Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.3 (Mirror)

Il sole batteva sui tetti e sui giardini della città. Il suo bianco risplendeva come un gioiello; bellezza e splendore erano ovunque. Non c’erano residenze più lussuose di altre, tutte soddisfacevano le necessità di chi le occupava con deliziosa eleganza. Le vaste strade alberate lastricate di pietre colorate erano percorse da studenti, artigiani, venditori e altri, ognuno intento a svolgere con serenità la propria attività. I percorsi ruotavano intorno al centro della città, ove sorgevano gli immensi Palazzo e Giardino di Saberinne, dove mille anni prima era giunto Kriss a determinare le sorti di quel regno.
– Bentornate, nostre signore… – le accolsero i presidi delle scuole di Saberinne quando Shin e Shad atterrarono col loro pallone, in quel giardino.
– Attendevamo con ansia il vostro ritorno – prese la parola il più anziano fra loro – Mentre eravate via sono stati avvistati altre creature di energia aggirarsi nei pressi dei confini del nostro regno… – preoccupazione filtrava dalle loro voci.
– Diteci, che notizie giungono dalla Rocca? – chiese un altro con ansia.
– Niente di buono – disse piano Shad dopo una pausa.
– Noi-Hert si sta preparando ad assistere ad una nuova guerra – dichiarò Shin.
Seguì un silenzio attonito.
– Una guerra?
– Dove?
– Chi la combatte?
– Noi… – rispose Shin.
– Non conosciamo del tutto la natura del nostro nemico – spiegò Shad – l’unica cosa che sappiamo con certezza è che corriamo un grave pericolo e che dobbiamo essere pronti a respingere l’attacco.
– Quale attacco?
– Ayonn sarà la prima, a quanto pare – rispose Shin.
– Ayonn? Non è possibile…
– Sembra invece che il nemico, un certo Radjer, alla testa di un vasto esercito, lo ritenga possibile… – ribatté Shad – e quel che è peggio è che con ogni probabilità pensi di poter vincere, altrimenti…
Un’altra pausa.
– Quindi cosa si farà?
– Ayonn avrà bisogno di tutte le forze possibili. – disse Shin.
– L’aiuto di tutti è richiesto in questa circostanza. Dai nostri sforzi congiunti dipenderà l’esito della battaglia. – proseguì Shad.
– Battaglia… – disse il più anziano – Come suona strana questa parola, ora…
Posso avere la vostra attenzione? Shin, Shad, gentili signori… – il sindaco Markel si stava mettendo in comunicazione con loro tramite il proiettore.
Parla, Markel.
Ho ricevuto un messaggio dalla Rocca – il suo tono era piuttosto teso, cupo – un esercito si appresta ad attaccare la città.
Abbiamo saputo – risposero le due sorelle – Saberinne si prepara ad inviare tutte le sue forze in vostro aiuto. Avrete bisogno di supporto contro nemici come quelle misteriose creature di energia.
La città vi ringrazia già da ora.
Scusate, sindaco – era il preside più anziano – Volevo ribadire l’impegno da parte di tutte le scuole mentali di Saberinne, nonché di tutti i loro allievi. Saremo felici e onorati di poter servire la vostra causa.
Disponete di mezzi di trasporto adeguati? – chiese Markel.
La flotta di Saberinne può in qualsiasi momento interrompere ogni attività e fare la spola fra l’estrema punta settentrionale del continente e il vostro porto dei Vecchipazzi.
Invierò anche parte dei vascelli di Ayonn per sveltire la procedura. Non sappiamo di quanto tempo in effetti disponiamo.
D’accordo. Provvederemo a stilare una lista dei partecipanti per organizzare il trasporto.
Preside Gill, affidiamo a voi la reggenza di Saberinne nonché l’incarico di organizzare la spedizione verso Ayonn. – dissero Shin e Shad.
Cosa…? Non capisco…
Ci aspetta un altro viaggio, un’altra missione. – disse Shad.
Intendiamo riportare con noi un’ulteriore speranza per le sorti di Noi-Hert – aggiunse Shin.
I presidi le osservarono cercando di capire. Infine si produssero in un leggero inchino.
A vostra disposizione. Attenderemo allora con ansia il vostro ritorno.
Saremo ad Ayonn prima del nemico. – assicurò Shin.
Fate buon viaggio. Buona fortuna. – disse Markel.
Grazie sindaco. Buona fortuna anche a te.
– Trovato qualcosa? – Shin entrò nella enorme biblioteca di palazzo, portando con sé quella sua particolare luce, come sempre. Shad alzò gli occhi, quegli occhi dai misteriosi sogni lontani, dal tavolo sul quale si trovavano accatastati numerosi volumi, grandi e piccoli, stampati e manoscritti.
Sedeva a uno dei tavoli più piccoli. Aveva preso una scala per raggiungere gli scaffali altissimi. Dalle mura traforate secondo elaborati motivi decorativi filtravano gli ultimi raggi di luce che si disperdevano all’interno del vasto ambiente dando luogo a una rilassante luce diffusa. Presso i tavoli erano fissate lampade per fornire ulteriore luce a seconda dell’ora del giorno o in caso di bisogno. In quel momento della giornata la biblioteca era deserta.
– Ben poco… – le mostrò un libricino scritto a mano. C’era il disegno di una carta geografica.
– Sembra l’estremo sud-occidentale di Saberinne… – disse Shin dopo averlo studiato per un po’.
– Esatto… E quell’isolotto ancora più a ovest…
– Nat?
– Esatto. E’ lì che dobbiamo andare.
– Non sembra tanto grande…
– Non in confronto a Saberinne, però le sue dimensioni non sono poi così irrisorie…
– Hai ragione…
– Ho scoperto un’altra cosa…
– Sarebbe?
– Sembra che Nat sia la patria dei Toodz.
– I Toodz? Ma non erano un’invenzione di papà?
– Sembra proprio di no. Ci sono molti riferimenti, e anche qualche disegno… – Shad le mostrò uno schizzo raffigurante un nano… O almeno sembrava.
– E’ proprio come ce li descriveva lui… – osservò Shin.
– Potremo sincerarcene presto di persona. Gli allievi ci stanno già preparando il pallone… Anzi, hanno finito proprio ora – aggiunse dopo
aver fissato il vuoto per un secondo.
– Allora andiamo, che stai aspettando? – si voltò rapidamente dirigendosi verso il giardino.
– Allora andiamo… – ripeté Shad sottovoce, ancora seduta presso la scrivania.
Si innalzarono al tramonto, rincorrendo l’ultimo raggio di sole finché non incontrarono la notte. Il mare a nord-ovest luccicava di mille bagliori di platino, infuocati dalla luce radente.
Non sembravano esserci tempeste in arrivo. Presto le stelle si moltiplicarono circondandole con il loro manto silenzioso. Si accoccolarono sotto una coperta, gli abiti leggeri non bastavano a quella quota, osservando lo spettacolo offerto dalla notte, parlando istintivamente sottovoce. Le circostanze, il viaggio, il pericolo, l’importanza della loro missione le stavano facendo sentire vicina l’una all’altra come non mai.
– Cosa succederà su Nat?
– E chi lo sa?
– Davvero dovremo agire separatamente come ha detto Long?
– Non riesco a capire come, ma di solito l’anziano parla a ragion veduta…
– Chissà cosa ci aspetta…
Silenzio.
– Ti rendi conto? Sarà l’Arma quella che riporteremo con noi!
– Finora è stata solo una leggenda per il popolo unito di Saberinne e Ayonn…
– …vedranno la leggenda fondersi con la realtà… potremmo diventare i nuovi eroi di Noi-Hert!
– Frena gli entusiasmi… Non siamo neanche arrivati a Nat, già pensi al dopo? Ricordati che ci troviamo a combattere una guerra.
– Uff… Non sei proprio capace di pensare positivo eh?
– Sono realista…
– Sei musona! – la punzecchiò facendole il solletico.
– Quante volte ti devo dire…! – cominciarono ad azzuffarsi ridendo fra le nuvole.
Dopo un paio di giorni, quando il sole stava tramontando di nuovo, giunsero in prossimità della costa sud-occidentale di Saberinne. Volevano
sostare prima di trasvolare l’oceano sconosciuto.
Atterrarono presso il villaggio di Feyn, sospeso su un’altissima scogliera che strapiombava protendendosi verso il mare.
Tutta la popolazione locale si radunò intorno a loro.
– Quale inaspettato e incommensurabile onore!… – il responsabile del villaggio si prostrò a terra a corto di voce.
– Alzati, Yohan, portavoce di Saberinne – disse Shad – non desideriamo, non meritiamo simile accoglienza.
Shad! Smettila di indovinare i nomi degli altri! Come pretendi possano prenderti sul serio quando dici certe cose se ti comporti come una strega quale veramente sei?!… – rideva senza lasciar trapelare nulla sul viso.
Lo so, lo so… E’ che non riesco mai a ricordarmi i nomi di tutti i portavoce che mamma ci fa nominare ad ogni generazione. Sono troppi questi villaggi!
Yohan nel frattempo le stava scortando presso la sua residenza. Sorgeva presso il centro del villaggio, dove una fontana distribuiva acqua dolce, alimentata da un complesso sistema di condutture che arrivava dalle montagne e che serviva tutta quella zona di Saberinne. La fontana aveva dei piedistalli sui quali c’erano due statue raffiguranti Saberinne e Kriss. Shin e Shad rimasero colpite dalla loro qualità, da come lo scultore aveva saputo cogliere l’espressione tipica del padre e la magnifica bellezza della madre. Le statue sembravano vive. Avevano entrambe un braccio proteso verso quello dell’altro, e le dita si univano con incredibile tenerezza.
Intanto tutto il villaggio continuava a seguirle, mormorando parole di ammirazione e cercando di sfiorare le loro vesti.
Ehi, Shin…
Cosa c’è?
Cosa ne pensi di quei due?
Shin seguì il pensiero della sorella finché li trovò. Erano due giovani, un ragazzo della loro età che portava la sua piccola sorellina sulle spalle, per permettere anche a lei di vedere le due ragazze divine.
Molto carini….
Shad sospirò. – Guarda la loro mente. Bisogna assolutamente indirizzarli a una delle Scuole…
Sempre al lavoro, sorellina, eh? Dai, ne parleremo con Yohan non appena si presenta l’occasione.
– Prego, da questa parte. Questi sono gli alloggi che teniamo in serbo per occasioni come queste…
Yohan spostò un pannello, come una porta di una casa giapponese, rivelando un ambiente fornito di ogni comodità. Nel centro ribassato della vasta stanza lignea c’erano alcune poltrone e un divano e una catasta di cuscini, area che dava sulla veduta mozzafiato dalla scogliera. Ai margini della stanza c’era tutto il mobilio necessario, di ottima fattura. Un’altra di quelle porte scorrevoli portava nella bellissima camera da letto con annesso bagno, il tutto con veduta da vertigini.
Non ci faremo viziare troppo? – disse Shin mentre si gettava a corpo morto sul letto, dopo che Yohan si era ritirato. Shad sedeva su una sedia di vimini sulla terrazza panoramica, aspirando l’odore del mare.
Credo di esserne sempre più convinta... – rispose.
Un aroma delizioso le destò. Senza accorgersene si erano entrambe assopite.
– Cos’è? – fece Shin raggiungendo la sorella sulla terrazza.
– Credo sia la cena…
Uscirono dalla residenza di Yohan e subito due uomini le accolsero con un profondo inchino, fuori della porta.
– Prego, vogliate seguirci. C’è un banchetto in vostro onore. – disse il più anziano.
Giunsero presso una ampia ed elegante scalinata di roccia che sprofondava nel terreno. Una luce giungeva dal basso. Il passo era rischiarato da delle lampade di cristallo applicate alle pareti.
Arrivarono in quella che doveva essere la sala dei banchetti. Era una vasta, enorme camera scavata nella roccia, in parte incassata nella scogliera al di sotto del livello del villaggio e in parte sospesa nel vuoto sullo strapiombo. Luci soffuse rischiaravano i tavoli con delicatezza. Su un palco leggermente più in alto c’era il loro tavolo, il posto d’onore. Era l’estrema terrazza, dove a far loro compagnia era la luna specchiata sul mare e il profumo di lui.
Una musica lieve accompagnava il pasto. Praticamente tutto il villaggio era lì presente, nessuno voleva lasciarsi sfuggire l’occasione.
– Che posto fantastico… – disse Shin alla sorella, quando i loro accompagnatori si ritirarono con un inchino.
– Mi sento un poco osservata… – rispose Shad. Nessuno osava avvicinarsi
al loro tavolo o rivolgere loro la parola. Tutti le osservavano con soggezione dai loro tavoli, distogliendo lo sguardo quando loro si giravano a guardarli.
– Se ti concentri sul panorama non te ne accorgi…
– Non è così semplice.
– E allora che fai, non mangi? – disse Shin che intanto si era accomodata e aveva iniziato ad assaggiare – E’ delizioso!…
Shad sospirò, guardò la folla cercando di infondere nelle loro menti la consapevolezza che loro due apprezzavano tutto ciò ma che non meritavano tanti onori.
Qualcuno non distolse lo sguardo. Un ragazzo rimase a fissarla incapace di muoversi, affascinato da quella presenza così splendida, sovrannaturale.
Non è il ragazzo di prima?… Lo hai fatto secco eh?
Smettila! Sai benissimo… – Shad tornò a sedersi. Non aveva più tanta fame.
Yohan! – il suo richiamo mentale giunse perfettamente a destinazione. Dopo qualche minuto il portavoce si presentò al loro tavolo, profondendosi di nuovo in inchini.
– Avete chiamato? C’è qualcosa che non va?… – chiese con premura.
– No, è tutto meraviglioso – lo rassicurò Shad – volevamo solo parlare un po’ con voi…
– Inoltre volevamo informarci sulla situazione attuale di questa zona del regno di Saberinne… – continuò Shin – In particolare per quanto riguarda degli avvistamenti…
Yohan fece un cenno di assenso con la testa.
– Una settimana fa, per tre giorni consecutivi, dei cacciatori del vicino villaggio di Beyn hanno incontrato delle creature che li hanno aggrediti. Uno ha perso la vita. Ma ora il pericolo sembra scongiurato, almeno per quanto riguarda l’immediato. Certo pensare che da qualche parte nei boschi si nascondono quei mostri non mi rassicura…
– Quindi non ne avete visti di recente? – chiese Shin.
– No, è trascorsa una settimana senza ulteriori avvistamenti.
– Non credo avrete altri fastidi… – disse Shad.
– Cosa intendete dire?
– Un guerra sta per avere luogo, presso Ayonn.
Yohan rimase impietrito qualche istante. Poi, con un filo di voce:
– Una guerra?
Shad annuì. – Come mai Noi-Hert ne ha viste finora. Quei mostri erano solo l’inizio. L’attacco ormai è imminente.
Restarono in silenzio.
– Riteniamo che per ora il regno di Saberinne sia al sicuro – dichiarò Shin – quindi potete dormire sogni tranquilli.
– Ma tutte le nostre speranze e i nostri sforzi sono concentrati sulla sconfitta del nemico presso Ayonn, o presto la guerra raggiungerà ogni luogo – concluse Shad.
Yohan le guardò mesto. – Non posso che augurarvi buona fortuna, per il bene di tutto il popolo unito di Ayonn e Saberinne. Suppongo siate in viaggio per questo…
– Hai visto giusto – concordò Shad.
– La nostra missione è d’importanza determinante, come lo è quella di nostro fratello. – aggiunse Shin.
Dopo qualche istante Yohan disse:
– E dove siete dirette, se è lecito chiedere?
– A Nat – rispose Shin.
– A Nat? E cosa può esserci di interessante su quella sperduta isola?
Shad lo osservò in silenzio. Yohan fissò soggiogato quegli occhi incantatori.
– Forse non era una domanda appropriata – concluse.
– Forse no… – disse Shad sorridendogli.
– Avrete bisogno di provviste…
– Ci siamo fermate proprio con l’intento di rifornirci. – disse Shin – Ma ora… – disse indicando intorno a sé – …è difficile decidere di lasciare questo posto.
Yohan sorrise orgoglioso.
– Consideratela come la vostra seconda casa. Il villaggio di Feyn è vostro, come tutto il regno.
– La terra non è di nessuno… – disse Shad.
– …è lieta di ospitarci. – concluse Shin.
Yohan si alzò, inchinandosi diverse volte mentre si allontanava.
Le gemelle tornarono ad osservare il panorama mozzafiato. La luna stava tramontando. Tra poco ne sarebbe sorta un’altra, facilmente confondibile con la prima.
Ricordi quando Thorium…? – disse Shin.
Certo. – rispose Shad.
Si riferiva a quando aveva composto per loro un canto, la prima volta che erano venuti su quel pianeta, quando erano ancora poco più che due bambine, una poesia sulle lune gemelle di Noi-Hert che segnavano il passo alla notte e mai si contendevano il loro dominio celeste, alternandosi armoniosamente come il giorno e la notte nei sogni degli uomini.
Sospirarono all’unisono.
L’alba era sorta dalle montagne. Il mondo era bagnato da quella tinta rosea che sfumava tutto ciò che gli uomini avevano appena lasciato nel mondo dei sogni.
Yohan le stava aspettando presso il loro pallone, che era stato preparato per la partenza e riempito di ogni sorta di provvista e dono dalla gente del villaggio. Una certa folla si era radunata per dare l’ultimo saluto alle dee di Saberinne.
Decollarono fra canti, inni e grida di saluto. Si sporsero verso il basso e continuarono a fare cenni di saluto finché la scogliera e la folla rimpicciolirono fino a diventare una singola pennellata sulla tela del mondo.
– Eehhh… – Shin sospirò, lasciandosi cadere a sedere. Guardò la sorella che le dava le spalle, notò qualcosa.
Shady?
– Si?…
– Non devi vergognarti se ti commuovi, lo sai.
– Non sto piangendo…
– Oh, per favore, cara sorellina…
Si alzò e la abbracciò.
Il viaggio proseguì tranquillo nei giorni seguenti, finché giunsero in vista della loro destinazione. All’orizzonte, appena visibile, lontanissima, si scorgeva una nebbia oscura pesare sulla terra, rischiarata ogni tanto da lampi.
– E’ lì che dobbiamo andare – disse Shad, osservandola.
Piano piano la temperatura andava scendendo. Fortunatamente fra i doni ricevuti al villaggio di Feyn c’erano diversi vestiti più pesanti delle loro
corte vesti di seta che usavano indossare presso Saberinne. Qualcuno, probabilmente Yohan, aveva avuto il buon senso di includere degli abiti adatti all’esplorazione e al viaggio non esattamente confortevole che le aspettava nelle fredde e umide foreste di Nat.
Quando finirono di cambiarsi si osservarono l’un l’altra.
– Non stai male… – disse Shad.
– Neanche tu… – rispose Shin – …sai, sembri la ragazza di Thorium – e mimò la cavalcatura di una moto. Risero pensando a quanto invece era diversa Alis da loro, strette in quei vestiti di dura pelle.
– Devi ammettere però che sono sexy… – disse Shin dopo qualche istante riguardo a quegli abiti.
– Non saresti il mio tipo… – scherzò Shad squadrandola. – Che ne dici invece di aiutarmi con questi lacci qua dietro? – continuò, voltandosi e indicando i lacci del corpetto, sulla schiena.
– Certo sorellina – sogghignò.
– Ahi! Piano! – protestò Shad quando cominciò a tirarli vigorosamente.
– Oh, scusami tanto – disse Shin prendendola in giro.
– Guarda che poi mi vendico… – fece Shad socchiudendo gli occhi e assumendo un’espressione velenosa. Era troppo difficile mantenerla per più di due secondi rimanendo seria. Scoppiarono a ridere, continuando a lungo, finché la costa di Nat fu ai loro piedi.
Una folla di bambini, uomini e donne risalivano il pendio erboso che portava alla collina presso il mare dove erano atterrate. Sentirono il clamore avvicinarsi. Scesero dalla cabina, mentre sgonfiavano il pallone.
I primi bambini le raggiunsero. Videro che in effetti non si trattava di bambini. Sembravano tanti nanerottoli che blateravano mille parole in una lingua incomprensibile.
– Shad, cosa…?
– Questi devono essere i famosi Toodz!
Uno di quelli che aveva vicino sembrò riconoscere la parola perché la fisso meravigliato poi prese a ripetere sempre più forte:
– Tood! Tood! Tooooooood!!
Quei piccoletti si arrampicavano ovunque, sulle spalle delle due sorelle, dentro la cabina del pallone, rovistando ovunque e facendo un gran baccano. Fra gli altri si fece largo saltellando e pestando piedi e mani uno
che sembrava più deciso degli altri. Si avvicinò alle gemelle:
– Stranieri – la sua pronuncia era incerta.
– Ma questo parla!
– Eh già…
– Io parla!
– Lui parla!
– Eh!
– Voi viene, viene… – faceva per indicare il villaggio presso la riva.
– Aspetta, Shad, perché non provi a dirgli di farli smettere?
– Ci provo… Senti piccolo…
– Sì? Io parla.
– Si, ma ascoltami un attimo… Potresti dire ai tuoi amici di fare silenzio, di lasciare perdere le nostre cose e di venire al villaggio con noi?
Il nano la guardava trasognato.
– Shad, quello non capisce…
– Io parla! – ripeté lui con più decisione.
Shad si portò una mano alla fronte.
Fatela finita! – sospirò. Intorno a lei il clamore scemò, i nani la fissavano.
– Shad, fallo di nuovo.
– Ma cosa?
– Devono averti sentito!
– Ma se non capiscono la nostra lingua!
– Magari hanno una maggiore ricezione mentale empatica! Concentrati sul tono e non sulle parole.
Scendete da li – disse guardando i nani che si erano arrampicati sul pallone. Dopo qualche esitazione ubbidirono.
Allontanatevi.
Quella massa informe si spostò di qualche metro.
Ora scendiamo al villaggio – indicò le case sorridendo. Subito ripresero tutti a urlare mentre trotterellavano giù dal pendio e loro intorno. Quello che aveva cercato di parlare nella loro lingua si attaccò al polpaccio di Shad per non essere trascinato via. Nel frattempo gli uomini e le donne li avevano raggiunti. Sembravano quasi dei selvaggi, scarsamente vestiti di pelli e con rudimentali armi in mano. Non parlavano, si limitavano a osservare con curiosità e timore.
Il tood che Shad aveva aggrappato alla gamba le aveva condotte nella sua capanna, dopo aver litigato vivacemente con gli altri suoi simili.
– Siede prego – disse loro indicando il suo salottino. Le due sorelle dovevano camminare leggermente chinate, facendo attenzione a non urtare il soffitto basso. Si accomodarono dopo qualche incertezza su dei buffi cuscini rigonfi.
– Qual è il tuo nome? – fece Shin rivolta al nano che stava armeggiando presso la cucina.
– Eh? Ah… Nome: Iliar. – disse orgoglioso battendosi la mano sul petto.
– Piacere Iliar, io mi chiamo Shin…
– E io Shad. Felice di conoscerti.
– Voi qua perché?
Shin e Shad lo guardarono.
Credo voglia chiedere cosa ci porta qui… – si dissero. Shad fece per rispondere quando Iliar la prevenne.
– Ma io sa. Io sa! – si voltò a mettere qualcosa sul fuoco.
– Io dà osp…ospitità…
– Ospitalità?
– Sì! – si illuminò in volto, letteralmente.
– Shad, si è acceso!
– Accidenti, allora papà non ci prendeva in giro…
Intanto Iliar aveva ripreso a dire:
– Io da voi ospitalità, prima che andare Tempest.
– Tempest? Cos’è?
– Boom, vento! Boom luce, pioggia!
– Tempesta? – chiese Shin.
– Sì! – si illuminò di nuovo.
– Perché dovremmo andare in una tempesta? – chiese Shad.
– Voi qua per tempesta, no? Voi Sabrin
– Come hai detto? – chiese Shad, sporgendosi in avanti.
– Voi Sabrin, venute qui per tempesta.
– E tu come fai a saperlo? – interloquì Shin, sorpresa al pari della sorella.
– Oh, io studia… – arrossì, letteralmente. Il pentolino alle sue spalle emise un fischio.
– Oh, pronto. Ecco… – prese del contenuto del pentolino, una specie di
caffé, e lo versò nelle tazze più grandi che aveva. Lo porse alle gemelle.
– Beve! Buono!
Con cautela assaggiarono la bevanda. Era bollente, ma buona, in definitiva.
– Come fai a sapere che veniamo da Saberinne? – gli chiese lentamente Shad dopo aver bevuto. Iliar la guardò in silenzio dal basso, poi disse:
– Io sa… Sempre sa, da prima prima…
– Sapevi in anticipo che saremmo arrivate? – chiese Shin incredula.
– Sì! – si illuminò, poi si affrettò a correggersi – No, no voi. Io sa Sabrin arriva, giorno poi va in Tempest. Papà sempre racconta, come papà di papà e papà di papà di papà…
– Aspetta, vuoi dire che si racconta una storia secondo cui da Saberinne qualcuno dovrebbe giungere qui e poi andare in una tempesta? – disse Shad.
– Si! – il nano si illuminò ancora una volta – No una tempesta! Tempest! – indicava con espressione sconsolata da qualche parte alle sue spalle, ripetendo quella parola, senza riuscire a spiegarsi.
– Shad, credo che questa Tempest sia un luogo determinato, e non un semplice temporale.
– Forse quei lampi che abbiamo visto all’orizzonte?
– Potrebbe essere.
Il nano le osservava ascoltando, tutt’orecchi.
– Ascolta, Iliar – fece Shad – abbiamo bisogno che tu ci dica tutto quello che sai su Tempest, e come possiamo arrivarci.
A quelle parole il nano fece una strana smorfia.
– Io… Io… – cercava disperatamente le parole, gesticolando impotente, infine esclamò, illuminandosi tutto:
– Io porta!
– Ci guiderai tu?
– Eh? – fece il nano.
– Tu… guida… noi? – gli scandì Shin.
– Sì! Io guida e porta Tempest!
– Perfetto. Pensi potremo partire domani?
– Domani? Sì, domani. Mattina, partire!
– Hai detto che studi… – disse Shad mentre il nano saltellava per casa
preparando i letti per la notte.
– Sì! Io studia! Io legge Tood! – era palese il suo orgoglio in quelle parole. Probabilmente era l’unico in grado di farlo. – Da un mobile estrasse una serie disordinatissima di vecchi rotoli e fogli, cosparsi di una strana scrittura, incomprensibile agli occhi delle due sorelle.
– Chi te li ha dati?
– Papà…
– Ti sono stati trasmessi di padre in figlio?
– Padre… Figlio… – Iliar sembrava imparare ogni nuova parola che sentiva da loro. – Sì.
– Cosa dicono?
– Questi niente… – disse scostando da una parte la maggior parte dei fogli – Questi storia. – indicò i rotoli.
– Quale storia?
– Storia di Nat, storia di Tood, storia di Vesh…
– Ehi, ehi, calma… Ma un’altra cosa: come fai a conoscere la nostra lingua?
– Parole insegnate da padre. Scritte qui. – indicò un foglio in cui un paio di centinaia di parole erano scritte in quei caratteri incomprensibili.
– Devono essere traslitterazioni – disse Shad alla sorella.
– E dove le avranno prese?
– E chi lo sa! Qualche suo antenato deve aver viaggiato per Saberinne, o Ayonn…
– Ayonn! Io sa parola Ayonn! – intervenne il nano.
– Davvero? Cosa sai di… – le parole di Shin furono interrotte da un lungo sbadiglio, che contagiò subito gli altri tre.
– Domani racconta. Lungo viaggio, tante parole. – disse il nano, poi indicò i loro letti.
– Va bene… Buonanotte Iliar – gli dissero sorridenti. Il nano le guardò e si accese di varie tonalità, poi si ritirò nella sua camera.
Che tipo Iliar! – disse Shin.
E’ incredibile, sembra di veder materializzarsi le favole della nostra infanzia…
– A questo punto mi chiedo quanta verità e quanta fantasia contenessero…
– I nostri genitori non sono mai stati molto chiari nei loro racconti, non trovi?
– Ci stavo pensando anch’io… Non hanno mai dato tanto peso a quello che raccontavano…
– Eppure dovevamo pensarci… Erano stati su Noi-Hert prima di noi, e a quanto pare anche più volte.
– Perché questo silenzio? Perché non ci hanno detto cosa è successo davvero?
Dopo qualche istante Shad rispose:
Credo che, in definitiva, cosa sia successo ce lo abbiano detto… Il viaggio di papà su Noi-Hert fino a Saberinne dove ha incontrato la mamma e insieme hanno salvato il suo regno… Ma se ci pensi tutto il resto è immerso nella nebbia, tranne la visita alla Rocca…
– Quanti dettagli sono nebulosi, senza una risposta o senza una motivazione, ora che ci penso!
– Mi domando quale sia il motivo per cui ci hanno trasmesso solo una verità parziale…
– Ottima domanda…
– Sappiamo così poco di quello che successe fra l’arrivo di papà sul pianeta e gli avvenimenti che ebbero luogo qualche tempo dopo a Saberinne…
– Era in quel mentre che papà aveva conosciuto i Toodz, vero? Avevo sempre pensato che stesse arricchendo la storia per noi…
– …mentre in realtà stava sorvolando!
– Accidenti!
– Sbaglio o c’era qualcun’altro con lui?
– A me sembra di ricordare un uomo grande e grosso ma buono…
– E a me sembra ci fosse anche una donna… O erano due uomini?
– Non saprei… Ogni volta ci raccontava la storia in modo diverso…
– Finché un giorno smise di raccontarcela…
– Eravamo cresciute e non avevamo più bisogno di storie per dormire…
– Eravamo anche abbastanza stufe di risentire sempre le stesse cose…
– E’ vero… Credo che abbiano pensato che prima o poi l’avremmo scoperto per conto nostro, se lo avremmo voluto…
– Beh, comunque sia la prossima volta li spremiamo per bene…
– Ah, ci puoi giurare. A questo punto, non vedo l’ora di sapere come andò veramente.
– Eh già… Ma ora faremmo meglio a dormire…
– E va bene… Buonanotte sorellina.
– Buonanotte.
– Buonanotte Iliar.
Furono svegliate da un caldo aroma.
– Mhhh… Cos’è? – biascicò Shin.
– Colazione! – disse il nano sorridendole.
– Shad, alzati… Era il tuo stomaco quello?! – esclamò Shin.
– Sì… – disse lamentosa la sorella – …che fame…
– Colazione buona! – disse Iliar.
Dopo parecchi stiramenti e sbadigli le sorelle riuscirono ad alzarsi.
– Ma che ora è?
– Ora che sole esce.
– Alba?!
– Sì! Alba!
Si avventarono sul cibo preparato da Iliar.
– E’ tutto molto buono Iliar, complimenti!
Il nano arrossì.
– Grazie di complimenti… – a un certo punto si batté la mano sulla fronte. – Io deve scrivere o dimentica tutto! – si precipitò a prendere dei fogli puliti e una penna con inchiostro, dopodichè cominciò a stilare una lista delle parole nuove che stava imparando. Quando terminò andò prendere una bacinella di acqua riscaldata presso il fuoco.
– Fuori freddo – disse – Voi lava…
– Grazie Iliar! Sei veramente gentile!
Iliar arrossì nuovamente.
Fuori faceva effettivamente freddo. Le due sorelle si strinsero nei loro abiti, avvicinandosi l’un l’altra. Iliar le guardò e disse:
– Non preoccupare. Dopo caldo…
Il villaggio si stava risvegliando. I pescatori tornavano con le barche portando reti piene di pesce. Donne e toodz si affrettavano intorno ai moli per aiutarli a scaricare e per pulire parte del pesce per consumarlo per quel giorno e metterne altro sotto sale per conservarlo.
Una discreta folla si radunò intorno a loro tre, seguendoli per diverse centinaia di metri.
Un tood più vecchio stava parlottando con Iliar, il quale sembrava piuttosto sicuro di sé in quella conversazione.
– Cosa dice? – chiese Shin.
– Oh, solo vecchie… quale è parola… paura di male vicino…
– Sorte avversa…?
– Sì… anche…
– Superstizione? – intervenne Shad, leggendo nella sua mente.
– Sì! Superstizione. Dice che noi va contro grande sfortuna. Superstizione. Paura di Tempest. Sempre paura.
– Tu non hai paura?
– Io? Io no! Io studia. Io sa no deve avere paura. – Le gemelle lo guardavano sempre più stupite. – Io sa Tempest è solo montagna.
– Ah, allora si tratta di un monte… – disse Shin alla sorella.
– Aspetta, non ti sembra di averlo già sentito da qualche parte?
– Sarebbe a dire?
– L’Arma di nostro padre, custodita nel cuore della montagna, nel mare? Mi sembra familiare.
– In effetti, adesso che mi ci fai pensare, deve avercene parlato, qualche volta.
Dopo qualche minuto, indicando i selvaggi che ancora li seguivano, Shad disse a Iliar:
– Ma quegli uomini non parlano?
– Loro parla poco. Loro lingua no buona. Poco pensa, poco parla.
– Strano, di solito è il contrario! – esclamò Shin scoppiando a ridere.
Iliar la guardò perplesso.
– Lascia perdere Iliar, è solo un modo di dire… – intervenne Shad sorridendo della battuta. Il nano alzò le spalle, e continuò a fare strada, appoggiandosi al suo piccolo bastone. Salivano sempre più sul pendio di una collina, e il bosco andava facendosi più fitto.
– Che scarpinata! – esclamò Shin dopo un paio d’ore. – Sono proprio stanca…
– Guarda il lato positivo… Almeno ci siamo scaldate…
– Voi riposa? Io no stanco…
– Noi un po’… – ribatté Shin prendendo fiato.
– Non siamo molto abituate a questo tipo di esercizio fisico… – disse Shad – Specialmente tu sorellina, abituata a svolazzare telecineticamente quando non ti scarrozzano…
Ehi!
E’ la verità.
– Beh, allora perché secondo te sto ancora camminando?
– Cosa non va? – domandò il nano avvicinandosi e studiando le loro espressioni.
– Niente, Iliar… – disse Shad sorridendo.
– Uhm… – Iliar non sembrava convinto – Meglio camminare. – decise, infine, sollecitando le gemelle ad alzarsi. – Strada lunga. Molto lunga. Cibo una settimana, poi caccia.
– Una settimana? Caccia? Che intendi dire? – chiese Shin.
– Borsa grande, tre persone. Cibo dura sette giorni.
– E dopo sette giorni non siamo arrivati? – chiese Shin sorpresa.
Iliar la guardò sgranando gli occhi:
– Oh no! Nemmeno metà!
– Oh, cielo… – mormorò Shin.
Alla sera avevano oltrepassato tre grandi colline. Si trovavano presso le sponde di un fiume dalle acque scure e fredde.
– Questo posto non mi piace… – disse Shad.
– Avverti qualcosa? – domandò immediatamente la sorella.
– Non saprei… Non mi sento per niente a mio agio…
– Cosa non va? – chiese Iliar.
– Non ci sembra un bel posto per accamparci.
– No? Io dice si. In bosco notte è pericolosa. Hurrios e Patros, no no…
– Che significa?
Iliar emise un ringhio e una smorfia con la faccia mimando la posa da predatore che piomba sulla preda.
– Grossi animali. Cattivi.
– Ah…
– Meglio fiume. Più luce. Meno pericolo.
– Credo dovremmo fidarci, Shin. E’ lui l’esperto del posto.
– Credo di sì…
Il fuoco era acceso e proiettava strani scherzi di luce sulle silenti acque del fiume. Avrebbero dormito intorno al fuoco nei sacchi a pelo, per cercare di cogliere massimo calore e sicurezza.
– Dicevi di conoscere Ayonn. – disse Shin mentre mangiavano una delle razioni che Iliar aveva fatto loro portare dietro – E’ un posto molto
lontano, più lontano di Saberinne.
– Io sa una storia – disse Iliar mentre masticava – Ayonn-città-di-luce, è titolo.
– Perché non ce la racconti? – chiese Shad.
– Tanto tempo fa antichi toodz erano su Noi-Hert intera. Vivere d’accordo e pace con tutti, uomini, Vesh, selvaggi… No barbari! Malvagi barbari a est…
– Fin qui ci siamo… Ma chi sono i Vesh?
– No interrompe! Rimasto a barbari. Barbari malvagi a est. Toodz felici, tanti in tutti posti. Più forti, più intelligenti. Più studiosi. Era tempo di eroi toodz. Uno viaggiò fino Ayonn. Grande città! Ricca! Forte, sicura! Ma grande paura! Ayonn magica, città-di-luce protetta da forte incantesimo! Muro lucente chiudeva tutti fuori, fra mille labirinti e belve feroci. Barbari mai riusciti entrare. Nessuno mai riuscito. Uomo o bestia, tutti scappano. – Iliar si fermò per prendere fiato.
Sta parlando del proiettore – disse Shin.
E’ evidente. Ma ora dovrebbe venire la parte interessante.
– In Ayonn anche toodz, toodz diversi, toodz schiavi. Ma Aerol na-Tood sa questo. Lui va e libera toodz amici suoi! – batté un pugno a terra. – Lui, eroe, viaggia sei mesi dentro labirinti, mangia quello che trova, uccide belve cattive. Dopo, arriva davanti muro magico! Paura arriva ma lui più forte. Resiste, ogni giorno fa un passo. Resiste, resiste, resiste, finché arriva! Tocca il muro. Il muro si apre! Una voce, voce come Sabrin, dal cielo dice: “Aerol na-Tood! Ti è stato dato l’accesso alla magica Ayonn per liberare i tuoi simili”. Aerol entra, uccide tutti cattivi stregoni e libera toodz schiavi. Toodz schiavi viaggiano con lui su terra e su mare e su terra fino a Nat. E storia finisce.
Le sorelle rimasero qualche istante in silenzio.
– E’ una bella storia – disse Shad.
– Sei bravo a raccontare – disse Shin.
– E’ interessante come verità e leggenda si uniscano in questi racconti tramandati di generazione in generazione…
– Pensi sia collegato alla venuta di papà su Noi-Hert?
– Non saprei… L’unica cosa certa è che Ayonn corrisponde pienamente alla descrizione e alla storia che abbiamo studiato a Saberinne. Quanto all’eroe, il suo nome significa semplicemente “eroe dei tood” nella loro lingua,
probabilmente in una forma arcaica.
– Papà ci raccontava di come fosse entrato ad Ayonn attraverso lo scudo generato dal proiettore… Non credi che…?
– Probabilmente gli eventi sono connessi… Chissà quante variazioni la storia ha potuto subire in mille anni di trasmissione orale…
– Hai ragione.
– Cos’è stato? – esclamò Shin quando Shad girò di scatto la testa vero il fiume con espressione allarmata.
– Cosa? Io no sente niente.
– Mi è sembrato come… – iniziò a dire Shad – …ma no, devo essermi sbagliata, lasciandomi condizionare dalle impressioni di prima.
– Sei sicura? Cosa hai sentito?
– No, davvero, non è niente. Non c’è nessuno sul fiume.
– Infatti. In fiume solo acqua.
Shin guardò le acque scure con apprensione, contagiata dall’agitazione della sorella.
– No piace acqua, eh?
– Sveglia. E’ alba!
Il sole stava sorgendo a est. Si rimisero in cammino.
– Noi ora risale fiume. Fiume arriva da Tempest. Infatti acqua fredda e scura.
– Non allungheremo il percorso seguendo le anse del fiume? – chiese Shad.
– Si. Bosco troppo fitto fino a Tempest. Non si può passare.
– Accidenti, se non mi stancasse troppo porterei tutti e tre al di sopra della vegetazione, svolazzando, come dici tu…
– Dai, stavo scherzando. Credo che dovremo ancora una volta fare come dice lui. Non ci sono molte alternative.
Camminarono tutto il giorno, coprendo una distanza pari a circa un terzo di quanto avrebbero fatto camminando in linea retta.
– Mi fanno male i piedi… – disse Shad quando si fermarono per accendere il fuoco.
– A chi lo dici! – esclamò Shin – Non ne posso più! – in un moto di stizza proiettò una piccola saetta luminosa contro i rami secchi raccolti da Iliar, i quali presero istantaneamente fuoco. Iliar urlò e scappò nel bosco.
– Shad, dove…
– Non ti preoccupare… E’ nascosto fra i rami e ci osserva, tremante.
– Puoi farlo tornare?
Iliar – disse Shad nella sua mente – E’ tutto a posto. Torna qui… – si sforzò di proiettare benevolenza e un senso di sicurezza nella mente del nano. Lui rispose gridando dal verde:
– Paura! Voi… uiish!
No Iliar. Non vogliamo farti male. Non essere superstizioso. Devi sapere che per Saberinne questo è normale.
– Io no superstizioso!
No Iliar, tu non lo sei.– esercitò una lieve pressione sulla sua mente.
– Io non lo sono! Non lo sono… – fece un passo allo scoperto, andando verso di loro. Le guardava timoroso. – Non sono… superstizioso… non… sono… superstizioso…
Shad proiettò nella sua mente l’immagine che la sera precedente vi aveva scorto, quella di Aerol l’eroe. Iliar sembrò acquistare coraggio. Sempre più velocemente giunse presso di loro. Le guardò fisso, e disse:
– Io no superstizioso! – poi si girò verso Shin ed esclamò, puntandole contro un dito:
– Però tu non fare più!
Sedevano nuovamente intorno al fuoco, i volti rischiarati dalla luce arancione, le due gemelle appoggiate l’una all’altra.
– Cosa ci racconti stasera? – chiese Shin.
– Se racconto tutte sere finisco storie troppo presto!
– Ti prego…
– Sai Iliar – intervenne Shad – il tuo modo di parlare è molto migliorato. Devi essere proprio portato per le lingue.
Iliar arrossì.
– Grazie. Shad tu sempre così gentile con me…
– E io?! – protestò Shin scherzando. Iliar impallidì, poi balbettò:
– N-no… Sh-Shin, anche Shin g-gentile! Gentilissima!
– Dai Iliar scherzavo!
– Allora io racconta storia così perdonato. – disse poco convinto.
– Stasera è storia di Aerol e Tempest. Aerol è re di toodz su Nat. Ha un vecchio amico, suo nome è Tempest. Un giorno Tempest arriva dal
mare e chiama Aerol. “Sabrin è in pericolo. Dobbiamo aiutare gli amici uomini” Allora Aerol va con Tempest da Sabrin. Sabrin dà magico oggetto. Oggetto fa viaggiare. In un batter d’occhio Aerol e Tempest possono andare ovunque! Allora Sabrin…
– Attenti! – urlò Shad.
Udirono un sibilo. Non fecero in tempo a muoversi che una rete calò su di loro. Iliar iniziò a urlare e a dibattersi, aggrovigliandoli sempre più tutti e tre.
– Shin, riesci a tirarci fuori?
– Un attimo…
Shin afferrò la rete fra le mani, cercando di bruciarla quando una scossa elettrica li pervase. L’oscurità li sovrastò.
Fu risvegliata dal dolore ovunque. L’oscurità la circondava. Non aprì gli occhi.
– Shin…?
Silenzio. Si concentrò, cercando di ignorare il dolore, i ferri che le immobilizzavano polsi e caviglie. Percepì di essere in una piccola cella metallica, dalle pareti spesse, impenetrabili. Era sola. Estese la sua percezione intorno a sé. Sua sorella era in una cella simile, a fianco alla sua. Era ancora incosciente. Dall’altra parte invece c’era sua Iliar. Si concentrò sulla mente di Shin, sforzandosi di darle una spinta a tornare alla realtà.
– Shin! Svegliati!
La mente della sorella registrò il messaggio, e iniziò a riattivarsi. Dopo qualche istante poté udirla gemere e poi rivolgersi a lei mentalmente.
– Shad, cosa è successo?… Dove siamo…?
– Non ne ho idea…
– Voglio uscire!
– Anch’io sorellina…
– Immediatamente!
La udì mentalmente dibattersi.
– Ci hanno legato per bene, Shin.
– Maledizione!
– Ascolta, ora proverò a capire dove siamo. Probabilmente mi appoggerò alla tua mente, sono troppo frastornata per farcela da sola…
Si ritirò in sé stessa, eliminando qualsiasi stimolo esterno, finché rimase sola
con la mente della sorella. A quel punto attinse all’energia di entrambe e protese la sua consapevolezza tutt’intorno, come tanti tentacoli, cercando di trovare una via di uscita. D’un tratto le forze le vennero a mancare.
– Accidenti, credo di dover riposare…
– Io non intendo aspettare.
– Shin, siamo sott’acqua.
– Come?
– Ci troviamo all’interno di una struttura al di sotto del livello dell’acqua.
– Non sarà un po’ d’acqua a fermarci, vero?
– Non è quello che mi preoccupa, ma il pensiero di chi possa averci portato qui…
– Beh, io esco!
Shin concentrò tutta la propria energia, nonché la sua frustrazione, presso i suoi polsi, innalzando la temperatura dei ceppi che la bloccavano. Le sue braccia ardevano ora come torce al plasma, illuminando tutta la cella. Il metallo divenne incandescente finché colò via.
– Ottima idea! – commentò Shad. Rifletté un attimo. Non poteva impiegare l’energia come faceva la sorella, però un modo c’era.
Si rilassò un’altra volta. Solo si concentrò sulle due manette. Percepiva il loro metallo freddo, sempre più, con maggior chiarezza e dettaglio, finché non cominciò ad avvertirne il reticolo molecolare, nonché gli elettroni che vagavano fra le maglie regolari. Si avvicinò ancora fino a percepire la vibrazione dei nuclei degli atomi. Allora decise di assorbirla. La materia cominciò a rallentare, dapprima impercettibilmente, poi sempre più in fretta, finché la temperatura calò drasticamente. L’energia fluiva direttamente nella mente di lei. Quando gli atomi furono quasi fermi, contrasse i muscoli e diede uno strattone, prima ai polsi, poi alle gambe. I ferri si sbriciolarono.
– Con le porte come facciamo? – era Shin – Non ce la faccio a buttarla giù, sono troppo debole…
– Aspetta, guarda nella mia mente. – Shad si concentrò di nuovo, sulle porte delle celle, sulla loro serratura. Nella mente le si concretò l’immagine dei perni di acciaio e del meccanismo di apertura nei minimi dettagli.
– Lo vedo… – disse Shin ricorrendo a un piccolo espediente telecinetico – Se tiro su quello… poi due giri…
La serratura della sua cella scattò, lasciando la porta socchiusa.
Ripeterono il procedimento per la porta della cella dove si trovava Shin e quella di Iliar. Il nano era ancora privo di sensi. Lo scuoterono un pochino.
– Iliar! Iliar ci sei? Svegliati!
– Eh… Ah…
– Si sta riprendendo… – disse Shin, mentre la sorella lo tranquillizzava mentalmente. Nonostante ciò, il nano aveva un’aria terrorizzata. Balbettava incoerente.
– Ral… Sha araral… Vesh! Vesh! Sha ral!…
– Calmati Iliar. Ci siamo qua noi. E’ tutto a posto. – disse Shad, posandogli le mani sulle braccia e diffondendo un ulteriore senso di calma in lui.
– Lo vedi? Siamo soli. Non c’è nessun’altro qui… – disse Shin.
– Devi calmarti, Iliar. Solo se ti calmi possiamo uscire da qui.
– Shad…
– Shh, Shin… Iliar, guardami bene…
– Shad!
– Ma insomma, cosa c’è?
– Guarda là…
Si trovavano in un corto corridoio metallico. Terminava presso una polla d’acqua, dalla profondità imprecisata, dalla quale proveniva una certa luce. Ma al di sopra dell’acqua, dal soffitto, pendeva uno strano oggetto dalla natura inequivocabile. Una telecamera seguiva i loro spostamenti. Un led rosso lampeggiava.
– Saranno qui a momenti… – disse Shin.
– Li sento. Sono tre… – disse Shad indicando l’acqua. Si avvicinò alla sorella, trascinando Iliar con sé, cercando di contenere il suo panico. Dopo pochi istanti emersero dall’acqua con un balzo. Erano tre esseri come Shin e Shad non avevano mai visto. Sembravano un incrocio fra uomini e pesci. Il loro aspetto era disgustoso ed erano chiaramente malintenzionati. Nell’arco di una frazione di secondo, Shin e Shad si scambiarono questi pensieri:
– Guardali Shad, non sono gli uomini-pesce, questi?
– Esistono davvero… Non se ne trovano molte notizie nella biblioteca a Saberinne…
– Non sono una leggenda a quanto pare.
– Devono essere questi coloro che Iliar chiama Vesh… Lo vedo nella sua mente fra turbinii di paura.
– Ora sistemiamoli.
Agirono come una singola entità. Mentre i tre uomini-pesce estraevano dei manganelli che sfrigolavano di energia elettrica Shad attaccò la mente di quello che stava alle spalle degli altri due. Improvvisamente questi diede un forte colpo al compagno più vicino, mandandolo a terra, privo di sensi. Il terzo si girò esterrefatto e lo assalì. Shin accumulò energia e la scagliò contro i due, una palla elettrica azzurrina che esplose tramortendoli e sbalzandoli in acqua.
Iliar non parlava più. Tremava e il ticchettio dei suoi denti era udibilissimo.
– Dobbiamo andarcene, e in fretta – disse Shin.
– Quella è l’unica direzione – rispose Shad rivolta alla polla d’acqua.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa. Ormai pensavano gli stessi pensieri.
Si avvicinarono al bordo, guardando in basso. Una specie di tunnel completamente metallico, bene illuminato, sommerso, scompariva al di là e al di sotto della parete di fondo. Presero i manganelli ai tre uomini-pesce. Poi iniziarono a immergersi nell’acqua. Collaborando riuscirono a creare una specie di bolla d’aria, l’acqua fuggì prima d’intorno ai loro piedi, poi risalì le invisibili pareti della bolla man mano che scendevano verso il fondo del tunnel, finché non li ricoprì del tutto. Continuarono a camminare per un po’, finché si trovarono di fronte ad un portello chiuso. Nel frattempo una sirena aveva iniziato a lamentare qualche problema con i prigionieri.
Alla loro sinistra c’era una specie di leva, sulla parete. Shin la guardò, poi si affidò all’aiuto di Shad per non far collassare la bolla e mise lentamente una mano fuori, nell’acqua, increspando la superficie di separazione di tanti bagliori azzurrini vorticanti nell’acqua. Abbassò la leva progettata per dita palmate e il portello si aprì. Si trovarono a un trivio: Shin guardò interrogativamente la sorella. Non potevano rischiare di incontrare altri di quegli esseri lì sotto, o sarebbero annegati. Lei stava già sondando gli spazi intorno a sé.
– Dritto dinanzi a noi. Ce n’è uno solo, al di là del portello.
– Pensi di poterlo colpire con questi?
– Credo di si... – ne diede uno a Iliar che se lo guardò non riuscendo neanche a chiedersi cosa dovesse farci.
Giunsero dinanzi al portello, lo aprirono, e sopra di loro videro l’aria.
– Attenti adesso – disse Shin, contraendo i muscoli, per poi balzare subito dopo in alto al di fuori dell’acqua, sollevando con sé Iliar e Shad, la quale scagliò il manganello contro il mutante che si era girato di scatto. Lo centrò in pieno. Atterrarono vicino a lui.
– Dove siamo? – chiese Shin.
– Dev’essere una specie di magazzino…
Si erano chiuse in un vicolo cieco per sfuggire a gli uomini-pesce che stavano accorrendo presso le celle. Avevano pochissimo tempo per sgattaiolare alle loro spalle verso quella che Shad aveva individuato quale uscita.
– Ce la fai a trattenere il fiato Iliar? – chiese Shad, intuendo le intenzioni della sorella, che intanto si stava concentrando assorbendo anche le sue energie. Il nano accennò tremante di sì.
– Bene, allora al tre ci tuffiamo. Pronto? – Shad gli strinse la mano per non farselo sfuggire, poi strinse quella della sorella.
– Uno… due… – attese Shin – tre!
Seguirono Shin nello slancio sott’acqua. Gli uomini-pesce erano concentrati nel tunnel che adesso si trovava alla loro sinistra, e in quello dal quale erano venuti. Sfrecciarono sott’acqua come siluri trascinati da Shin, lasciandosi dietro una turbinosa scia di bolle d’aria, sotto lo sguardo attonito dei loro inseguitori che si confusero ancora di più dandosi ordini contraddittori.
Balzarono fuori dall’acqua come un pallone gonfio, andando a ruzzolare sul pavimento metallico. Allineati davanti a loro c’erano diversi mezzi di trasporto immersi per metà in acqua. Alcuni mutanti accorsero per fermarli.
– Ne abbiamo abbastanza.
Shad emanò una impetuosa onda di panico che fece rallentare e poi fuggire tre mutanti che venivano da destra, mentre Shin trasmise un singolo violento impulso telecinetico che sbalzò via un altro che si frapponeva fra loro e le “barche”.
Saltarono a bordo di una che era già accesa, premendo tutti i tasti finché non trovarono l’acceleratore. La barca, che sembrava più un piccolo sommergibile, doveva disporre di un dispositivo automatico, perché iniziò ad immergersi.
– Trattenete il fiato! – esclamò Shin.
Presto l’acqua li ricoprì. Proseguirono sott’acqua fino a giungere velocemente in quello che doveva essere il letto del fiume, uscendo da un tunnel nella roccia. Sul fondo videro una serie di luci che formavano una corsia luminosa. A sinistra, verso est, digradavano fino a sparire presto verso il fondo dell’oceano. A destra, risalivano il corso del fiume.
Dopo aver litigato per un po’ con i comandi, con il fiato che cominciava a scarseggiare, Shad riuscì a portarlo in emersione. Boccheggiando si riempirono d’aria i polmoni.
– Presto, andiamocene da qui.
Shin girò l’acceleratore al massimo, schizzando via sull’acqua.
Quando furono giunti a una distanza che ritennero adeguata, fermarono la barca e scesero presso uno slargo erboso sulla sponda del fiume.
Erano stremati, bagnati fradici e stavano morendo di freddo. Fortunatamente Iliar riuscì a recuperare della legna abbastanza secca da essere accesa con il suo acciarino. Non avevano più l’equipaggiamento con cui erano partiti, quindi si strinsero l’un l’altro vicino al fuoco per scaldarsi. In quel momento il pensiero delle gemelle andò improvvisamente ai pugnali che Thorium aveva loro regalato, e portarono di scatto una mano alla vita. C’erano ancora. Si chiesero come mai i loro assalitori non li avessero presi. Non potevano sapere che mentre erano prive di sensi ci avevano provato, rimanendo scottati alle mani palmate da misteriose scariche di energia diverse volte prima di rinunciarvi a malincuore.
Strinsero quei doni con rinnovato affetto, e rivolsero la mente al loro fratello così lontano e in chissà quali pericoli, e per un istante crederono di sentirlo invocare proprio i loro nomi.
– Thorium…
Le svegliò il sole, con il conforto dei suoi caldi raggi. Sembrava annunciarsi una splendida giornata. Si sciolsero dall’abbraccio in cui si erano strette nel sonno, stirandosi le membra indolenzite. Iliar stava preparando il suo “caffé”. Il nano doveva essere più resistente di quanto sembrasse.
La colazione restituì loro parte delle energie. Osservarono alla luce del giorno la barca con la quale erano fuggiti. Sembrava un motoscafo panciuto, con quattro posti sulla sommità uno dietro l’altro come negli aerei da guerra. Aveva una linea molto fluida, affusolata. Sul davanti aveva
quattro fori: erano le aperture dalle quali potevano essere lanciate delle reti elettriche come quella che era servita alla loro cattura. Potevano tornare utili. Sul retro si apriva un portello che dava accesso a un vasto scomparto nella pancia. Vi trovarono oggetti che dovevano appartenere ad alcuni di quei mutanti, compresi alcuni vestiti puliti, asciutti. Non erano proprio della loro taglia, ma erano preferibili a quelli ancora fradici che portavano addosso. Erano fatti di una strana stoffa elastica, molto aderente sul corpo, ruvida ma non sgradevole al tatto, ed erano simili a corte mute da sub o a costumi da bagno del tipo a un pezzo, senza maniche e senza gambe, dai colori tenui. Si cambiarono all’interno della barca. Tagliando un altro paio di quelle mute ottennero delle specie di corti gonnellini. Non erano certo granché, ma era sempre meglio che aggirarsi in costume da bagno.
Stesero i loro vestiti al sole e si sdraiarono su un tratto di erba asciutta, attendendo il ritorno di Iliar.
– Sveglia dormigiane
Si erano assopite di nuovo.
– Che ora è? – chiese Shin.
– Ora di pranzo è passata da un po’…
– Che fame… – si lamentò Shad stirandosi.
– Io ho cacciato… – disse Iliar alzando il pugno orgoglioso dal quale pendevano delle strane creature.
– Sei sicuro siano commestibili? – chiese Shin osservandole sospettosa.
– Non fare la schizzinosa! – interloquì Shad. – Iliar saprà ben riconoscere gli animali della sua terra…
Avevano riacceso il fuoco della notte precedente, disponendovi sopra la cacciagione, che cominciava a emanare un aroma decisamente invitante. Nel frattempo il sole stava tramontando.
Shad scrutò la mente del nano. Gli avvenimenti da poco trascorsi erano stati celati sotto strati di altri pensieri e ricordi, come fossero stati un brutto sogno. Temette di risvegliare in lui la paura, e fu quindi con molta delicatezza che gli chiese:
– Iliar, quei mostri erano dei Vesh, vero?
Il nano non sembrò scomporsi, mentre attizzava il fuoco.
– Sì. Io conosce storia di Vesh. E’ storia molto antica, però. Non sa quanto è vera.
– Ce la racconteresti?
– Storia di Vesh è molto, molto antica, antica come i Toodz. Tutto inizia nella città dove erano nati i Toodz. Vivevano tranquilli, in pace, soli sulla costa del Grande Mare.
– Di quale città starà parlando?
– Non ne ho idea… Chissà qual’è questo grande mare…
– In Taedesh, la città, viveva un grande tood. Era il più intelligente, il più famoso, il più saggio. Conosceva molte magie! Tutti erano stupiti da lui ma avevano anche un po’ paura. Suo nome era Karo.
– Potrebbe significare saggio, nella loro lingua…
– Ma un brutto giorno Karo diventa matto. Si vede sempre meno in città, e strani rumori e luci vengono dal suo palazzo di metallo. Urla di notte, e tutti tood tremano nei letti. Finché, un giorno, boom!
Era saltato in avanti all’improvviso, facendole trasalire.
– Il palazzo di Karo esplode, e rimane schiacciato, morto. Dal ventre delle macchine escono fuori mostri Vesh, che combattono contro Toodz e fuggono in mare.
Iliar fece una pausa a effetto.
– Da allora sempre vivono in fondo al mare e sotto i fiumi, escono ogni tanto e saccheggiano, uccidono. Sono malvagi…
– Complimenti, Iliar. E’ una bella storia – disse Shad. Poi disse alla sorella:
– Questa versione concorda con la maggior parte delle altre scarse voci che girano per Noi-Hert…
– Allora probabilmente è quella più vicina alla verità.
– Ritengo sarebbe meglio fare dei turni di guardia… – propose Shad qualche minuto dopo, mentre la carne coceva. Gli altri assentirono. Erano ancora tutti troppo segnati dagli avvenimenti della notte precedente, così vicini nel tempo.
– Posso fare io il primo? – chiese Shin, querula.
– Va bene, Shin. Io farò l’ultimo. – guardarono Iliar.
– Iliar fa ottima guardia! – si batté una mano sul petto, illuminandosi vagamente.
– Iliar, quanto pensi possa volerci per risalire il fiume con la barca?
– Uhm… – assunse un’espressione cogitabonda – …io non sa di preciso… Qualche giorno…
– “Qualche”?
– Si, più di due sicuro, più di sette non credo.
– Almeno abbiamo acquisito un bel vantaggio sul tempo… – esclamò Shin.
Proseguirono il viaggio nei giorni seguenti in maniera analoga, pescando qualcosa lungo il tragitto e fermandosi la sera per cacciare. La fauna locale abbondava e non sembrava essere spaventata dalla presenza umana, per lo meno non da quella di Iliar, il quale riusciva a catturare le sue prede con inconsueta rapidità.
Risalendo il fiume la corrente si faceva più rapida. Il computer di bordo aveva spento alcune lucine lampeggianti, e si chiesero cosa potesse significare. Non vi diedero troppo peso visto che la barca continuava a funzionare egregiamente. Non avevano la minima idea del suo funzionamento interno.
Ad un certo punto, il fiume divenne impraticabile alla barca. Erano stretti fra rocce aguzze che affioravano ovunque nella corrente spumeggiante, la barca iniziava ad avanzare troppo lentamente e ad essere ingovernabile. Davanti a loro, in alto, ora potevano vedere Tempest: un grande monte roccioso si levava verso il cielo, al centro di un massiccio che sbarrava la via verso la parte occidentale di Nat. L’aria si faceva sempre più oscura e greve e ostile. Decisero di proseguire il resto del viaggio a piedi. Iliar dava evidenti segni di inquietudine.
– Ora inizio capire perché superstizioni… – mormorava fra sé di tanto in tanto.
La foresta sulle pendici dei monti di Tempest era spettrale. Luce grigia filtrava faticosamente dagli alti rami scheletrici che alberi altissimi levavano inutilmente verso il cielo completamente coperto da enormi nubi nere che giravano lentamente intorno alla cima più alta, lanciando incessantemente fulmini all’intorno, illuminando così di una luce ancor più spaventosa la scena.
A parte i tuoni e le rapide del fiume, nel bosco tutto taceva. Il silenzio era impressionante, non un uccello che osasse cantare, per quanto fosse improbabile la presenza di uccelli nelle vicinanze.
Avanzavano di buon passo, non riuscivano a rilassarsi e tutto quello che volevano era uscire da quel posto. La nera terra umidiccia cedeva sotto i piedi e vi rimaneva attaccata in maniera alquanto disgustosa.
Presto si ritrovarono ad arrancare in salita, scivolando nel fango, ritrovandosi tutti bagnati e sporchi. Nessuno parlava più. Nemmeno i pensieri che le gemelle si scambiavano erano articolati coerentemente.
Improvvisamente un lampo piombò loro vicino. Udirono lo spostamento d’aria oltre al boato tremendo. Un albero fu spezzato di schianto, e cadde fumando proprio davanti a loro. Lo fissarono con gli occhi sbarrati per alcuni istanti, finché si ripresero e continuarono l’estenuante marcia, timorosi che un altro albero potesse schiantarsi su di loro all’improvviso, in qualsiasi momento.
Giunse la notte. Non seppero dire quando, né come. Avevano perso la cognizione del tempo. Un lieve bagliore spettrale filtrava dalla montagna che sembrava perennemente accesa da qualche misteriosa energia tremenda che pulsava nel cuore della terra, ora potevano sentirla. I lampi continuavano incessanti e illuminavano come colpi di maglio gli alberi che si stagliavano nelle posizioni più incredibili ai loro occhi per un attimo e poi tornavano a sparire inghiottiti dall’oscurità in misteriosi percorsi intorno ai tre intrusi.
Non si erano mai sentiti tanto osservati e tanto in pericolo come in quell’occasione. Si giravano intorno di scatto a ogni passo, con le pupille dilatate al buio.
Camminarono, no, strisciarono, scalarono la montagna in quel modo per anni, forse secoli, finché la vegetazione, se così poteva chiamarsi, iniziò a diradare, lasciando libera la visuale del monte. Tempest era lì, e li aspettava spirando minaccia e terrore.
Ora si arrampicavano fra macigni e sassi che ruzzolavano giù ad ogni passo. Fulmini cadevano intorno a loro senza mai colpirli, annerendo il terreno e dando indizi sulla direzione da prendere. La terra tremava costantemente, pulsando, come un leggero terremoto continuo, senza che si fermasse mai. Il cuore di Tempest non avrebbe fatto per loro un’eccezione.
L’ascesa terminò abbastanza bruscamente in una sorta di spianata, dalla quale spuntavano aguzzi massi di roccia simili a meteoriti, i quali venivano sovente colpiti dai lampi che ne staccavano frammenti polverizzandoli e spargendo all’intorno fumo e letali schegge. Il cammino era difficile a causa della fine sabbia nera che ricopriva la roccia, rendendo scivoloso il fondo e celando spuntoni aguzzi che potevano ferire il piede.
Iliar tremava come una foglia, e i suoi denti si sentivano benissimo. Shad
non poteva farci niente; poteva a stento far qualcosa per sé stessa. Shin andava avanti con ostinata determinazione.
I fulmini cadevano sempre più frequentemente, radunandosi presso un punto dinanzi a loro. Percepivano, anche Iliar, nettamente lo sguardo di Tempest, della roccia, dei lampi delle nubi e della foresta su di loro, come fossero tutte parti di un unico essere.
Al centro della spianata c’era una tratto circolare pavimentato di roccia, liscia, immacolata, intorno al quale cadevano ormai quasi tutti i fulmini, sull’anello carbonizzato di roccia che lo circondava.
L’aria stessa tremava, continuamente sconvolta dai lampi, in una sorta di lentissimo respiro senza tempo.
Shin e Shad si diressero verso il cerchio. Iliar si immobilizzò, come fosse stato bloccato da un braccio invisibile, incapace di andare avanti come di tornare indietro.
I fulmini si scostarono per farle passare. All’interno del cerchio il frastuono era attenuato, ma solo per lasciare spazio al rombo proveniente dalla terra stessa. Intorno a loro vedevano una cortina di luce, muro di silenziosi lampi che ormai giravano senza soluzione di continuità intorno a loro.
L’aria era immobile, calda e pesante. La vibrazione dalla roccia salì d’intensità, sempre più, finché sembrò parlare alle loro menti.
Il tremore crebbe fino a diventare un piccolo terremoto e dal pavimento eruppe un blocco di roccia nerastra, incrostata di minerali che riflettevano la luce intorno. Lo sperone le chiamò, traendole a sé. Incapaci di opporre resistenza, si avvicinarono, prima un passo, poi due finché avrebbero potuto toccarlo. La roccia e i minerali si fusero davanti ai loro occhi e presero a fluire per misteriose giravolte e vortici, ritraendosi da una parte e confluendo in un’altra. Dopo qualche istante tornarono a solidificarsi, lasciando impresse ella roccia due cavità a forma di mani – le loro mani – il cui fondo vetrificato rifletteva i loro volti stupefatti.
A quel punto si presero per mano, e con le restanti mani libere andarono a riempire quelle cavità. Sull’istante luce accecante si sprigionò d’intorno ai loro palmi, mentre intravedevano la roccia che le ricopriva entrambe. Poi più nulla, come la morte.
Giaceva a terra, sull’erba.
Sentiva la terra fresca e soffice sotto di sé.
Si accorse di poter aprire gli occhi – dove si trovava? – ma non vide granché: era buio pesto, non c’era neanche luna – impossibile, c’è sempre una luna – solo qualche stella che non riconosceva rischiarava un poco il pendio della collina sulla cui sommità si trovava ora.
Non appena si alzò in piedi un vento gelido si levò, e l’erba si tramutò in ghiaccio, polverizzandosi sotto i suoi passi scricchiolanti.
Si strinse fra le braccia: se non trovava un riparo sarebbe morta congelata.
Quanto avrebbe voluto possedere la percezione della sorella, in quel momento! – Shad troverebbe subito un riparo – Invece no, era sola.
Sola.
Non se ne era neanche accorta, ancora intontita, presa dal momento.Era completamente sola. Per la prima volta in vita sua non sentiva il tocco gentile della sorella carezzargli la mente. Provò a cercarla, ma rinunciò quasi subito. Si sentiva come un bambino che cercava di alzare un masso di cinquecento chili.
Avrebbe dovuto cavarsela.
Rabbrividendo per il freddo e lo sforzo materializzò una palla di energia luminosa, calda, cercando di trarne un po’ di calore. La fece levitare a mezz’aria dinanzi a lei, illuminando il passo. La seguì, nel sentiero di ghiaccio semifuso che si lasciava dietro.
Piano piano la torcia improvvisata andava estinguendosi, mentre la stanchezza sopraffaceva la sua mente. Doveva fare in fretta.
Non poteva vagare così. Non ce l’avrebbe fatta.
Richiamò la sfera presso di sé, concentrandosi sul calore che ne emanava.
Distese la sua mente, rilassandosi. Doveva riuscirci. Doveva farlo. Se poteva riuscirci sua sorella ci sarebbe riuscita anche lei.
Sospirò, cercando di escludere gli stimoli esterni come Shad sapeva fare così bene. Cercò di non pensare al freddo, al buio, al pericolo. Sospirò ancora. Radunò tutte le sue energie ora così indisciplinate nel cercare di percepire ciò che la circondava.
Continuava a sentire soltanto la neve cadergli addosso.
– Riprova – si disse.
Respirò a fondo, a lungo, ignorando quanto l’aria fosse fredda.
Fu un attimo, e nella mente le si stagliò l’immagine di una collina coperta di ghiaccio, con una ragazza inginocchiata sulla sommità, e alle
sue spalle, duecento metri più in basso una casetta di legno dalla quale proveniva un certo calore.
Spalancò gli occhi. Si voltò e volò giù dalla collina sospesa a mezz’aria. Raggiunse la porta e l’aprì. Dentro non c’era nessuno, solo un caminetto acceso. Si prostrò vicino alle fiamme, rischiando di mettersi a piangere per lo choc e la gratitudine. Si abbandonò alla sensazione tranquillizzante che quel riparo offriva e si accasciò, addormentandosi, sulla pelliccia di un qualche animale sul pavimento davanti al camino scoppiettante.
Cos’era successo?
Un attimo prima era sulla montagna – anzi, no, erano – e adesso si trovava sola…
Sola?
Sola!
Non c’era traccia della mente di Shin, ovunque cercasse, vicino e lontano; su quel mondo non c’era più traccia della sorella. Com’era potuto accadere? Dov’era finita?
Possibile che…?
Non osò continuare il pensiero. Shin stava bene, se lo sentiva. Solo non riusciva a raggiungerla… D’altronde era quello che intendeva l’Anziano… o no?
Si alzò a sedere. Si trovava in una catapecchia, e il caldo era soffocante. Dalla finestra filtrava un accecante raggio di sole. Non aveva mai visto una luce del giorno così violenta. Uscì cauta all’esterno riparandosi per quanto poteva la vista da quella stella abbacinante. Dopo qualche minuto riuscì a distinguere il paesaggio.
Era in un deserto.
La capanna dove si era svegliata si ergeva ai piedi di una collinetta di roccia sulla quale crescevano radi arbusti rinsecchiti.
Tutt’intorno a lei era il nulla, in ogni direzione: distese di roccia da una parte e di sabbia dall’altra.
Si sentì desolata.
Chiuse gli occhi, cercando di estendere la sua percezione il più possibile, e quello che vide la spaventò.
Per chilometri e chilometri all’intorno non c’era nulla, assolutamente niente. Solo a nord, a un numero imprecisato di settimane di cammino
c’era un’oasi che preludeva a una valle dove finalmente si trovava vita.
Come avrebbe fatto a raggiungerla? Non aveva cibo, e non poteva volare come la sorella fino laggiù.
A piedi sarebbe senz’altro morta senza arrivare neanche troppo lontano, e i suoi piedi erano l’unico mezzo di trasporto che aveva.
Si accasciò sulla sedia sotto la piccola veranda, portandosi una mano alla fronte.
Sospiro.
Si sentiva come se le avessero amputato una parte del corpo. Il suo braccio sinistro era ancora lì? Se lo tastò. Fresco, liscio.
Portò la mano alla cinta ove aveva appeso il pugnale di Thorium. Freddo al tatto, lo strinse fra le mani cercando di assorbire l’energia che conteneva. Le sembrò di rivedere il suo fratello così lontano sorriderle con calore e sentire il suo abbraccio rassicurante, e tornò con la mente a quando erano piccoli e giocavano insieme nel giardino si Saberinne.
Aprì gli occhi ora lucidi.
Decise che sarebbe stato meglio mettersi in cammino.
Non vide la casetta sparire come una nuvola di fumo alle sue spalle. D’istinto si voltò, e non c’era più nulla, solo la piatta distesa desertica. Volse lo sguardo in alto: il sole era allo zenit, impossibile da sostenere con lo sguardo.
Continuò a camminare verso l’oasi che aveva scorto per ore, forse giorni.
Aveva dimenticato ormai tutto, conscia solo del fatto che doveva andare avanti – Doveva farlo – quando percepì qualcosa nell’aria. In alto, senza guardare, vide un lieve fruscio di vita, leggero sopra l’ala del vento. Degli avvoltoi – avvoltoi su Noi-Hert? – stavano aspettando perché potessero mangiare.
Erano venuti a celebrare la sua morte, invece avrebbero potuto restituirla alla vita.
Protese la mente verso di loro. Afferrò le loro vaghe coscienze di animali con la forza della disperazione. Un nuovo istinto ora li animava. Scesero dolcemente volteggiandole intorno, senza smuovere troppo l’aria nel timore potesse darle fastidio. Si avvicinarono timorosi saltellando sulla sabbia ustionante finché lei poté afferrare le loro zampe, e ordinare loro di alzarsi in volo. Erano abbastanza grandi e forti. L’avrebbero sostenuta.
Con qualche sforzo gli uccelli riuscirono a sollevarla fino a portarla in
alto, pericolosamente in alto, dove la loro velocità aumentò. Serrò la presa sulle zampe dei due volatili, abbandonando il capo.
La deposero presso l’acqua.
Si protese e bevve, al riparo dell’ombra di un alto e fitto palmeto. Colse dei frutti e mangiò, e ne diede anche agli uccelli. Si appoggiò al tronco di un albero e si addormentò.
Shin…
Era la voce della sorella? O la sua stessa voce?
No, doveva averla sognata… Si tirò in piedi delusa. Una fievole alba illuminava ora il paesaggio spoglio, vestito solo di neve. Qualche sporadico albero lacerava il candido manto con artigli nerastri. Aveva dormito sulla sponda di un lago ghiacciato. Non aveva idea di come ci fosse arrivata.
Guardò improvvisamente la neve, cercando tracce di qualcuno o qualcosa che aveva potuto trasportarla mentre dormiva. Il tappeto bianco era immacolato.
In lontananza scorse una serie di colline, con una struttura artificiale che sorgeva su di esse. Poteva essere una città. Si avviò fra la neve, sciogliendola intorno ai suoi piedi, sotto un cielo grigio ma fortunatamente calmo.
Camminò per tutto il giorno, ma le colline erano ancora lontane. Ora distingueva qualche altro particolare: non era una città quella che aveva intravisto. Sembrava un’enorme costruzione unitaria, impossibile valutarne le reali dimensioni.
Non poteva dormire all’aperto nella neve, o non si sarebbe più svegliata… Specialmente se avesse ricominciato a nevicare. Decise di continuare a camminare. Non si sentiva stanca. Voleva uscire da quella situazione, e questo bastava a darle forza.
Quasi in risposta al suo proposito, quando la notte scese di soppiatto sul mondo, nella torre più alta della lontana costruzione si accese una luce, appena visibile, guidò i passi di lei per tutta la notte attraverso l’oscurità. Non un suono, non un’immagine, notte senza luna e stelle, il suo respiro l’unica cosa a ricordarle che era sola. Ma non si sentiva poi così sola… In qualche modo si sentiva osservata – forse Shad saprebbe dire cosa c’è sotto – poi – dove sei finita sorellina? – ma tutto taceva.
Il gelo cominciava a entrargli nelle ossa attraverso i piedi. Cercò di respingerlo col suo calore, poi ignorandolo, ma presto si propagò a tutto il corpo. Non poteva cedere, no, non ora che era così vicina, non poteva arrendersi. Cadde in ginocchio. Mancava un ultimo tratto di strada, la luce era ormai quasi verticalmente sopra di lei. Poteva quasi indovinare la porta nelle mura, poco più in là. Prese a trascinarsi in avanti carponi, spinta solo dalla forza della sua volontà.
Quando stava ormai per perdere i sensi si scontrò contro una superficie di pietra. – Porta – le disse una voce dentro. Cercò la maniglia, o il batacchio, ma non c’era niente del genere. Provò a bussare con la poca forza che aveva nelle braccia, ma il suono che ottenne sembrò svanire inghiottito dal silenzio di oscurità che la circondava. Ricorse alla telecinesi. Aveva un solo tentativo. Non ebbe risultati. L’ultima cosa che scoprì, prima di svenire ai piedi della sua meta, fu che la porta non aveva serratura.
Shad…
La voce nella sua mente la destò. La sconcertò scoprire di non sapere da dove provenisse, o da chi.
Ma forse ancora più sconcertante fu scoprire che non era più presso l’oasi. Qualcosa doveva essere cambiato durante la notte. Si alzò in piedi scrollandosi la sabbia di dosso. Si stropicciò gli occhi, offesi dal sole, col risultato di irritarli ulteriormente.
Si trovava su una collina rocciosa, all’ombra di una cresta di roccia. Davanti a lei c’era il deserto. In lontananza scorse, una chiazza verdastra. Si protese con la mente fino a percepire l’oasi dove si era addormentata.
– Come ci sono arrivata qua? – Si chiese. Si voltò, e si trovò davanti un’imponente costruzione, di roccia rossastra, la stessa di cui erano costituite le colline desertiche sulle quali si trovava ora. Non sembrava ci fossero aperture, o finestre. Superfici di pietra uniforme si alternavano orizzontalmente e verticalmente, quasi a costituire un palazzo, addirittura una città, interamente chiusa all’ambiente esterno.
Doveva esserci un ingresso, da qualche parte. Si rilassò, guardando dall’alto l’immensa costruzione con l’occhio della mente. Fu consapevole di ogni granello di sabbia che ricopriva la collina, e di ogni centimetro quadro di quella struttura, ma le sue pareti costituivano un muro
impenetrabile al più profondo dei suoi sguardi. Si chiese come fosse possibile. Neanche il proiettore di Ayonn riusciva a tenerla del tutto fuori.
Continuò nella sua ricerca girando intorno alla costruzione finché non percepì qualcosa, un vago sentore, come un alito espirato per una attimo… Lo inseguì finché non ne rintracciò la fonte.
Sembrava aver trovato l’ingresso. Si incamminò in quella direzione, fino a giungere davanti a un enorme portale di pietra. Anch’esso non presentava aperture di nessun tipo, neanche aveva una serratura. Probabilmente era azionato dall’interno. Ne studiò l’interno con la sua percezione, fino a scoprire il meccanismo di apertura, completamente inglobato all’interno della roccia.
C’era una solo modo di aprire quella porta, comprese Shad. E l’unica che potesse farlo, ironia della sorte, era sua sorella. Si trattava di far scattare con un semplice impulso telecinetico – abbassare una maniglia, né più né meno – il meccanismo che con una serie di contrappesi ad esso collegati avrebbe fatto sollevare una lastra di roccia.
Non c’era altra strada. Shad si sedette, sospirando. Se solo Shin fosse stata lì… Ma doveva smetterla di pensare in quel modo. Non l’aiutava a trovare una soluzione. L’unica cosa da fare ora era riuscire ad aprire quella porta.
Si sedette a gambe incrociate davanti al portale. Ora le sembrava di ricordare che il padre le aveva raccontato di una porta simile, senza serrature, ad Ayonn… Ma non ricordava i dettagli.
Dunque non era niente di impossibile. Lui aveva fatto una cosa del genere, quindi lei non aveva motivo di ritenersi da meno.
Si concentrò unicamente su quel perno nascosto nella roccia, immobile nell’oscurità e nel silenzio, così caldi e confortevoli, dormiva il sonno senza tempo della pietra che non mutava mai.
Tutta la materia di cui era composto sembrava vibrare lentamente, all’unisono, un accordo musicale che invitava la sua mente ad usarlo, a liberarlo finalmente dalla sua prigionia per dare un senso alla sua immobile vita rocciosa.
Entrò dentro di lui. Ne contò gli atomi per un tempo che poteva essere lungo millenni, finché non poté dire lei stessa di essere anche roccia. Era lei stessa quel perno, sotto la tensione implicita del meccanismo, sotto i contrappesi liberatori all’ignoto. Bramavano il collegamento fra i due
mondi, il dialogo fra il deserto e il mondo sconosciuto che giaceva cieco e sordo.
Tutto ciò che doveva fare era assecondare il suo desiderio. Fu così che lo mosse senza vederlo. Esultando, la roccia prese a muoversi, il meccanismo a girare, e la lastra di roccia si innalzò sopra di lei. Non aveva bisogno di aprire gli occhi, ma lo fece lo stesso. Dall’interno proveniva una luce diversa, una sorta di oscurità trattenuta e proiettata all’indietro, era impossibile scorgere cosa vi fosse nascosto aldilà.
La lastra terminò di scorrere, con un ultimo gemito si assestò. Shad entrò.
Si destò di nuovo. Il freddo non l’attanagliava più con la sua morsa. Non che facesse caldo…
Si alzò in piedi con cautela nell’oscurità più completa. C’era un silenzio innaturale. Lo stesso suono dei suoi respiri sembrava essere attutito, risucchiato chissà dove.
Provò a materializzare una sorgente luminosa, ma non riuscì a produrre neanche una scintilla. Si accasciò a terra, atterrita. Cosa stava succedendo? Qualcosa bloccava la sua mente…
Mentre ancora cercava una spiegazione una leggera luce, impercettibile, sembrò giungerle direttamente nella sua mente, a delimitare i contorni di ciò che la circondava.
Non aveva la reale sensazione di vedere, ma non era neanche come quando riceveva una visione mentale da parte della sorella. Non riusciva a spiegarlo. Iniziò a pensare che le cose che ignorasse di quel mondo fossero davvero più del previsto.
Si trovava in una sala di roccia. Dietro di sé era un portale, chiuso, di roccia anch’esso. Doveva essere quello che aveva toccato la notte precedente. Si chiese come fosse riuscita ad entrare. Qualcuno doveva avere aperto.
Nella sala semicircolare c’erano quattro porte, sulla parete ricurva davanti al portale d’ingresso… O almeno dovevano esserlo state. Si “vedevano” gli stipiti e l’architrave, ma nel vano c’era solo roccia.
– Beh – si disse – non resta che forzarle – Si piazzò davanti alla prima, e bussò. Non distinse il suono che produsse, quindi lasciò perdere. Radunò tutta la sua energia e la scagliò contro la parete, per frantumarla.
Non accadde niente.
Shin rimase impietrita, incredula ad osservare la parete rocciosa. Non c’era stata nemmeno l’ombra di una vibrazione, nessun contraccolpo, niente di niente.
Si allontanò, risentita. Si avvicinò alla seconda porta, tastandone la superficie. Al tatto sembrava normalissima roccia. Vi poggiò la piccola mano affusolata. L’avrebbe sciolta, come aveva fatto con le manette. Sarebbe uscita in pochi minuti.
Ne passarono diversi. La roccia non era neanche tiepida. Fresca come prima.
Shin tornò a sedersi, sconsolata. Non riusciva a capire. Com’era possibile?
Shad avrebbe… – Oh, chi se ne importa! –
Guardò ostinata le porte. Cosa avrebbe fatto la sua cara sorellina? Si sarebbe messa lì seduta tranquilla a meditare. Avrebbe trovato il modo di uscire, guardando con l’occhio della sua mente.
Non aveva idea di cos’altro fare, così si accinse a imitarla. Chiuse gli occhi, ma intorno a sé, dentro di sé, percepiva solo indistinte, indisciplinate e luminose correnti di energia. Si stupì della sua percezione. Non pensava di poterlo fare. Ma guardare dentro di sé era inutile. Doveva trovare modo di uscire.
La sua coscienza arrancò faticosamente oltre i margini del proprio corpo, finché dopo secoli raggiunse le pareti della sala. Non sembrava riuscire ad andare oltre.
– Devi riuscirci! – si disse, stringendo gli occhi, spostando l’aria intorno a sé per l’energia repressa.
Lentamente, più lentamente di qualsiasi cosa potesse aver mai immaginato, riuscì ad avere un vago sentore della roccia sopra di sé, delle quattro porte. Si concentrò su queste ultime. La prima, le opponeva una liscia e impeccabile resistenza. Un muro. Strinse fra le mani il pugnale, immaginando che la sua mente avesse forma di lama per trapassare l’ostacolo. Attaccò la ferma parete d’improvviso, come a buttare giù la sua essenza. Riuscì ad oltrepassarla, ad oltrepassarle tutte. Solo una conduceva altrove, le altre erano finte.
Mentre realizzava questo pensiero, aprì gli occhi, e la porta era aperta, e l’oscurità che essa celava si protese ad afferrarla per trascinarla con sé soffocando il suo urlo.
Aprì gli occhi di scatto.
Cos’era stato? Si mise a sedere.
Era riuscita ad entrare, dopo tutto. Si guardò intorno, ma non riuscì a scorgere il portale che aveva attraversato. Si trovava al centro di una stanza vivamente illuminata da un’apertura nel soffitto. Sei corridoi si dipartivano a raggiera intorno a lei. Lei era proprio nel centro.
Osservò con maggiore attenzione. Da uno dei sei corridoi proveniva una corrente d’ara quasi impercettibile. Si avviò in quella direzione.
Il corridoio sembrava scolpito e levigato nella nuda pietra. Non aveva tuttavia l’aspetto di una pietra qualsiasi. A volte Shad pensò fosse metallo, altre volte cristallo opaco, ma non appena osservava meglio l’illusione svaniva.
Vedeva la fine del percorso avvicinarsi, un rettangolo d’ombra. Vi giunse infine, notando che ombra non era. L’apertura dava in un vasto, enorme ambiente. Raggi di luce filtravano dal remoto soffitto, illuminando danze di pulviscolo più vicino a lei. Non c’era nulla in quella cavità così perfettamente scavata, soltanto il vuoto.
Fu un attimo, e rischiò di precipitare nell’abisso.
Ripreso convulsamente l’equilibrio, osservò stupita l’enorme voragine senza fine, senza profondità che si stendeva sotto di lei. Ne proveniva, dalle parti più remote, un tenue bagliore. Protese la sua mente entro quello spazio, ma il nulla le rispose.
– Impossibile… – pensò, e tornò a provare. Nulla. Era come guardare l’oscurità e ascoltare il silenzio. Neanche la pietra cantava la sua quieta essenza. Ne fu turbata.
Volse le spalle a quel vuoto, improvvisamente spaventata, come se la visione aliena avesse rivelato improvvisamente tutta la sua terrificante impossibilità.
Scorse in alto, al di là di quel vuoto, un’ apertura, una soglia, dalla quale sgorgava una luce calda, rassicurante. Si ritrovò a fissarla, incantata da quel dolce richiamo. La sua mente risalì quella visione come un aroma delizioso in un fresco giorno di sole. Non poteva raggiungerla. Represse la sua frustrazione, voltando le spalle a quella vista, che sapeva, ne era sicura, senza capire perché, essere la strada giusta. Decise di cercare una via alternativa.
Tornò alla stanza dove si era svegliata.
Non sapeva quale via prendere. Per la prima volta in vita sua non riusciva a vedere niente di ciò che era oltre il suo campo visivo. Sconvolta, imboccò un corridoio a caso, guardandosi intorno con aria un po’ stralunata.
Tornava a disorientarsi.
Sedeva su una comoda poltroncina, vicino un caminetto. Era acceso, ogni tanto scoppiettava. La stanza in cui si trovava era calda, illuminata e accogliente. La trovava stranamente familiare. Non riusciva a ricordarsi dove l’aveva vista… I mobili di legno scuro e i tappeti a terra e alle pareti, le finestre ampie ora serrate con ante di legno, dietro le tende.
Da un arco oscuro emerse una figura: un uomo, giovane, luce ne promanava. La sua veste era bianco candido, i suoi capelli fuoco vivo e gli occhi chiari ardevano di bagliori ostinati. Abbronzato, corporatura da atleta. Sorrise apertamente, con calore, rivelando denti bianchissimi – Dove lo aveva già visto? – poi parlò:
– Benvenuta Shin.
Rimase a fissarlo attonita, bocca semiaperta. Era sopraffatta… Troppe le cose che non capiva-
– Tranquilla, è tutto a posto… piuttosto vuoi qualcosa da bere?
Ad un gesto dell’uomo, dall’arco oscuro dietro di sé emerse una bottiglia ricoperta di brina e due bicchieri. Levitarono fino a loro per poi posarsi sul tavolo. Lui prese la bottiglia e ne versò il contenuto, un liquido ghiacciato denso azzurrino.
Shin prese il suo piccolo bicchiere e bevve senza pensare. Il liquido divenne istantaneamente parte di lei.
– Vedo che ti piace… Non mi stupisce…
– Eh? Che intendi dire…?
Abbozzò una risata.
– Ti sei riposata? – chiese dopo un istante di lunghezza indefinita.
Shin si trovò a rispondere di sì, prima ancora di rendersi conto di quanto si sentisse ristorata.
– Allora è proprio il caso che tu vada…
Non voleva andarsene ora che aveva trovato questo posto così perfetto per lei.
– Non puoi restare – Alzò le spalle. Sembrava sinceramente dispiaciuto. Le indicò l’arco oscuro.
Shin non voleva entrarvi, ma sotto la leggera spinta dell’uomo si avvicinò gradatamente al varco. L’oscurità era imperscrutabile. Sembrava quasi una parete solida. Più si avvicinava più avvertiva il senso di repulsione. Finché scorse la piccola luce in lontananza, poco più che un’indistinguibile scintilla. Si concentrò su quella piccola stella finché riuscì a scorgerla meglio. Fece per voltarsi per guardare il suo ospite, ma si accorse di essere sola, circondata dall’oscurità. Terrorizzata tornò a seguire la luce.
– Bensvegliata Shad…
Giaceva su di un letto. Non provò neanche a immaginare come ci fosse finita.
Lentamente aprì gli occhi, quindi si tirò a sedere.
Presso il suo giaciglio sedeva una donna, che la guardava con le mani raccolte in grembo. Era di corporatura esile, una lunga e sottile veste nera trapuntata di stelle – erano vere stelle? – celava il suo corpo. Lunghi capelli neri come la notte scendevano lisci e fluenti lungo la sua schiena, sulla pelle bianchissima, e i suoi occhi scuri brillavano di un fascino inspiegabile.
– Chi sei tu? – chiese Shad, notando una notevole familiarità in quel volto sconosciuto. Protese la mente verso di lei, ma non riuscì nell’intento. Si trovò come davanti a uno specchio, non scorgendo nient’altro oltre a sé stessa. La donna sorrise in modo malinconico. Disse:
– Come ti senti?
– Bene… – rispose Shad – ma tu…
– Non importa chi sono io… Credo che in questo contesto conti più chi sia in effetti tu…
– Che vuoi dire?
– Quello che ho detto – sorrise di nuovo, proiettando calore in Shad – Chi sei tu?
Shad la guardò fisso, poi alzò le mani per guardarle, e tornò di nuovo a fissarla. Lei le indicò uno specchio.
Scese i gradini di marmo grigio-verde che riflettevano in parte la sua figura verso il grande specchio ovale addossato a una parete di roccia. La
luce del giorno la illuminava da entrambi i lati in quella alta stanza dal cento veli che pendevano da chissà dove, lassù.
Si guardò allo specchio. Vide la sua immagine. I lunghi capelli biondi, riccioli d’oro bianco e rosso che scendevano dietro la schiena, gli occhi dal verde indefinibile, così simili a quelli della madre. Le spalle e le braccia sottili, le mani delicate, il seno la vita, i fianchi, le gambe fino giù ai piedi, nudi.
– Sono veramente io? – si chiese leggermente insicura nel dire se avesse parlato o pensato.
– Tu che ne pensi? – disse per tutta risposta la donna.
Shad alzò una mano verso lo specchio, e toccò il proprio riflesso Il vetro era fresco e liscio sotto il suo tocco.
Aprì gli occhi, e allora una scintilla di luce arse nella sua mente. Affondò la mano nella sua stessa mano, il braccio nel suo stesso braccio fino a sparire completamente nell’attimo riflesso da uno specchio senza luce.
La passerella di roccia procedeva dritta davanti a lei.
Guardò sotto, e subito se ne pentì: le viscere del pianeta ardevano qualche centinaia di metri più giù. Un solo passo falso e sarebbe precipitata.
Non percepiva correttamente le direzioni, era confusa riguardo al davanti e al dietro, e qualche dubbio sussisteva anche sulla destra e la sinistra. Si guardò intorno, con aria vagamente smarrita, il buio la circondava. L’unica luce proveniva dal basso. E l’unica cosa che riusciva a pensare era mettere un piede davanti all’altro.
Un paio di volte scivolò, una volta finendo anche carponi, ansante, terrorizzata. Cosa c’era in quell’antro? Quella vibrazione leggermente aritmica, pulsazione infrasonica, era forse di nuovo il cuore di Tempest? Tempest… come suonava strana quella parola… Fuori tempo, fuori luogo. Quand’era l’ultima volta che l’aveva pronunciata?
Neanche lo ricordava.
Continuò a camminare finché scorse una gradinata di roccia, in lontananza davanti a sé, investita da un raggio di luce che scendeva dall’alto. Le sue fondamenta di massa rocciosa si perdevano scendendo fino a fondersi nel mare di lava sottostante.
Camminò per minuti, ore, giorni, finché giunse, prostrata, al primo
scalino. Raggi periferici di luce sbandavano fino a lei, per darle forza, per darle vista, chiamandola verso l’alto, al coro di canti leggeri.
Strisciando carponi risalì la scalinata di pietra oscura, assistendo alla scena come dall’esterno… Poteva come vedere quattro volte la stessa scena contemporaneamente, una per i quattro lati della gradinata piramidale, ai quali giungevano quattro passerelle. Quanti corpi aveva? Non ne era più tanto sicura.
L’unica cosa che riuscì a pensare, ancora una volta, fu andare avanti. Continuò ad inerpicarsi per un tempo imprecisato, lungo, troppo lungo, finché, un bel giorno, i gradini terminarono. Si alzò in piedi a nuova vita, ormai cambiata per sempre.
I suoi occhi ora sembravano ardere di una luce diversa, la sua stessa postura annunciava il cambiamento del suo animo e della sua mente. Era bella come non mai, presenza di luce e ombra, scintilla e tenebra.
Dal centro della piattaforma quadrata giunse un tuono, un cupo spostamento d’aria dovuto a roccia e fulmini. Roccia e fulmini parlavano la lingua di un uomo.
Comprese quelle parole.
Voglio la Spada
fu la sua risposta.
Dalla roccia ascese l’Arma, come la pietra fosse un semplice specchio d’acqua. Ascese come se la realtà circostante non avesse importanza. Era soltanto lei, forma arcana di luce abbagliante e tenebra obnubilante. La sua vista confondeva, il suo potere era immediatamente percettibile.
Non era così che la rammentava, dai racconti del padre.
Ma non era sorpresa.
Grazie, Theo
disse, senza capire perché, mentre protendeva la mano verso l’elsa che insieme alla lama vibrava immobile su una frequenza impossibile.
Le sue dita erano sempre più vicine… Avvertiva il calore e la frescura che l’arma generava intorno a sé. Avvicinò la mano sempre più, finché la sfiorò.
Allora aprì gli occhi.
Le gemelle si stavano ora guardando negli occhi. Era stato un attimo, anzi, molto meno di un attimo. Nulla sembrava essere cambiato. Eppure un
momento prima lei era lì, ora stavano stringendo contemporaneamente l’elsa della stessa spada, una di fronte all’altra, come il giorno e la notte. Continuarono a fissarsi per un tempo indefinito, molto più lungo di quanto pensarono, conoscendosi e aprendosi l’un l’altra come mai erano riuscite prima. Guardavano dentro di sé, ognuna vedendo il proprio riflesso nell’altro, uno specchio, parte di un tutto. La fusione. Non riuscivano ancora a crederci.
Tutto si dissolse intorno a loro, finché si ritrovarono al centro della piattaforma rotonda chiusa dalla cortina di fulmini.
Non c’era più tempesta. Raggi di sole squarciavano le nubi, portando gioia ai boschi di Tempest, luce e vita che troppo a lungo erano mancate.
Reggevano la grande arma, dividendone il carico. Sospirarono, seguendo l’esempio della montagna, che finalmente poteva riposare.

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