che non aveva esattamente l’aspetto di una forgia.
Milioni di lucette lampeggianti e di circuiti ronzavano o si riempivano di flussi di fotoni intorno a loro. Quando giunsero alla fine del percorso Thorium disse:
– Questa era la parte recente, quella che ho aiutato a costruire negli ultimi cinquecento anni circa…
– Bel lavoro, fratello… – dissero Shin e Shad. Alis sembrava veramente disorientata.
– Non avevo idea… – cercava di dire, ma Thorium l’interruppe.
– Oh, ma non avete ancora visto niente… – aprì la porta, e furono di nuovo all’aperto.
Un enorme struttura sorgeva dal tetto piano dell’edificio, vasto come molte piazze adiacenti. La torre di pietra e metallo saliva in alto, fino al culmine della cupola energetica, quanti metri più in alto? Cento? Difficile a dirsi. Si trovavano proprio sotto il bulbo di correnti che si dipanavano in quell’intricato gioco teso a creare la bolla difensiva. Le gemelle si trovarono a fissare il punto più alto, scintillante alla luce del tramonto.
– Cosa c’è lassù? – chiesero.
– Una sorta di terrazza sospesa… Per la manutenzione. Si accede
direttamente al terminale di proiezione. Ma non ne so molto, del suo funzionamento… Ormai sono secoli, forse millenni che nessuno se ne cura più.
– Vuoi dire che non sai cosa c’è? – chiese Alis.
– Beh…
Iliar improvvisamente si avvicinò.
– Ora io do spada.
– Non ora Iliar, non è il momento… – disse Alis.
– No – la guardò fisso. Si stupirono del suo sguardo. Ora è momento.
Svolse l’arma dagli stracci, evitando anche solo di toccarla per non ferirsi.
Le gemelle sospirarono, quindi presero la spada, senza riceverne danno alcuno, e la porsero al fratello.
– A te Thorium, figlio di Kriss, viene consegnata l’Arma – dissero in una sola voce. Thorium la prese, sostenendone l’inaspettato peso. Avvertì una corrente attraversargli il corpo dalla lama al cervello e poi di nuovo indietro. Gli sembrava di conoscerla da sempre. Non era esattamente così che se l’era immaginata. Se l’era fatta descrivere migliaia di volte dal padre, ma non c’erano parole sufficienti. Credeva si sarebbe trovato davanti a una lama comune, o come quelle di Saberinne, ma la realtà smentiva ora queste idee. Non riusciva neppure a scorgerla veramente, la lama. Sembrava costituita puramente da luce, ma non era propriamente quello il termine adatto. Riluceva, questo sì… Poteva percepirne la forza, e anche il filo più tagliente di qualsiasi materiale potesse essere affilato. Ma non era luce. Come l’altra parte di lama. Sembrava di guardare direttamente nel nulla. Più oscuro della notte, più freddo del vuoto, senza peso eppure pesantissimo.
Le due parti si intrecciavano l’una all’altra in perfetto equilibrio, senza prevalere mai l’una sull’altra.
– Thorium! Thorium, guardami! – era Alis. Lo chiamava, da lontano. Si sforzò di alzare lo sguardo, fino a incontrare quello di lei.
– Sì?
– Ti senti bene? Quella spada ti è entrata nella mente… Sono almeno dieci minuti che la fissi…
– Credo sia normale… – disse lui.
– Normale? Che intendi dire?
– L’Arma ha riconosciuto il prescelto che deve brandirla. Ora sono una sola
cosa. – intervennero le gemelle, parlando di nuovo all’unisono. Alis non riusciva a guardare nelle loro menti… Stavano cambiando. Di nuovo, e in maniera maggiore. Riusciva a percepire il potenziale enorme che si agitava al di sotto della superficie impenetrabile, ma non riusciva a capacitarsi di cosa si trattasse. Non poteva rompere il guscio per osservare l’interno… E non ci sarebbe riuscita, neanche volendo.
– Io non so… – disse Thorium, ma tacque improvvisamente. Persero di nuovo il contatto con lui.
L’energia scorreva fra le sue braccia e la spada senza sosta, parlando senza parole. Strinse l’elsa fra le mani congiunte, abbandonandosi dentro di lei. Che razza di manufatto poteva essere? Tutto ciò andava oltre ogni sua immaginazione. Quante volte aveva sognato quel momento, senza mai credere che sarebbe potuto succedere davvero!
Avvertì la spinta di circostanza fra lui e l’Arma, unico corpo, unico pensiero. Allontanò le mani, separandola in due.
Lo fissavano sgomenti. Aveva separato le due metà! Nella destra la luce, nella sinistra la tenebra.
– Come ci sei riuscito? – disse Alis dopo aver ritrovato l’uso della parola.
Thorium non rispose, la guardò senza trovare parole. Non c’erano parole.
– Non so combattere con un’arma a due mani… – disse, semplicemente, dopo qualche istante. Dopodichè le ripose fulmineo dietro la sua schiena, dove disparvero alla vista.
– Ora possiamo andare – concluse, una nuova luce negli occhi, remota.
Entrarono nella torre di alti archi di pietra e tubazioni di acciaio. Almeno questo era l’aspetto che presentava.
Iniziarono a discendere nel pozzo oscuro, illuminato di una fioca luce rossa, una lunga, interminabile scalinata che spiraleggiava, addossata alle pareti esterne. All’interno del pozzo continuava la lunga serie di misteriose apparecchiature, simili a un grosso missile all’interno di un silo. In alto, molto in alto, brillava debole e lontana una luce. L’energia vibrava intorno a loro.
– Cos’è? – fece Alis alle gemelle.
– Lo senti anche tu? – chiese Shin.
– Puoi scommetterci! Non ho mai percepito niente del genere…
– Ehi, dev’essere qualcosa di grosso… Lo sento distintamente anch’io.
– confermò Thorium che continuava a fare strada. Alle sue spalle Iliar:
– Io… preoccupato. Paura no… Preoccupato. Sì, parola giusta, preoccupato… – andava ripetendo mentre scendeva.
– E’ la struttura stessa dell’universo che è in tensione… E c’è anche dell’altro. Ricordate il segnale che percepii quella notte? Ora rimbomba così forte che potete sentirlo tutti.
– Scale non finiscono mai? – chiese Iliar.
Dopo qualche minuto di discesa Thorium parlò.
– Qui sotto c’è il terminale di accesso secondario.
– No, Thory, dobbiamo andare più giù.
– D’accordo. Nessuno sa cosa vi troveremo… La struttura del proiettore si estende fino al nucleo del pianeta e nessuno ha mai trovato una mappa completa di tutti i percorsi… Io stesso mi sono perso, un paio di volte.
– Andiamo, allora – disse Alis.
Oltrepassarono una stanza piena di cavi in cui c’erano le due poltrone dalle quali ci si poteva collegare al sistema del Proiettore, quelle che Thorium usava, di quando in quando.
Scesero lungo un buio tunnel apparentemente senza fine. Si ritrovarono in un ambiente oscuro, illuminato fiocamente da quella luce rossastra, pareti e pavimento di metallo.
– Eccoci nei sotterranei.
Le gemelle si guardarono intorno.
– C’è un modo per andare più in basso? – chiese Shin. – Proprio sotto di noi?
– Ascensori – indicò Thorium. Si stiparono dentro uno dei due piccoli ascensori metallici, e Thorium abbassò la leva fino all’ultima posizione. Con un rumore metallico e un ronzio elettrico l’ascensore si azionò, iniziando a discendere in quelle profondità per lunghi minuti. Forse ore. Ad un certo punto Thorium disse, rompendo il silenzio:
– Non sono mai sceso più di così…
E continuarono per un tempo altrettanto lungo, finche l’ascensore si fermò, in una stanzina spoglia, con qualche pannello in disuso e cavi esposti estratti dalla parete. Tutto era ricoperto dalla polvere. La pulsazione era notevolmente aumentata.
Shin e Shad scesero dalla cabina metallica. Gli altri le seguirono. Si scambiarono uno sguardo, dopodichè Shin sollevò di qualche metro l’ascensore vuoto. Shad avanzò nel vano, appoggiando entrambe le mani sulla parete spoglia di cemento e metallo.
– Alis, aiutami, anche tu Thor… – disse, ad occhi chiusi.
Iliar li osservava in preda al panico come fossero tutti impazziti. Si raggomitolò in un angolo sperando che Shin non facesse cadere la cabina. Shad era appoggiata al muro. Alis e Thorium si stringevano le mani e avevano gli occhi chiusi. Stavano pregando?
D’un tratto una vibrazione permeò l’aria, e la parete luccicò come fosse liquida, quindi sparì, dissolvendosi come nebbia al vento, lasciando libero il passaggio per una persona. Si infilarono lì dentro uno dopo l’altro.
Sbucarono in una sala circolare, illuminata con delle luci azzurre. L’area centrale era delimitata da una balaustra, la quale vi impediva l’accesso. Ma era vuota.
– Qui c’è tutto quello che dobbiamo sapere… – dissero le gemelle, mentre i congegni nascosti nelle pareti e nella roccia si attivavano, e una luce compariva a mezz’aria dinanzi a l’oro, emettendo raggi e suoni via via sempre più coerenti, fino a proiettare una scena precisa dentro le loro menti.
E loro assistettero.
PROIEZIONE

Kurush camminava nervoso sul marciapiede abbandonato. Difficilmente avrebbe incontrato qualcuno, al di fuori di qualche spacciatore che si nascondeva o qualche prostituta addormentata o peggio qualche malato terminale.
Alzò la testa, osservando il traffico aereo sopra di sé sciamare nella città. Nessuno sembrava seguirlo. Bene.
L’edificio doveva essere aldilà del prossimo isolato. Non vedeva l’ora di portare a termine il suo compito.
Tutto era cominciato col primo “Contatto”. Anzi, in realtà leggermente prima. Ricordava la prima volta che gli era successo: stava volando sull’Aeromoto nella sua città natale per recarsi a Palazzo, quando aveva ricevuto la visione: davanti agli occhi della sua mente si era formata una scena che non poteva venire dall’interno. Un vasto mondo scorse sotto di sé, un mondo luminoso che lo chiamava, con una certa preoccupazione, per giunta. La preoccupazione subito seguente era poi stata schivare la lunga serie di aerobus e aeromacchine che minacciavano di schiantarglisi addosso. Si era distratto ed era finito contromano. Cosa per altro assai improbabile.
Svoltò l’angolo. Si guardò intorno accertandosi che non ci fosse nessuno. Solo dei grossi ratti, in un cumulo di immondizia abbandonata. Poteva avvertire le loro deboli menti. Perfetto, ora non rimaneva che entrare e piazzare il dispositivo.
Altri incidenti si erano poi verificati. Una volta stavano parlando nel salotto di un altro Mentale come lui. D’un tratto Kurush aveva cominciato a far svolazzare tutti gli oggetti presenti nella stanza, con grave e immediata irritazione da parte del padrone di casa, che iniziò ad agitarsi per la stanza cercando di bloccare gli oggetti mentre esprimeva la viva preoccupazione di poter essere scoperti dalla Polizia. Il tutto se vogliamo era reso più comico dal fatto che Kurush continuava a esclamare:
– Non sono io! Non sono io! – ottenendo solo di far precipitare la situazione. Più tardi ebbero modo di stabilire che in effetti non era stato lui, o per lo meno non coscientemente, ma che “qualcun altro” aveva agito suo tramite.
Forzò la serratura della vecchia porta sgangherata. Si bloccò, quindi dovette sfondarla. Non che richiedesse troppo sforzo. Erano anni che nessuno veniva più lì. Il rumore non richiamò nessuna attenzione. Scivolò silenziosamente
all’interno, riaccostando la porta. Strinse il dispositivo che portava infilato nelle tasche interne della giacca. Non lo riteneva un lavoro adatto a uno come lui. Era proprio una di quelle cose da spie, di quei vecchi film semi-censurati dall’Impero. Sospirò, pensò a Meenah, e si fece forza. Doveva farcela.
Dopo la visione e l’incidente telecinetico ne seguirono molti altri, di minore entità. Vedeva spesso le cose nei sogni. Con l’aiuto degli altri ricercatori mentali erano riusciti a rintracciare la fonte di quei messaggi.
E la verità li aveva sconvolti. Tutti.
E a causa di tutta quella storia ora si trovava lì, a piazzare un dispositivo omologante (peraltro altamente illegale, e sconosciuto all’Impero intero) all’interno di quella vecchia torre telefonica abbandonata. E non era che uno di una lunga serie. Era a causa di questo che aveva dovuto occuparsene lui. Tutti gli altri esperti mentali impiegati in quelle missioni erano stati catturati dall’Impero, e presto sarebbero stati giustiziati. Non che avesse molta importanza, comunque.
– Guarda dove vai, imbecille!
Lottò per riportare l’aeromoto sulla giusta traiettoria. Con vari sforzi riuscì a non farsi ammazzare. Atterrò per riprendere fiato.
Si era trovato aldilà dello spartitraffico magnetico. Com’era stato possibile? Un attimo prima stava guidando nella sua corsia…
Improvvisamente tutto gli tornò alla mente. La visione. Non conosceva parole per descriverla. In un attimo gli si erano parati dinanzi secoli di storia. Una storia sconosciuta. Anche ora, mentre ci pensava, si ritrovò a fissare il muro antistante per diversi minuti. La sua attenzione fu risvegliata da un droide pulitore. Si tolse di mezzo per non ritrovarsi fradicio dalla testa ai piedi. Il piccolo e squadrato veicolo continuò nel suo percorso.
Non capacitandosi ancora di quanto era successo, riprese la strada per il suo luogo di lavoro, una squallida clinica statale.
– Buongiorno signor Steel – la sua segretaria lo salutò in tono distaccato, quasi di disprezzo. La sua espressione, il modo in cui lo sbirciava da sopra il bordo degli occhiali, la sua stessa postura, non facevano che urlare quanto la giovane donna volesse trovarsi da qualche altra parte. Guardò nella sua mente, una volta di più. Lo disprezzava. Non riusciva a trovare una motivazione concreta, i suoi pensieri erano così confusi.
– Potrebbe essere una spia del governo – disse una voce dentro di sé. Allontanò il pensiero lasciando la sua cartella sulla scrivania e rifugiandosi nel suo piccolo e squallido ufficio con vista sulle piatte, sterminate colture al di fuori della frenetica città.
– Chi abbiamo oggi? – chiese alzando la voce per farsi sentire nell’altra stanza.
– Solite storie… – rispose la segretaria biascicando l’ultima parola mentre masticava un chewingum. Dopo qualche secondo, in qui con ogni probabilità aveva spiaccicato la cicca sotto la sua scrivania, la ragazza continuò – un altro di quei disadattati cronici che ci sono tanto cari – il suo tono era ora palesemente falso. Il soggetto doveva essere entrato in studio. Infatti la segretaria si alzò, Kurush udì il suono secco che producevano le sue scarpe sul pavimento sintetico. Quindi introdusse il “soggetto” nello studio di Kurush.
Il volto era celato. L’abbigliamento era tutto fuorché comune. Kurush non era proprio un esperto di mode, sebbene dovesse tenerne conto a causa del suo lavoro, ma non correva il rischio di sbagliarsi definendo il quadro assurdo.
A cominciare dal cappuccio, calato fino oltre il naso. Celava completamente il volto. Solo il mento, si scorgeva. E in qualche modo lasciava visibili i capelli, sulle spalle, di un colore indefinibile cangiante fra il nero e il viola metallizzato a seconda dell’angolo di incidenza dei raggi di luce che li colpivano.
Indossava una specie di tunica che scendeva, lacerandosi durante il percorso, fino ai piedi, che calzavano un paio di grossi scarponi neri da operaio – erano passati di moda da oltre dieci anni, un secolo circa dopo che l’ultimo uomo li aveva effettivamente indossati in un cantiere – le mani erano guantate, in pelle di qualche animale, sicuramente sintetica. Dalla corporatura e dalla scelta del vestiario poteva sembrare un giovane ragazzo, ma fu con sorpresa che al primo tocco mentale di Kurush la sua mente si aprì rivelando la giovane donna che si nascondeva lì sotto, da qualche parte.
Non provò neanche a chiederle di togliersi il cappuccio.
– Immagino tu sappia perché sei qui… – fece lui, per la prima volta nella sua vita disorientato.
Lei tacque.
– Se vuoi accomodarti… – le indicò un lettino. Lei rimase immobile dov’era. Sembrava di cera. Lui le si avvicinò, le passò una mano davanti agli occhi
per assicurarsi che lei potesse vedere, senza ottenere alcun risultato. Le diede le spalle, e in quell’istante lei saltò sulla scrivania e si accoccolò lì sopra, a gambe incrociate.
– E’ un bel posticino, Kurush – gli disse senza preamboli, il tono indecifrabile. Lui si congelò in quello che stava facendo, poi si voltò, ripresosi dallo stupore.
– Ci conosciamo?… – lei immobile. Dopo due secondi alzò la mano e indicò il tesserino che portava sopra gli abiti. C’era scritto il suo nome.
– Accidenti – disse lui. Poi si sedette sulla sedia davanti la scrivania, dove di solito si accomodavano i “pazienti”.
– Si suppone tu dovresti psicoanalizzarmi o qualcosa del genere?
– Quella è l’idea, più o meno.
Lei rise. Una risata cristallina, leggera come l’aria che ormai era sparita ovunque, satura di agenti inquinanti.
– Piacere – gli disse, porgendogli una mano, senza guanto, perfettamente curata – Meenah.
Fu colto leggermente alla sprovvista, quindi allungò una mano e strinse quella di lei. Aveva una bella stretta, non troppo forte, non troppo floscia.
– Sai, sei un tipo divertente… – doveva riuscire a osservarlo attraverso il tessuto del cappuccio.
– Ora, siccome sono di buon umore, voglio fare un favore a te e tutti gli altri qui, compresi quelli che mi hanno spedito in questo triste posto… – e dicendo questo si sdraiò sul lettino.
– Avanti, prima ce la sbrighiamo prima me ne vado – disse facendo un gesto rapido con la mano.
Il cappuccio era risalito leggermente, scoprendo parte della bocca. Kurush si ritrovò a fissarla per diversi istanti. Quando si riprese recuperò in fretta una sedia di plastica e si sedette lì a fianco. Si domandò quanto quel lavoro avesse un senso e quanto fosse effettivamente utile, poi rammentò che era solo una copertura, nonché l’unico lavoro per il quale i suoi studi (quelli legali, naturalmente) potessero abilitarlo.
– Meenah, giusto?
– Ok.
– Dunque… – osservò la scheda che la segretaria gli aveva preparato – voti bassi, rapporti sociali di dubbia entità o rilevanza, sospetto di attività illecite e possesso di stupefacenti illegali…
– Ehi, quella è una cavolata! – lo interruppe.
Lui la guardò sorpreso. Di solito non reagivano così.
– Cosa, esattamente?… – chiese, abbassando il tono di voce.
– Io non spaccio!
– Ah.
– Puoi scommetterci.
– Ok…
– Capito?
– D’accordo, va bene! Facciamo che i nostri addetti alla compilazione del modulo si sono sbagliati…
– Così va meglio.
– Allora, sai dirmi qual è esattamente il problema?
– Cosa?
– Prego?
– Non dovresti essere te a dirmelo?
Kurush sorrise. Si sporse verso di lei, guardandosi intorno con aria cospiratoria.
– Ti dirò un segreto… – le sussurrò – …non ho ancora capito che accidenti mi ci hanno messo a fare qui! Penso che l’unica cosa utile che posso fare è ascoltare qualche “disadattato sociale” come dicono loro e cercare di dargli suggerimenti su come rendere le sue scelte personale meno… meno abrasive nei confronti della struttura sociale…
Perché le stava dicendo quelle cose? Per non parlare dei microfoni nascosti nelle pareti che registravano ogni sua seduta.
Lei rise, di nuovo.
– Sai, non so se dici sul serio, altrimenti sei proprio uno di quelli bravi! Accidenti… – e riprese a ridere di cuore.
Lui si raddrizzò. Sospirò. Guardò l’orologio.
– Ascolta – le disse – a parte i vestiti, che sono questione di gusti personali, mi sembri a posto. Però la seduta deve durare quaranta minuti come minimo. Ne sono passati venti.
– Raccontami della tua vita…
– D’accordo. – posò la scheda plastificata e si accinse a raccontare. – Sono nato ventisette anni fa in questa stessa triste città. Le cose non sono cambiate granché da allora. Ho studiato presso uno dei tanti istituti formativi imperiali finché non ho scelto la specializzazione psicologica… – non poteva fornire
ulteriori opinioni personali o sarebbe stato scoperto dalle spie Imperiali – è stata dura ma ce l’ho fatta. – Rise – e come vedi questi sono i risultati…
– Non lamentarti, Kurush, stai meglio di molti altri… – disse lei che nel frattempo si era raddrizzata sedendo sul lettino, facendo dondolare le gambe appesantite dagli anfibi.
– Questo è vero…
Dopo qualche minuto di silenzio lui parlò di nuovo.
– Ascolta Meenah, vorresti sdraiarti di nuovo?
– Va bene dottore… – disse lei sorridendo – …giusto perché sei simpatico…
Lui le si portò dietro.
– Voglio solo registrare i tuoi tracciati mentali… Non preoccuparti, non ti succederà niente.
– Lo so come funziona capo…
– Ah, scusa. – lo aveva proprio detto?
Accese l’apparecchiatura, a beneficio dei dispositivi registratori, quindi si sedette accanto a lei.
– Ora rilassati. Pensa a qualcosa di piacevole o quello che ti pare, insomma… – fece un gesto con la mano.
– D’accordo – lei sospirò.
Lui chiuse gli occhi. Iniziò sincronizzando il respiro con quello di lei, assumendone il ritmo finché non divenne naturale per lui, quindi protese la sua mente, cercando l’accesso in quella di lei.
Attraversò le prime barriere facilmente. Si ritrovò sorpreso dalla profondità della mente di lei. Sotto di lui scomparivano livelli su livelli di pensieri esperienze e processi tuttora attivi nonostante lo stato di rilassamento generale. Percepì l’abisso con lieve vertigine. Si ritrasse, guardando oltre. Quella mente aveva molto in comune con quelle della maggior parte degli individui che varcavano la sua porta, ovvero quella di rifiutare le sempre più numerose imposizioni dell’Impero nella vita dei suoi sudditi. Ma racchiuso dentro di lei c’era un potenziale estremamente raro, forse anche più grande del suo. Aveva trovato un diamante nella miniera di carbone. Non poteva lasciarselo sfuggire.
Si ritrasse da lei, ritirando in sé la propria consapevolezza. La chiamò.
– Meenah.
– Sì?
– Abbiamo finito…
Si alzò, e poté percepire il suo sguardo al di sotto del cappuccio.
– Sei mai stato a un concerto dei 100kg o dei Nafta.burn?
– Sono gruppi illegali…
– Non è una risposta…
Lui sospirò.
– Ora ti prescrivo dei medicinali – disse fissandola intensamente. Prese un foglietto e vi scrisse sopra alcune parole. Glielo porse. Lei lo fece sparire all’interno della tunica logora.
– Ciao dottore.
– Mi raccomando Meenah.
– Certo. Non porterò più materiale illegale a scuola. Comprendo quanto sia profondamente sbagliato e fuorviante per le giovani menti con le quali dovesse venire a contatto…
Non sapeva se mettersi a ridere. Era qualcosa che andava oltre il ridicolo. Probabilmente lo stava dicendo per suo beneficio.
– Ciao sorella! – esclamò rivolta alla segretaria mentre usciva.
– E così hai trovato una potenziale Mentale… – Herk disse quando furono davanti a due tazze di caffé fumante al riparo da orecchi indiscreti.
– Già. Avresti dovuto esserci.
– Non ti preoccupare, se hai visto giusto non mancherà occasione.
Kurush tacque.
– C’è dell’altro?
– Stamattina… – rispose dopo qualche istante di esitazione – …ho rischiato di causare un incidente catastrofico sulla Quarta est…
– Mi pare di averne sentito parlare… Un pazzo in aeromoto guidava contromano…
Kurush lo fissò.
– Eri tu?! – Herk scoppiò a ridere – Che cavolo hai combinato?
– Il problema è proprio questo. Non so come ho fatto. Un attimo prima tutto filava liscio, un attimo dopo ero di fronte a un tir…
– E?
– In quella frazione di tempo ho ricevuto una visione. Una visione mentale.
– Dici sul serio? E da dove proveniva?
– Questo proprio lo ignoro. Dovreste cercare di analizzare le tracce, prima scompaiano del tutto. Ricordo solo vaghe immagini.
– Dovremo parlarne con gli altri Mentali.
– Lo penso anche io.
Sedeva al luogo dell’appuntamento. Uno dei tanti pub-fisici, quelli in cui le persone per un motivo o per l’altro preferivano o dovevano incontrarsi di persona e non in collegamento virtuale.
Era nel centro della città, e le brutture dei sobborghi sembravano lontane anni luce. Anche il traffico era ridotto, solo mezzi pubblici e leggeri. Tutto era luce e perfezione. Poco distante si intravedevano le alte guglie e torri del Palazzo, sede locale del potere dell’Impero Interplanetario.
L’Impero era stato instaurato dopo un lungo periodo di colonizzazione, l’era dei Titani, le famose navi colonia, narrato dagli storici imperiali come “un lugubre triste periodo sanguinario e senza valori” in cui “le passioni umane impazzavano libere fra i popoli causando solo disordine e sofferenza”. Ora era tutto “diretto e saggiamente amministrato dall’Impero, fulgida luce guida degli uomini in questa nuova era…”. Propaganda. Come se ce ne fosse bisogno. L’Impero controllava tutto. Tutti. Ogni segno di ribellione era stroncato sul nascere. Gli esseri umani si andavano facendo sempre più simili agli automi di cui erano diventati esperti progettisti. L’organizzazione nascosta dei Mentali era l’unica nel suo genere che resisteva ancora. Kurush ne faceva parte da alcuni anni, quando aveva terminato gli studi di psicologia. Ogni università corrispondeva all’idea che l’Impero aveva di “istuzione”. Non aveva potuto trovarvi ciò che cercava. Che aveva trovato invece nei Mentali. Il potenziale della mente, da sempre inutilizzato dagli uomini, ora nuovamente schiacciato dallo strapotere di pochi.
Una sconosciuta si sedette al suo tavolo. Credé di essere abbordato. La sua figura deliziosa era avvolta in un vestitino aderente intessuto di immagini olografiche. Non proprio l’ultimo grido, ma le donava. Degli occhi verdi lo fissavano maliziosi, come la piega sorridente della bocca rossa. Dopo un istante riconobbe la sua mente.
– Meenah?
– Indovinato dottore…
Kurush non sapeva cosa dire.
– Non preoccuparti… Faccio sempre questo effetto quando mi tolgo il cappuccio – scherzò, senza ombra di vanità nelle sue parole.
Risero. Ordinarono da bere. Il ghiaccio era rotto.
– Meenah – disse Kurush ad un certo punto – ti dispiace se ti faccio alcune domande? – le strizzò l’occhio. Mise sul tavolo quello che sembrava un registratore.
– Da dottore a paziente? – chiese lei sorridendo in quel suo modo.
– Se così vogliamo dire… – premette il tasto rosso REC. Nessuno poteva immaginare che quel piccolo dispositivo contenesse una tecnologia sconosciuta all’Impero. Oltre a confondere i flussi dati circostanti, distoglieva l’attenzione dei presenti attraverso una leggera interferenza mentale. Nessuno avrebbe ricordato di averli visti.
– Che ne pensi dell’Impero?
– Eh? Che domanda è questa?
– Tranquilla, sei “in cura”, puoi dire quello che vuoi – inutile parlare di segreto professionale. Ormai tutti sapevano che non sussisteva più alcun tipo di segreto che non fosse ispezionabile in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo.
– Beh, quello che sempre più vanno pensando – esclamò cambiando espressione – …che è una…
– Credo di aver compreso – la interruppe, invitandola a moderare il tono. – Dimmi, quali sono alcuni cambiamenti che apporresti? – si stava attenendo alle domande di routine, fornite dall’Impero stesso.
– Alcuni?! – Fece un gesto intorno a sé – Vedi qualcosa da cambiare, per caso? – chiese, esterrefatta. Lui annuì.
– A cominciare da quello schermo… Guarda la faccia del presentatore… Quello neanche esiste. Elaborato, virtuale. Controllo totale delle informazioni. Controllo delle vite. Controllo delle nascite. Controllo, controllo, controllo. L’uomo non può continuare a vivere così! – il volto arrossato, stringeva convulsamente il tovagliolo. I suoi occhi ardevano. Kurush aveva l’impressione di riascoltare i suoi stessi pensieri, negli anni dell’università.
– Fai parte di qualche associazione segreta?
– Che razza di domanda è?
– Una come le altre. – disse. Poi: – Io sì. – trasmise il pensiero telepaticamente direttamente nella mente di lei. Meenah lo fissò a occhi sgranati.
– Dimmi di più – disse semplicemente, risoluta.
Sedevano nel piccolo salotto dell’appartamento di Herk, sito in uno degli
anonimi quartieri residenziali di massa. Erano una decina di persone, strette in un ambiente che ne prevedeva la presenza massima di tre.
Meenah si era sentita subito a suo agio, tutto fuorché esaminata, che era proprio quello che stavano facendo. Ogni Mentale possedeva un approccio diverso, e ognuno di loro si fece un’immagine diversa della nuova arrivata. Le loro somma e media erano la cosa più vicina alla realtà che potessero ottenere. Di solito funzionava.
– Meenah, ti rendi conto della strada che intendi intraprendere? Non sarà facile… E ti troverai a rischiare continuamente, la vita, probabilmente. – disse Aleb, uno dei presenti.
– Sono sicura di una cosa: non ci sono altre strade per me… E poi sento ora chiaramente che questa è la scelta giusta.
– I cosiddetti “corsi” inizieranno subito. Ogni giorno lo passerai con uno di noi. Per quanto ci riguarda, faremo del nostro meglio per favorire il tuo sviluppo.
Meenah non aveva ben chiaro cosa l’attendeva, ma sentiva di potersi fidare. Annuì, sorridendo.
– Bene – disse Herk – ora che la questione numero uno è stata definita, passiamo alla due – indicò Kurush – Il nostro amico ha una storia interessante da raccontarci.
Kurush riassunse gli avvenimenti dei giorni precedenti.
– Vorrei che guardaste insieme nella mia mente per cercare di… – in quel momento qualcosa cambiò, in quel luogo. Kurush si senti estraniato, come se stesse guardando la scena da un altro punto di vista. Anche i colori non corrispondevano… Cos’era quella vibrazione?
Fu un attimo, in cui smise di parlare. Poi il contenitore del cibo prese a fluttuare al di sopra del tavolino.
– Accidenti, che ti prende? – esclamò Aleb.
– Posalo immediatamente! Smettila! – gli urlò Herk.
Kurush non parve udirli. Fissava un punto distante davanti a sé. Bicchieri, piatti e quasi ogni altro oggetto libero presente nella stanza iniziò a galleggiare.
– Presto, aiutatemi! – Herk bloccò quelli che aveva vicini, quindi raduno la sua concentrazione per riportare gli oggetti al loro posto, prima che i vicini potessero accorgersi di quanto stava accadendo.
Con notevoli sforzi riuscirono a calmare la situazione. Nel frattempo Meenah
si era piazzata davanti a Kurush e lo scuoteva per un braccio.
– Kurush! Rispondi! Pronto dottore? Kurush, ci sei? – forse fu proprio il profumo di lei, o un dettaglio del rapporto geometrico fra la sua bocca il naso e gli occhi a destare un briciolo di attenzione in lui. Vi si aggrappò con tutte le sue forze finché non lo riportò a galla, alla situazione attuale. La prima cosa che disse fu:
– Non sono io!
Quando la situazione fu tornata alla normalità, assicuratisi che nessuno si era accorto del trambusto, rivolsero di nuovo l’attenzione a Kurush.
– Qualcuno ha idea di che cosa stia succedendo? – disse Aleb.
Si guardarono l’un l’altro. Meenah non poteva udirli comunicare, ma in qualche modo ne era consapevole. D’un tratto si accorse dello sguardo di Kurush.
– Che c’è? – gli chiese sottovoce.
– Oh… niente… solo che ho percepito… – stava replicando lui, mancando di parole, quando Herk parlò di nuovo.
– Allora, prima che accadano altri avvenimenti spiacevoli, abbiamo deciso che guarderemo dentro di te alla ricerca di questi stimoli esterni. Non hai mai dimostrato alcuna propensione per la telecinesi, quindi quanto è accaduto è quantomeno… strano. Lo faremo insieme. Tu Kurush, per favore, rilassati e non cercare di aiutare, potresti ottenere solo l’effetto contrario.
Gli otto presenti oltre loro due si sedettero più comodi e chiusero gli occhi.
– Che stanno facendo? – chiese lei.
– Entrano in comunione mentale. Saranno più forti, in questo modo.
– Che significa?
– Un giorno te lo spiegherò. Ora però devo aprire la mia mente. Scusami…
Kurush chiuse gli occhi, iniziando a respirare profondamente. Meenah sospirò. Studiò i volti degli altri assorti in qualcosa che non riusciva a immaginare. Si soffermò sul volto di Kurush. Non era la prima volta che provava quella sensazione. Forse già al primo incontro, attraverso il cappuccio.
Sospirò, allontanando temporaneamente quei pensieri. Non era ancora il momento. Sprofondò nella seggiola e chiuse gli occhi. Tanto valeva si rilassasse anche lei.
Kurush stava sprofondando in caduta libera negli strati della sua mente, senza opporre alcuna resistenza, quando avverti la gentile ma decisa
pressione degli altri Mentali. Un flusso luminoso, nebulosa serpentiforme di stelle si fece strada in lui. Ne cavalcò il dorso, abbandonandosi alla sua volontà.
Sull’orlo del baratro tutto si fermò. Sotto di sé una visione stupefacente. Un vasto pianeta ricoperto da milioni di luci colorate si stendeva ai suoi piedi. In uno spazio alieno si librava la leggera massa ospite di miliardi di vite.
Solo interrogativi, in quella visione, nessuna risposta. Un richiamo.
Le menti degli otto allontanarono gentilmente la sua attenzione. Allora la scorse. Debole stella all’orizzonte, sopraffatta quasi dalle altre luci, ma unica. Era la prima volta che la vedeva… O forse no?
Abbandonò qualsiasi altro stimolo, concentrandosi su quell’essenza, profumo e luce fusi in un luogo che non esisteva.
Meenah?
Fu l’unico pensiero. Al nome la luce reagì.
Non si chiese come fosse possibile. Avrebbe turbato l’operato degli otto. Si lasciò invece trasportare dalle tiepide correnti che lentamente, quasi esasperanti, lo portarono da lei. E allora vide, la sua mente completamente aperta, rivelante ogni tratto acquisito e potenziale, passato presente e possibile. Fissò quella scena, conscio che non l’avrebbe mai dimenticata, finché sarebbe vissuto. Conscio di non poter vivere insieme a nessun altro.
Meenah aprì gli occhi. Aveva avuto l’impressione di essere sfiorata dal tocco di Kurush. Il suo corpo aveva reagito, rizzando i peli sulla nuca. Ma lui giaceva abbandonato sulla sua sedia.
Lentamente gli altri si risvegliarono. Infine Herk chiamò Kurush, che rimaneva assopito con un vago sorriso dipinto sul volto.
– Andiamo… abbiamo interrotto il contatto da tempo, torna fra noi…
Kurush si mosse, stirandosi come svegliandosi da un sonno profondo. Il suo primo sguardo andò su Meenah. Lei lo ricambiò, e nei suoi occhi vide ciò che aveva già percepito in lei. Senza neanche rendersene conto, avevano legato i propri destini l’uno a quello dell’altro.
– Allora – disse dopo un secondo – Avete scoperto qualcosa?
– Non esattamente… – interloquì Aleb. Dopo una pausa continuò – Abbiamo ritrovato la visione che hai avuto l’altra mattina, e devo dire che ci ha lasciato perplessi. Tanto chiara quanto incomprensibile. Per quale motivo ti è stata fornita questa immagine, questo ancora non riusciamo a immaginarlo.
– Per non parlare dell’attività telecinetica di prima… – disse un’altra dei
presenti – Abbiamo rintracciato una scia energetica in te, risalendola per cercarne la fonte, ma ad un tratto essa sparisce, svanisce nel nulla inghiottita da… Da niente. E’ senza senso.
– Ho un’ipotesi. – disse Herk, che era rimasto in silenzio. – Una mente affine. – disse semplicemente.
Gli altri lo guardarono considerando l’idea.
– Potrebbe essere, ma questo spiega parte del come, non il perché. – disse Aleb.
– C’entro io? – disse Meenah, ricordando l’esperienza di poco prima. A quelle parole Kurush si voltò di scatto.
– Come pensi una cosa del genere? – le chiese bruscamente.
– Non so…
– Beh, Kurush, io non scarterei nessuna possibilità… – disse Herk, poi continuò, direttamente nella sua mente – Avrai notato il potenziale dinamico-cinetico della ragazza, forse superiore anche a quello di Helena. Magari rappresenta l’inizio di una spiegazione… E quanto a menti affini, non cercherei troppo lontano… – alluse.
Vorresti dire che è stata lei? – comunicò Kurush incredulo.
Non fraintendere… Però potrebbe averci a che fare, in qualche modo.
– Io suggerisco di aspettare – disse Herk, di nuovo ad alta voce – ho l’impressione che questo genere di “incidenti” si ripeteranno, nel prossimo futuro.
– In tal caso potremmo provvedere ad un’analisi più approfondita con l’aiuto di altri Mentali di altre città. – suggerì un’altra donna, Helena.
– Staremo a vedere… – disse Aleb, sciogliendo la sessione.
Meenah si rivelava un allievo più incredibile ogni giorno che passava. Ogni Mentale con cui lavorava ne rimaneva entusiasta. Oltre al suo talento, il suo temperamento rendeva la sua compagnia una delle più piacevoli. E imparava in fretta. Molto in fretta. Herk diceva che era addirittura troppo.
Quel giorno Kurush era particolarmente felice. Aveva trascorso la giornata con l’allieva, parlandole tutto il giorno di telempatia teorica e tecnica e affini, le sue specialità. Lei assorbiva tutto come una spugna. Qualsiasi cosa apprendesse riusciva a forgiarla e a personalizzarla finché non andava ad accrescere il suo talento già di per sé naturale. Kurush credeva fermamente
che sarebbe divenuta la più forte telecinetica che avevano, per non parlare della sua padronanza delle varie forme di energia e di movimento. Una padronanza del corpo particolare… I suoi pensieri stavano ora deviando sul personale. Da quella sera in cui aveva visto nella sua mente non era riuscito a togliersela di testa. Era diventata la sua dolce ossessione, vedeva il suo volto ovunque, ormai. Le sue percezioni galoppavano, e si sentiva così forte e vulnerabile allo stesso tempo.
Ragionando sull’amore, senza neanche accorgersene, scivolò nel sonno.
“Kurush” il richiamo, sebbene debole, era inconfondibile. Si protese per mantenere il contatto. La fonte era sfuggente, tremolava e spariva e riappariva continuamente. Confondendolo. Non riusciva a individuare una direzione. Proveniva da tutte le parti e da nessuna. Avvertì l’ansia dall’altra parte, un pericolo imminente? Per chi? L’intensità della sua percezione aumentò, finché cessò improvvisamente. Ora era il buio più totale.
D’un tratto apparvero delle stelle. Viaggiava a una velocità impossibile. Si perse. Dove si trovava? Non riconosceva le costellazioni. Al di là dell’Impero?
Vide apparire un pianeta. Riconobbe il mondo che aveva percepito nella prima visione. Lo avvertì diviso, e non comprese cosa significasse. D’un tratto una nave, forse, simile ai Titani terrestri, si staccò dalla superficie. Struttura di luce, si avvicinò a lui, finché sparì, tutta la scena in nulla.
Dopo un tempo incalcolabile si trovò in orbita intorno alla Terra. Dalle sue spalle apparve la nave sconosciuta, carica di odio. Carica di… fame. Bramosia. Si avvicinò alla Terra, protendendo tentacoli luminosi in cui la abbrancò tutta, come un enorme parassita.
Migliaia di urla. Miliardi di urla. La vita che finiva.
Un urlo. Il suo. Si alzò di scatto sul suo letto, madido di sudore. Aveva tutto chiaro davanti agli occhi. Con un tremendo sforzo di volontà si impose di rivedere tutta la scena fino al suo terrorizzante epilogo nella sua mente, per non dimenticarla. Avrebbe facilitato il compito agli altri Mentali.
Si alzò per andare in bagno. Mentre si stava sciacquando con acqua gelida il suo comunicatore personale squillò. Era Meenah. Il suo volto perfettamente riprodotto apparve nel dispositivo olografico, l’ultimo acquisto che Kurush si era potuto permettere col suo modesto stipendio. Aveva un’espressione preoccupata.
– Cosa è successo? – disse istantaneamente.
– Un sogno… Ma aspetta un attimo, come facevi a…
– Non lo so. Mi sono svegliata in preda al panico e l’unico pensiero che avevo in testa eri tu… – la sua espressione si raddolcì. Kurush rimase in silenzio osservandola. Lei se ne accorse.
– Hai ancora sonno?
– A dir la verità no…
– Ti dispiace se vengo a farti compagnia, e mi racconti ciò che hai visto?
Kurush rimase due secondi in silenzio, considerando le possibili implicazioni della proposta.
– Assolutamente no. Ti aspetto.
Pochi minuti dopo la avvertì avvicinarsi al suo appartamento. Aprì la porta per farla entrare.
Si accomodarono sul divano del piccolo ma grazioso salotto, illuminati solo dalle miriadi di luci ferme o sciamanti della città.
Non avevano bisogno di parlare. Ora come non mai sentivano forte il reciproco legame. Erano del tutto fatti l’uno per l’altra, e ancora non riuscivano a credere alla fortuna che avevano avuto nell’incontrarsi. Ma era stata solo fortuna? Kurush condivise con lei la visione e tutte le sue emozioni. Lei si strinse di più a lui, raggomitolandosi contro il suo petto. Una lacrima le scendeva sulla guancia.
Stettero così per un tempo indefinito, quindi con un lunghissimo sospiro Kurush la prese fra le braccia e la sollevò. La adagiò sul suo letto, persi ormai, abbandonati, l’uno nell’ardore dell’altro.
Il giorno seguente raccontò del sogno agli altri Mentali, giunti questa volta nella sua abitazione. Meenah sedeva al suo fianco stringendogli una mano fra le sue. Sarebbe stato impossibile nascondere agli altri i loro sentimenti, che fra l’altro trapelavano fin dall’inizio.
– Impressionante – commentò Helena riguardo alla visione che aveva condiviso con loro.
– Ero a un attimo di distanza dallo stabilire il contatto. Stavo per raggiungerlo quando l’energia è come improvvisamente venuta a mancare. – disse Kurush.
– Non possiamo fare qualcosa per aiutarti? – chiese Meenah.
– Lo stiamo già facendo – puntualizzò Aleb.
– D’altronde non abbiamo idea di cos’altro fare… – aggiunse Herk.
– Un momento… – intervenne Helena – …forse una cosa c’è. Riflettete. Perché proprio Kurush? Lui è un telempatico. Il più esperto fra noi. Sembra quindi che questo sia un elemento chiave. E c’è da dire che queste… visioni… sono iniziate da quando Meenah ha cominciato ad arrivare nella vita di Kurush. Secondo me gli fornisce, inconsciamente, nella natura intrinseca del loro legame, un’energia supplementare, una sorta di sensibilità espansa…
– Teorie… – disse Herk.
– Rimangono tali finché non comprovate da esperimenti. – proseguì Aleb.
– Infatti è un esperimento che sto proponendo. Finora l’iniziativa è stata presa da questi sconosciuti. Sarebbe il caso ci provassimo anche noi. Se unissimo i nostri sforzi, le nostre energie a quelle di Kurush, potremmo ottenere un risultato ben diverso.
Ci fu silenzio per qualche minuto.
– Proviamo. Non abbiamo nulla da perdere. – disse Aleb.
Kurush fu il primo, seguito istantaneamente da Meenah. Quindi uno ad uno si aggiunsero gli altri Mentali, dando forma a un’entità molto più potente della somma delle sue singole parti.
Confondendosi nelle menti degli altri, Kurush serbò un minimo di controllo. Iniziò protendendosi verso… Verso non sapeva dove, ma non aveva importanza. Doveva seguire l’istinto, la traccia che era rimasta in lui. Gli altri lo seguirono e iniziarono ad aggiungere ognuno il suo contributo, spinte mentali che si moltiplicavano come onde, finché la luce apparve.
Lo percepivano nelle loro menti, come se lo stessero osservando. Un essere di luce, costituito per lo più di energia. Sembrava sofferente, debole.
“Finalmente” fu il pensiero che percepirono, nel linguaggio universale della mente.
“Ce l’avete fatta. Appena in tempo…” non capivano di cosa stesse parlando.
Una serie veloce di immagini si susseguì in loro, proiettata dall’essere con cui parlavano.
Un pianeta, Hesh, costituito, come i suoi abitanti, da poca materia e molta energia. Un altro universo, fra gli infiniti che coesistevano – allora era vero. Gli esseri che lo popolavano, Ra’Hesh, miliardi. La loro natura: si evolvevano in funzione dell’energia disponibile. A quanto pareva c’era una
specie di carestia. Pochi Ra’Hesh malvagi avevano sopraffatto i deboli, e cercavano in ogni modo fonti di energia per aumentare il loro potere. I deboli si nascondevano, sempre più legati alla materia ogni momento che passava, mentre i forti davano luogo a progetti oscuri.
“Vogliono nutrirsi di voi” disse la creatura con infinita tristezza “delle vostre menti, dei vostri pensieri, emozioni e sogni” ricordarono la seconda visione di Kurush.
“Siamo stanchi…” il contatto vacillò “difficilmente potremo parlare ancora” poi “preparatevi ora, o sarà troppo tardi” non sembrava essere cosciente della situazione dei Mentali terrestri.
“Se sopravvivrete potrete aiutarci, non così se sarete spazzati via” l’immagine si allontanò “…ricorda Kurush! Il futuro delle due razze… senzienti… Mentali…” messaggio sempre più sconnesso fino al silenzio.
Si separarono, tornando ognuno indipendente dagli altri.
– Cosa significa tutto questo? – esclamò Meenah.
– Da che sistema provengono?
– Un altro universo!
– Come possono giungere qui? E fra quanto?
– Come possiamo affrontarli noi pochi?
– Potrebbe essere… una trappola? Dell’Impero forse?
– Tutto ciò non ha senso.
– Cosa…
Kurush reclamò il silenzio.
– Tutto ciò ci ha sicuramente molto scosso – disse – E’ forse presto ora. Dobbiamo ragionare a freddo sulla questione, e usare tutte le nostre risorse per chiarire la faccenda. Ora propongo di andarcene tutti a dormire – era piuttosto tardi – Nelle prossime giornate credo vedremo l’intera cosa con più chiarezza.
Lentamente gli altri assentirono. Uno ad uno se ne andarono, per strade diverse. Rimase solo Meenah. Kurush la guardò, lei chiuse la porta con un impulso telecinetico.
– Andiamo a dormire… – disse.
Kurush sedeva dinanzi al terminale video, in un bar di periferia. Si collegò al sistema informativo imperiale, usando un profilo utente fittizio. Dal terminale pubblico sarebbe stato praticamente impossibile risalire a lui. La
cautela non era mai troppa.
La banca dati cui ebbe accesso era sterminata. Un numero imponderabile di informazioni giacevano nella grande rete, per la maggior parte nel nucleo iperdenso dei mainframe dell’Impero. Voleva ottenere informazioni sulle razze aliene finora catalogate o incontrate dall’uomo nel corso dei suoi viaggi interplanetari. Cercava i Ra’Hesh. Dovevano appartenere a un altro universo… Ma gli universi erano tanti – teoricamente infiniti – e i punti di contatto fra di essi potevano essere innumerevoli. Virtualmente potevano non essercene affatto. Magari da qualche parte si trovava una razza praticamente tale e quale a quella delle sue visioni. Forse l’attacco sarebbe provenuto da lì.
Ovviamente la parola Ra’Hesh non esisteva all’interno della rete. Di Hesh ce n’erano un paio, ma si riferivano rispettivamente al nome di un cantante e a un nuovo prototipo di motore per mezzi marini.
Kurush non si arrese. Estese la sua ricerca, cominciando dall’ottenere una lista completa dei pianeti abitati, escludendo via via le razze che non gli interessavano. Era un lavoro immane. Esistevano diverse liste, ognuna con alcune differenze dalle altre. E ogni giorno nuovi pianeti abitati o abitabili venivano scoperti nel braccio della Via Lattea e andavano ad aggiungersi all’elenco, lungo ed interminabile stillicidio di nomi numerati.
Kurush sospirò. Iniziò a dubitare di poter ottenere qualcosa in quel modo.
Allora decise di rischiare su argomenti più delicati. Digitò “assimilazione mentale”, e diede il via alla ricerca. Argomenti come questi erano considerati ai limiti della legalità, e tutto ciò che vi aveva attinenza veniva oscurato e messo a tacere dalla fitta ombra e dal possente braccio dell’Impero. Non era semplicemente possibile anche solo discutere di argomenti che esulavano dalla realtà strettamente materiale. Tutto questo era reso chiaro da come l’Impero avesse messo al bando addirittura ogni cosa che suscitasse emozioni nel cuore dell’uomo. Arte, poesia, musica, erano tutte state ricondotte a ferree regolamentazioni che avevano l’ardire di stabilire un controllo raziocinante quanto delirante su queste sempiterne espressioni della natura umana.
Il programma fornì i risultati. Come previsto, non c’era nulla di interessante. C’erano riferimenti e collegamenti a questioni come lo studio dell’apprendimento in umani e animali, o nel ruolo delle sostanze chimiche nei processi sinaptici e neurali.
Ma Kurush poteva ricorrere a qualche risorsa in più. Dopo aver controllato
con un apposito programma fornito da un Mentale esperto di informatica, che il suo collegamento alla rete non fosse sotto controllo e non ulteriormente “ispezionabile”, digitò una parola chiave che lo portò sul suo settore personale, uno spazio on-line fornito dalla clinica dove lavorava. Da lì poté accedere a un’altra sottorete dalla quale poteva sgattaiolare come un topo da un buco nella parete nella vasta e sgangherata rete underground, squallida congerie di residui informativi, decentrato crogiolo di scampoli illegali e attività clandestine.
Il programma che sbarrava l’accesso e faceva da sentinella contro eventuali irruzioni di informatici al soldo dell’impero lo riconobbe. Ritrasse lo sbarramento.
L’approccio alla rete underground era molto diverso, come diversa era la sua natura dalla perfetta, simmetrica, centrale rete Imperiale. Informazioni erano disseminate senza alcun ordine nei posti più impensati, depistando qualunque investigazione e prostrando chi avesse qualcosa da cercare, come in quel momento aveva Kurush.
Selezionò un’area amica. Ne conosceva il curatore. In quel momento era collegato. Del resto lo era per la maggior parte della giornata.
– Salve Nick – il nickname era un voluto gioco di parole.
– Ola ragazzo! Qual buon vento?
– Un soffio, più che un vento…
– Parli sempre per enigmi eh?
– Ancora non hai sentito niente…
– Di cosa hai bisogno? Sai che il mio spazio virtuale è sempre a tua disposizione.
Kurush pensò che in quell’occasione gli avrebbe fatto comodo un’interfaccia per la realtà virtuale. Avrebbe impiegato molto meno della metà del tempo, ma avrebbe richiamato troppo l’attenzione. Un accesso a basse prestazioni come il uso sarebbe passato invece inosservato, a chicchessia.
– Nick, hai mai sentito la parola “Ra’Hesh”?
– No – disse senza esitazioni.
– Mi domandavo se potevo usufruire del tuo aiuto nella ricerca.
– Come no, ma secondo me è fatica sprecata. A proposito, ho un affare da proporti…
– Nick, lo sai, niente attività illegali.
– Ah, accidenti… E va bene, come vuoi tu… Non vuoi neanche sentire di che
si tratta?
– No.
– Su, amico, potrebbe rivelarsi un’occasione ghiotta.
– A meno che non siano un paio di carichi di ostriche di Keral non vedo come possa ingolosirmi… – ironizzò.
– Ah… Se vuoi posso…
– Nick, era una battuta.
– D’accordo, d’accordo… – Nick sospirò. – Allora mettiamoci all’opera. Cos’è che vuoi, di preciso?
Ore dopo Kurush rincasava. Fu con sorpresa che notò l’ordine nel suo appartamento, ma fu con ancora più sorpresa che percepì la presenza di Meenah. I suoi pensieri evaporavano dal bagno fino a lui come una calda e voluttuosa nube profumata. Un richiamo irresistibile.
Dopo diverso tempo, sul letto, le chiese:
– Come hai fatto a entrare?
– Oh, le serrature di questo quartiere sono così semplici… – doveva avere fatto scattare il meccanismo telecineticamente.
– Un giorno ti sbaglierai e fracasserai tutto fin nello stipite… – scherzò lui. Lei rise.
– Com’è andata oggi? Hai trovato qualcosa?
Lui sospirò.
– E’ stata dura, ma qualcosa effettivamente è venuta a galla.
– Davvero?
– Attraverso dei contatti… poco raccomandabili… sono risalito a informazioni di prima mano riguardo a un sistema scoperto solo un paio di anni fa. Un vasto pianeta, relativamente leggero, popolato da alieni composti in parte di materia e in parte di energia pura. Non sono Ra’Hesh, ma è quanto di più simile disponiamo, finora.
– Cos’altro hai scoperto?
– Oh, c’erano una quantità di dettagli. Ci vorranno giorni, forse mesi, anche collaborando con gli altri, affinché potremo estrarne qualcosa di utile. Il problema è accresciuto dal fatto che non sappiamo esattamente neanche cosa cercare.
– Come no? E’ ovvio.
– Cioè? Che intendi dire?
– Dobbiamo cercare il loro punto debole. Così se arrivano davvero abbiamo una speranza di fregarli. O sbaglio?.
Lui sorrise, chiedendosi come avesse fatto a non vedere la cosa così chiaramente. Probabilmente era la stanchezza.
– Non sbagli, mia dolce, non sbagli…

Voragine di un tempo
Incombe sul nostro destino.
Non basteranno soli a dividerci
Non basteranno secoli, o galassie.
Non basterà l’odio
Non basterà il dolore
Non basterà il vuoto,
non basterà neanche l’amore.
Mai avremo fine,
mai terminerà
l’intrecciare fili d’argento
nella trama multicolore del destino.
Non basterà il canto di mondi lontani,
né la fine di mondi vicini.
Non basterà a fermarci,
dividerci.
Non basterà
la morte.
Il tempo era passato in fretta, due anni volati in un soffio. Kurush e Meenah avevano ufficializzato la loro relazione. Non era una cosa comune. Pochi avevano partecipato al ricevimento. I genitori di Kurush già conoscevano la loro nuora, ma non si interessavano molto della vita del figlio. Meenah
invece era orfana. Herk, Aleb e gli altri avevano presenziato, felici di condividere quei momenti ma preoccupati come sempre di poter essere rintracciati dall’Impero a motivo dei rapporti che avevano l’un l’altro.
Ora Kurush sedeva davanti alla scrivania di Herk, nel suo ufficio legale. Dopo aver isolato la stanza, presero a discutere del piano.
– Con Aleb abbiamo discusso a fondo della vostra idea di alterare l’equilibrio logico-emotivo della psicomassa umana. Potrebbe funzionare.
– La nostra è una teoria piuttosto vaga… Non sappiamo se potrà effettivamente funzionare. Per non parlare dei rischi. – rispose Kurush.
In due anni di fervente studio, i Mentali, avvalendosi della collaborazione degli altri sparsi su tutta la Terra, avevano sviluppato una discreta idea e comprensione di ciò che chiamavano “assimilazione mentale”. I Ra’Hesh, supponendo vera ogni parola che avevano ricevuto in avvertimento tempo addietro, avrebbero potuto “cibarsi” dell’energia delle loro menti. Non era comune energia elettrica, troppo debole per qualsiasi impiego esterno. In qualche modo le menti aliene potevano agire sulla struttura di quell’universo come srotolando e sventrando le numerose “dimensioni” (concetto molto arbitrario e discusso di fra gli stessi Mentali) entro le quali avevano luogo quei processi così sfuggenti alla logica scienza umana imperiale e di conseguenza ignorati come fossero inesistenti.
Il risultato di questa assimilazione era una completa annichilazione delle menti delle vittime. Supponevano sarebbero finite in uno stato vegetativo simile al coma, in cui il corpo continuava a funzionare ma la mente era assente, spenta prosciugata.
L’Impero sarebbe stata la vittima ideale per un attacco del genere. La sua totale ignoranza e addirittura odio per la parte della natura umana che non fosse esplicabile secondo un preciso algoritmo o formula matematica lo rendevano totalmente inabile all’impiego di tecniche che potevano essere contrapposte a quelle degli alieni. (Fra l’altro questo aveva permesso all’organizzazione segreta dei Mentali di sopravvivere.)
Quindi non c’era speranza di condurre una battaglia. L’unica scelta che i Mentali vedevano era tendere una trappola, sottilmente elaborata da tutti loro durante quegli anni e in quelli successivi.
La psicomassa umana (la totalità delle menti terrestri) presentava un certo squilibrio verso la logicità, la razionalità, incentrato sul fulcro dell’azione dell’Impero.
L’idea era venuta a Kurush e Meenah mentre discutevano di problemi alimentari. Non si poteva vivere di soli carboidrati, o proteine. Occorreva un dosaggio equilibrato. L’assenza di uno qualsiasi dei fondamentali elementi nutritivi (acqua, carboidrati, proteine, grassi, vitamine) avrebbe alla lunga portato alla malattia e alla morte l’organismo umano, come avveniva tuttora nei paesi sfruttati dall’Impero.
Poteva dirsi lo stesso dell’assimilazione mentale? Forse il confronto era forzato, ma se la situazione esistente riguardante la società e la politica umana interplanetaria fosse stata una reazione alla “spinta di circostanza” rappresentata attraverso le misteriose vie dello spazio e del tempo dalla minaccia Ra’Hesh? Allora dovevano sfruttarla contro di loro. Non c’era altro modo. Erano troppo pochi per opporre direttamente le loro forze al nemico. Avrebbero avuto bisogno di un intera Terra di Mentali come loro. E non l’avevano. Non l’avrebbero avuta. Perlomeno non in tempo.
– Si tratta di favorire l’attuale inclinazione delle menti terrestri (perché a quanto pare la Terra sarà il primo pianeta ad essere attaccato) nella stessa direzione nella quale sono attualmente rivolte.
– Quali saranno i risultati?
– Avremo una popolazione di macchine…?
– Grossomodo, sì.
– Possiamo assumerci questa responsabilità?
– Vai avanti, Kurush. Spiegateci poi cosa potremmo fare.
– Una volta ottenuto il risultato di omologare quasi la totalità della psicomassa, riducendo tutte le menti alla loro metà fredda, dovremo tendere una trappola. Ogni trappola prevede un’esca…
– E l’esca sarebbe…?
– Noi.
– Prego?
– Ciò significa che…
I Mentali si guardarono l’un l’altro dubbiosi e preoccupati. Cercavano di rifiutare l’idea pazzesca nel suo insieme, ma ad ogni istante che passava si convincevano sempre più dell’ineluttabilità del loro destino.
– Immaginate una grande comunione mentale, vasta quanto mai prima d’ora. Probabilmente avremo noie da parte dell’Impero, ma non avrà importanza. L’attacco Ra’Hesh arriverà prima.
– E… quindi?
– La mente aliena non potrà fare a meno, in un deserto arido come una psicomassa così fredda, di avventarsi sull’unico piatto succulento…
– Noi, giusto?
– Esatto. Ma in quel momento dovremo fare in modo di scaricare l’intera biomassa nelle loro “fauci”.
– Ma funzionerà?
– Come potremmo fare una cosa del genere?
– Tu parli di riuscirci, ma ti rendi conto di cosa significa?
– Significa la fine della maggior parte dell’umanità. Annichileremmo miliardi di menti in un solo attimo. Come possiamo osare fare una cosa del genere?
– Sarebbe meglio sacrificare l’intera razza umana fino alla cessazione ultima anche del suo ultimo ricordo?
– Capisco cosa intendi dire, ma come possiamo azzardarci a prendere una decisione come questa?
– E chi dovrebbe prenderla? L’Impero?
– Deve esserci un altro modo.
– Spero tanto che ci sia. Non voglio dovermi trovare davvero a intraprendere un’azione del genere. Ma se non dovessimo avere altra scelta…
– Dobbiamo rifletterci su.
– Dobbiamo trovare un altro modo.
…così ora stava risalendo le vecchie scale impolverate all’interno di quella torre telefonica in disuso. Nell’anno successivo a quegli ultimi avvenimenti avevano sviluppato la tecnologia dei dispositivi omologanti, con annesso circuito di scarica. Erano congegni intricati all’inverosimile, zeppi di matrici cristalline e quantiche. Un qualsiasi tecnico li avrebbe trovati completamente incomprensibili, ignorandone lo scopo.
Una fitta lancinante. Barcollò, appoggiandosi alla parete. Cos’era stato? Helena… Doveva esserle accaduto qualcosa. Il suo grido di allarme risuonava ancora dentro di lui. Controllò la mappa di omologazione mondiale. Era riuscita a piazzare il suo dispositivo, ma forse era stata presa dagli imperiali. Non c’era tempo da perdere.
Si arrampicò in fretta lungo il traliccio, finché la spia gialla sull’omologatore si accese. Ora era in collegamento con la rete mondiale. Doveva solo trovare un posto riparato dove fissarlo.
Fu allora che li sentì. Stavano arrivando da tutte le parti, circondando
l’edificio. Qualcuno doveva averli scoperti, o aver fatto la spia.
Applicò con dell’adesivo il congegno, una compatta scatola grigia, dentro una parete abitata dai ratti.
Raggiunse il tetto. Ora doveva fare di tutto per sfuggire agli imperiali e raggiungere gli altri, raggiungere Meenah, all’isola.
Scese dalla traballante scala antincendio. Arrivato a metà, udì un urlo. Dovevano averlo visto. Una scarica di energia. La ringhiera balzò via di sotto alle sue mani, e si trovò a cadere.
Si schiantò in un mucchio di rifiuti. Il puzzo era nauseabondo, ma aveva attutito la caduta. Voci concitate. Pensieri ostili. Per nulla preoccupati. Inimicizia, pregiudizio. Ci era abituato.
Strisciò sotto l’immondizia, finché non riuscì a guardare fuori, poco prima di rimanere soffocato.
Luci illuminavano gli edifici circostanti. Una pattuglia si aggirava nella torre telefonica. Non avrebbe mai trovato il dispositivo. Sapeva rendersi invisibile a sguardi indiscreti. Kurush chiuse gli occhi e allargò la sua percezione. Contò tutti gli uomini, i loro mezzi e le loro posizioni. Dopo un attimo di riflessione, scattò verso un varco. Era un vicolo stretto e lungo, che sbucava in lontananza sul fondo di una grande arteria di trasporto. Le pareti erano lisce, senza aperture. In lontananza due soldati camminavano verso di lui con i lunghi fucili in pugno.
Iniziò a camminare speditamente, andando loro incontro. Si sincronizzò sulle loro menti, entrando in loro, percependo fino all’ultimo processo dei loro cervelli indottrinati. Respiravano tutti e tre all’unisono. Rallentò.
Accentuò improvvisamente la sua presa sulle due menti mentre usciva lentamente dall’ombra. I due soldati parvero non vederlo. Si avvicinò loro sempre di più, fino a un metro, poi si fece da parte, mentre i due proseguivano convinti di intrappolarlo in un cerchio di ferro. Accelerò di nuovo il passo. Salì su una delle loro moto duecento metri più in là, e si immise a tutta velocità nel traffico, raggiungendo una delle postazioni di fuga predisposte dall’inizio, dove cambiò mezzo di trasporto, lasciando precipitare la moto per centinaia di metri. Ora avrebbe raggiunto l’isola.
L’aeromobile procedeva veloce nel traffico, anonima. Nick aveva provvisto il mezzo di trasporto. La rete underground aveva fornito appoggio totale e incondizionato ai Mentali in cambio dell’immunità agli apparecchi omologanti. Si erano assicurati la salvezza, in questo modo. I Mentali non
erano stati entusiasti dell’accordo, ma era stato l’unico modo per poter realizzare il piano.
Si lasciò alle spalle il caotico traffico della città. Sorvolò il braccio di mare che separava quella che secoli prima era stata la California dal resto del continente. L’isola si trovava poco più a nord.
Fu allora che la sentì. Non era solo. Si irrigidì sulla poltrona, mentre l’aeromobile continuava sulla rotta stabilita. Poco prima che potesse voltarsi udì un rumore, poi un altro, dopodichè una bambina venne a sedersi accanto a lui.
– Mi scusi se mi sono nascosta sulla sua auto. – disse con la sua piccola voce – Avevo paura.
Kurush fissò il candido e innocente volto della bambina. Doveva avere quattro o cinque anni circa. Era impressionante osservare l’espressione dei suoi occhi, di un colore indefinito fra il verde e il blu. Aveva dei lunghi capelli biondi, che la incorniciavano in cento riccioli d’oro.
– Come ti chiami? – chiese Kurush mentre pensava a cosa ne avrebbe fatto ora.
– Non lo so…
– Non lo sai?
– Papà mi chiamava sempre “piccola”.
– E dov’è adesso il tuo papà?
Lei lo fissò dal basso con quegli occhioni. Kurush si sentì salire un groppo in gola mentre diceva:
– Se ne è andato. Non lo vedrò più… – sembrava in procinto di piangere ma il suo tono era fermo.
Kurush non poté impedirsi di dire:
– Non ti preoccupare… piccola… adesso ci sono io. Non avere paura.
Atterrarono sull’isola. Non aveva nome. Era un pezzo di terra abbandonato dalla civiltà. Nel corso degli anni era divenuto rifugio di malati terminali e di delinquenti.
Come scesero dall’aeromobile una piccola folla di malati, avvolti in sudici stracci, si fece loro intorno. Gemevano e urlavano, protendendo verso di loro arti tremolanti. La bambina gli si strinse contro. Kurush si fece riconoscere, ma non ottenendo alcun risultato proiettò nelle loro menti un lieve senso di paura, così che si allontanarono portandosi via i loro lamenti.
– Andiamo – disse. Si avviarono su per la collina, dove alberi rossicci sembravano patire le stesse sofferenze dei loro vicini umani. Sbucati in una radura, videro il teatro abbandonato. Le antiche insegne luminose pendevano inerti, ormai spente, senza neanche più il ricordo della luce. Era un posto squallido e lugubre. La bambina non si staccava un attimo da Kurush.
Giunti a pochi metri dall’ingresso un uomo emerse dalle ombre.
– Salve Nick. E’ tutto pronto?
– Aspettano tutti te. – Poi guardò la bimba – Chi è?
– L’ho trovata nella mia macchina. Non potevo lasciarla sola in città.
Nick annuì, quindi gli fece cenno di entrare.
– Kurush! – Meenah gli corse incontro abbracciandolo.
– Grazie al cielo! Come sono felice di vederti – gli sussurrò all’orecchio, mentre continuava a stringerlo.
Infine, si separarono.
– Non possiamo permetterci di ritardare neanche di un attimo. – disse Herk da una delle logge sopra di loro.
– I soldati imperiali saranno qui fra poco. – disse Aleb.
– Per non parlare dei nostri amici lassù – ironizzò Herk. Ora tutti, anche chi non possedeva alcuna dote telepatica o empatica, potevano avvertire con chiarezza la cupa vibrazione, il rombo appena al di sotto della soglia di udibilità che annunciava l’approssimarsi della nave Ra’Hesh. La grande mente fusa in un unico ammasso di pensieri alieni gravava sopra di loro a pochi istanti di distanza dal loro universo.
– E tu, piccola – disse Meenah, scorgendo ora per la prima volta la bimba che stringeva convulsamente la gamba di Kurush – da dove salti fuori? Come sei carina… Vieni con me, vuoi? Ti porto in un posto tranquillo.
La bambina in qualche modo avvertì di potersi fidare di quella giovane donna. Protese le piccole mani per farsi prendere in braccio.
– La porto nel deposito costumi – disse a Kurush – almeno lì ci sarà una certa tranquillità. – lui annuì. Sparirono entrambe in una botola nel palcoscenico.
Kurush si sedette nel posto che gli era assegnato. Un centinaio di Mentali erano radunati in quel posto per portare a compimento l’ultima parte del loro folle piano per salvare l’umanità.
Sospirò, mentre milioni di pensieri diversi lottavano dentro di lui,
confondendolo.
– Non ho un buon presentimento – disse sottovoce, per non turbare ulteriormente lo stato d’animo degli altri.
Meenah accese la luce nell’angusto corridoio. Scese due piani di scale, sempre portando in braccio la bimba, poi imboccò un corridoio laterale da poco rimesso a nuovo. Entrò in una porta e accese la luce.
Erano in un vasto stanzone. Centinaia di costumi ormai sepolti da uno spesso strato di polvere erano accatastati ai lati, su alti scaffali. In un angolo erano ammucchiati, in una alta catasta, tanti pupazzi di pezza. Meenah chiuse gli occhi per un istante, quindi i pupazzi parvero animarsi, andando a volteggiare nell’aria. Fece loro espellere lo strato di polvere che trattenevano, poi li fece ridiscendere intorno a loro due.
Posò la bambina a terra.
– Ascolta piccola, te la senti di rimanere qui? Loro ti terranno compagnia.
La bimba si guardò intorno con aria triste e preoccupata. Poi parve prendere una decisione.
– Va bene…
– Perché non cerchi di dormire? Sembri stanca… – Meenah avvertì la stessa stretta al cuore che aveva avvertito suo marito.
– Si… – la bimba prese un orsacchiotto logoro – …però lasci la luce accesa per favore?
– Certo! Però non spaventarti se dovesse andare via, d’accordo? Succede spesso, però poi ritorna subito. – le sorrise. Il desiderio di stringerla fra le braccia e tenerla con sé era quasi troppo forte da sopportare. – Ora dormi… – ripeté.
La bimba si accoccolò per terra, appoggiando la testa sulla gamba di un panda gigante, stringendosi all’orsacchiotto.
Nessuno poté udirla sognare di non essere più abbandonata.
Ognuno era pronto al suo posto. Tutti i presenti avrebbero dato luogo a un’enorme comunione mentale, come mai era stata vista prima. Gli unici a rimanerne fuori sarebbero stati Herk e Aleb, che dovevano occuparsi di persona dell’attivazione degli apparecchi omologanti e di proteggere gli altri Mentali in caso di attacchi da parte dell’esercito.
Kurush avrebbe guidato la grande mente comune incontro ai Ra’Hesh.
Quando gli alieni l’avrebbero aggrediti, Herk e Aleb avrebbero riversato l’intero potenziale della psicomassa contro di loro. Avevano la speranza, dalla loro. Doveva funzionare.
La vibrazione cresceva ancora d’intensità, sempre più, mentre Kurush iniziava la procedura. Tutti i Mentali si abbandonarono nelle sue mani, dando vita a una congerie di pensieri e energia umani che i Ra’Hesh non avrebbero potuto fare a meno di notare.
Un urlo, un boato… Non c’erano parole per definirlo, perché in realtà non era neanche un suono. Un sensazione di dolore attraverso i loro corpi, mentre il Titano Ra’Hesh veniva all’esistenza in quell’universo. La sua presenza gettò immediatamente un’ombra di irrealtà sul pianeta sottostante. In quell’istante gli omologatori entrarono in funzione. La rete che formavano intorno alla Terra si attivò, entrando simultaneamente in contatto con ogni mente presente entro il suo raggio d’azione, sia umana che animale. La complessa serie di segnali che emettevano presto ebbe ragione delle menti inermi. Gli uomini non si accorsero di nulla, mentre venivano ridotti a poco più che freddi automi calcolatori.
Per contrasto, la mente comune guidata da Kurush e Meenah brillava come una stella solitaria in un cielo notturno. E Kurush era lì.
Si sollevò, allontanandosi da quel triste luogo, innalzandosi nel cielo. Scintillante forma senza dimensione, incredibile concentrato di energia, pensieri ed emozioni. Oltre l’atmosfera il Titano alieno galleggiava nel nulla, quasi invisibile agli occhi fisici, solo strali di luce e misteriosi aloni, che si rivelavano una possente creatura affamata, bramosa di divorare tutta la vita che avesse incontrato. Udirono il suo urlo senza suono propagarsi tutt’intorno a loro, fin dentro di loro, producendo un infinito terrore. Kurush rafforzò la stretta, mantenendo insieme la mente comune.
Si stava avvicinando. Gli alieni cambiavano posizione, mutando la configurazione del loro Titano formato dalle loro menti continuamente, arrivando a sfiorare la piccola mente comune umana. La fame era qualcosa che trascendeva la loro comprensione. Era come l’eco di un urlo riportato da abissi senza tempo al di là di un buco nero di odio.
Dei tentacoli si protesero verso di loro. Il loro tocco fu insopportabile, come lava e ghiaccio allo stesso tempo, smembrava lentamente il tessuto della mente comune.
Kurush trattenne l’urlo, mentre l’attacco definito giungeva più repentino di
qualsiasi raggio di luce.
In quell’istante Herk attivò i circuiti di scarica.
L’energia di ogni mente presente sulla faccia del pianeta fu risucchiata verso gli omologatori, che a loro volta la rimandarono condensata ai fulcri sparsi in posizione strategica in tutto il globo, che avevano il compito di convogliare l’immane flusso energetico verso la sede della mente comune, che avrebbe fatto da canale verso i Ra’Hesh.
Kurush, immerso nel dolore mentre migliaia di fuochi gli divoravano la carne e lo spirito, riuscì a percepirlo: il gelido flusso strappato alla psicomassa si dirigeva verso di loro a velocità impressionante, travolgendo ogni pensiero come un fiume in piena travolge un ramoscello. Quell’enorme massa indistinta si scagliò su verso di loro, attraverso di loro, rischiando di travolgerli insieme agli altri, fin dentro la mente Ra’Hesh.
Un urlo senza fine, senza tempo, riempì l’universo. La struttura spazio-temporale dell’intero sistema solare rischiò di vacillare e di smembrarsi sotto l’urto di quelle energie contrastanti.
Il Titano si ritrasse, liberando la mente comune umana dalla sua presa mortale e cercando di arginare il tremendo flusso mentale dell’intera Terra.
Il flusso della psicomassa rischiava di disperdersi, senza che qualcuno lo contenesse dirigendolo contro i Ra’Hesh.
L’urlo continuava senza soste, mentre scariche di energia si disperdevano nello spazio circostante, quando Kurush passò, imprevedibilmente, il controllo a Meenah.
Lei estese i suoi sensi dinamici, potenziati dalla mente comune, intorno a sé, a contenere tutta quella tremenda energia. Era uno sforzo tremendo, sovrumano. Meenah urlava di dolore mentre ogni fibra del suo essere e buona parte di quelle di Kurush erano tese nell’intento. I Ra’Hesh rinnovarono il loro urlo.
Fu un attimo, meno di un’unità minima di tempo, in bilico sull’eventualità che una delle due forze sopraffacesse l’altra: il Titano alieno fronteggiava l’onda terrestre guidata da quella piccola mente comune, insignificante, come un surfista invisibile impazzito.
E fu allora che Kurush vide:
Un’altra visione. Di nuovo il mondo di Hesh. Di nuovo l’essere con cui aveva parlato. Questi era immobile davanti a lui, mentre la sua energia stava per spegnersi. Protese una mano di luce azzurra e gialla verso la sua, e
vi rilasciò dentro dei piccoli cristalli. Non parlava, non trovava la forza per farlo. Con un ultimo pensiero proiettò nella mente di Kurush un’immagine incomprensibile, un impulso che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, mentre vedeva la Terra e Hesh legati insieme dal tempo e dallo spazio nello stesso destino, riecheggiante di misteriose e forti correnti che avevano iniziato a scorrere da lui e Meenah.
Meenah.
Meenah?
Nell’attimo dopo, tutto finiva. Il Titano alieno veniva spazzato via, smembrato dal flusso energetico come un grosso apparecchio in cortocircuito, mentre sconnessi pensieri lo attraversavano per l’ultima volta e migliaia di Ra’Hesh sparivano per sempre risucchiati dal loro stesso odio.
Poco rimaneva della mente comune umana. Meenah… Dov’era? La sua mente era debolissima, lontana, come un lapillo in procinto di spegnersi. La mente comune gradatamente si sciolse. Kurush corse ad abbracciare sua moglie, abbandonata su una poltrona accanto alla sua. Respirava appena.
Le loro menti non furono mai vicine come in quell’attimo. E il loro cuore sarebbe rimasto uno per sempre.
Sai che non ti lascerò mai – piangevano i pensieri di Meenah direttamente nella mente di Kurush.
E in quel momento non c’era nulla da dire, se non aprire di nuovo la sua mente intorno a quella di lei, esponendo vive tutte le sue ferite e cercando di catturare la sua essenza. Se ne stava lentamente andando, scivolandogli come sabbia rilucente di diamanti fra le dita.
Non dimenticare… la visione… – gli disse.
Ti amo, Kurush. Questo non può mai cambiare, mai.
Poi il nulla.
Si svegliò tramortito. Non riusciva a mettere a fuoco. Gli ardeva la gola. Aveva male ovunque, nel corpo e nello spirito.
La prima cosa che vide furono gli occhi verdi della bambina che lo guardavano attenti e che si illuminarono di gioia quando diede segno di riconoscerla. Lo abbracciò. Kurush non si sentiva ancora in grado di parlare. Dopo un certo tempo Herk entrò nella sua stanza.
– Finalmente sei tornato… Tieni – gli porse da bere, infilandogli una cannuccia fra le labbra. – Abbiamo perso il contatto con te. Non riuscivamo
a capire dove fossi finito. La tua mente era assente. Pensavamo di averti perso. – indicò la bambina – Lei è rimasta a vegliarti per tutto questo tempo.
– Ha solo te al mondo – questo pensiero lo attraversò. Herk parve udirlo. E anche la bambina, che lo abbracciò di nuovo.
– Ora riposa – gli disse Herk. Fra qualche giorno potrai alzarti. Sei uno degli eroi ora, anche se non c’è folla ad acclamarti. Il piano è riuscito. La Terra è salva. – Kurush pensò che avrebbe dovuto almeno provare ad abbozzare un vago sorriso, ma non ci riuscì. D’altronde Herk non sembrava aspettarselo. Uscì salutando brevemente.
Come posso vivere? – era l’unico pensiero che aveva.
– Non mi lascerai anche tu vero? – gli disse la bambina. La guardò. Poi cadde di nuovo addormentato.
Qualche giorno dopo fu in grado di alzarsi. Non riusciva più a tollerare la luce del sole o quella artificiale troppo vivida. Si fece dare un paio di occhiali da sole molto scuri, che coprivano anche le occhiaie e gli occhi arrossati. Si trovava in uno dei migliori ospedali della città, città che ora era praticamente deserta. Diversi Mentali che avevano preso parte alla sua mente comune erano periti, bruciati dall’ultimo sforzo di Meenah. Guardò il cielo che volgeva al tramonto.
– Proprio questo dovevo soffrire, di aver perso l’unica parte di me stesso che amassi davvero.
– Lei è qui – disse la bambina, facendolo trasalire. Non l’aveva notata.
– Che cosa? – le chiese.
– Lo sento. E’ come se la portassi come una collana, come un gioiello. Un cristallo prezioso, nel tuo cuore.
Non si chiese come una bambina così piccola potesse dire certe cose. Ma la sua frase gli fece rammentare improvvisamente l’ultima visione.
– I cristalli! – disse fra sé.
– Vuoi dire questi? – la bambina trasse tre piccole pietre azzurro-verdi, aguzze e di varia dimensione dalle tasche. – Li avevi con te e li stringevi. – glieli porse.
Li avvicinò agli occhi, togliendosi gli occhiali per vederli bene. Le molte facce riflettevano parti diverse della stessa realtà. Quando li rigirava fra le mani percepiva come dei flash, dei lampi in cui compresse si susseguivano
immagini troppo veloci per poterle distinguere.
Il profumo di Meenah…
Strinse le pietre fra le mani fino a tagliarsi. Il sangue sgocciolò sulla superficie dei cristalli senza macchiarli, andando poi a cadere per terra, in piccoli puntini rossi.
– Il bilancio delle vittime è catastrofico – disse Aleb.
– Tutti questi cadaveri rappresentano un grosso rischio per l’igiene. Non disponiamo di risorse sufficienti per bonificare la città. – disse Herk.
– Le campagne… – mormorò Kurush, pensando alle sterminate colture al di fuori delle città – …tornate alle campagne.
– C’è un’enorme mole di lavoro da organizzare e da svolgere – incalzò Aleb. – Dobbiamo formare una nuova società. Dobbiamo ripartire quasi da zero. Non c’è più nessuno a fornire i servizi. I sistemi automatici presto inizieranno ad aver bisogno di manutenzione, e…
– E le colonie? – chiese Kurush.
– Le colonie dipendevano totalmente dalla Terra. Non c’è molto che possiamo fare, per loro.
– Che cosa? Vuoi dire che dovremo abbandonarle a loro stesse?
– Non possiamo fare diversamente.
– Che ne sarà della civiltà? – disse Herk, quasi pensando fra sé.
Kurush fissava le stelle. Quante persone lassù avrebbero iniziato fra poco tempo a chiedersi come mai non arrivasse nessuna notizia dalla Terra. Perché non arrivassero rifornimenti. Avrebbero dovuto trovare il modo di divenire autosufficienti. E Kurush sapeva che ci sarebbero state molte sofferenze, per questo. Molte morti.
Gli tornarono alla mente le ultime parole del Ra’Hesh: il futuro delle due razze… Umani e Ra’Hesh. Era una proposta di pace? Come poteva essere possibile? Poi guardò i cristalli. Loro erano lì. Come poteva essere possibile? Tornò a osservare le stelle sopra di sé, e come molti altri prima e dopo di lui iniziò a sentire il sottile richiamo delle stelle.
– Dove vai? – gli chiese la bambina quando lo vide rientrare.
– Che cosa…?
– Stai andando via non è così?
– No, io…
Una sensazione di calore lo investì. Come se una luce avesse pulsato per un attimo nella sua mente. Non aveva più aperto la sua mente, a nessuno. Dubitava di poterlo fare di nuovo. Ma quella sensazione lo sorprese. Osservò la bambina con occhi diversi.
– Vieni con me. – le disse.
La condusse da Herk e Aleb.
– Guardatela… Voglio dire, la sua mente… Esaminatela.
– Kurush, non siamo esperti in queste cose. Piuttosto tu… – provò a dire Herk. Kurush tacque, osservando un punto lontano in basso dinanzi a sé.
– Vieni qua, piccola – sospirò Herk. – Rilassati. Tranquilla. – la bimba annuì.
Dopo qualche minuto di silenzio Herk e Aleb si scambiarono un’occhiata significativa. Herk si rivolse alla bambina.
– Vorresti aspettare nel tuo alloggio, cara? – lei annuì e si dileguò.
– Kurush, è sorprendente.
– No, direi che è quasi impossibile… – disse Aleb.
– Quella giovanissima mente ha un potenziale telempatico assurdo! Molte volte maggiore del tuo, Kurush. Alla sua età! E’ veramente… impossibile!
Kurush annuì. Da qualche parte, se l’era sempre immaginato.
– Come hai detto che si chiama?
– Non lo so.
– Non gliel’hai chiesto?
– Si…
– E?
– Non ha un nome.
– Come non ha un nome? Beh, non è poi così importante… – Herk fece una pausa – ascolta, Kurush, abbiamo pensato sarebbe bene se tu istruissi la piccola…
– So dove volete andare a parare. Non credo che funzionerà, ma farò del mio meglio perché sviluppi il suo pieno potenziale. So che i resti dell’Impero Interplanetario hanno ora bisogno di persone come lei, come noi… – sul noi gli si arrochì la voce, e chinò il capo.
– Non gettare la spugna, Kurush. – lo esortò Aleb – non precluderti ora la possibilità di riaprire la tua mente, un giorno.
– Tu non sai di cosa parli… – disse Kurush quasi sottovoce – Non hai idea di
cosa significhi. Non l’avete mai avuta… – terminò con rammarico, voltando loro le spalle. Si fermò sull’uscio.
– Intendo partire domani stesso. Porterò la piccola con me. Non so se ci rivedremo, amici miei.
I due assentirono gravemente. Era un addio.
– Prendi una delle ultime navi Imperiali. Possono viaggiare a velocità iperluce. Non avrai bisogno di trascorrere tediosi anni su un Titano.
– Lo farò.
Sparì silenziosamente fra le ombre della sera.
– Grazie Kurush. – disse la bambina.
– Di cosa?
– Di non avermi abbandonato anche tu. – lo abbracciò un’altra volta. Sedevano nella cabina di pilotaggio della veloce nave imperiale.
– Ho bisogno di te. – gli disse. Lui la guardò. Non poteva negarlo. Aveva davvero bisogno di lui. E cominciava a capire che forse lui ne aveva altrettanto di lei.
– Dove andiamo?
– Nelle colonie.
– Davvero? Che bello! Ho sempre sognato di vederle.
– Le vedrai molto presto.
– Qual è lo scopo del viaggio?
Gli scopi erano molti, fra quelli dichiarati e non, fra quelli percepiti consciamente e non.
– Scoprire?… Aiutare? Imparare?… Insegnare? – fece lui mentre preparava la nave alla partenza.
– Amare…
– Dimenticare?…
Decollarono. Kurush notò con la coda dell’occhio uno schermo pubblicitario ancora attivo. Sembrò essere un segno del destino.
“Colonizza Noi-Hert” diceva “Terre libere e clima temperato” poi “Spazio per tutti” e “Inizia la tua nuova vita su Noi-Hert” un paesaggio idilliaco sullo sfondo. Pubblicità.
– Allora? Dove andiamo? Punta Rosa? Calibrium? Ashley? – erano tutti nomi di colonie famose.
– No. Noi-Hert.
– Mai sentita. Sicuro?
– Sì.
Qualcosa dentro di lui lo spingeva in quella direzione. Non sapeva dire di cosa si trattasse, ma sapeva che doveva andarci. Strinse fra le mani i cristalli, mentre un progetto iniziava a prendere forma nella sua mente.
Guardò la bambina, e disse, solo con una punta di imbarazzo:
– Vuoi essere mia figlia?
Lei si girò di scatto, fissandolo con i suoi meravigliosi occhi spalancati. Non rispose. Dopo qualche istante, si gettò al collo di Kurush, piangendo per la prima volta da quando l’aveva conosciuta. La tenne stretta finché si rilassò, finché anche lui ebbe smesso di piangere.
Di gratitudine.
La proiezione cessava così.
Thorium, Alis, Shin, Shad e Iliar si guardarono l’un l’altro. Avevano recepito così tante informazioni tutte in una volta, e non avevano nemmeno il tempo di elaborarle.
La vibrazione si sentiva benissimo. Il cupo rombo che annunciava l’arrivo – il ritorno – dei Ra’Hesh scendeva fin nelle viscere del pianeta, fino a loro.
– Non c’è più tempo. – disse Shad. – Alis, prendi tu il comando strategico. Ho già avvertito il sindaco. Rimarrai nella stanza del terminale di accesso secondario, sotto la torre.
– Thorium – disse Shin – preparati alla battaglia. Le truppe avranno bisogno del tuo aiuto. Fai buon uso dell’arma. Ora, per piacere, state tutti indietro.
Le gemelle si avvicinarono l’una all’altra, guardandosi fisso negli occhi, senza distinguere più sé stessa dall’altra. Gradatamente il loro pensieri divennero uno solo, finché i loro corpi smisero di avere significato.
La luce, abbacinante come una stella, investì gli altri tre. Uno sfarfallio d’ombre e le gemelle erano sparite.
– Sono in fusione… – disse Alis trasognata. Poi si riprese. – Presto! Thorium, dobbiamo fare più in fretta possibile! Iliar, tu resta con me!
– Io resta.
Tornarono a precipizio all’ascensore. La salita sembrò interminabile, divorati com’erano dall’ansia. Il rombo di tuono era sempre più possente e profondo. Era perfettamente identico a quello che avevano sentito nella proiezione lasciata lì da Kurush.
Thorium assunse un’aria distaccata. I suoi occhi erano lontani. Schizzò via per la lunga scalinata a spirale come un uccello notturno, mentre Alis si collegava al sistema del Proiettore. I suoi pensieri avrebbero coordinato direttamente l’esercito difensore. Già avvertiva i barbari avvicinarsi con le loro scomposte orde e con i loro Ka’Rast da est. Iliar si rannicchiò in un angolo, tremando.