Menti selvagge – pt.3

Camminavano, passo spedito, nel buio quasi completo, verso solo Corolla sapeva dove. Kriss aveva visto la ragazza raccogliere le bolas e legarsele a un fianco… doveva essere stata lei a salvarlo. Ma qualcosa attrasse la sua attenzione, perché scorse un movimento, nel buio, e involontariamente trasalì. Lei se ne accorse e disse:

“Non ti preoccupare, quello è Smiurl…”

“Smiurl?…” fece Kriss non comprendendo a cosa si riferisse, e avvicinandosi inconsapevolmente a lei.

“Sì. E’ stato lui ad atterrare Jeorghe, dopo che io l’ho fermato”

Kriss ricordava di aver intravisto qualcosa, ma non pensava che quel qualcosa in realtà fosse un qualcuno.

“Smiurl, non credi sia il caso di presentarsi?” disse lei, fermandosi, e apparentemente parlando alle ombre.

“Devo proprio, eh?” era una vocina stridula poco distante “Eh già, credo di sì…” soggiunse poi. Come per incanto, dall’ombra emerse un ometto alto un metro circa, con uno sguardo vergognoso, e avanzò verso Kriss. Protese la sua manina grinzosa e disse:

“Salve Kriss, io sono Smiurl”

Kriss ricambiò, incredulo. Il “nano” aveva delle orecchie enormi trafitte da numerosi orecchini, i quali producevano un lieve tintinnio quando lui muoveva la testa di scatto. Anche il naso era piuttosto grosso, rispetto a tutto il resto. Indossava una giubba e dei calzoncini di pelle stinta. Kriss pensò che avesse un’espressione come di cucciolo smarrito.

Corolla parve indovinare i pensieri di Kriss, poiché disse:

“Non farti ingannare dalle apparenze… All’occorrenza Smiurl è un vero e proprio valoroso…”

A quel complimento inatteso il nano si illuminò tutto, letteralmente: prese a emanare una vaga luminescenza di vari colori.

“Ehi!” esclamò Kriss, che non credeva ai suoi occhi.

“Tranquillo, è innocuo!” disse Corolla ridendo di gusto. La sua risata si levava chiara e argentina “Smiurl è un mutante” soggiunse poi.

“Incredibile…” fece Kriss stupefatto, osservando il nano a bocca aperta, il quale intanto si era “spento”.

“Non sei adirato…?” chiese Smiurl, con voce tremante.

“Adirato? E perché dovrei esserlo?” chiese Kriss, con tono da far rischiarare l’espressione del nano.

“Tutti mi odiano…” si lamentò, vergognoso, guardando a terra. “E’ perché sono… diverso”

Kriss provò pena per quel piccolo uomo, se lo immaginava mentre subiva le angherie di quei tipacci lì intorno e mentre veniva umiliato, tutti i giorni della sua vita. Gli disse con calore:

“Io non ti odio. Affatto! Mi avete salvato: vi devo la vita… E ancora non vi ho ringraziato!”

“Dovere” disse Corolla, sorridendo aperta. Il bianco dei suoi denti si scoprì alla luce delle stelle. Smiurl si illuminò di nuovo, gonfiando il petto tutto contento.

Si rimisero in cammino. Dopo poco giunsero in uno spiazzo, un po’ appartato dal resto dell’accampamento, al riparo dentro un gruppetto di alberi rinsecchiti. C’erano alcune tende affiancate.

“Ecco, tu potrai dormire lì” disse Corolla, indicando quella più grossa. “La dividerai con Theo.”

“Chi è…” fece per dire lui ma un uomo stava già uscendo verso di loro.

“Appunto” disse Corolla “Theo, ti presento Kriss. Saresti così gentile da fornirgli un giaciglio, almeno per questa notte?”

Il gigante, dalla sua altezza, disse semplicemente “Certo” e poi “Vieni”. Kriss vide che era alto come quel Jeorghe, e che era ancora più massiccio. Nella tenda era accesa una candela, così poté guardarlo in faccia. Aveva i capelli chiari, radunati in una lunga treccia che gli scendeva lungo la schiena. Il volto era squadrato e massiccio, come il resto del corpo. Aveva un’espressione fra le più stoiche e neutre che Kriss avesse mai visto. I suoi occhi erano chiari e freddi come il ghiaccio, ma c’era qualcosa in lui che ammorbidiva il suo sguardo, e il suo parlare non era rude, venato di odio come quelli degli altri lì intorno.

Corolla teneva sollevato il lembo della tenda, all’ingresso. Più in basso Smiurl sbirciava, dietro di lei. Lei guardò Kriss e gli disse:

“Buonanotte… Con Theo nei pressi nessuno oserà avvicinarsi”

“Buonanotte” rispose lui “Grazie ancora…” e la vide sparire nella notte senza un suono.

Theo tirò fuori una stuoia da qualche parte e la porse a Kriss.

“Mettiti lì” gli indicò il lato libero della tenda, resa angusta dalla sua imponente presenza.

Kriss srotolò la stuoia a terra e vi si coricò. Dopodichè si addormentò profondamente, troppo stanco e stravolto per sognare.

“Kriss…”

Aprì gli occhi. Gli era sembrato che qualcuno lo avesse chiamato, ma la tenda era vuota.

Rumori e voci animate provenivano dall’esterno. Era giorno. Si alzò, stirandosi, ancora intontito, e uscì riparandosi gli occhi dalla luce del sole. Si guardò intorno, strizzando gli occhi.

Tutto intorno il campo era in fermento. Ora, alla luce del giorno, sembrava molto più grande. Quasi tutte le tende erano già state smontate. Ormai si vedevano soltanto uomini e cavalli aggirarsi più o meno di fretta da una parte all’altra. Al centro dell’accampamento c’era una jeep scoperta. Sul cofano stava in piedi il capo, dando ordini ora a questo ora a quello.

“Attento!” Kriss trasalì udendo quel grido ravvicinato. Da sotto un mucchio di paglia spuntò Smiurl, che vedendolo trasalire assunse subito un aria dispiaciuta, e cercò di spiegare:

“E’ pericoloso…”

“Ah…” Kriss ancora non capiva in che razza di posto si trovava in realtà.

“Corolla mi ha ordinato di restare di guardia” continuò il nano “…e di dare l’allarme in caso di pericolo. Pensa che qualcuno possa farti del male…”

“Ed ha ragione”

Kriss si voltò udendo quella voce baritonale.

“Buongiorno, Theo.” Disse.

“E’ meglio che ti prepari, fra poco partiremo. Mettiti questi” gli porse dei vestiti. I suoi non erano granché adatti a viaggiare nel deserto.

“E soprattutto togliti quelle…” e indicò le sue scarpe.

Kriss si guardò i piedi, e dovette concordare centro di sé con Theo riguardo al fatto che le sue Nike erano proprio improbabili, in quel posto. Cominciò ad esaminare i nuovi vestiti: due grossi scarponi, sembravano anfibi da trekking; un grosso cappello che gli celava parte del viso; pantaloni di pelle, camicia e una specie di mantella, a mo’ di poncho. C’era anche un maglio molto pesante.

“E con questo cosa dovrei farci?” chiese rivolto a Theo che stava caricando il suo cavallo.

“Non hai un’arma…” disse, del tutto naturale.

“Ha ragione” disse Smiurl sottovoce.

Kriss alzò le spalle e andò a cambiarsi, guardando con aria leggermente titubante i suoi nuovi vestiti, e soprattutto l’enorme martello, che stentava a reggere con una mano sola. Lo osservò più da vicino: non riconosceva il materiale di cui era costituito, anche se doveva essere per forza una lega metallica. Le due facce più larghe erano ornate da un rilievo dorato, curvilineo. Le due facce più corte invece erano munite di due punte acuminate. Si domandò come, se si sarebbe trovato a doverlo fare, lo avrebbe usato. Scosse la testa e lo appoggiò vicino alle altre armi.

Appena ebbe terminato di vestirsi, Corolla entrò nella tenda.

“Buongiorno. Vedo che sei pronto: bene. E’ ora di partire”

“Dov’è che stiamo andando?…” chiese Kriss.

“Il capo ha avuto notizia di una carovana commerciale poco difesa in transito nella valle a tre chilometri da qui” rispose lei noncurante.

Kriss la fissò, non comprendendo, assumendo forse un’espressione un po’ idiota.

Corolla gli pose le mani sulle spalle e disse, guardandolo negli occhi:

Li attacchiamo, Kriss”.

Menti selvagge – pt.2

“Sei vivo…”

Di chi era quella voce? La sua?

L’aveva veramente sentita?

Aprì gli occhi lentamente, mentre i pensieri ricominciavano a scorrere nella sua mente, tentando di ristabilire il contatto con la realtà. Impiegò qualche secondo per mettere a fuoco la vista.

Si sentiva piuttosto male. Faticava anche solo a respirare a fondo. Si mise faticosamente e dolorosamente a sedere, e non riconobbe quello che vide. Si sforzò di ricordare, e gli tornò alla mente quello che era successo.

In teoria doveva essere stato colpito dal fulmine, ma non capiva come potesse essere ancora vivo. Era, comunque, completamente fradicio.

“Forse sono morto…” disse ad alta voce, guardando la piccola valle rossastra sotto di sé, dalla quale ascendevano fili di fumo da incendi non ben identificati, riconsiderando la plausibilità di quell’ipotesi. Che fosse morto.

“Pensavo peggio…” disse alzandosi cautamente in piedi. Per qualche istante ebbe le vertigini, poi il suo senso dell’equilibrio si stabilizzò.

Guardò il cielo, striato da una lunga nuvola che sembrava la scia di un aereo. Aveva un colore strano, alieno. Il sole stava tramontando, e illuminava di strani bagliori la volta celeste che stava già accogliendo il lieve scintillio di alcune stelle.

Scosse la testa, si stropicciò gli occhi, e cercò un modo di scendere verso la valle, per orientarsi e capire dove diavolo fosse finito. Di certo non c’erano valli di quel tipo e colore, vicino casa sua.

Incespicando più volte e cadendo anche, in un paio di altri casi, arrivò alla spianata, priva di alberi. C’era una strada che conduceva verso quello che sembrava il luogo dell’incendio. Ormai era notte, e il fuoco illuminava di maligni bagliori rossastri la scena.

Proseguendo Chris vide che si trattava di un villaggio, anzi, di quello che ne rimaneva. Praticamente tutto era stato dato alle fiamme. Non c’era traccia di anima viva. Non c’erano mezzi di trasporto. Non poteva far altro che continuare a camminare.

Dopo pochi metri vide il primo. Un uomo, giaceva disteso supino, con una freccia che spuntava dal torace. Chiaramente morto.

Chris guardò i suoi spenti occhi sbarrati e fu colto da un conato di vomito. Alcune mosche già gli ronzavano intorno.

Quando si fu ripreso, ebbe abbastanza presenza di spirito da mormorare:

“Dove diavolo sono finito?”

Continuò a camminare e vide che la strada era piena di cadaveri. C’era stata una specie di battaglia.

Camminava allucinato, la mente che rifiutava la realtà e che comunque aveva seri problemi a trovare una spiegazione a quello che stava vivendo.

Perse la cognizione del tempo. D’un tratto si ritrovò seduto appoggiato allo stipite dell’ingresso di una casa risparmiata dalle fiamme. La porta era stata divelta. Si riscosse, rabbrividendo. Doveva trovare un riparo, asciugarsi…

Ispezionò la casa. Era deserta, e tutto giaceva nel caos più assoluto. Entrò in quella che doveva essere la camera da letto, a giudicare dai bassi giacigli. C’era un armadio, lo aprì. Alcuni vestiti al suo interno, roba strana. Prese una specie di camicia e dei pantaloni che potevano essere più o meno della sua misura, poi si spogliò degli abiti ormai infangati e laceri (e anche un po’ bruciacchiati, ora che ci faceva caso) e li gettò in un angolo.

Si buttò sul giaciglio, coprendosi con la coperta provvidenzialmente tirata da una parte e si addormentò di colpo.

“Svegliati…”

“Chi ha chiamato?…” biascicò Chris alzandosi a sedere sul letto, mentre lottava per riprendere conoscenza. Aprì gli occhi, e la consapevolezza di quella realtà ripiombò a macigno su di lui.

Gemette, cercando di schiarirsi la vista. Non sapeva per quanto avesse dormito, ma uscendo vide che il sole era già alto.

Aveva fame. Pensò come avesse potuto non accorgersene prima. Tornò in casa e cercò qualcosa da mangiare. Divorò tutto quello che all’olfatto e ad una prudente assaggiata risultava commestibile, poi si incamminò, confortato da uno stomaco ormai ben pieno.

Gli incendi si erano quasi spenti. Il vento spargeva il fumo per tutta la valle, portando purtroppo con sé anche l’odore di morte… Chris fu nuovamente assalito dalla nausea, ma non era disposto a rinunciare tanto facilmente a quanto aveva appena mangiato, così si dominò. Si avviò nella stessa direzione della notte precedente. Dopo qualche minuto di cammino il villaggio terminò. In un tratto di terra erano state scavate e ricoperte una decina di tombe. Non c’era nessuna sorta di lapide, solo la terra smossa a coprire dei cadaveri ormai senza più nome.

Si guardò intorno, ragionando sul fatto che qualcuno aveva dovuto seppellire quei poveracci, i quali certo non avevano potuto fare a turni… E poi l’ultimo, come faceva a seppellirsi? Chris rise di quel pensiero, ma poi un brivido gli corse lungo la schiena, pensando che in effetti poteva essere vero, e che non tutti i morti potessero stare sottoterra. Scacciò quelle nefaste e ridicole sensazioni e studiò il terreno.

La terra tutt’intorno sembrava calpestata e smossa, come se un gran numero di persone fosse passato di lì. C’erano anche delle tracce di ruote. Sembravano essere state lasciate da un carro. Chris alzò lo sguardo e vide che la pista proseguiva dinanzi a sé, nel paesaggio semidesertico.

Fortunatamente anche un bambino avrebbe potuto seguirla, pensava Chris mentre camminava alla ricerca di forme di vita intelligenti… L’unica cosa cui potesse aggrapparsi.

Camminò tutto il giorno, e stava per disperare quando scorse in lontananza un vago chiarore e un filo di fumo ascendere verso il cielo.

“Fa che non sia un altro villaggio morto…” disse fra sé mentre si incamminava in quella direzione con rinnovata energia.

Ormai era notte fatta quando arrivò ai margini dell’accampamento. Osservava, sdraiato, nascosto fra la bassa vegetazione. Non era un villaggio. Li aveva raggiunti. C’erano un notevole numero di tende intorno a un grosso falò centrale, presso il quale stavano arrostendo degli enormi pezzi di carne. L’odore giungeva fino a lui, e quasi lo fece svenire. Intorno al grande barbecue numerosi uomini danzavano sul ritmo di rozze canzoni dalle parole oscure e tracannavano enormi boccali di qualcosa che doveva essere birra mentre attendevano di saziarsi della carne. Chris si guardò intorno. Non c’era movimento ai margini dell’accampamento. Fu allora che li scorse.

Schiavi. Erano ammassati in alcune gabbie grosse come autocarri, con ruote che dovevano aver lasciato le tracce che lui aveva seguito, e che dovevano essere state attaccate a quella specie di trattori che vedeva in un angolo.

Gli balenò un’ipotesi nella mente, e si rammaricò della sua sfortuna. Quella gente doveva aver attaccato il villaggio, erano gli assassini, e lui era andato a cercarli… E quelli laggiù dovevano essere i superstiti, presi come spoglie…

Era disgustoso. L’indignazione e la rabbia lo pervasero.

Fu così che gli balenò l’idea. Pochi secondi dopo strisciava già verso le gabbie, senza pensare alle immediate conseguenze di ciò che si apprestava a compiere. Al riparo dietro un carro vuoto le studiò meglio, e vide che al loro interno c’erano donne e bambini. Niente uomini, né vecchi. Pensò ai cadaveri sparsi per il villaggio distrutto, e poi subito scacciò la visione.

Riprese a strisciare verso la porta di una di quelle celle mobili. Qualcuno lo scorse, e subito si levarono mormorii e qualche lamento e un grido. Chris trasalì, si guardò intorno, portando il dito alla bocca per reclamare il silenzio, sperando di non essere già stato scoperto. Quindi prese ad esaminare il lucchetto che chiudeva la porta sotto gli sguardi disperati e vagamente speranzosi di quei disperati.

“Beh, io non lo farei…” disse una voce femminile alle sue spalle.

Chris si senti raggelare. Rimase qualche istante pietrificato, poi si voltò lentamente, cercando di apparire non troppo terrorizzato. A parlare era stata una ragazza, che ora lo studiava con il capo inclinato, appoggiata al carro che prima aveva offerto riparo a Chris.

Era decisamente attraente. Aveva lunghi capelli castani, scuri nella notte, dai riflessi rossi alle luci delle fiaccole. Indossava una larga camicia aperta sul seno; per il resto era strizzata in dei pantaloni di pelle neri. Lui stava studiando la curva del fianco sinistro che sporgeva, essendo lei appoggiata sul gomito destro alla ruota del carro. Postura interessante, sicura di sé; aveva la vita deliziosamente sottile…

“Sai, il capo potrebbe prendersela a male… e Dio solo sa cosa ti farebbe… per non parlare poi di Jeorghe…” interruppe lei il suo esame, sorridendo maliziosa.

Chris arrancò alla ricerca di qualcosa da dire.

“Fe… ferma, aspetta un attimo… Chi è Jeorghe? E il capo, non glielo dirai, vero? Io, cioè, io… ehm!”

La ragazza fece per rispondergli quando intervenne una terza foce, aspra e rozza:

“Cosa diavolo succede qui?!”

“Jeorghe, come sei caro…” rispose lei sarcastica incrociando le braccia e squadrandolo con malcelato disprezzo.

“Tu, brutta tr…”

“Ha! Attento a come parli!” fulminea aveva estratto un coltello dalla cinta e lo aveva puntato verso l’inguine di quell’energumeno alto due metri e qualcosa.

Jeorghe ringhiò, lasciando intendere che se avesse potuto avrebbe senz’altro cercato di ammazzarla, poi girò lo sguardo e squadrò Chris.

“E questo sacco di letame chi cavolo sarebbe? Uno schiavo?! No… Non c’erano uomini fra loro… Un intruso! Una spia!” prese a ridere selvaggiamente, con suono simile a un fuoribordo che non vuole partire, mentre afferrava un pezzo di legno grosso quasi quanto la gamba di Chris per rompergli la testa.

Infatti si avventò su di lui. Chris si buttò sotto il carro degli schiavi, con l’adrenalina che improvvisamente gli si riversava nel sangue a fiotti. Uscì dall’altra parte ma presto Jeorghe lo raggiunse. Rideva. Stava giocando con lui. Chris si guardò intorno: non aveva vie di fuga, in quella specie di deserto. Colto dal panico prese a schizzare da un riparo all’altro, mentre il suo avversario faceva volare in pezzi tutto ciò che la sua arma incontrava sul suo cammino.

D’un tratto si trovò in un vicolo cieco. Non aveva scampo. Jeorghe incombeva su di lui. Sogghignava godendo del terrore della vittima, mentre si avvicinava lentamente, sbattendo leggermente la sua mazza improvvisata sulla mano libera.

Gli si parò davanti in tutta la sua stazza e Chris potè avvertirne il fetore, e contare ogni singolo capillare dei suoi occhi malvagi mentre quello levava la mazza sopra di sé per finirlo.

In quell’istante si udì un sibilo ferire l’aria. Dal buio improvvisamente apparve una corda, che si avvolse strettamente intorno al torace di Jeorghe, percuotendolo infine con delle pesanti protuberanze di pietra. L’uomo si lasciò sfuggire l’arma. Udirono un urlo, e qualcosa di indistinto colpì l’uomo ormai impotente il quale cadde sotto l’urto, grugnendo di nuova rabbia.

Nel frattempo si era radunata un po’ di gente, attirata dal frastuono, tutti uomini rudi, tutti massicci e minacciosi, con le loro armi e il loro cipiglio che insieme avrebbero intimorito chiunque.

“Fate largo, idioti…” si sentì dire dalla ragazza di prima, che sbucò improvvisamente dal nulla. Poi tutti si fecero da parte, al suono di qualcuno che si avvicinava. Era un suono tintinnante, e presto Chris vide chi era a produrlo. Lo riconobbe immediatamente quale capo di quell’orda di bruti: portamento fiero, capigliatura e barba curate, espressione intelligente, sprezzante, a tratti maligna, a tratti ironica. Era alto, più slanciato di tutti gli altri. Aveva al collo svariati gioielli e appesi al fianco una grossa spada nel fodero e una catena che tintinnava a ogni passo. Si fermò a pochi metri da loro, con le mani sui fianchi, osservandoli curiosamente.

“Guarda guarda cos’hanno combinato al povero Jeorghe!” disse in tono canzonatorio, affibbiandogli poi un calcio nel sedere “Dovrò scegliermi delle guardie migliori!…” Jeorghe grugnì con rabbia indicibile.

“Liberatemi!” urlò sguaiato. Il capo fece un cenno, e l’uomo fu slegato e accompagnato, con qualche difficoltà, altrove.

“Chi sei?” chiese d’un tratto, volgendosi bruscamente verso Chris con rinnovato interesse.

“Il mio nome è Chris” fece lui dopo solo un istante di esitazione.

“Come ti trovi qui?”

Chris si trovò impreparato. Non aveva avuto né il tempo né l’idea di prepararsi una storia per una simile eventualità.

“A dire la verità… stavo tornando a casa, quando.. beh, sì, quando un fulmine mi ha colpito. E poi mi sono svegliato vicino a quel villaggio…” indicò alle sue spalle “…e non sapendo dove andare ho seguito le vostre tracce…” già dalla seconda frase qualcuno aveva cominciato a sghignazzare, ma ora erano esplosi, e Chris si era fermato, non sapendo che aspettarsi. Solo la ragazza non rideva, e continuava a osservarlo coi pugni sui fianchi.

“Basta!” tuonò all’improvviso il capo. Subito calò il silenzio. “Certo non è una grande storia…” fece poi ridacchiando “Chi vuoi che possa crederci, ragazzo?…” Gli si avvicinò, esaminandolo da capo a piedi. Poi tornò a fissarlo negli occhi.

“Non sei una spia. Non saresti stato così scemo da fare tutto questo fracasso…” concluse con noncuranza. Gettò lo sguardo da una parte, pensieroso, col mento fra le dita della mano destra e la sinistra sul gomito destro.

“Uhm… però… Ascolta: oggi mi trovi di buonumore” schioccò le dita, e avvicino il suo volto a quello di Chris.

“Ti faccio una proposta: unisciti a noi”

Immediatamente si levò un coro di proteste. Tutti pensavano di poter assistere a un’esecuzione. Lei rimaneva impassibile.

Ma anche Chris d’altronde era sorpreso. Dopo un po’ disse, non avendo per altro molta scelta:

“Ci sto!”

Il capo sorrise, poi si voltò rapidamente e mentre si allontanava disse:

“Corolla, trova un buco per…” esitò un attimo, poi soggiunse: “Kriss… Due braccia rubano più di quanto mangi una bocca…” e scomparve sghignazzando.

Lei lo prese per un braccio e lo condusse via, fra gli sguardi odiosi degli astanti.

Menti selvagge – pt.1

Non c’era dubbio, finora era stata una pessima giornata.

Non solo aveva litigato con l’amico.

Non solo aveva perso ogni tipo di mezzo di trasporto fra casa e università.

Non solo se la stava facendo a piedi dalla stazione fino a casa, ma stava pure per mettersi a piovere.

Volgendo i suoi occhi scuri al cielo sopra di sé, Chris allungò istintivamente il passo. Si andava preparando un temporale coi fiocchi. Tutte le nuvole del mondo pareva si stessero radunando proprio sulla sua testa, ingoiando man mano tutta la luce e imprimendo cupe vibrazioni all’atmosfera e alla terra.

Improvvisamente un lampo cadde in un tratto di terreno non troppo distante. Chris sussultò e poi rimase quasi stordito dalla potenza del tuono. Dopo qualche istante in cui era rimasto senza fiato inspirò e avvertì il forte odore di ozono dovuto alla scarica elettrica che aveva modificato la struttura molecolare dell’ossigeno.

Nello stesso momento in cui si rendeva conto che se voleva tornare a casa asciutto doveva accelerare il passo, e di molto, realizzò anche che qualunque sforzo sarebbe stato ormai vano. Già alcune gocce si schiantavano a terra intorno a lui con gravità inusuale. Ma non erano che le prime…

In pochi istanti si trovò zuppo fradicio. Talmente pioveva a dirotto che la visibilità era ridotta a poco più che zero. L’impatto delle gocce era quasi doloroso, soffocante. Chris pregò silenziosamente che qualche macchina non sopraggiungesse all’improvviso investendolo. Per sicurezza prese a camminare nella banchina al lato della strada, immergendo completamente i piedi fino alle caviglie nell’acqua fangosa, dato che in pochi minuti si era già riempita di un frettoloso flusso di pioggia che defluiva dalle strade.

Quasi non oltrepassò il viale d’accesso di casa quando si accorse che ce l’aveva quasi fatta. Si confortò al pensiero del riparo caldo e accogliente che l’attendeva fra le mura domestiche.

Il vento ululava al di sotto del frastuono incessante della pioggia sull’asfalto. Fu quindi senza troppa convinzione che udì sussurrare il suo nome, un suono poco al di sotto della soglia uditiva media che sembrava giungere proprio da dietro le sue spalle, e al tempo stesso venir da lontano.

Ci ripensò un po’, quando lo udì di nuovo. Sembrava la voce stessa del vento e dell’acqua, non c’era niente a cui attribuire la provenienza di quel suono. Chris si voltò intorno ma con quel tempo era già difficile capire dove si stesse mettendo i piedi.

Al margine del suo campo visivo scorse un movimento. O credette di vederlo. Si voltò in quella direzione. Scorgeva il vecchio albero in cima alla collina, ma tutto sembrava immobile. Eppure…

Si incamminò verso la cima della collina, giustificandosi dicendosi che d’altronde era zuppo fino alle ossa e che qualche metro in più non gli avrebbe certo fatto venire un raffreddore peggiore di quello che comunque gli sarebbe sicuramente venuto…

Interruppe il filo dei suoi pensieri quando giunse sulla sommità, vicino al vecchio albero. Mentre il temporale sembrava peggiorare, quasi infuriandosi di fronte alla temerarietà del ragazzo, qualcosa ai margini della coscienza lo avvertì che durante un temporale un albero era di certo un luogo quantomeno da evitare.

Fece per allontanarsi immediatamente, ma vide qualcosa che lo trattenne. C’era qualcosa, anzi qualcuno, poco distante, fermo sotto la pioggia. Sembrava stesse guardando verso di lui, nonostante si distinguessero solo vagamente i contorni della silhouette. Guardando quella misteriosa figura (cosa ci faceva sotto quella pioggia e perché guardava lui?) Chris udì di nuovo il vento dire il suo nome alla pioggia, ma ebbe la certezza che il richiamo provenisse da quella figura. Fece per avvicinarsi, ma dopo un istante quella si voltò e sparì nella pioggia.

“Aspetta” disse Chris mettendosi a correre. Giunse sul crinale della collina. “Fermati!!” urlò mentre si fermava per guardarsi intorno, e accettare che di chiunque si fosse trattato,

o lo aveva sognato, o più probabilmente l’aveva perso. Stava per voltarsi per tornare infine verso casa quando udì un formicolio sulla nuca, come se qualcuno lo stesse guardando alle spalle. Chris fece per voltarsi, ma prima che l’impulso nervoso raggiungesse i muscoli delle gambe, fu investito da un lampo accecante e tramortito da un boato di mille lampadine esplose e che lo attraversò e bruciò come una foglia secca. La sua coscienza schizzò via, sostituita dalle tenebre più profonde.

Non fece in tempo neanche a ripensare a quanto fosse pericoloso stare presso un albero durante un temporale.

Scynt – pt.2

 

Indice dei capitoli

“La funzione della Carinnia Solaris nel suo habitat quindi non è solo quella di….” Shalaiin ha rinunciato quest’oggi a seguire il discorso del Savio Botanico nell’aula del dipartimento d’istruzione della Reggia di Rannai. Dall’alta finestra a sesto acuto dell’aula si gode di una vista mozzafiato. Il suole muore nell’orizzonte fosco dello Scynt, mentre stormi di uccelli volano al di sotto. La Reggia si innalza fiera, sulla cima della Fortezza di Rannai. Mille, duemila metri sul livello della sabbia, la sua punta più alta risplende degli ultimi raggi solari anche dopo che il sole è sparito da un pezzo. Innumerevoli scalini incisi nella roccia e nelle caverne salgono dalla fossa della fonte fino ai giardini privati del reggente, dove sono custoditi gelosamente i pochi alberi di tutta Solariade. Shalaiin studia la botanica. E sogna un mondo verde. Sogna e sa che è una fantasia che non può avverarsi. “Nemmeno se piovesse tutto l’inverno” le ha detto una volta il suo insegnante “nemmeno in quel caso il deserto produrrebbe più che qualche erbaccia. Credimi Shalaiin mia cara, lo studio della botanica è finalizzato all’abbellimento e al mantenimento delle proprietà dei reggenti. Dimentica le vecchie favole…” Ma lei ama tanto le sue piante. E le sue favole, come le chiama il suo maestro. Ama un po’ meno il reggente, per contro.

Si guarda intorno, sospirando. Gli altri studenti seguono per lo più la lezione, tranne un piccolo gruppo, seduto leggermente in disparte. Degli sciocchi, pensa Shalaiin; uno di loro la guarda mentre sussurra qualcosa al suo vicino. Scoppiano a ridere. Lei gira lo sguardo sdegnata.

E la sua mente va, suo malgrado, all’immagine di Khaleman.

Lui che ora è lontano. Che le ha detto di amarla. Mentre lei invece… Com’era diverso, Khaleman, da quei quattro sfaccendati!


“Non capisco perché… il perché di questo viaggio” Khaleman parla con la sua cavalcatura, mentre cerca di non cadere di sella, o di non sprofondare, o entrambe le cose. “Voglio dire” si corregge “non che abbia qualcosa contro di te Kirma, ma non sarebbe stato molto meglio viaggiare su una barca? Ti avrei riservato un trattamento di prima classe…” per tutta risposta Kirma gli spruzza due litri buoni di Scynt in faccia, dallo sfiatatoio dorsale.

“Grazie cara Kirma, come se di sabbia non ne avessi già abbastanza addosso…! Credo che fra un po’ mi verranno le branchie!”

In genere Khaleman non è così loquace. Il sole e la sabbia tuttavia, si sa, giocano brutti scherzi. Specie dal sesto giorno di viaggio in poi.

“Ah, ma mi sentirà, questo Sakoba! Maestro… o Savio… o quello che è! Non fa alcuna differenza per quanto mi riguarda!” inveisce. “Mi sentirà, mi sentirà eccome! E cosa ci sarà mai di tanto importante in questa cassa, vorrei proprio saperlo!” si riferisce all’involto che tiene sulla schiena. E’ piuttosto pesante, e la stoffa si è impregnata di sabbia e sudore. Non osa pensare allo stato della pelle delle spalle. Forse per associazione coi bagni privati della reggia e del giardino di Rannai, il suo pensiero torna a Shalaiin. Evidentemente pensarla per tutto il giorno non era ancora sufficiente. La sua immagine torna a tormentarlo/deliziarlo anche ora. L’associazione mentale prosegue, mentre lui le rivolge un silenzioso saluto, ricordandole che è come luce che scintilla attraverso le cadute d’acqua delle fontane del giardino privato del reggente. Inutile spiegare che sia il posto più bello di tutta Rannai. Forse di tutta Solariade.

“Ah, maledetto Knot! Questa me la pagherai!” inveisce ancora Khaleman, dopo un po’.


Knot è nella torre degli Schemi. Knot è nella Torre e pensa. Osserva i pezzi muoversi sullo spiazzo a riquadri, seguendo geometrie complicate. Luce obliqua filtra dalle strette finestre ora rese opache. Gli ricordano un vecchio gioco.

“Cosa osservi, giovane Knot?” domanda il Savio anziano, che gestisce la Torre, che è anche una delle protrusioni più elevate della Fortezza di Rannai. Nella parola giovane c’è una lieve inflessione che solo i due sanno cogliere, che esprime la natura del loro rapporto. Ad alcuni sembrerebbe sarcasmo. Ma i due savii sanno perfettamente che nonostante la giovane età Knot ha dimostrato una saggezza notevole.

“La danza, caro Joras… La guerra.” risponde in tono sommesso dopo qualche lungo istante polveroso.

“Sei acuto, tu” sentenzia il vecchio, continuando a fare cenno affermativo con la testa.

“Dico quello che vedo” ribadisce il giovane.

“Di nuovo: cosa vedi, giovane Knot?” riprende con più enfasi “gli schemi procedono immutati da che se ne abbia conoscenza. Come puoi dire che questo stia per cambiare?”

“Maestro, il cambiamento non è imminente. Esso è in atto mentre parliamo. Lo è da molti giorni, ormai.”

“Ah, tu e i tuoi enigmi! Osserva tu stesso!” esclama, indicando gli strumenti dell’osservatorio, le registrazioni e i diagrammi mistici del Grande. “Questi segreti ti sono stati rivelati forse da troppo poco tempo, e tu già vorresti mettere in dubbio le profonde verità che essi celano da sempre, per sempre?!” il vecchio si infervora, ora ha il fiato corto. L’osservazione degli Schemi è tutta la sua vita.

“Io non metto in dubbio nulla di ciò che è palesemente vero, mio caro Joras” risponde serenamente Knot “Ma io posso vedere proprio in questi tuoi Schemi, qui e ora, i semi e le radici del caos. Il caos che precede il cambiamento, come il prossimo germoglio che recherà nel futuro il frutto. Il frutto è proprio tale cambiamento”

“Sciocchezze…”

“Il cambiamento avverrà indipendentemente dalla nostra volontà o dalle nostre azioni. Tuttavia esso ci riguarda. La sua natura per forza di cose è ora oscura e celata dietro le evoluzioni della realtà, ma esso è innegabile. Osserva, qui, e qui” indica dei punti sulle carte meteorologiche.

“Non ho bisogno che tu mi insegni a leggere le mie carte, ragazzo…” Joras in realtà sta iniziando a sorridere.

“Vedi” riprende lui “Queste anomalie sembrano rientrare nelle variazioni cicliche del Grande e del campo magnetico del pianeta, ma analizzandole in dettaglio è chiaro che esse non hanno forse mai avuto un precedente in tutta la storia a noi nota.” Le immagini fluttuano in mezzo a loro, come sospese nello spazio. Non c’è da meravigliarsi che molti considerino i savii dei maghi a tutti gli effetti.

“E poi c’è questo” a un suo gesto, nei pressi delle anomalie compare un simbolo luminoso.

“Ti sei messo ad ascoltare le storie dei pescatori? Questo non me lo sarei mai aspettato da te, Knot” lo prende in giro il vecchio. Knot fa apparire anche una serie di tabelle.

“Vedi, Joras, tutto coincide.”

“Lo so, giovane Knot”

“Certo.”

Sono Asociale?

Sono Asociale?

Io non credo.

Siete voi che siete asociali.

Di cosa stiamo parlando: scambi, comunicazione. Nella fattispecie: al giorno d'oggi (vedi social networks e altri mezzi tecnologici). Ora non mettiamoci a parlare dettagliatamente di social networks altrimenti non è che facciamo notte, facciamo direttamente secolo.

Io non sono iscritto a nessun social network. E me ne vanto. Certo è molto più comodo affidare a una struttura esterna (virtuale-cibernetica o fisica-istituzionale che dir si voglia) la gestione (sia in senso quantitativo e qualitativo) delle proprie relazioni umane. Ma non per questo è giusto, corretto, salutare o conveniente. Ecco che scatta l'inverso: quelli come me per alcuni passano per asociali, diversi, alienati, mentre è vero il contrario. Siete tutti voi che siete dipendenti da mezzi come questi ad essere alienati. Gli asociali. L'essere sociale (come si suppone l'uomo sia) ha bisogno di relazioni interpersonali, di rapporti con il prossimo di amicizia, conoscenza, amore, ecc. Ma questi devono essere autentici! Sia sul piano della loro natura, sia sul piano dei loro contenuti!

La vera rete sociale è li fuori, ed è costituita da tutti quelli che incontrate. I vostri amici sono i server, gli hub, i siti più facilmente raggiungibili. I dati ve li scambiate con le parole, con le azioni, con le emozioni. Gli altri vi conoscono per quello che siete solo se in questo modo permettete loro di conoscervi per quello che siete! No non è un errore di battitura. 

L'uso massiccio di questi mezzi è una malattia, una devianza. Non vi fa bene. Un conto è usare un mezzo che rende possibile un nuovo o altrimenti irraggiungibile livello di comunicazione, un altro è usarlo parzialmente in sostituzione di altri più validi o addirittura in prevalenza!  

Uscite dai vostri gusci, abbandonate le vostre paure, e iniziate a vivere davvero, scambiando ciò che avete con gli altri! Ricordate che "c'è più felicità nel dare che nel ricevere". Non sapete cosa vi state perdendo! 

Senza fare di tutta l'erba un fascio, stanno cercando di incastrarvi.

Gli Anime secondo Pasquale

"In questa email devo esternare il mio pensiero sulle serie anime/film di animazione/film giapponesi, visto che sabato ne ho visto uno, per promesse sul cambiamento della qualità dell’animazione, vista la computer grafica e gli effetti tridimensionali, visti i concetti innovativi e i budget astronomici etc etc…ok, vediamolo.

E, non so se vi è mai capitato di vederli, oh, va sempre nella stessa maniera:

 –         I finali vanno sempre a parare sullo stesso concetto. Il cattivo muore, e ok, ma si porta indietro spesso e volentieri, o lui, o lei; Peggiore dei casi, muore uno per colpa, diretta o indiretta, dell’altro, e chi sta a terra, ansimando, dice sempre “non preoccuparti, non è nulla” e poi gli parte la vita e i ricordi davanti.

–         I finali durano o 10 secondi, che tu guardi e ti chiedi “E che è?” e controlli che non abbiano tagliato la “pellicola” per fare uno scherzo, o che non ti sia seduto accidentalmente sul tasto [>>], oppure mezz’ora, e in quel tempo le cose si incasinano a tale velocità che ogni secondo vai in panico perché non ci stai capendo più nulla, e quando finisce hai le lacrime, stringi i pugni e gridi a denti stretti “Perchèèè!!!”, perché non c’hai capito niente.

–         Il protagonista e l’antagonista erano almeno compagni di giochi o di classe. Possono essere amici di infanzia, allievi dello stesso maestro, o, nella peggiore delle ipotesi, fratelli.

–         Agli amici di infanzia e ai compagni di scuola, guarda te il caso maledetto, piaceva la stessa ragazza, che non ha mai capito nulla di niente, o che era innamorata di uno dei due, ma lo teneva segretamente nascosto perché lo deve dire gli ultimi 10 secondi o nella mezz’ora, una cosa del genere, sia che stia morendo, sia che tenga tra le braccia il morente. In rari casi avviene mentre tiene in braccio il nemico che oltre a schiattare, era segretamente o palesemente innamorato di lei. E il buono steso a qualche metro ascolta. Stiamo così, in giappone….

–         Nel corso del film, appare sempre un animale strano. O un Pikachu, o un sorcio con le ali, un cane brutto forte, ma intelligente, un gatto con strane potenzialità, un uomo lucertola o altro…

–         Esiste sempre una ragazzina o ragazzino – orfano o cacciato via da casa o scappato da casa o che ha perso i suoi – che si caccia nei guai, che fa quello che non dovrebbe fare, che dice quello che non doveva dire o che prende quello che non doveva prendere… anche se glielo hanno detto 15000 volte, anche se lo hanno chiuso in stanza con un lucchetto d’acciaio da 1,2 kg, sottoterra, legato ai ceppi e imbavagliato, sedato e/o drogato, e in fin di vita.

–         Se i Protagonisti sono giovani, esiste sempre la componente adulta e/o una componente anziana. Quindi o le parti sono sostenute rispettivamente da un adulto arrogante e sconsiderato o da un vegliardo saggio e cauto.

–         I due saggi descritti nel punto precedente erano almeno compagni di giochi o di classe. Possono essere amici di infanzia, allievi dello stesso maestro, o, nella peggiore delle ipotesi, fratelli (vedi punto 3), e tra loro, o si odiano, o si temono;

–         Il Look gioca un ruolo importante. Come per le qualità, anche l’aspetto segue ferree regole. Se il giovane protagonista è biondo, il giovane antagonista sarà moro, e viceversa. Se il vecchio saggio di uno ha la barbetta, il vecchio saggio dell’altro avrà i baffetti. La ragazza invece avrà capelli rossi o blu, o al limite una gradazione che va dal marroncino al turchese, a piacere. In alcuni casi si arriva ad usare un verde. (Mah). Insomma nessuno va dallo stesso parrucchiere, sia chiaro.

–         A differenza dei cartoni occidentali anni 80, dove il cattivo aveva paura in qualche modo del buono, qui il cattivo è sempre più forte, ha più mezzi e più potere, ha più disponibilità economica, ha molti seguaci, tutti in uniforme e con lo stesso tatuaggio. Il Buono è sempre, morto di fame, preso dalla strada, e spesso e volentieri, non gli va nemmeno da fare quello che deve fare, e ce lo mandano a forza (facendosi male reiterate volte);

–         La legge fisica non esiste, è a sé. Delle volte per sfortunate coincidenze sembra assomigliare alla nostra, ma in genere i salti sono di 12 metri, la moto può arrivare a 240 anche se è un modello di 10 anni fa, i salti con i veicoli seguono una traiettoria pressoché retta, la pioggia se SEMPRE perpendicolare al terreno…

–         Il bullo deve essere sovrappeso e con i brufoli, sennò non funziona.

–         Il 50 % del film è composto da ricordi, dati senza spiegazioni o riferimenti utili.

 

… Ma sono strani ‘sti giapponesi, sì o no???"