Correva nella sabbia, linea di polvere sul piatto del deserto. Il vento e la sabbia gli arrossavano il volto.
Viaggiava prevalentemente di notte. Aveva lasciato la sua sofisticata moto alla Rocca, e adesso cavalcava un tipo di mezzo comune fra i barbari. Dopo due settimane le vibrazioni e il rumore, per non parlare della fame e della sete, lo stavano sfinendo.
Era quasi l’alba, e a quella luce scorse dritto davanti a sé dei modesti rilievi verdeggianti. Dietro quelle colline c’era una vasta depressione, il territorio delle orde, che ospitava una foresta di tipo pluviale, intorno a un vasto fiume. Più oltre ancora c’era un’alta catena montuosa. Non si sapeva bene cosa ci fosse aldilà, data l’inaccessibilità di quella parte del pianeta
Il sole spuntò proprio dalle colline, sfiorando il deserto con raggi ancora freddi. Ma non sarebbe durata per molto. Thorium arrestò la moto e, sudando copiosamente, montò la tenda orizzontale sotto la quale avrebbe dormito, al riparo dai raggi solari.
Si lasciò cadere sotto al suo riparo, e cadde addormentato in pochi istanti mentre la temperatura saliva sempre più.
Si svegliò quando sognò Alis.
Si trasse faticosamente a sedere. Mancava qualche ora al tramonto. Si fregò gli occhi, quindi si alzò lentamente.
Rimase per circa un’ora in contemplazione, come gli aveva insegnato la madre, cercando di estendere la propria mente, divenendo consapevole di ciò che lo circondava, sempre più lontano.
Era un esercizio che gli era rimasto sempre difficile. Non aveva mai neppure lontanamente ottenuto i risultati che invece le sue sorelle avevano subito raggiunto con facilità, con istinto innato.
Ritrasse in sé la sua mente e si dispose a ripartire, consumando prima un piccolo pasto e un’altra razione d’acqua. Il grosso bagaglio che si era portato dietro si era vistosamente rimpicciolito.
– Coraggio Thor, manca poco… – disse a sé stesso. Ma era solo la sua voce?
Saltò sulla vecchia moto e avviò il motore. A quel rumore indesiderabile sfogò la sua frustrazione dando un gran calcio all’enorme marmitta destra. Forse fu solo la sua immaginazione, ma ebbe la sensazione che il frastuono
si attenuasse un poco.
Alla fine della nottata era giunto in prossimità delle colline. Aveva già iniziato ad incontrare sporadicamente qualche traccia di vegetazione.
Poco sulla sinistra, su una collina leggermente più alta delle altre, scorse una debole luce. Fermò la moto e osservando col binocolo individuò quello che sembrava un villaggio di contadini. Decise di raggiungerlo e di trovare lì un posto dove dormire.
Dopo ore di viaggio sotto il sole cocente giunse al villaggio. Lungo la strada incontrò contadini che lo osservavano con sospetto e timore, mentre portavano per magri pascoli le loro greggi. Donne che raccoglievano cibo si giravano a guardarlo con ostilità e paura negli occhi. Il silenzio regnava nell’aria. Neanche i bambini facevano troppa confusione, e appena lo videro arrivare corsero a nascondersi in casa.
– Che accoglienza… – disse Thorium fra sé.
Fermò la moto presso lo spiazzo centrale del villaggio, dov’era il pozzo. Immerse il secchio e si sciacquò la faccia, poi bevve abbondantemente. Quando scostò il secchio dal viso trasalì: mezzo metro dinanzi a lui era apparsa una donna che lo stava fissando.
– Cosa vuoi? – chiese con un forte accento, ringhiando quasi le parole fra i denti. – Cosa c’è, hai perso la lingua? – lo incalzò lei vedendo la sua sorpresa.
– Io… Io vengo dal deserto… Cerco un posto dove riposare… – furono le prime parole che gli vennero.
– Riposare! – lo guardò sprezzantemente la donna, sputando a terra. – Fra quanto arrivano?
– Chi arriva?… – Thorium non capiva.
– Maledizione, tutti così, siete proprio incorreggibili, eh? Ci prendete per idioti?
– Io non capisco…
– Capiresti questo? – strillò lei estraendo una lama ricurva arrugginita dalla veste.
– Cosa… – dietro di lui nel frattempo erano strisciati cinque uomini, chi armato di forcone, chi di piccone, un altro una spada arrugginita, un altro un grosso maglio.
– Ehi! Un momento! – alzò le mani, ma quelli non sembrarono prendere in considerazione l’idea di ascoltarlo.
Vide il primo colpo arrivare. Schivò il grosso maglio con una torsione del busto. L’arma andò a colpire le pietre del pozzo facendo schizzare affilate schegge. Poi si piegò mentre la donna cercava di artigliarlo con quella specie di piccola falce. Rotolò in avanti poi si dispose dinanzi a loro. Le forze non l’avevano abbandonato.
– Non voglio fare male a nessuno! Vedete, sono disarmato! – mentì.
– Noi invece no! – urlò l’uomo con il piccone, e si slanciò contro di lui. Thorium si scansò all’ultimo, gli strappò l’attrezzo e lo mandò a rotolare nella polvere. Poi gettò il piccone a terra.
– Basta – disse.
Per niente scoraggiati gli altri ripartirono all’attacco, tutti insieme. Thorium spiccò un salto all’indietro, atterrando con un piede solo sulla trave in legno di una specie di veranda. Uno dei suoi assalitori corse sul retro di un’abitazione. Riapparve poco dopo portando una specie di balestra.
– Ora lo infilzo per bene… – sghignazzò mentre caricava l’arma con uno strano contenitore rettangolare. L’arma emise un ronzio poi iniziò a sparare una freccia dopo l’altra. Thorium si rese conto del pericolo e iniziò a saltare rimanendo in equilibrio sulle travi di legno. Vedeva le frecce muoverglisi intorno pericolosamente vicino. Continuò a roteare con grazia finché una trave troppo sottile si spezzò e lui cadde su un mucchio di paglia, in mezzo a delle galline.
– Prendiamolo! – urlò la donna, poi un’altra voce soverchiò le altre.
– Fermi! Cosa fate? – l’esclamazione fu seguita dal silenzio. Thorium rimase in ascolto. Dei passi, accompagnati da un bastone, venivano verso di lui.
Dinanzi a lui comparve un vecchio dalla pelle scura e grinzosa, con un lungo bastone al quale si appoggiava per camminare, vestito di un manto rosso. Questi osservò il nuovo venuto per lunghi istanti, quindi disse:
– Perché sei fra noi, straniero?
Thorium lo guardò dal basso verso l’alto.
– Sono solo di passaggio. Intendevo chiedere la vostra ospitalità per un giorno, ma vedo che gli stranieri non sono bene accetti qui… – e diede un’occhiata obliqua i suoi assalitori di prima.
– Non gli stranieri – lo corresse il vecchio battendo il suo bastone a terra
– ma i barbari, quelli no! – indicò la moto ferma presso il pozzo.
– Ho forse l’aspetto di un barbaro?
Il vecchio prese un piccolo specchietto da una tasca e glielo porse. Thorium si alzò in piedi e si guardò: la barba incolta, i capelli lunghi e sporchi, la pelle del viso rossa e screpolata…
Il vecchio dovette scorgere l’espressione costernata del nuovo arrivato, poiché iniziò a ridere, dapprima solo sogghignando, poi sempre più forte fino a piegarsi appoggiandosi al suo bastone. Thorium rimase stupito a guardarlo, finché si ricompose.
– Tu non sei uno di loro… mi avresti già strozzato… – e riprese a ridere.
Sedeva su una stuoia, all’interno della casa di quel vecchio. Era poco più di una capanna, con pareti di pietre e fango e tetto di paglia, sostenuto da un impalcatura di legno di dubbia efficienza.
Gli fu data una bacinella con dell’acqua, e un piatto con un pezzo di formaggio ed erbe.
– Vieni dall’ovest? – chiese il vecchio mentre Thorium si rifocillava. Thorium lo guardò mentre masticava. Sembrava ansioso di sapere. Pensò che doveva saperne ben poco.
– Sì… – si mantenne sul vago – sono in viaggio…
– Questo lo vedo – ribatté il vecchio con ironico disappunto. – E dov’è che vai, di un po’…
Thorium lo fissò, poi proseguì sul tono di prima, con noncuranza:
– Ad est… Al di là delle colline e delle montagne…
A quelle parole il vecchio sbuffò e si alzò in piedi. Lo guardò dall’alto:
– Tu stai andando a Raransie…
– Eh?
– Raransie, voi stranieri dite barbari.
Thorium lo guardò senza dire niente.
– Lo so lo so… Sono ancora abbastanza sveglio, sai giovanotto… – si batté una mano sulla tempia – Immagino nessuno debba saperlo. – aggiunse poi.
Thorium rimase in silenzio. Il vecchio si allontanò e si accostò alla finestra. La luce gli illuminò direttamente il volto, rivelando nei dettagli tutta la rete di rughe e pieghe della sua pelle.
– Loro vengono qui. Vengono sempre… – iniziò a dire con voce amara
– non ci uccidono, no. Noi siamo loro schiavi. Passano nella loro polvere e prendono ciò che vogliono, giovani, donne, bambini, cibo, tutto…
Si passò una mano sugli occhi.
– Siamo prigionieri di questa terra. Questo, e altri villaggi disseminati tutt’intorno a Raransie… tutti schiavi! – tornò a sedersi davanti a Thorium, accostò il volto al suo.
– Da una parte loro, dall’altra il deserto! Dove andare? Dove?
Thorium abbassò lo sguardo.
– Ecco! Vedi? Non c’è soluzione!
– Ora capisco il motivo dell’accoglienza di prima… – disse Thorium.
– Ah, sì… Noi non siamo tanto forti, e loro sono tanti… Ma se uno ci capita fra le mani! Ah! E loro lo sanno… Mai vengono qui da soli…
– Ecco perché mi hai riconosciuto…
Il vecchio annuì. Poi lo fissò con i suoi occhi saggi e vagamente stralunati.
– Tu sei diverso. Non ho mai visto degli occhi così… – chiuse gli occhi ed inspirò lentamente. Thorium si chiese cosa significasse.
– Possa il tuo viaggio portare del bene, straniero dell’ovest…
C’era una strada sterrata che scendeva verso la foresta, dall’altra parte della collina. Thorium la discese fino a giungere nella pianura. Era uno spettacolo imponente: dinanzi a lui, ovunque guardasse si stendeva un immenso tappeto di alberi, fittissimo, per chilometri e chilometri, finché all’orizzonte scorgeva le lontane cime innevate dei monti. Stormi di uccelli diversi volavano al di sopra del manto verde. Mentre avanzava in quella distesa la vegetazione si faceva sempre più fitta intorno a lui. Alla fine si ritrovò a percorrere una strada di terra chiusa ai fianchi da un’impenetrabile boscaglia.
Rifletté su quello che gli aveva detto il vecchio. Quei villaggi sull’anello delle colline, costretti a coltivare della terra poco fertile ai margini del deserto, al servizio delle orde… Thorium era profondamente indignato. I barbari tenevano tutta la terra migliore, quel paradiso tropicale per sé, dove in ogni angolo, ogni albero era abbondanza e non la sfruttavano minimamente.
– Sono un’infezione… – pensò Thorium.
Ad un certo punto si ritrovò davanti un ponte di legno che oltrepassava un fiume che scorreva lento fra la vegetazione. Al di là la strada rimpiccioliva,
quasi inghiottita dalla foresta. Si chiese se quel passaggio fosse abbastanza resistente da reggere il peso della grande moto.
A pelo dell’acqua si muovevano strani animali, sembravano coccodrilli.
Accelerò e attraversò il ponte traballante spaventando una moltitudine di pesci. Giunse dall’altra parte, e imboccò il sentiero oscuro. Lo percorse tutto fino a giungere in una radura. Lì fermò la moto, per riposarsi un poco. Spento il rumoroso motore sentì per la prima volta la miriade di suoni che permeavano l’aria di quella foresta. Uccelli che fischiavano e stormivano ovunque, versi di insetti dall’intensità sorprendente.
Improvvisamente ebbe una strana sensazione. Si voltò di scatto verso la parete di alberi, ma non c’era nulla di strano. Osservò con attenzione, ma era impossibile riuscire a scorgere qualcosa in mezzo a quel fitto e oscuro fogliame. D’un tratto i rumori della foresta scemarono d’intensità, fino a cessare.
– Qui c’è qualcosa che non va… – disse fra sé.
All’improvviso qualcosa uscì proprio dagli alberi che lui stava osservando, e emise un ruggito terrificante. Nell’istante in cui si fermò a studiare la preda, Thorium poté vedere che era una specie di tigre… Doveva essere una varietà locale di sgozzabuoi, solo molto più grande… I suo denti acuminati erano uno spettacolo terrificante nella loro natura aliena, completamente sporchi di sangue. Quando ruggì le vibrazioni raggiunsero Thorium dal terreno.
– Qui bisogna fare qualcosa… – nell’istante in cui la belva cominciava a correre verso di lui Thorium con un solo movimento, in un attimo di concentrazione, estrasse le spade da dietro la schiena e con due balzi si portò al riparo fra i rami di un albero. Furono movimenti troppo veloci per l’occhio della bestia, la quale rimase momentaneamente disorientata. Rimase un istante ringhiando al centro della radura, poi ritrovò l’odore della preda e cominciò ad avvicinarsi verso l’albero dov’era nascosto.
– Devo confonderti – Thorium iniziò a saltare da un albero a un altro, poi a terra, un piede sul tronco, slancio, guadagna la cima di un albero, ripeti, cambia direzione. Il potere della sua mente si fondeva e si diluiva nei suoi movimenti. L’animale correva da una parte all’altra, disorientato, sempre più furibondo. Thorium continuò ancora a volteggiargli intorno, finché si presentò il momento adatto.
La bestia gli stava presentando il fianco, poco più in basso, mentre si
stava per slanciare contro un albero dal quale Thorium aveva fatto inavvertitamente cadere dei frutti che avevano attirato la sua attenzione. Poteva percepirne il respiro, l’energia della sua mente primitiva di predatore assetata di sangue. Riconobbe l’attimo e lo colse in pieno. Con un solo movimento invertì la direzione, tornando verso l’animale, fulmineo scese a terra scivolando dal tronco e le arrivò sul fianco, volteggiò in avanti in un salto mortale, senza toccare terra, una sintesi di movimento ed energia nella rotazione ineffabile di due lame e di un pensiero.
Passato l’attimo ripose le spade nei loro contenitori d’ombra, si girò e vide il corpo dell’animale accasciarsi a terra scosso dai singulti della morte, la testa recisa per intero, ancora al suo posto.
Si adagiò alla moto, colmo di quel senso di vuoto che lo coglieva quando recideva una vita, seppur quella di un animale malvagio. Si stava rilassando, osservando alcuni uccelli e strane scimmie apparire intorno al cadavere pronte a cibarsene non appena si fosse allontanato, quando udì un altro rumore.
Un uomo era uscito battendo le mani dal fitto del bosco. Era piuttosto alto e robusto, indossava una camicia sudicia e dei pantaloni di pelle neri. Aveva qualcosa di simile a una pistola appesa alla cintura, e dall’altra parte un’ascia.
– Complimenti ragazzo! – disse. Poi aggiunse, in tono spiccio:
– Ora vieni con noi.
Dal bosco uscirono una ventina di altri uomini, tutti armati fino ai denti, molti in perfetta tenuta mimetica. Lo guardavano ostili, pronti, anzi bramosi di gettarsi su di lui, se non ci fosse stato il loro capo a trattenerli.
– Lo portiamo da Radjer – annunciò in un tono che non ammetteva ulteriori illazioni.
Thorium li seguì senza dire niente, senza accennare a mostrare resistenza. A turno i barbari gli si avvicinavano per osservare il suo equipaggiamento, rimanendo delusi non scorgendo altro che una borsa e un machete. Lo tenevano con le mani legate dietro la schiena, sospingendolo avanti fra la foresta con le loro armi.
Giunsero presso un albero dal tronco più grande degli altri circostanti, al quale era fissata una specie di scala di corda e legno. Il capo salì per primo, poi fecero salire lui, incoraggiandolo con sporadici grugniti. La maggior
parte di loro rimase a terra.
Sulla cima dell’albero era stata realizzata una rozza piattaforma di assi di legno fissate ai rami che si protendevano tutt’intorno sotto di loro per decine di metri. In certi punti l’assito era interrotto da buchi attraverso i quali si intravedevano le fronde sottostanti. Il sole batteva con il solito vigore, ora che non avevano ombra dove ripararsi. Tutt’intorno a loro era uno sciamare continuo di uccelli impegnati per lo più nel lanciare richiami e nell’inseguire insetti. Thorium si stupì ancora una volta della ricchezza della vita animale e vegetale di quei luoghi. Guardò obliquo il barbaro ripromettendosi che quel posto non sarebbe dovuto rimanere in mano loro ancora a lungo. Il barbaro parve accorgersene, perché disse:
– Beh, ora che c’è? Soffri di vertigini?
Thorium lo fissò, senza parlare, socchiudendo gli occhi. Il barbaro sogghignò, poi si girò e tolse il velo che fino a quel momento aveva coperto una specie di elicottero.
Lo fecero salire dietro insieme al capo, mentre un altro si sedeva ai comandi. Thorium osservò il mezzo. Dalla fusoliera centrale, quasi completamente aperta, costituita da aste metalliche, in cui sedevano i tre passeggeri, si dipartivano due ali le quali contenevano due eliche direzionabili.
Il motore dietro di loro si avviò con un crepitio, emettendo poi un rumore simile al ronzio di cavi elettrici.
– Un generatore di campo… – pensò Thorium – Dove l’avranno preso?
Il velivolo catturato dal campo gravito-magnetico generato dal motore iniziò a librarsi in aria come privo di peso. Dopo un secondo il barbaro premette un comando e le eliche iniziarono a ruotare, fornendo così stabilità e governabilità al mezzo. Era incredibilmente silenzioso. Thorium pensò che si sarebbe potuto anche godere il volo, quando il capo dei barbari a fianco a lui gli puntò un rasoio alla gola, con ghigno feroce dipinto sul volto.
– Così, giusto per dissuaderti dal commettere qualche sciocchezza… – si giustificò sghignazzando e alzando le spalle.
Thorium sospirò, continuando a recitare la sua parte.
Dopo qualche ora di volo silenzioso giunsero in vista dell’accampamento principale. Thorium aveva osservato le strade e i sentieri e i fiumi stendersi sotto di sé, in un’intricata rete impossibile da ricordare. Avevano sorvolato
numerosi accampamenti, sempre più grandi, nei quali erano presenti a volte anche alcune di quelle creature di luce.
L’accampamento di Radjer si trovava sulla cima di una collina e zone limitrofe. Thorium stimò dovesse trattarsi approssimativamente del centro della conca di Raransie. Dall’alto sembrava quasi un enorme foruncolo, piaga della terra priva di alberi, sciamante di parassiti umani.
Abbassandosi verso la piattaforma di atterraggio Thorium scorse la grande congerie di mezzi di trasporto, animali e meccanici, nonché di ripari, tende e altri alloggi temporanei. Dietro la collina, in un avvallamento del terreno, sorgeva una grande struttura, ma era parzialmente nascosta da una macchia di alberi, lasciata lì per celarla alla vista dall’accampamento.
Poco dopo il velivolo toccò terra.
– Abbiamo un ospite – disse il capo all’uomo di guardia. Poi fece un cenno con la testa in direzione di una tenda più grande delle altre, sul punto più alto della collina. La guardia fece un cenno d’assenso e si incamminò in quella direzione. La seguirono.
Thorium si guardò intorno, scorgendo fra i barbari anche diverse donne, che per la maggior parte si aggiravano per l’accampamento meste, coperte di sudici stracci. Non c’erano bambini, solo ragazzi. Thorium pensò dovessero provenire dai villaggi circostanti la conca.
I ragazzi andavano e venivano affaccendandosi sotto lo sguardo vigile di uno e due uomini. Portavano armi, cavalli, a volte munizioni per artiglieria. Thorium sperò non disponessero di troppi cannoni. Ovunque c’era rumore di mezzi meccanici in movimento, moto, fuoristrada, motoseghe. Scorsero anche una grossa ruspa, piuttosto mal messa, percorrere il campo più in basso carica di tronchi. Per quello che poté scorgere, Thorium notò che quasi ogni mezzo o utensile meccanico era stato adattato o costruito per funzionare con cariche d’energia rinnovabili.
Infine giunsero dinanzi alla tenda di Radjer. Nel complesso il passaggio di Thorium non aveva suscitato il minimo interesse da parte di nessuno di quelli che avevano incontrato.
Un’altra guardia li fece entrare. Aveva uno strano elmo a celargli il viso. Sembrava ricavato dal teschio di un animale dalla bocca piena di denti storti e acuminati. Forse un grosso pesce. Diede una spinta a Thorium e gli fece segno di tacere. Lui lo guardò incuriosito. Per tutta risposta la guardia fece il verso di ringhiare, senza emettere suoni.
Oltrepassarono un vestibolo in cui si fermarono tutti tranne il capo che continuava a scortare Thorium con un discreto ausilio da parte del suo rasoio, peraltro notevolmente affilato nonostante il suo stato di ossidazione. La tenda doveva essere in qualche modo insonorizzata, perché non vi giungeva alcun rumore esterno.
Oltre un lembo di tessuto che faceva da porta c’era un ambiente relativamente grande, nel quale trovava posto, oltre ad alcuni mobili un enorme tavolino di pietra e legno, rotondo, al di là del quale c’era un grande seggio di ossidiana, sul quale sedeva una figura che stava dando loro le spalle.
– Fate ssilenssio! – sussurrò alzando le braccia sui braccioli della sua sedia. Si fermarono. Istintivamente Thorium trattenne il respiro. Quello che doveva essere Radjer indossava dei guanti di pelle nera, con inserti in metallo, che risalivano gli avambracci fino a sparire sotto una raffinata pelliccia. Dopo qualche secondò si voltò.
Thorium rimase impietrito. Tutte le voci che correvano sul conto di quell’uomo avvolto dal mistero sembravano essere fondate, dopo tutto. Si alzò silenziosamente in piedi, rivelando tutta la sua imponenza.
Aveva il cranio glabro, completamente ricoperto da tatuaggi a raffigurare qualche misterioso simbolo. Sopra la corazza nera di pelle e metallo indossava come un mantello una lunga e fluente pelliccia che arrivava fino ai suoi piedi.
In prossimità delle orecchie aveva degli inserti metallici al posto delle ossa, che rilucevano ad ogni suo movimento. Si diceva che fosse nato con una malattia che lo aveva reso ipersensibile al suono, e che si fosse sottoposto a un intervento chirurgico per insonorizzare parzialmente il proprio sistema uditivo dalla sua stessa voce, senza grandi risultati.
Il tutto contribuiva a renderlo la persona più feroce e irritabile del pianeta. Thorium pensò a quali atrocità si narrava che fosse stato in grado di compiere in tutta la sua vita, il più temibile capo barbaro, la più terrificante orda mai vista al suo comando. E ora aveva un esercito.
– Ti consiglio di sussurrare, se vuoi vivere… – gli sussurrò il barbaro all’orecchio.
– Te lo conssiglio anch’io – disse Radjer, udibile a stento, senza quasi muovere la bocca. Poi si avvicinò lentamente, silenziosamente, e prese a studiare Thorium dall’alto, dalla testa ai piedi. Lui trattenne il respiro.
– E tu chi saressti – parlando per anni sempre in quel modo Radjer aveva sviluppato una serie di difetti di pronuncia. Quando parlava assomigliava a un serpente, rendendo la sua presenza ancor più inquietante.
– Thorium – sussurrò dopo un istante di esitazione.
– Non me ne frega niente del tuo nome, ragasso… – disse Radjer. Poi, di nuovo:
– Qual è la tua orda?…
Thorium rimase in silenzio. Non si era aspettato una domanda del genere.
– Sei forsse un vagabondo?
Thorium accennò di sì con la testa.
Radjer sollevò di scatto la testa, incrociando le braccia sul petto.
– Se ssei un vagabondo… Perché dovrei accoglierti?
– C’è qualcosa di grande in gioco – disse Thorium, sfidando lo sguardo del suo interlocutore – E non voglio esserne tagliato fuori. Penso di poterti tornare utile, inoltre.
– Quanto a quessto giudicherò Io.. – disse calcando la i maiuscola della sua persona.
– Penssaci tu Jingo – disse rivolto al barbaro che aveva scortato Thorium finora, quindi tornò a sedersi e a dar loro le spalle. Thorium seguì Jingo fuori della tenda. Dopo un po’ Jingo disse:
– Bene ragazzo, il grande capo sembra averti accolto… Ora fai parte dell’orda. Hai diritto ai pasti come tutti gli altri. Per il resto devi pensarci da solo. – si voltò e prese a scendere la collina.
– Bene – pensò Thorium. Era riuscito a entrare.
Sistemò la sua tenda su una roccia che sporgeva dal pendio della collina poco più in basso, sul versante occidentale. Quella sistemazione doveva essere risultata scomoda agli altri, dacché era stata lasciata libera, sebbene si trovasse in un’ottima posizione. Dal canto suo, Thorium aveva appreso, seguendo l’esempio di Alis, Long e altri telepati della Rocca, ad attribuire meno importanza alla comodità fisica piuttosto che a quella della mente. Da lì si scorgeva inoltre la macchia di alberi che celava la misteriosa struttura intravista dall’alto.
Aveva diritto ai pasti… A quanto pare non c’era il minimo accenna da parte di nessuno a qualche, anche vago, concetto di igiene personale. In
effetti, in giro per il campo non c’era esattamente quello che poteva essere definito un buon odore. Anzi, non era neanche un odore caratteristico. Si chiese come facessero con le malattie.
Finito di sistemare le sue cose, fece per dirigersi verso li più vicino corso d’acqua per darsi una ripulita quando Jingo gli si piantò davanti.
– Il capo vuole assaggiarti…
– Che cosa? – chiese Thorium.
– Avanti, cammina – lo spinse di lato. Thorium lo guardò ostile, e lui sogghignò con aria crudele – E’ solo un giochetto…
Thorium si augurò che assaggiare si riferisse a un modo di dire e non alla realtà.
Urla dappertutto. Qualcuno aveva anche iniziato a suonare dei tamburi. Diverse mani lo sospinsero fino a farlo entrare in una specie di arena, una grande buca circolare scavata nella terra per circa due metri, alle cui pareti erano stati fissati ogni sorta di oggetti appuntiti o taglienti, o entrambe le cose, meglio se metallici e arrugginiti.
Dall’altra parte stavano facendo entrare un barbaro enorme, un energumeno alto più di due metri, quasi duecento chili di muscoli e crudeltà. Indossava una specie di tuta di pelle borchiata, completa di una maschera piena di punte che gli lasciava scoperti gli occhi, il naso e la bocca. Alzò le mani e la folla lo acclamò. Thorium iniziò a farsi una mezza idea di cosa voleva dire essere assaggiati, e pensò che il termine non era così lontano dalla realtà come poteva sembrare…
Su un palco più in alto c’era Radjer e le sue due guardie personali, tutti e tre con quello strano elmo d’ossa in testa. Thorium si chiese se non fosse proprio grazie a quello che riusciva a resistere al clamore della folla. Il capo dei barbari si limitò a osservare, imperturbabile, a braccia conserte.
Il colosso dinanzi a lui tirò fuori da dietro la schiena un maglio così grande che Thorium non ne aveva mai visto uno simile. Non capiva come potesse riuscire a brandirlo. In quel momento Jingo gli fece un fischio, dopodichè ridendo, come suo solito, dall’alto gli lanciò una spada arrugginita.
Thorium neanche la guardò. Aveva iniziato a fissare il barbaro senza più prestare attenzione agli stimoli esterni. Osservava i suoi movimenti, i suoi muscoli tendersi e il suo peso spostarsi. Estese la sua consapevolezza vino a percepire ogni singola goccia di sudore che usciva dalla scorza del
gigante.
D’un tratto i tamburi cessarono di battere, e la folla iniziò a incitare il barbaro, il quale si dispose ad attaccare. Thorium si preparò a schivare ma in quell’istante fulminea dalle sue spalle gli fu gettata sopra un rete metallica con dei pesi in fondo. Era troppo intralciato, ora. Il barbaro si avvicino con un orrido ghigno dipinto sul volto e alzò il maglio per spaccargli le ossa. Thorium schivò all’ultimo. Lo slancio trascinò avanti il barbaro che cadde a terra sopra la sua arma trascinando a sua volta Thorium con sé. Erano aggrovigliati nella rete e nel fango e lottavano per rialzarsi in piedi. Il barbaro riuscì a recuperare il martello e spinse Thorium addosso alla parete, costringendolo ad una fulminea contorsione per schivare le punte d’acciaio e acuminate che minacciavano di trafiggerlo.
Il gigante urlò in preda a un’ira isterica, poi sollevò di nuovo il martello e prese a menare un colpo dopo l’altro addosso a Thorium. Lui schivò, scivolò, fintò, andando a finire sempre più in basso, verso i piedi dell’avversario. Iniziava ad averne abbastanza.
Vedendolo ai suoi piedi il barbaro esplose in una fragorosa risata di vittoria, incalzato sempre più dalle grida della folla che chiedeva di finire il misero sfidante.
Lentamente, sorridendo crudelmente, sollevò il martello sopra di sé, osservando soddisfatto ognuno dei suoi spettatori, pronto a fracassare la testa di Thorium.
In quell’istante l’ira di Thorium, l’ira di Kriss, divampò nelle sue vene, il tempo rallentò fino a quasi fermarsi e poté vedere quanto semplice fosse la trama e la piega della rete che lo teneva prigioniero. In un attimo scattò, talmente fulmineo che la maggioranza degli spettatori neanche se ne accorse. Un piede sul ginocchio dell’energumeno, un altro sul piatto di una lama che sporgeva dalla parete di terra e un altro di nuovo sulla spalla del suo avversario. Un colpo e il maglio era a terra. Un movimento, una rotazione, e la rete ricadeva sul barbaro imprigionandolo.
Thorium atterrò, su un ginocchio, due metri più in la, vicino al martello semisepolto nel fango, mentre un silenzio attonito calava sulla folla. Il ringhiare confuso del barbaro era l’unico suono, il quale poco dopo stramazzò a terra, incapace di muoversi.
Thorium osservò i volti sopra di lui, tutti ostili, tutti tranne due: quello divertito di Jingo e quello impassibile di Radjer.
Dopo qualche istante in cui Thorium si guardava intorno temendo che potessero scagliarsi in massa su di lui, Radjer fece un gesto. Il cancello dal quale era entrato si aprì, e fu fatto uscire, mentre un solitario spettatore batteva le mani.
Tornò alla sua tenda, sudicio e stanco, seguito da decine di sguardi di odio misto a timore. Quando vi giunse vide che la sua roba era sparita. Controllandosi a stento, si costrinse a sedere incrociando le gambe sulla dura roccia. In quel caso l’ira non lo avrebbe portato da nessuna parte. Respirò a fondo, dieci volte, cento, finché il suo cuore riprese a battere un ritmo normale. Si rilassò, e aprì la sua mente. Cercò di estendere la sua percezione il più possibile. Sapeva che il dispositivo tracciante all’interno del suo zaino avrebbe risposto al suo campo mentale. Non sentiva nulla. Cambio di posizione, sospiro. Era tremendamente difficile. La sua mente era sorda e cieca, e non riusciva a oltrepassare i limiti dei suoi sensi.
D’un tratto lo percepì, debole scintilla, all’eco di un pensiero. La inseguì senza tregua, con tutte le forze, finché non la avvertì come un richiamo, una luce che puntava direttamente verso di lui. Ora la sentiva chiamarlo, da una tenda a un centinaio di metri di distanza, sulla sinistra più in basso.
Aprì gli occhi, sorprendendo un discreto numero di barbari e ragazzi che lo stavano osservando di nascosto. Non vi badò. Si diresse direttamente verso il suo obiettivo. Spalancò la tenda e l’uomo all’interno sussultò. Si voltò a guardarlo, e alla vista dello straniero, completamente sporco di fango, che aveva sconfitto il gigante e che ora lo fissava con occhi di fuoco, inorridì. Era seduto a terra, e sgambettando si allontanò gemendo pateticamente fino al punto più lontano possibile all’interno di quel riparo, senza riuscire a distogliere lo sguardo colmo d’orrore dagli occhi di Thorium che lo trapassavano da parte a parte.
Thorium si abbassò e prese a esaminare la sua sacca. Quando fu certo che non mancava niente, se ne andò. Quando lo videro uscire, nelle loro espressioni c’era un rinnovato timore, e pensò che almeno non avrebbero cercato di derubarlo di nuovo.
Aveva individuato un laghetto poco lontano nel quale aveva potuto lavarsi, facendo attenzione a dei piccoli pesci guizzanti che comunque lo avevano morso diverse volte. Per fortuna non erano velenosi. Si era anche fatto la barba e accorciato i capelli. Si guardò nel riflesso dell’acqua, e concluse che almeno ora aveva un aspetto più decente. Tornò al campo che era buio, quando avvertì un invitante odore solleticargli le narici. Era ora di cena.
Si diresse verso il grande fuoco attorno al quale si organizzava la mensa comune. Si sedette ad un lungo tavolo insieme a numerosi altri uomini della sua stessa età. Molti stavano già mangiando. Altri si stavano servendo. Di certo non poteva aspettarsi il servizio. Si alzò e si mise in fila. Sembrava l’unica occasione in cui quei raransie sembravano rilassarsi un poco e godersi la vita. Sempre che qualcuno non cercasse di saltare la fila. Thorium vide uno che ci si era provato venire scaraventato su un tavolo, travolgendo piatti e boccali. Quelli che stavano mangiando lì sfogarono la propria rabbia sul malcapitato. Thorium si voltò e cercò di raggiungere il cibo prima possibile.
Gli venne consegnato, di mala grazia, un vassoio sudicio con un piatto di qualcosa non ben identificato e uno di carne arrostita. Più un boccale per bere. Thorium lo annusò, e non riuscì a determinare la natura della bevanda, tranne per il fatto che era alcolica.
Si sedette al posto di prima. Uno degli altri lo riconobbe in quel momento, perché prese ad indicarlo ai compagni.
– Ehilà compagno! – gli fece quello che sembrava il leader del gruppetto. – Gliel’hai fatta vedere a Kirk, eh? – doveva riferirsi al suo sfidante, l’energumeno. Cercava di socializzare col più forte. Per tutta risposta Thorium fece un cenno col capo. Poi, vedendo che lo guardavano aspettando che facesse un commento, disse, senza guardarli in faccia, a bassa voce:
– Vi sono stato costretto.
Gli altri rimasero un po’ interdetti dal comportamento del nuovo venuto. Dopo un po’ un’altro disse:
– Dove hai imparato a combattere così?
Thorium alzò le spalle mentre attaccava la carne:
– Un po’ qui, un po’ là…
– Ho sentito dire che sei un vagabondo! – esclamò un altro, più giovane.
– E’ vero? – gli diede manforte un altro.
– Ah-ah… – rispose con la bocca piena.
– Ehi, lasciatelo mangiare, guarda che appetito…
– Sì, scusa amico…
– Come hai detto che ti chiami? – fece un altro.
Thorium pensò che forse non tutti i barbari erano uguali.
– Svegliati! – Jingo era entrato di colpo nella sua tenda, svegliandolo di soprassalto, alle prime luci dell’alba. – Il capo non ha finito con te…
Thorium si tirò su, maledicendo fra sé la situazione e tutti i barbari.
Uscirono nel campo, e Thorium vide che c’era un certo fermento. Guardò più in là, e scorse un gruppetto di uomini armati di picche dalla punta luminosa che cercavano di fermare una di quelle creature energetiche.
– Il Ka’Rast è fuggito dal suo recinto… Ha già ucciso diversi uomini. Radjer vuole che il prossimo a morire, qui, sia uno di voi due… – spiegò Jingo spiando divertito la reazione di Thorium, il quale sembrò rimanere impassibile. Più in alto scorse Radjer, solitario su una roccia, osservare la scena nella sua solita fiera postura, le braccia incrociate sul petto.
– Grazie alle picche riescono a contenerlo, ma non credo ce la faranno ancora per molto. – Gli batté una mano sulla spalla, dicendo sarcastico: – Vai campione!
Thorium si scostò secco, poi scese verso la creatura. Le guardie armate di picche lo videro arrivarono e gli rivolsero diverse occhiate interrogative e disperate. Vedevano un giovane uomo avvicinarsi disarmato.
La creatura lo vide, e per qualche motivo rivolse la sua attenzione proprio su di lui. Per tutta risposta lui estrasse le sue spade dal nulla e si mise in posizione d’attacco, come un predatore pronto a colpire.
– Ti stavo aspettando. – disse fra sé.
La bestia era approssimativamente delle stesse dimensioni di quella che aveva già affrontato, ma la sua forma era completamente diversa. Aveva un testa di luce poco delineata, ma i grandi artigli blu elettrico sulle appendici finali e sull’articolazione dei quattro arti si vedevano benissimo. Inoltre aveva una lunga coda purpurea piena di aculei che teneva ripiegata su di sé come uno scorpione.
Thorium radunò tutta la sua energia mentale sulle spade, attivando un meccanismo al loro interno il quale le metteva in diretta comunicazione col suo campo mentale. Le parti di cristallo delle lame iniziarono a brillare.
Le guardie lo osservavano stupite, e rischiavano di distrarsi. Nel frattempo altri uomini, non visti dagli altri, portavano un grosso congegno simile a un cannone presso Radjer.
Thorium partì all’attacco. Rotolò sotto l’arto superiore destro della creatura e colpì per reciderlo. Le lame attraversarono la creatura senza danno apparente ma questa si impennò sugli arti posteriori urlando di dolore. Thorium rotolò via per non essere schiacciato.
– Allora non sei così invincibile…
Il mostro ruggì e cercò di colpirlo con gli artigli ma lui schizzò di lato e lo colpì di nuovo, dall’altra parte.
Questa volta il ruggito di dolore fu molto più forte, e il mostro raggiunse Thorium con un fulmineo attacco della sua coda, invisibile.
Un dolore lancinante pervase il corpo di Thorium, mentre veniva sbalzato via e finiva a terra. Gli si contrassero tutti i muscoli, rischiando di lasciar cadere le sue armi. Recuperò un briciolo di lucidità quando vide che la creatura lo stava caricando. Rotolò via giusto un tempo, ma un artiglio lo sfiorò al braccio sinistro. Ebbe la sensazione come se gliel’avesse strappato.
La bestia si girò, urlò di nuovo, e una luce abbagliante iniziò a brillare crescendo d’intensità davanti alla sua testa. Thorium l’osservò crescere finché il mostro si inarcò e gli scagliò contro un tremendo flusso di energia. Fece appena in tempo, con un tremendo sforzo, a incrociare le lame davanti a sé e rifugiarsi dietro la loro protezione. Riuscì a salvarsi, ma parte dell’energia filtrò ustionandogli il viso e le dita. Le due spade luminose vacillarono, e infine si spensero. Thorium rimase attonito. L’attacco aveva prosciugato tutte le sue forze.
Non c’era dove ripararsi, e non aveva speranza di arrecare alcun danno al mostro.
– Thor! – risuonò una calda voce nella sua mente, e istantaneamente si ricordò del dono che Alis e le gemelle gli avevano fatto. Ripose le spade, e mentre la creatura tornava a caricarlo estrasse dalla tasca una delle perline luminose. Aspettò che il mostro fosse a portata, poi scagliò con tutte le sue forze fisiche e mentali residue la perlina contro di lui.
L’impatto fu spettacolare. Una esplosione di luci multicolori investì la bestia in pieno volto, sbalzandola indietro di una ventina di metri.
Si accasciò a terra priva di testa, poi esplose in una nube di scariche di
energia.
Thorium si voltò. Jingo e Radjer lo stavano osservando, l’uno stupefatto, l’altro più compiaciuto di quanto avrebbe voluto far capire.
Dormì per buona parte del giorno seguente. Quando giunse la sera emerse come un’ombra dalla sua tenda, senza produrre quasi nessun suono. Si muoveva furtivo fra le rocce, basso sul terreno. Dinanzi a sé vedeva lo strano chiarore provenire da dietro la macchia di alberi.
Procedette in quel modo finché giunse in prossimità del boschetto, quindi prese a ripararsi dietro i grandi tronchi, nel fitto intrico di liane e altre piante.
Ora che era a pochi metri dalla strana struttura poteva percepire un campo energetico mentale stendersi con notevole intensità ed estensione.
Solo una massa di foglie e liane lo separavano dalla struttura. Spiò dal suo riparo senza uscire allo scoperto.
A pochi metri da lui c’era un uomo, di spalle, e teneva fra le mani una di quelle picche energetiche. Thorium poteva sentirne il ronzio. Altri uomini erano disposti all’intorno, a sorvegliare la zona circostante la struttura.
La costruzione era notevolmente alta, ma era in gran parte cava. Numerosissime apparecchiature, di tipi e provenienze dei più disparati, ammassate l’una sull’altra con un disegno preciso e specifico. Thorium individuò dei punti finali in quello schema, erano tre punte a livello del terreno e una in alto, secondo lo schema geometrico di un tetraedro. Si chiese a cosa servissero.
Di fianco alla misteriosa struttura c’era un’altra costruzione, costituita per lo più da recinti energetici che contenevano decine e decine di quelle creature. Thorium continuò ad osservarle per diversi minuti, escludendo tutto il resto. Ad un certo punto ebbe la sensazione che quei Ka’Rast, come li aveva chiamati Jingo, stessero annusando l’aria, come dei predatori. Per un attimo credette che stessero sentendo il suo proprio odore, come se potessero protendere verso di lui qualche misterioso organo di energia e sentire la sua presenza…
D’un tratto una vibrazione si propagò nell’aria e nel terreno, con agitazione da parte degli uomini con le picche i quali iniziarono ad accorrere presso la struttura. Anche i Ka’Rast in gabbia si agitavano lanciando strida e urla che a Thorium sembravano di richiamo.
La macchina, se di quello si trattava, iniziò a ruotare in certe parti, e ad illuminarsi in altre.
Le punte che aveva notato iniziarono a brillare di una strana luce, mentre la vibrazione saliva d’intensità, al pari del campo di attività mentale ed energetica. Il processo giunse al suo culmine con un esplosione di luce al centro della struttura accompagnata da un boato e a un suono lacerante. Gli uomini si ripararono il volto con le mani, anche Thorium dovette schermirsi per non rimanere abbagliato. Quella piccola stella continuava a brillare e urlare e sembrava sul punto di esplodere e radere al suolo ogni cosa quando improvvisamente collassò lasciandosi dietro un’eco di tenebra. Al suo posto apparve un Ka’Rast, che subito cercò di avventarsi sugli uomini con le picche che con notevoli sforzi riuscirono infine a condurlo in una gabbia.
Thorium rimase qualche istante allibito di fronte a quello spettacolo. Dopo un po’ si riprese, e pensò che doveva cercare assolutamente di saperne di più. Da dove veniva quel macchinario? Come produceva quelle creature? E quel campo di energia mentale? Doveva trovare una risposta a queste domande.
Jingo lo attendeva presso la sua tenda.
– Dove sei stato campione? – disse col suo solito tono. Non lasciò rispondere il suo interlocutore. – Il capo ha un incarico “ufficiale” per te, ora. Seguimi.
Thorium sospirò e si accinse a seguirlo.
– Sai, devi averlo impressionato, stamattina. Per Saberinne, non ho mai visto niente del genere… – disse Jingo mentre salivano verso la tenda di Radjer. Era la prima volta che udiva quell’espressione, e ne fu infastidito. Come osava menzionare il nome di sua madre in quel modo? Poi rifletté che quei barbari dovevano conservare ancora il ricordo della guerra di Saberinne, sotto forma di leggenda.
Sentiva scie di fuoco segnargli il volto, e ripensò allo scontro col Ka’Rast. Si passò una mano sulla pelle, ma non sembrava esserci alcun segno visibile.
Giunsero alla loro destinazione. Due fiaccole ardevano presso l’ingresso della tenda, sorvegliato dalle due guardie personali di Radjer, quelle col teschio di pesce. Si scostarono per lasciarli passare. Jingo si fermò presso l’ingresso.
– Prego, l’onore stavolta è tutto il tuo… – disse sogghignando e cedendogli il passaggio con un gesto della mano. Thorium lo squadrò diffidente come sempre.
Si fece strada fino a giungere davanti al tavolo dietro il quale Radjer lo stava aspettando, esattamente come la prima volta.
– Vieni avanti, vagabondo… – gli disse sottovoce. Thorium si avvicinò ulteriormente.
– Ti ssei guadagnato un possto nella mia orda… – riprese Radjer. Thorium continuò a fissarlo impassibile, aspettando ciò che aveva da dirgli.
Radjer lo fissò con uno sguardo di ghiaccio. Non c’era bisogno di parole, accordi o minacce. Tutto quello che il capo dei barbari pensava era ben chiaro dal suo terrificante sguardo e dalla sua stessa presenza e postura.
– Bene… Ora che hai inissiato a capire come funssionano le cosse qui, è giunto il momento che tu faccia una cossa per me… Ssempre che tu non abbia cambiato idea… – terminò con un orrido ghigno.
Thorium continuò ad ascoltare.
– A nord da qui, oltre la foressta di Raranssie, le colline ssi innalssano ssempre più fino a diventare gli impervi monti che circondano la conca dagli altri lati. Devi recarti nelle grotte di Tinn e recuperare ciò che vi è nascossto.
Per un istante Thorium attese che gli fossero date altre istruzioni, poi vide il gelo tornare sul volto di Radjer, e capì che non avrebbe ottenuto nient’altro. Si voltò e uscì.
Fuori Jingo lo intercettò e disse:
– Ti è stato affidato un gruppo di uomini scelti per questa missione. Dovrai viaggiare a lungo, quindi vi daremo un passaggio fino ai margini della foresta. Dopo, sarete soli. Torneremo a prendervi dopo quindici giorni. Se non ci sarete torneremo una volta alla settimana, per un mese. Hai capito?
Thorium accennò di sì.
– Ecco i tuoi uomini. – indicò un manipolo di barbari. Era un gruppo piuttosto mal assortito di una decina di persone. Avevano tutti un età superiore alla media dell’orda.
– Veterani o scarti? – pensò Thorium, propendendo poi per la seconda opzione ad un esame più approfondito. Quegli uomini, a parte qualche eccezione erano male equipaggiati e avevano uno scarso grado di
preparazione fisica. Probabilmente non sapevano tenere un’arma in mano.
– Molto carino da parte di Radjer…
Uno degli uomini, uno giovane, dall’aria più sveglia e che aveva vestiti leggermente migliori nonché una pistola alla cintura, gli rivolse la parola.
– Sei tu il capo?
Thorium assentì. Il suo interlocutore lo fisso un attimo con una strana espressione, poi si mise a ridere forte, girandosi verso i suoi compagni.
– Dobbiamo seguire il primo nuovo arrivato?
– Ha la metà dei miei anni! E non ha neanche un’arma!
Thorium si limitò a fissarli freddamente, con sguardo gelido, finché tutti tacquero. Jingo intervenne:
– Sono ordini di Radjer, quindi sentitevi liberi… – sghignazzò. Gli uomini abbassarono le teste.
– Ora possiamo andare – disse Thorium a Jingo.
La foresta scorreva oscura sotto di loro. Mancavano poche ore all’alba. Viaggiavano su dei velivoli simili a quello con cui Thorium era arrivato al campo, solo più grandi.
All’orizzonte, a nord, erano ora visibili delle piccole luci.
– Siamo quasi arrivati – annunciò Jingo.
Volarono ancora per un’oretta poi i piloti fecero atterrare gli aerei. Ormai le luci erano poco distanti. Si distinguevano le forme di un villaggio, in alto su una collina.
Gli uomini scesero tutti, quindi i piloti si accinsero a ripartire.
– Buona fortuna! – disse Jingo – E fai attenzione agli amici… – concluse in tono strano. Thorium si chiese se intendesse riferirsi solamente alla sicurezza dei suoi uomini oppure no.
Si misero in cammino dietro di lui verso il villaggio. Giunsero sulla cima della collina quando mancava poco all’alba. Un contadino li scorse e corse verso il villaggio, urlando:
– Raransie! Raransie!
Quando arrivarono nel villaggio trovarono diversi uomini ad aspettarli. Il più vecchio di loro si fece avanti, rivolgendosi a Thorium:
– Come possiamo servirvi?
– Chiediamo ospitalità – disse Thorium con un mezzo inchino.
Il vecchio lo fissò sbalordito, con la bocca semiaperta. Dopo qualche istante balbettò qualcosa finché riuscì a dire:
– C…Certo. – al che si inchinò e li condusse verso una semplice costruzione un po’ più grande delle altre.
Dentro c’era abbastanza posto per tutti, e i barbari si accomodarono sui giacigli mentre alcune donne portavano cibi e bevande.
Dopo essersi rifocillati, si misero a dormire, aspettando la frescura della sera per rimettersi in viaggio.
Thorium si svegliò. Si alzò in silenzio mentre gli altri ancora russavano, e osservò il villaggio dalla finestra. Era immerso nel sole e nel caldo del pomeriggio, e quasi nessuno era in giro. Guardando a sud si scorgeva l’immensa distesa della foresta di Raransie.
Thorium uscì in strada. C’era una gran silenzio. D’un tratto però credé di udire qualcosa. Si diresse a nord, fra le case e le stalle. Guardò ad est e rimase stupefatto: invisibili dalla foresta di notte, immensi monti si alzavano sempre più verso il cielo, con altezze vertiginose. Era uno spettacolo quasi terrificante.
Rimase qualche istante a bocca aperta a fissare la catena montuosa le cui cime più elevate erano imbiancate di neve.
Dopo qualche istante si rese conto di non essere solo. Si voltò di scatto e vide che c’era una donna molto vecchia seduta presso l’ingresso di una casa, che stava lavorando ad una specie di maglia. Doveva essere stata lei la fonte del rumore. Trasalì quando lo straniero si voltò di scatto. Lui se ne accorse.
– Scusatemi…
La vecchia lo fissò sorpresa. Poi esclamò, come parlando fra sé, scuotendo la testa:
– Un raransie di buone maniere!… Adesso le ho viste tutte…
Thorium si avvicinò. Lei dovette alzare lo sguardo per continuare a guardarlo in faccia.
– Sei bello… – disse la vecchia con uno strano sorriso.
– La ringrazio.
– Dove state andando?
– Alle grotte di Tinn.
La vecchia emise un urlo e quasi cadde dalla sedia. Poi si affrettò a fare
degli strani gesti, forse degli scongiuri.
– Non dirlo mai! – gli sussurrò con sguardo severo.
Thorium rimase sorpreso. Non si era aspettato una simile reazione.
– Perché? – chiese.
– Le grotte sono proibite! Il loro proprietario è il male. Pericolo… e morte! – sembrava delirare. Gli tirò il polso con entrambe le mani – Non andare! No, tu, non andare…! – Thorium vide il terrore puro nei suoi occhi. Si chiese a cosa fosse dovuto, ma non sembrava esserci modo di saperlo se non scoprendolo di persona. Attese che la vecchia si fosse calmata, poi la salutò cercando di rassicurarla e tornò dai suoi uomini per svegliarli.
Si fecero dare tutto il necessario per viaggiare sui monti. Thorium preferì evitare di menzionare la loro destinazione, ma il vecchio sembrò intuirla lo stesso. Per quella notte potevano risalire la prima collina più alta prima dei monti veri e propri, poi si sarebbero accampati per ripartire il mattino seguente.
La prima tappa si svolse senza intoppi. I problemi iniziarono quando la salita si fece più impervia, fra rocce aguzze e ghiaccio. Procedevano a rilento, impiegando molto più del previsto. Inoltre era sempre più difficile trovare un posto dove accamparsi la notte. A volte erano costretti a procedere nell’oscurità, alla luce di qualche torcia, rischiando di precipitare nel baratro. Era un’esperienza spossante, terrificante.
Dopo quattro giorni riuscirono ad aggirare la prima cima, giungendo su una specie di altopiano incastonato fra due altissime cime. Thorium fece accampare gli uomini, stremati fisicamente e mentalmente, e preferì non pensare a quando avrebbe dovuto ridiscendere…
Di tanto in tanto soffiava un fortissimo e gelido vento che mozzava il respiro e spegneva quasi sempre i fuochi. Il terreno era costituito da ghiaccio misto a roccia, in una combinazione viscida sulla quale rischiavano costantemente di cadere e di tagliarsi con le rocce aguzze che spuntavano frequentemente.
– Un vero inferno… – Fu quello che pensò Thorium.
Si allontanò dagli altri che cercavano di scaldare le razioni semi-congelate su un fuoco improvvisato, ottenuto bruciando quella poca legna che avevano potuto prendere al villaggio.
Se non avrebbero scoperto al più presto dove si trovavano le grotte
sarebbero morti senz’altro. Thorium aveva fatto capire di sapere dove li stava portando, ma non era così.
Si sedette nella sua posizione meditativa su di una gelida roccia più in alto rispetto all’altopiano, da dove godeva almeno di un eccellente panorama. Più in là l’altopiano terminava in un vertiginoso baratro, così improvviso da essere difficilmente individuabile. Si vedeva solo un orlo di gelida roccia e sullo sfondo la chiazza verde della foresta e quella azzurra del cielo.
Chiuse gli occhi. Si concentrò sul simbolo affidatogli alla Rocca, stringendolo nei pugni, cercando con tutte le sue forze finché non gli parve di sentire un lontano calore, la presenza di Alis. Doveva tornare, gliel’aveva promesso.
Poi estese ancora di più il suo pensiero, finché raggiunse la massima concentrazione, e pensò alle sue sorelle. Chissà dov’erano in quel momento. Avrebbe voluto averle vicino.
– Lo siamo sempre – era stato il vento, o la sua immaginazione? Il suo cuore accelerò i battiti. Davvero era riuscito a percepirle?
Si alzò con rinnovato vigore, cercando di riscaldare le membra indolenzite dal gelo. Prese il binocolo e si mise a scrutare la parete di roccia. Non sembrava esserci traccia di ingressi a grotte di nessun genere. Ripeté la ricerca più volte, sempre con lo stesso risultato. Alla fine ripose il binocolo, e rimase a fissare la montagna, con i pugni sui fianchi.
– Rivelami il tuo segreto – come avrebbe voluto avere ali per innalzarsi sopra quell’immensa roccia e scrutarne tutti i recessi!
Tornò a concentrarsi sulla montagna, escludendo ogni altra cosa. Riprese il binocolo e ricominciò a cercare. Chilometri di ghiaccio e pietre si stendevano sotto il suo occhio. Cercò ancora, e ancora, quando d’un tratto gli sembrò di percepire come un respiro, il suono di un flusso di aria, e vita. Sorpreso, zumò con il binocolo, e si ritrovò a fissare un’altra parete di roccia. Stava per riprendere la ricerca quando il respiro si fece sentire più forte. Zumò ulteriormente, fino a raggiungere il massimo ingrandimento. Apparentemente, c’era solo roccia. Gli venne un’idea improvvisa. Passò all’infrarosso.
– Come ho fatto a non pensarci prima – dal basso in quella parte della montagna proveniva una debolissima emissione infrarossa.
Thorium era sicuro che provenisse dalle grotte. Lasciò riposare gli uomini ancora un po’, mentre lo guardavano incuriositi dai suoi strani comportamenti, poi ripartirono.
L’ascesa risultò essere molto, molto più ardua del previsto, anche più di quanto lo fosse stata la prima. Cominciavano a essere veramente sfiniti.
Al secondo giorno, quando ormai erano vicini, uno dei barbari che lo accompagnavano, il più vecchio, precipitò nell’abisso di ghiaccio. Neanche urlò. Gli altri erano troppo stremati per dire alcunché, così continuarono ad arrancare più in fretta che potevano.
Era quasi notte completa quando giunsero a destinazione. L’ingresso alle grotte era un’enorme voragine che scendeva nella roccia, nascosta alla vista dal basso da una cresta rocciosa che ne costituiva l’orlo, ma perfettamente visibile dall’alto.
Non era uno spettacolo rassicurante, ma i barbari scesero ansiosi in quel pozzo oscuro alla ricerca di riparo dai crudeli elementi. Effettivamente la temperatura all’interno della grotta era notevolmente più alta. Thorium si chiese come fosse possibile, e quando udì una debole corrente d’aria calda passare fra di loro gli si rizzarono i peli della nuca. Aveva un cattivo presentimento.
Dal fondo della voragine si dipartivano tre cunicoli completamente oscuri. A terra, in un angolo, Thorium scorse lo scheletro secco di un animale. Non sembrava troppo antico. Decise di accamparsi lì per poi scegliere in seguito la strada da prendere per prima.
Quando scese la notte la visibilità calò ulteriormente.
– Ascoltatemi – disse Thorium ad un certo punto, richiamando l’attenzione di tutti. – So bene quanto siate stremati e quanto vi meritiate finalmente del riposo, però credo che faremmo bene, tutti noi, per questa notte, a fare dei turni di guardia.
– Che cosa?! – esclamò quello più giovane – Avete sentito?
– Io no… – rise un altro.
– I turni di guardia… Ma per favore!
– Fatteli te, se ci tieni tanto!
Thorium sospirò mentre i barbari continuavano a schernirlo. Si chiese se sarebbero mai tornati a casa.
Notte. Oscurità completa. Vento ulula fra le rocce. La terra pulsa. La terra è viva.
– Thorium!
Si svegliò di scatto, tirandosi a sedere. Tutto, intorno a lui, taceva. I suoi uomini russavano dormendo come sassi. Era leggermente sudato, eppure faceva freddo. Fece per tornare a sdraiarsi, quando sentì un respiro, ai margini dell’udibilità, nella mente più che con l’orecchio. Spalancò gli occhi nell’oscurità. Una piccola pietra rotolò poco distante.
Le spade scattarono nelle sue mani. Si avvicinò come un’ombra. Era solo uno dei suoi uomini che si stava alzando. Sospirò di sollievo, e ripose le armi. Il barbaro incespicò e si inoltrò in uno dei cunicoli. Thorium scosse la testa. Pochi secondi dopo lo sentì orinare. Ma subito dopo un altro respiro lo raggiunse, più intenso e prolungato, come un sibilo. Sentiva una presenza ostile avvicinarsi sempre più, finché non fu troppo tardi. Udì un rantolo soffocato e un tonfo, poi più nulla. Accese una torcia, svegliando qualche barbaro che iniziò subito a lamentarsi e a protestare. Si inoltrò nel cunicolo e non vi trovò nulla, solo una chiazza bagnata sulla parete. Udì di nuovo il sibilo, ostile, e gli sembrò rivolto proprio contro di lui. Senza voltare le spalle alla caverna tornò nello spiazzo dagli altri.
– E adesso che c’è? – fece il giovane che nel frattempo si era svegliato insieme ad altri.
– Keet è scomparso – disse Thorium.
– Per Saberinne, Come sarebbe a dire è scomparso?
– Che significa?
– Cosa gli hai fatto?
Thorium maledisse la stupidità di quei raransie. Li fissò gelido finché non tacquero. Poi, senza parlare, indicò il giaciglio di Keet, poi la caverna dov’era scomparso.
– Se vogliamo andare a cercarlo… – disse infine.
I barbari abbassarono lo sguardo, evitando di guardare da quella parte.
– Ora io farò il primo turno di guardia. Tirate a sorte per stabilire l’ordine – comandò seccamente, quindi si sedette davanti agli altri nella sua solita posizione, con la torcia a portata di mano.
Il sole era infine sorto illuminando lievemente l’ingresso della grotta, rendendolo forse ancor più spettrale.
Thorium decise di prendere il cunicolo a sinistra, dacché era quello più lontano da quello dove era sparito il barbaro quella notte.
Procedevano in silenzio alla luce delle torce, cercando di rimanere uniti. La retroguardia si azzuffava continuamente, dato che nessuno voleva rimanere ultimo. Le pareti della grotta rilucevano di mille bagliori alla luce delle torce, come se milioni di piccole pietre preziose fossero incastonate nella roccia. Thorium notò che non c’erano stalattiti o stalagmiti.
Percorrevano ora angusti corridoi in cui ragnatele si attaccavano loro addosso, ora vaste sale completamente vuote in cui credevano di vedere mostri e fantasmi a causa dei giochi di luce e d’ombra delle torce sul soffitto e le pareti di roccia. Ogni tanto incontravano anche qualche carcassa, scheletri animali e anche qualcuno umano, completamente secchi.
Non c’erano intersezioni o bivi, e ad un certo punto giunsero alla fine del percorso.
– Ci hai portati in un vicolo cieco! – si lamentò il giovane.
– Preferivi fare la fine di Keet? – gli disse uno più vecchio a fianco a lui, sottovoce, indicando le tenebre intorno a loro.
Tornarono all’inizio.
– Ispezioniamo il tunnel centrale – disse Thorium. Non voleva dividere il gruppo, era troppo pericoloso. Dovevano restare uniti.
Imboccarono il secondo percorso. Subito quel rumore tornò ad allarmare Thorium. Si voltò verso gli altri, ma non davano segno di udirlo. Avevano paura e basta.
Alzarono lo sguardo, e videro che il soffitto e le pareti della caverna erano completamente traforati da buchi, come di enormi tarli nella roccia.
– Fate attenzione… – disse Thorium. Il percorso si faceva più difficile e dissestato, con brusche curve e massi di roccia a intralciare il percorso. In un punto in cui dovettero scavalcare un masso di roccia il soffitto era molto basso. Videro qualcosa di oscuro muoversi troppo velocemente e uno degli uomini sparire all’interno di uno di quei buchi. Udirono le sue urla allontanarsi e poi di nuovo il silenzio.
I barbari si guardarono l’un l’altro, terrorizzati. Thorium li prevenne e disse:
– Non dobbiamo separarci, altrimenti faremo la sua stessa fine. – i barbari si fecero più vicini, momentaneamente convinti.
Continuarono a procedere, finché giunsero in un’immensa sala sotterranea, nella quale chissà come filtrava un raggio di luce dalla superficie attraverso il soffitto, decine e decine di metri sopra di loro.
La luce scendeva a illuminare il nulla. Udirono uno strano suono, come lo strisciare di un serpente, dopodichè un’ondata di terrore li pervase. Thorium la sentì letteralmente venirgli incontro e investirlo con potenza inaspettata. Riconobbe allucinazioni di varia specie: mostri sciamavano ovunque circondandoli e aggredendoli, la terra tremava e si apriva sotto di loro in un’enorme bocca irta di denti aguzzi dal fondo fiammeggiante, insetti sconosciuti li ricoprivano scavandogli nella pelle… Non così gli altri. Con un supremo sforzo di volontà, concentrandosi sul simbolo di Alis, Thorium riuscì a respingere quell’attacco alla sua mente, per assistere impotente alla fuga di alcuni dei suoi uomini, mentre altri si rotolavano a terra deliranti o in preda a una crisi isterica. Si guardò freneticamente intorno fino a scorgere delle strane forme di vita che strisciavano sulle pareti, una via di mezzo fra dei funghi delle enormi sanguisughe. Pochi minuti dopo le aveva sterminate tutte, e dopo qualche istante il silenzio cominciò a tornare nella sala. Tre dei suoi uomini, fra cui quello giovane, si rialzarono stravolti, pallidi come cadaveri, barcollando verso di lui. Si sedettero a terra per riprendersi. Altri erano definitivamente impazziti e si rotolavano ancora a terra inermi in preda al delirio. Altri ancora erano fuggiti da dove erano giunti. Thorium preferì non pensare a cosa sarebbe loro successo. Attese che gli altri tre si riprendessero, e ancora una volta maledisse il giorno in cui Radjer gli aveva affidato quell’incarico. Poi ripensò al vero scopo per cui si trovava lì, e trovò la forza di andare avanti. Non si era aspettato una sfida del genere.
Procedettero ancora in quel cunicolo, reggendo tremanti le torce con una mano e con l’altra brandendo un’arma. Thorium era in testa con le due spade che brillavano vividamente in quell’oscurità, sostenute dall’impetuosa energia che scorreva ora nella mente del loro proprietario.
Arrivò da sotto di loro. Si avventò fulmineo su un barbaro che si era voltato a guardare il compagno. Con un movimento Thorium gli fu addosso, tagliandolo in due. Osservarono il corpo morto di quella bestia contorcersi. Aveva un colorito bruno. La pelle era dura, una specie di esoscheletro, con qualche ciuffo di peli qui e là, come un insetto. Aveva quattro arti dotati di artigli affilati e di fasci muscolari formidabili. Sulla larga testa aveva degli strani occhi, giallastri. Alla luce delle torce sembravano non avere pupilla. La bocca era una serie di lunghi denti affilati dalla strana conformazione. Era disgustoso.
– Procediamo – ingiunse Thorium, sotto lo sguardo attonito degli altri.
Svoltato l’angolo, non c’era nulla, solo un altro vicolo cieco.
Tornarono indietro senza ulteriori attacchi. Non trovarono traccia dei loro compagni.
Si inoltrarono nel terzo tunnel, del tutto simile agli altri due. Thorium sperò di non dover affrontare un altro attacco allucinogeno da parte di quei funghi-sanguisuga. Il respiro sibilante nel frattempo continuava incessantemente, logorando Thorium.
Giunsero in un’altra vasta sala illuminata da alcuni fasci di luce, e iniziarono a sentire un rumore crescere d’intensità.
– Attenti! – urlò Thorium. Un attimo dopo uno sciame di creature volanti li assaliva ricoprendoli interamente. Thorium, lame di luce, danzava all’intorno falciando centinaia di piccoli mostri che cadevano a terra all’intorno e che venivano prontamente divorati dagli altri che avevano vicino. I tre barbari osservavano terrorizzati il vorticare luminoso senza forma apparente tutt’intorno a loro che li proteggeva. Il più giovane ebbe il buon senso di sparare un colpo nel mucchio. La scarica di energia colpì diversi obiettivi. Visto il risultato si diede da fare aiutato dagli altri due. Dopo qualche minuto lo sciame si ritirò, urlando.
Thorium si sedette per riprendere fiato. Intorno a loro il terreno era completamente ricoperto da brandelli di quelle creature volanti. Erano simili alla creatura che avevano ucciso nell’altro cunicolo.
Thorium iniziava a sentirsi spossato. Bevve un sorso di acqua ottenuta dal ghiaccio mischiata con del liquore preso al villaggio, e sembrò riacquistare parzialmente le forze. I tre barbari lo osservavano stupefatti.
Thorium udì il respiro sempre più forte, e si guardò nervosamente intorno. Perché lo sciame si era ritirato?
Dopo qualche istante udirono una vibrazione. Poi un altra. Poi iniziarono ad essere accompagnate da pesanti tonfi. Thorium recuperò in fretta il binocolo. Guardò all’infrarosso.
– Fuggite!
Un altra vibrazione.
– Cosa?…
– Presto, non c’è tempo!
Un’altra.
Non fece in tempo a terminare che centinaia di creature volanti e che
correvano sulle pareti vennero loro incontro, oltrepassandoli urlando e senza curarsi di loro.
– Cosa sta succedendo?! – urlarono i tre barbari. Thorium estrasse le spade con cupa determinazione e si ritrasse in sé, preparando tutte le sue forze.
Milioni di vite aliene terrorizzate. Respiro.
Un’immensa forma di vita aliena ostile in avvicinamento. Respiro.
Un fortissimo sibilo nella sua mente, terrorizzante. Respiro.
Tre menti umane in preda al panico. Respiro.
Allontana gli stimoli esterni, raccogli la tua consapevolezza. La voce della madre. Respiro.
Accogli la forza della tua rabbia e scatenala contro il nemico. La voce del padre.
Respiro.
Percepisci le dimensioni di quest’universo: sono potenzialmente manipolabili da te al pari di noi. Erano Shin e Shad.
Respiro.
La calda essenza di Alis.
Respiro.
Respiro.
I tre barbari lo videro sparire. Si diedero alla fuga. Uno inciampò, e fu calpestato e artigliato dalle creature in fuga. Un altro quasi completamente impazzito corse fuori dalla caverna e iniziò a rotolare sulle rocce fino a precipitare nel dirupo sottostante. Quello più giovane, credendo di essere già morto, si sdraiò sulla fredda roccia mista a ghiaccio e fissò il cielo azzurro.
Il mostro era alto come una casa di tre piani. Il suo corpo era infestato da funghi-sanguisuga, i quali brillavano di una strana luce. Thorium poteva percepirne l’interazione con la mente dell’organismo ospite. Due coscienze gli si rivolsero contro. Volava fra le rocce, fantasma d’ombra e luce di lama. Volteggiava intorno al mostro nella completa oscurità, l’uno cosciente degli altri.
Il primo attacco fu mentale. Un onda d’urlo e panico sconvolse la mente di Thorium alterando la perfezione delle sue traiettorie. Percepì artigli grandi quanto tronchi attaccarlo a una velocità impressionante da tutte
le parti.
Schivare e volare contorcendosi. Temette di perdere il legame con il proprio corpo, e nella foga del combattimento si stupì di un pensiero simile.
L’energia era disponibile nello spazio intorno a lui.
Salto.
Percepiva le due menti in ogni loro pensiero.
Volteggio.
Era un tutt’uno con le due spade e la sua mente.
Affondo.
Colpì il mostro nella parte centrale del corpo con entrambe le spade ravvicinate. Un urlo di dolore.
Non era stata una ferita mortale. Si preparò a colpire di nuovo quando le due coscienze aliene si sincronizzarono attaccando contemporaneamente. La sua mente fu invasa da sensazioni esterne terrificanti e nello stesso attimo il mostro lo colpì col rovescio del suo enorme arto artigliato. All’impatto Thorium perse tutta l’aria che aveva nei polmoni e iniziò a volare sbalzato via troppo velocemente verso la parte opposta della caverna. Rischiava di schiantarsi contro la parete di roccia, quando si riprese, giusto in tempo.
Rotazione e controbilanciamento. Si scagliò urlando come una furia, invisibile, puro movimento ed energia. Raggiunse la locazione dell’avversario, turbinoso vortice di lame e mente. Migliaia di colpi d’ira in uno, fendenti lunghi secoli in un tempo zero.
Un millisecondo dopo atterrava cento metri più in là, mentre il mostro esplodeva letteralmente lasciando dietro sé un’enorme eco mentale di rabbia e morte.
Thorium perse i sensi.
Dopo un periodo di tempo indefinito si risvegliò. Il puzzo era insopportabile. Il rumore assordante. Si alzò faticosamente a sedere: percepiva innumerevoli forme di vita in lotta, sia con la mente che ascoltando. Prese il binocolo e osservò i mostri più piccoli lottare fra loro per aggiudicarsi i resti di quello più grande.
Doveva uscire da lì, o sarebbe toccata anche a lui.
Provò ad alzarsi in piedi, ma centinaia di fitte lo raggiunsero. Si avviò
lentamente, strisciando e carponi, verso l’ingresso della caverna, dando il tempo alle poche forze residue di tornare in lui.
Giunse all’ingresso, e si sentì abbastanza meglio da alzarsi in piedi. Iniziò ad arrampicarsi, verso la luce, verso l’uscita da quell’incubo. Aveva fallito l’incarico assegnatogli, ma non gliene importava nulla. Pensava solo a come avrebbe sfogato la sua ira per sé stesso e per gli uomini che erano morti su Radjer.
Mille luci iniziavano a danzargli intorno agli occhi quando mise la mano sull’orlo della voragine. Si issò dall’altra parte, e fu investito dal vento gelido. Si fermò alla vista raggelante del corpo del barbaro con la pistola. Fissava stralunato con occhi ormai ciechi il cielo sopra di sé. Era mezzo congelato. Thorium lo lasciò lì. Sperava di trovare qualche superstite sull’altopiano, ma era una speranza molto debole. Scese lentamente, rischiando di morire assiderato ogni volta che si fermava a riposare. Infine giunse più morto che vivo sull’altopiano, dove avevano lasciato le tende. Si infilò in un sacco a pelo, bevve tutto il liquore che trovò e cadde addormentato.
– Thorium…
Una voce nel suo sonno
– Thor, svegliati!
Di nuovo.
Aprì gli occhi. Ricordò dov’era.
Per quanto tempo aveva dormito? Non avrebbe saputo dirlo. Si tirò a sedere, quindi si alzò in piedi. Scoprì di non sentire più tanto dolore. Improvvisamente si rese conto di quanto fosse affamato. Si gettò sulle provviste, rischiando di abusarne. Quando fu sazio si rese conto che aveva recuperato gran parte delle energie.
Uscì sull’altopiano, dove il sole batteva senza scaldare. Inspirò una boccata d’aria e si sentì pieno di vita. Ripensò agli avvenimenti dei giorni precedenti. Non era mai stato grato di essere vivo come in quel momento.
Iniziò a correre, senza curarsi del ghiaccio e delle rocce, i suoi piedi volavano sicuri da un appoggio all’altro senza esitazione, quasi inconsciamente. Arrivò sull’orlo del precipizio e urlò con quanto fiato aveva in corpo, dopodichè iniziò a ridere, sempre più forte, finché gli vennero le lacrime agli occhi.
Si sentiva forte come non mai. La sua percezione era aumentata e
anche la sua velocità e forza. Iniziò a scendere verso il villaggio volando letteralmente da una pietra all’altra, ripercorrendo in poche ore una distanza che all’andata aveva richiesto giorni. Scendeva cadendo più veloce di un macigno. Infine si lanciò nel vuoto, cadendo per un centinaio di metri Si produsse in una capriola e torsione nell’estasi del momento, poi raccolse la sua energia e un flusso di vento ed energia giunse a rallentare quanto bastava la sua caduta, per poi atterrare sul pendio erboso della collina.
Sentiva ogni singolo dolore nei suoi muscoli e nelle sue ossa, ma aveva deciso di ignorarli. Scese verso il villaggio. Quando lo scorsero i contadini fuggirono via urlando in preda al terrore. Si avvicinò a uno specchio d’acqua dove si abbeverava il bestiame e si spaventò lui stesso del suo aspetto. Sembrava uno spettro uscito dalla montagna, pieno di incrostazioni scure e sporco, i capelli e la barba come il pelo dell’orso.
Si dette una sommaria ripulita e si avviò verso le case.
Arrivò nello spiazzo centrale, ma non c’era nessuno. Erano tutti fuggiti nelle loro case. Si sedette presso la fontana, bevve e improvvisamente si rese conto di quanto fosse ancora debilitato. Si addormentò lì seduto.
– Raransie, sveglia! – un’acuta voce lo chiamava – Svegliati, su!
Alzò la testa e vide la vecchia donna con cui aveva parlato prima di partire. Gli stava porgendo una tazza di legno.
– Bevi! Avanti, mandala giù… – lo trattava come un bambino. Portò alle labbra la tazza e bevve tutto d’un fiato. Fece una smorfia di disgusto.
– Ti farà bene, vedrai…
– Quanto…
– Non parlare, riposa…
– Quanto tempo…? Quanto ho dormito?
– Quanto basta!
Abbandonò la testa sul suo giaciglio, richiudendo gli occhi.
La luce filtrava dalle finestre chiuse. Alcuni uccelli lanciavano i loro richiami. La casa era silenziosa.
Si alzò lentamente fino a sedersi. Vicino al suo giaciglio c’era uno specchio. Scese dal letto, scoprendo di essere nudo. Si guardò nello specchio. La vecchia donna gli aveva pulito e disinfettato una miriade di piccole ferite
nonché ricucito alcune altre più grandi, ora in via di cicatrizzazione. Non riusciva a ricordare come se le fosse procurate. Gli aveva anche accorciato la barba e i capelli, così che ora aveva un aspetto decente. Nel complesso, l’aveva rimesso veramente in sesto.
Trovò i suoi vestiti, puliti, appesi a una sedia. Li indossò e uscì in strada. La vecchia donna era seduta lì vicino, lavorando la sua solita maglia.
– Come stai? – gli chiese.
– Ottimamente, grazie a voi. – le sorrise Thorium.
– Sei forte. Nessuno torna mai. Nessuno sopravvive.
Thorium sospirò, guardando la montagna. Tutti i suoi uomini avevano perso la vita. Lui era l’unico sopravvissuto a quella missione suicida.
– Non è colpa tua…
– No. E’ di qualcun’altro.
– Vuoi vendicarti?
Thorium rimase un attimo in silenzio.
– Ancora adesso non riesco a pensare che alla morte di Radjer… Ma il mio vero compito non è terminato.
– Ti auguro buona fortuna – sorrise con calore e gli prese la mano. – Mi ricordi tanto mio figlio… – proseguì, poi tacque, mentre continuavano ad osservare le montagne delimitare quella parte della loro vita.
– Ben trovato, campione! – disse Jingo scendendo dall’aereo – Dove sono finiti gli altri…?
Thorium lo guardò fisso.
– Sei l’unico sopravvissuto, vero? Ci avrei scommesso. Non si scherza con le grotte di Tinn… – stava rimettendosi a ridere quando Thorium scattò afferrandolo per il collo, sollevandolo di peso contro il tronco di un albero.
– Ne ho abbastanza di te e del tuo signore… – gli sibilò Thorium, occhi di fuoco. Lo tenne così qualche istante, scrollandolo un poco, poi continuò:
– Se solo ti azzardi a ridere nuovamente di me o di chiunque altro in quella maniera… – lasciò in sospeso il resto della frase. Lo lasciò cadere a terra, mentre cercava di riprendere fiato. Lo osservò rialzarsi, rimanendo con le braccia incrociate. Jingo lo guardò inespressivo, quindi disse:
– Torniamo all’accampamento.
Lo condussero da Radjer.
– Oh, che esspressione delissiossa… – disse il capo dei barbari quando vide entrare – Inissi quassi ad assomigliarmi…
Thorium non rispose. Lottava per contenere la sua rabbia, che minacciava di farlo esplodere da un momento all’altro, cosa di cui poi si sarebbe pentito.
– Vedo che hai ssvolto con successo l’incarico…
– E tu questo lo chiami successo? – sibilò Thorium non moderando volutamente più di tanto il tono della voce.
– Ssì… Hai trovato quello che le grotte nasscondevano… – gli disse compiaciuto – e quello che le grotte nasscondevano hai qui riportato… – si mise a ridere, mentre Thorium sussurrava fra sé:
– La morte…
– Essatto caro il mio vagabondo. Conssideralo come il tuo biglietto di ingresso nell’orda…
Thorium lo fissò socchiudendo gli occhi. La comprensione non attenuava il suo rancore.
– Ti nomino comandante dell’orda degli Ssquali…
Thorium l’aveva sentita nominare. Era un incarico importante.
– Il tuo ssguardo giusstifica in pieno questa mia sscelta… – Radjer sogghignò, osservando Thorium fremere.
Infine si voltò di scatto e uscì dalla tenda, i pugni serrati fin quasi a piantarsi le unghie nel palmo della mano.
La notte era scesa sull’accampamento. Fervevano i preparativi per la partenza. C’era molto meno disordine di quando era arrivato; quasi tutto il necessario era stato caricato sui camion e sugli animali da soma.
L’orda degli Squali aveva accolto il loro comandante con grande onore. La notizia delle sue imprese doveva averli raggiunti. Thorium notò che era costituita in maggior parte da giovani, fra cui anche quelli che aveva conosciuto qualche tempo prima nel corso di una cena. Fece loro un cenno in segno di averli riconosciuti.
Jingo gli aveva consegnato una serie di fogli e documenti in cui erano contenuti a grandi linee il piano d’attacco e la disposizione delle orde. Sarebbero partiti l’indomani. Lui avrebbe condotto i suoi uomini e l’artiglieria loro assegnata in prima linea, contro lo scudo del proiettore di
Ayonn. Il resto era lasciato all’iniziativa personale.
– Tipico dei barbari – pensò notando una simile mancanza di preparazione tattica. Notò con sorpresa che nei piani non era contenuto il minimo accenno ai Ka’Rast. Rimanevano un mistero, e questo non era accettabile. Doveva sapere.
Accarezzò l’idea di uccidere Radjer e di prendere il comando dell’intero esercito, ma l’abbandonò presto, decidendo che stava sottovalutando il nemico, il quale era sicuramente molto più astuto di quanto volesse far pensare.
Attese l’oscurità, quindi uscì furtivo nella notte. Giunse come un’ombra fin presso la tenda di Radjer. Doveva scoprire cosa nascondeva.
Stava pensando a come fare per entrare quando dal retro della tenda attraverso il tessuto scorse dei lampi di luce colorata, accompagnati da un’insolita attività mentale. Strisciò fino lì, ma attraverso il tessuto non giungeva alcun suono. Tornò presso l’ingresso. Un uomo col teschio di pesce montava la guardia. Thorium raccolse un sassolino e lo lanciò. Dubitava che potesse udirne il suono, così fece in modo che potesse vederlo.
Gli bastarono due passi della guardia in quella direzione per scivolargli alle spalle ed entrare nella tenda.
Giunse presso il grande tavolo circolare dove Radjer si riuniva con i comandanti delle orde, trovandolo deserto. Si avvicinò alla zona posteriore della tenda, e vide che i lampi di luce continuavano ancora. Si accostò a spiare fra i lembi di tessuto all’accesso della camera privata di Radjer. Stava parlando con qualcuno… o qualcosa.
– …ssi miei ssignori. – Era la voce di Rdajer. Dava le spalle a Thorium, ed era inginocchiato in posa riverente. Una voce aliena gli rispose, parlando nella mente, senza produrre suoni.
– Preoccupati di fare tutto ciò che ti è stato ordinato. Noi rispetteremo l’accordo. – erano parole che spiravano minaccia, ostili e fredde, remote. Sembravano provenire da una mutevole nube colorata dagli occhi di luce.
– Quando il vosstro Titano giungerà in possissione noi ssaremo pronti all’attacco. Tutti i Ka’Rasst ssono arrivati.
– Dovrai attendere solo pochi giorni.
– Quindi quessto continente ssarà finalmente nosstro!
– Un misero continente… – la voce rispose in maniera simile ad una lugubre risata.
Le luci si spensero gradualmente. Thorium tornò verso l’uscita. La guardia non c’era. Tornò come un’ombra alla sua tenda.
Cosa significava quello che aveva sentito? Di chi era la voce che aveva sentito parlare con Radjer? Da dove proveniva? Erano stati loro, di chiunque si trattasse, a fornire a Radjer i Ka’Rast. A quanto pare avevano un accordo. Dovevano attaccare, sicuramente Ayonn, in corrispondenza con l’attacco dei barbari. Era un nemico che sapeva servirsi della mente, e questo spiegava i Ka’Rast. Ma significava anche che correvano un immenso pericolo. Ora capiva cosa intendeva dire Long, l’anziano. Quella era una minaccia la quale non aveva avuto simili fino a quel momento. Sarebbero state le loro forze sufficienti?
Strinse nella mano il simbolo di Alis. Doveva fare ritorno il più presto possibile alla Rocca.
– Shin, Shad, fate presto! – si rivolse mentalmente alle due sorelle, sperando che loro potessero udirlo.