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Il ritorno dei Ra’Hesh – pt.1 (Progenie)

– Lady Shin, eccoci arrivati – disse l’apprendista all’arresto della carrozza, osservando la radura al di fuori del finestrino.

Shin gli sorrise. Era un bravo ragazzo, ed un buon apprendista. Avevano, a dispetto di qualsiasi cosa lui potesse pensare, la stessa giovane età.

L’apprendista aprì lo sportello della carrozza e scese, e annunciò:

– L’eterna chiede una sosta!

– Loris… – lo rimproverò lei – Quante volte devo ripeterti che non desidero che si usino simili appellativi?

– Ma signora…

– Niente ma… E non sono una signora! – esclamò protestando.

Non c’era verso… Gli abitanti di Saberinne continuavano a ritenerle dee materializzatesi dal cielo.

Si allontanò cogitabonda verso il bosco per ottenere un po’ della tanto sospirata privacy, ritraendo in sé le sue percezioni. La sua lunga veste nera ondulava fluida sul corpo dalle perfette proporzioni, i lunghi riccioli biondi danzavano allo stesso ritmo del suo passo.

Adesso non montarti la testa – la voce di sua sorella, gemella, nella mente.

– Senti chi parla… – le rispose nello stesso modo. Si trovavano a diverse centinaia di chilometri di distanza… Ma in effetti non contava. La mente dell’una era sempre a un passo da quella dell’altra.

Si sedette su un ceppo di un albero, e raccolse un piccolo fiore che cresceva fra le radici.

– Shad, sai dirmi perché continuano a chiamarmi “signora”, “dea”, “eterna” e altri ridicoli titoli del genere mentre a te non capita mai?

Sorellina, sei tu che lo desideri, in fondo! (tono canzonatorio)

– Cosa dici?

Ah, lo sai benissimo…

– Signora! Signora, presto! – Loris stava correndo verso di lei.

Vai a vedere cosa turba il tuo caro Loris…

– Smettila!

– Signora!

Presto…!

– Non vi sopporto più… – mormorò Shin a denti stretti e si avviò su per la collina da dove stava caracollando Loris.

– Cosa succede Loris? – gli chiese in tono stanco, indifferente.

Il ragazzo non era abituato all’attività fisica. L’improvviso sforzo lo aveva estenuato. Stava piegato con le mani sulle ginocchia, e mentre cercava di riprendere fiato faceva anche il possibile per fare il suo resoconto.

– Signora… Johny… nella forra… la legna… un mostro… campo mentale…

Le uniche parole che colpirono davvero Shin furono le ultime. Un campo mentale? Sperduto in mezzo a quel tranquillo bosco?

– Conducimi – gli ordinò. Con un rantolo lui tornò ad inerpicarsi su per la collinetta.

C’era un certo scompiglio nell’accampamento improvvisato… La maggior parte dei giovani studenti correva da una parte all’altra senza sapere cosa fare. Solo un gruppetto dei più anziani studenti fra i Percettivi si era radunato in disparte, con lo sguardo assente. Shin poteva sentire il modesto campo telempatico che avevano imparato a proiettare intorno a sé, e come cercavano di percepire da che parte provenisse questo supposto campo mentale.

Non siamo riusciti ad individuarlo – le disse la voce del più anziano.

Lei non rispose. Aveva avvertito qualcosa di strano. Si allontanò dagli altri verso il punto più alto della collina. Nella piccola valle che si stendeva ai suoi piedi, ricoperta di vegetazione, poteva avvertire ora distintamente la presenza di un’entità che sembrava avanzare verso di loro. Non l’aveva mai incontrata prima, ma non era sicura. La percezione non era il suo forte… Voleva vedere meglio. Si guardò intorno. C’era un massiccio albero simile ad un abete: sarebbe andato bene. Un attimo di concentrazione e usò il potere della sua mente per sollevarsi da terra. Levitò lentamente fino a raggiungere il ramo più alto che potesse sostenerla, sotto lo sguardo meravigliato degli studenti, specie i Cinetici.

La vide quasi subito, una macchia indistinta di colore, fra le fronde, muoversi disordinatamente, apparentemente nella loro direzione. Dovevano assolutamente saperne di più! Lei stessa non aveva mai visto niente del genere.

– Oggi faremo una scoperta! – pensò fra sé.

Puoi giurarci che è strana – convenne Shad. – Non ho mai visto niente di simile… Posso percepirla attraverso di te e non riesco a capire che cosa sia…

– Non preoccuparti sorellina, adesso lo acchiappiamo!…

Si rivolse agli studenti sotto di lei.

– Vi prego di mantenere la calma. Abbiamo incontrato un’entità anomala, ma non sembra essere pericolosa. Dobbiamo cogliere questa fortunata occasione per cercare di studiarla! Ora, intendo scendere di qui e andare incontro a quella cosa. I più coraggiosi fra Cinetici, Dinamici e Energetici possono accompagnarmi…

Scese planando dall’albero, toccando terra con grazia infinita. Dopo qualche istante un gruppo di esitanti studenti si fece avanti.

– Bene, andiamo!

Li diresse giù per il pendio ombreggiato da alti alberi, fino al punto in cui stimava si trovasse la creatura. Giunsero in una radura.

– Dov’è finita? – si chiese Shin, non percependo più la sua presenza. Un attimo dopo udirono un urlo terribile alle loro spalle: improvvisamente la cosa era fuoriuscita dal bosco e si dirigeva verso di loro! Aveva tutta l’aria di essere ostile.

Rapidamente Shin impartì gli ordini:

– En.! Cercate di contenere la sua energia – la creatura non sembrava avere corpo, solo macchie di colore mobili semi trasparenti attraversate da bagliori e strutture simili a tentacoli, alcune delle quali si protendevano con rumore di scariche elettriche verso di loro – gli altri, Cin. e Din., stabilizzate un campo costrittivo intorno a quell’affare!

Gli studenti ubbidirono pronti. Un lieve bagliore azzurrino apparve intorno alla creatura, la quale rallentò visibilmente i suoi movimenti.

– Bravi! Ottimo lavoro… – Shin stava ancora parlando quando il mostro emise un urlo altissimo e si impennò, letteralmente. La bolla azzurrina che lo circondava esplose, mandando gli studenti a terra per il contraccolpo. Una luce iniziava a brillare sulla sommità della cosa, forse la testa.

Fu un attimo, con un velocissimo balzo telecinetico si mise fuori portata, altrimenti il tremendo flusso energetico l’avrebbe disintegrata in pieno.

Shin!

– …Tutto a posto sorella… – rispose piano dopo essersi ripresa dal momentaneo choc.

– Mi stai facendo incavolare! – urlò alla creatura da una ventina di metri di altezza, mentre nella sua mano cominciava a brillare una mutevole lama di luce multicolore. Un attimo con dopo scagliò con un urlo liberatorio la propria energia contro di lei, un lungo raggio rosso e bianco che l’attraversò

da parte a parte. Il mostro sussultò, poi esplose. Shin si riparò gli occhi dalla luce abbagliante.

Yu-hu! Centro!!

Un attimo dopo la radura era tornata alla tranquillità, era come se non fosse successo assolutamente nulla. A parte la mezza dozzina studenti riversi a terra. Shin scese a terra e corse verso di loro.

– Oddio, che ho fatto!… – si inchinò su quello più vicino. Respirava ancora. Gli pose la mano sulla fronte e si rivolse alla sorella.

– Shad…

Non preoccuparti, sta bene… Devono essere rimasti semplicemente storditi… Quell’affare sembrava avercela specialmente con te…

Shin trasportò telecineticamente uno a uno gli studenti su per la collina. Infine si sedette stanca, sotto lo sguardo attonito e timoroso degli altri.

Qui c’è qualcosa che non va… – disse in comunicazione privata con Shad.

– Hai ragione… Dobbiamo saperne di più.

– E credo che non sia una buona idea continuare a viaggiare in questi boschi… Se dovessero essercene degli altri…

– Effettivamente non è stata proprio una passeggiata…

– Dobbiamo dirlo a mamma e papà…

– Forse loro ne sanno qualcosa.

– Vediamoci a Saberinne città.

– Va bene, a presto.


Finita la cena Shad si congedò e si allontanò verso la prateria ondulata, nel buio della notte rischiarata da quelle strane stelle. Camminò per un po’, temendo che i suoi apprendisti potessero scorgere il riverbero della luna sulla sua veste bianca e seguirla. Si sedette su una roccia, in posizione meditativa. Chiuse gli splendidi occhi che insieme alla sorella aveva ereditato dalla madre e lasciò vagare la mente sugli avvenimenti della giornata. Shin aveva avuto proprio una piccola avventura… Tipico di lei. Però stavolta era diverso. Non era stata poi così piccola, dovette riconoscere. Chissà da dove veniva quella creatura. Chissà se Thorium… Stava per mettersi in comunicazione con la sorella quando si fermò. Aveva percepito qualcosa… Ma non ne era proprio certa.

Allontanò da sé tutte le percezioni sensoriali esterne e i pensieri di poco

prima ed estese al massimo la sua sensibilità ricettiva. Il suo campo di percezione diveniva ogni giorno più potente, come anche le altre facoltà della sorella.

Si stava distraendo di nuovo. Si riscosse e tornò a concentrarsi.

Sospiro.

Niente.

Respiro.

Niente.

Niente.

Respiro.

Eccolo di nuovo! Non si era sbagliata.

Inseguì la sensazione con tutte le sue energie fino ad avvertirlo di nuovo, stavolta con maggiore chiarezza. Una specie di eco. Avvertiva un’eco lontanissima, ed era come ascoltare il soffio del vento fra i petali di una stella alpina sulla sommità di un alto monte a mille chilometri di distanza. Un’eco debolissima, ma estesa a tal punto che ora avvertiva la vibrazione quasi ovunque. Non sembrava venire dal pianeta, ma a quel punto non ne era certa. Ritirò la sua mente, incerta, e riaprì gli occhi.

La luna era tramontata, erano passate diverse ore, e non se ne era resa conto.

Shad, ora che sta succedendo?

– Non capisco…

Che cosa non capisci?

– Stanotte ho percepito qualcosa di strano… Sembra che il tuo incontro di oggi non sia destinato a rimanere l’unico fatto interessante della giornata…

Cosa hai sentito?

– Non lo so… So solo che era lontano. Più lontano di qualsiasi altra cosa abbia mai percepito… Ed era enorme.

Cominciamo a preoccuparci?

– Credo che vi saremo costrette…

Sedeva immobile, nel buio, sospeso nel vuoto sopra uno stelo di metallo che spariva sotto di lui inghiottito dalla tenebra. Respira, concentrati. Via.

Un salto e giù nella voragine. Un lieve, elegante, movimento e due spade

fluorescenti apparvero nelle sue mani. Gli ostacoli piovevano da ogni direzione, a tutte le velocità. Schiva, colpisci, ruota, spazza, para, affonda. Continuava a cadere, ma riusciva a rimanere concentrato quel tanto che bastava per rallentare la discesa.

Atterrò elegante e flessuoso come una tigre, i muscoli leggermente rigonfi per lo sforzo. Scattò in piedi e prese a correre facendo ruotare le spade nelle mani. Dopo pochi istanti avversari invisibili lo affrontarono con armi e arti d’energia. Mente, occhio, braccio, di nuovo mente. Perfetta coordinazione. Un colpo per ogni obiettivo.

Ora era circondato. Presto avrebbe dovuto far appello a tutta la sua forza e abilità. I colpi arrivavano da tutte le parti e lui schivava prodigiosamente, a velocità innaturale, come se stesse danzando ad un arcano ritmo a tutti gli altri sconosciuto, un ritmo che da sempre aveva dentro sé.

Thorium, dobbiamo parlare…

– Accidenti – disse fra sé mentre continuava a combattere – dovevate interrompermi proprio sul più bello?

Crediamo si tratti di qualcosa d’importante…

– Ah, e va bene, sorelline… – un’altro colpo fatale – Arrivo subito!…

Dopo pochi istanti attivò uno dei tanti congegni che aveva addosso, e la luce tornò nella sala di addestramento, rivelando ora solo un semplice quanto enorme e vuoto stanzone.

– Posso farmi una doccia? – disse ad alta voce.

Certo fratellino – risposero Shin e Shad.

Dopo qualche minuto si recò presso il suo personale (ed unico nel suo genere) punto d’accesso alla rete del Proiettore di Ayonn. Preferiva fare affidamento su quella macchina. Le faccende telepatiche non gli erano mai state così familiari come agli altri suoi consanguinei.

I dati relativi al Proiettore di Saberinne erano già inseriti. Le due macchine comunicavano incessantemente, e anche se avevano lo stesso nome erano completamente diverse. Il Proiettore di Ayonn era molto più evoluto. Thorium ignorava quali fossero tutte le sue funzioni, sebbene fosse oggetto di studio da parte sua da anni.

Formulò il pensiero di comando e la macchina riconobbe il suo proprietario.

Portami a Saberinne – pensò Thorium, e la macchina ubbidì.

Nella sua mente si formò l’immagine di Saberinne, nello specifico dei giardini di palazzo, dove da piccolo aveva tante volte giocato insieme alle sue sorelle minori. Erano già lì ad aspettarlo.

Quando imparerai la telepatia? – si lamentò Shin.

Sorellina… – iniziò Thorium.

Oh Shin, quando smetterai di affliggerlo così?

Non lo sto affliggendo… E sai bene che dovrebbe farlo!

E chi l’ha detto?

Ma Shad!

Scusate se vi interrompo, carissime… – intervenne lui – Non che non apprezzi la vostra compagnia, ma perché non mi spiegate il perché di questa convocazione invece di bisticciare?

Scusa Thory – disse Shad.

Hai ragione… – disse Shin – Racconterò quello che mi è successo…

Aspetta – la interruppe Shad – Ci penso io… Thorium, rilassati. Cerca di percepire la mia mente.

Ok... – fece lui. Non era la prima volta che lo faceva. Sin da piccoli giocavano agli indovinelli in questo modo… Ora però il gioco era divenuto qualcosa di più. Avvertì il tocco di Shad che stava gentilmente cercando di insinuarsi fra i suoi pensieri. Lentamente nella sua mente prese forma un’altra immagine. Era a fianco di Shin, nella radura, insieme ai suoi studenti. Vide il mostro urlare e uscire dalla boscaglia. Assistette a tutta la scena finché Shin lo fece fuori e tornò al campo.

Accidenti – disse quando lo spettacolo terminò. – Non ho mai visto niente del genere…

Puoi dirlo forte! – disse Shin – E anche Shad ha qualche novità…

Già… Non so spiegarlo bene… – confermò la sorella – di campi di attività mentale ne ho percepiti tanti, ma quello che ho sentito qualche notte fa…

Pensate che le due cose siano collegate? – domandò Thorium.

Potrebbe essere – disse Shad.

Non credi dovremmo consultare i nostri genitori? – chiese Shin. Dopo qualche istante di riflessione Thorium convenne.

Allora preparati, ci mettiamo in contatto con loro.


Kriss e Sabrina, nel momento in cui ricevettero il contatto, stavano dormendo… la scena prese forma nelle loro menti come un sogno poi

acquistò gradatamente il vigore di realtà sotto la spinta mentale congiunta delle gemelle.

– Cara, credo che i ragazzi abbiano bisogno di qualcosa… – biascicò senza aprire gli occhi.

– Strano… – disse lei subito desta al richiamo dei figli – …non chiamano mai quando sono in viaggio…

– Sentiamo cos’hanno da dire…

Dopo qualche minuto i tre ragazzi poterono avvertire la presenza mentale dei genitori, anche se non potevano vederli.

Mamma, papà! – esclamarono le gemelle.

Thorium si sforzò di prodursi in un abbraccio mentale.

Che accoglienza! – fece Kriss.

Tesoro, dimentichi che per loro sono passati dei mesi dall’ultima volta che ci hanno visto! – intervenne Sabrina.

Hai ragione… Sapete… – disse rivolto ai ragazzi – …qui saranno passate un paio d’ore…

Dopo ulteriori convenevoli, Kriss disse:

Allora, sentivate semplicemente la nostra mancanza?

Sai benissimo che non è solo questo… – disse Shad.

Negli ultimi giorni qui su Noi-Hert sono successe un paio di cose che non ci spieghiamo – disse Shin.

Kriss e Sabrina fecero una breve pausa. Poi lei disse:

Perché non ci illustrate per bene quello che vedo nelle vostre menti?

Ecco, un momento… – Shin e Shad riprodussero i loro ricordi con la massima accuratezza possibile.

Kriss si rivolse in comunicazione intima alla moglie. Stavano pensando la stessa cosa. Di comune accordo estesero le loro menti al di là del loro spazio e del loro tempo fino a giungere nei più remoti luoghi della galassia di Noi-Hert.

Era un sospiro quello? – fece Thorium rivolto al padre.

Eh? No, co…

E’ che stavamo dormendo – intervenne Sabrina – Vostro padre è stanco…

Ah… Scusateci allora… – Thorium non sembrava molto convinto.

Allora, che ne pensate? – chiesero le gemelle dopo un po’.

Beh, non siamo proprio sicuri… – disse Kriss – …dovremmo cercare di saperne di più. Vi consigliamo di recarvi alla Rocca del Telepate per sentire cos’ha da dire in proposito l’Anziano.

Si parte… – fece Thorium.

Mi raccomando, state attenti! – fece Sabrina, preoccupata.

Mamma, sai bene che sappiamo badare a noi stessi… – dissero le gemelle.

Vostra madre ha ragione, non si sa mai… Fate buon viaggio ragazzi!

I genitori si ritirarono lentamente dal contatto, dopodichè con un ultimo moto d’affetto si separarono anche le gemelle.

Allora pare che ci vedremo presto! – disse Thorium.

Incontriamoci direttamente alla Rocca – disse Shin.

D’accordo.

A presto fratellino.

– Sono in pensiero per loro, Kriss.

– Lo sono anch’io, Saberinne.

– Siamo sicuri che siano pronti per ciò che li attende?

Sospiro. – Non lo so. Ero pronto io quando tu mi chiamasti a te?

– Non mi conforta…

– Lo so, cara, lo so. Dobbiamo avere fede e fiducia in loro.

Sospiri.

Thorium chiamò il sindaco di Ayonn.

– Buongiorno Markel. Come vanno oggi le cose? – il volto del sindaco apparve sullo schermo.

– Oh salve Thor! Come al solito, più o meno… C’è una novità però.

– Sarebbe?

– Ho ricevuto un messaggio dal Telepate Anziano, amico mio. Dice che richiede la tua presenza alla Rocca. Vuole parlarti.

– Che coincidenza! Mi stavo dirigendo proprio lì! Non so se le mie sorelle ti hanno già informato…

– Cosa dovrei sapere?

– Sono sicuro che lo faranno presto. C’è stato un avvistamento di una creatura di energia psichica, credo, e mia sorella ha percepito uno strano campo di attività mentale. Più di questo non so dirti, non ho idea di cosa si tratti.

– Uhm. Molto strano. Sicuramente l’Anziano ne saprà più di me. Mantenetevi in contatto con me, manterrò tutte le risorse del Proiettore a vostra disposizione.

– Grazie per l’aiuto, amico.

– E’ sempre un piacere – sorrise Markel, e chiuse la comunicazione.

Riempì la borsa di oggetti che gli sarebbero potuti tornare utili, nonché di qualcosa da mangiare, senza dimenticare di prendere con sé le sue preziose spade di cristallo più duro del diamante, acciaio e altri materiali reattivi all’attività mentale. Aveva appreso la tecnica per lavorare quei materiali a Saberinne, dove fra l’altro aveva potuto studiare le preziose sciabole che erano appartenute alla madre prima di conoscere suo padre.

Indossò la tuta da viaggio e gli occhiali di protezione e saltò sulla moto, un mezzo versatile creato apposta per quel tipo di territori.

Uscì dalla felice città sollevando una certa quantità di polvere dietro di sé. Poi dopo qualche istante raggiunse lo scudo generato del proiettore. Lo attraversò senza sentire quasi nulla, giusto un formicolio alla base della nuca. Aveva un dispositivo tracciante che funzionava come una chiave d’accesso. L’aveva sviluppato lui stesso, differiva dagli altri perché i suoi cristalli interni erano sintonizzati sulla mente del proprietario, e avrebbero reagito al campo con lui soltanto.

Infilò la gola dei Labirinti che conduceva a est, scivolando in curva sulle piccole pietre che venivano costantemente erose dalle pareti delle gole da parte del vento e della pioggia.

Accelerò, e il potente motore a combustibile solido nitrosiliceo della moto ubbidì all’istante. Schizzava fra gole e rocce schivando ostacoli e buchi con riflessi più veloci del normale. Dopo un po’ di quella gincana intravide un rampa rocciosa.

– Stai aspettando me… – disse fra sé.

Accelerò ancora di più, rannicchiandosi sulla sella. La rampa era sempre più vicina, cento metri, cinquanta, dieci…!

Ora. Nell’istante in cui premette i due pulsanti del boost, mentre le due marmitte della moto oltre a gas ad altissima pressione cominciarono a sputare fuoco, e la moto raddoppiava quasi la sua potenza, Thorium congelò l’attimo nella mente, cosciente che era in momenti come quelli che il potenziale della sua mente si attivava. Cercò prima di estendere

la consapevolezza a tutto il mezzo che aveva sotto di sé in ogni suo componente e vibrazione, poi di raccogliere quella materia nel suo campo d’azione mentale e di scagliarlo via più forte che poteva.

Un attimo dopo stava volando al di sopra dei labirinti, vedeva le gole scorrere sotto di sé come disegni tracciati da grandi e folli mani.

Si era lasciato il punto più alto alle spalle, e cominciava a ricadere verso il basso. Mentre precipitava portò la moto in posizione verticale, poi cercò con tutte le sue forze di rallentare la caduta, di ammorbidire l’impatto. Premette gli altri due boost prima di toccare terra, bruciando la polvere sotto di sé. Nel complesso riuscì a restare in sella senza sfasciare l’ammortizzatore.

– Yiii-haa!! – il suo urlo riecheggiò dietro di sé, mentre ripartiva a tutta velocità, come commento nonsenso all’atto di un folle. L’adrenalina gli scorreva a fiotti nelle vene e provava la consueta sensazione esaltante, raddoppiata dalla consapevolezza di essere riuscito una volta di più ad usare il suo potere nascosto.

Quante gliene avrebbero detto le sue sorelline se l’avessero visto in quel momento!

I presidi e gli studenti delle varie discipline delle scuole di Saberinne si erano radunati sulla terrazza per salutare la partenza delle signore della città, Shin e Shad, le figlie di Saberinne e del potente Kriss.

I loro genitori gli avevano raccontato sin da quando erano nati le famose gesta e le imprese eroiche di Saberinne e di Kriss, mille anni prima, e di come a distanza di secoli questi avevano inviato periodicamente dai loro elevati reami superiori la loro progenie divina per aiutare il popolo di Saberinne. Shin e Shad, come i loro genitori in passato, avevano tentato di spegnere quelle leggende, ma non c’erano riuscite.

I ragazzi le guardavano come esseri soprannaturali, pieni di ammirazione. I Creativi avevano addirittura preparato uno spettacolo in omaggio delle due ragazze eterne. Avevano materializzato la scena di un sole nascente che si tramutava in fiore dai cui petali si dipartivano fiumi di luce che portavano benedizioni a tutto il pianeta e che sgorgavano dalle mani congiunte, più in alto, delle due gemelle.

A dir la verità le due sorelle non se lo aspettarono, e fu con un discreto imbarazzo, se non con una vaga commozione, che lasciarono la città a

bordo del loro pallone.

– Papà dice che piano piano ci abitueremo… – iniziò Shin, dopo qualche minuto, in tono infelice.

– …almeno per ora non riesco a immaginare come faremo – concluse Shad.

L’aria era deliziosa, era un ottima giornata di sole e l’aria era frizzantina.

– Ahh! Che bello!… – esclamò Shin stirandosi e aspirando una salubre boccata d’aria, per poi osservare il panorama sotto di sé.

– Pensa come siamo fortunate rispetto al povero Thory che si fa il viaggio su quella scomodissima moto, in mezzo alla polvere… – disse Shad, mentre controllava la rotta.

– Capirai… Lui dice che gli piace!


Ormai il sole era tramontato. Fermò la moto e si dispose a fare uno spuntino che gli avrebbe fatto da cena. Guardò il sole spegnersi lentamente, e si concesse qualche minuto di riposo prima di rimettersi in viaggio.

Stava osservando le stelle sorgere quando la sua attenzione si spostò a est, sull’orizzonte.

Si sedette sulla moto per guardare meglio. Non riusciva a vedere niente, ma per un attimo gli era sembrato…

Prese il binocolo dalla sacca. Lavorava su varie lunghezze d’onda… Avrebbe integrato la visione a infrarossi con quella normale per permettergli di distinguere meglio. Zumò al massimo e lo scorse.

Un uomo, massiccio e a torso nudo percorreva il deserto ortogonalmente a lui, verso sud. Thorium riconobbe il mezzo: non faceva parte della confederazione di Ayonn; doveva appartenere ai barbari. Montò in sella e partì all’inseguimento.

La moto del barbaro era enorme e antiquata rispetto alla sua. Oltre a essere più lenta era molto più rumorosa, così poté avvicinarsi senza essere notato. Si fermò quando vide formarsi un bagliore nella notte di fronte a lui. Prese il binocolo e vide l’accampamento. Centinaia di persone. Cosa ci faceva quel piccolo esercito di barbari in mezzo al deserto? Un’orda solitaria? Non era possibile…

Cercò di avvicinarsi per saperne di più. Decise che avrebbe mantenuto una certa distanza dall’accampamento, girando in senso orario verso est, per poi ripartire verso la Rocca.

Quando si fermava poteva sentire anche gli schiamazzi e le urla di quei bruti, in lontananza.

Incontrò uno di loro dietro una cresta rocciosa che spuntava dal terreno. Stava orinando contro la roccia, fischiettando, quando lo scorse. A tutta prima rimase sorpreso con gli occhi rossastri spalancati, poi con un urlo prese a dirigersi verso il suo veicolo per andare a dare l’allarme. Thorium accelerò e gli tagliò la strada, scendendo al volo davanti alla piccola jeep e lasciando proseguire la moto da sola per una ventina di metri. Estrasse un coltello lungo quanto il suo avambraccio.

– Ti conviene arrenderti – ammonì il barbaro. Sfortunatamente, pochi lo stavano a sentire.

– Arrenditi tu sporco bastardo – lo insultò il barbaro mentre afferrava l’enorme piede di porco che portava appeso alla cinta. Quegli uomini avevano una forza incredibile, ed erano pericolosissimi. Thorium sospirò dentro di sé. Lasciò cadere il coltello che brillò alla luce della luna, sotto lo sguardo ghignante del barbaro, poi fulmineo estrasse le spade, fino ad un momento prima invisibili, da dietro la schiena. Roteò in direzione del barbaro colpendolo forte al torace con il piatto per non ferirlo e poi di nuovo alla schiena, ottenendo di farlo infuriare. Il barbaro sollevò il randello di ferro sopra di sé per schiantarlo su di lui. Thorium guardò il colpo arrivare come al rallentatore, poi, con una mossa fulminea usò lo stesso slancio del barbaro per farlo finire a terra con un gran tonfo. In un attimo gli fu sulla schiena. Lo ammanettò e legò.

Lo lasciò lì che continuava a dimenarsi e ringhiare nella polvere, nascosto alla vista dell’accampamento dalla cresta di roccia. Non l’avrebbero trovato prima della mattina successiva. Nel frattempo avrebbe continuato con il suo giro d’ispezione.

Proseguendo verso sud-est notò dinanzi a sé, leggermente alla sua destra una strana zona dell’accampamento, dalla quale emanava un vago e mutevole bagliore, diverso da quello dei fuochi. Prese il binocolo, e si mise ad osservare, al riparo fra alcune rocce. Da quella distanza scorgeva strutture come gabbie, dalle sbarre luminescenti, dalle quali ogni tanto si diramava una scarica di energia. Nelle gabbie c’erano degli strani ammassi multicolori, indistinguibili da lì.

– Le creature di energia! – esclamò fra sé. Erano sicuramente come quella che aveva visto nei ricordi di Shin. Le gabbie erano sorvegliate da barbari che usavano strane picche dalla punta luminosa per controllare le creature. Sembravano reagire a quell’energia.

– Cosa ci fanno questi barbari con quegli affari? – stava chiedendosi, quando lo avvertì. Scartò di lato all’ultimo momento evitando un coltello che gli era stato lanciato alle spalle.

– Non lo andrai a raccontare in giro! – gli disse il suo assalitore dall’oscurità.

– Che idiota, si è fatto individuare fra le ombre – pensò Thorium, e in un attimo gli fu addosso. Lo immobilizzò, ma un altro era appostato poco distante. Lo vide salire su una moto poco distante e schizzare via.

– Scappa pure, tanto ormai so quello che mi serve… – disse, prima di salire in moto e ripartire verso la Rocca.

– Guarda là sotto, Shad!

– Che c’è? – biascicò, la sorella l’aveva svegliata in piena notte.

– Cosa sono quelle luci?

Sotto di loro, nel nero oceano si stagliavano distintamente alcune luci mobili, chiaramente artificiali. Si spostavano verso ovest.

– Sembra una nave… – disse Shad.

– A quello c’ero arrivata anch’io… Non percepisci nulla? – ribatté Shin.

– Un momento, lasciami concentrare – fece Shad, chiudendo gli occhi. Inspirò a fondo.

– Ci sono molti uomini. Barbari dell’est, direi. Ma, un momento! Percepisco un altro tipo di attività… Shin, guarda, presto, sono quei mostri!

Shin si affacciò nella mente della sorella, dove c’era pronta per lei la scena che Shad percepiva. Sì, erano senza dubbio creature analoghe a quella che aveva già affrontato.

– Cosa significa? – chiese Shin.

Shad si abbandonò sul suo giaciglio.

– Non lo so – disse – Ma sicuramente qualcosa di male.

– Oh no, Shad, cos’è quello?

Una vaga luminescenza si aggirava lampeggiando misteriosamente fra le nubi inargentate dalla luna.

– Brutte notizie, sorellina…

Non c’era bisogno di cercare di percepirlo. Il mostro volando venne loro incontro uscendo allo scoperto.

– Punta proprio su di noi! – esclamò Shin.

– Credo voglia fare uno spuntino…

– Non sei divertente!

– Scusa, ma sento chiaramente che quel mostro è affamato. Come non mai.

– Oh, cavolo…

Ormai si era lasciato l’accampamento molti chilometri addietro, correndo a tutta velocità nella notte. Rallentò finché poté togliere le mani dai comandi. Si stirò la schiena, pensando a tutte le implicazioni di quello che aveva visto. Quei barbari si stavano preparando all’attacco, questo era certo. Ma verso cosa? E perché? Ormai erano decenni che non si facevano vedere in quella parte del pianeta. E Ayonn era impenetrabile come non mai… Forse quei mostri erano la chiave di tutto. Sentiva che se avessero scoperto da dove venivano avrebbero potuto comprendere ciò che stava accadendo.

Improvvisamente a qualche decina di metri davanti a lui comparve una luce. Dapprima era un punto bianco nell’oscurità, poi si estese fino a diventare una linea verticale, ricurva, poi si aprì come una ferità di luce nel buio, crescendo di intensità finché non scomparve per lasciare al suo posto una di quelle creature misteriose.

– E questo da dove cavolo salta fuori?!

Non aveva mai visto il teletrasporto in azione, ma non riusciva a pensare a nient’altro che avesse potuto permettere a quel mostro di raggiungerlo in così poco tempo.

– Come diavolo hai fatto a seguirmi? – gli urlò, risentito di non poter capire.

Il mostro innalzò due alti e filiformi tentacoli purpurei semitrasparenti. Poi da quella che doveva essere approssimativamente la sua testa proruppe un grido lacerante, terrificante.

– Questo si supponeva dovesse spaventarmi… – commentò Thorium ironico. Si tolse i guanti e disse – Vediamo di sistemarti a dovere…

Il mostro attaccò con velocità inaspettata. Con un balzo in avanti si portò a portata di quegli strani tentacoli. Vibrò quattro colpi in rapida successione. Thorium riuscì a schivarli all’ultimo con una fortunata serie di prodigiosi movimenti del corpo.

– Come fa a essere così veloce? – pensò mentre rotolava di lato ed estraeva le sue spade dal nulla. Si mise in posizione d’attacco e attese. Quando i tentacoli calarono di nuovo li intercettò ogni volta con dei fulminei ed eleganti fendenti doppi.

Il mostro non sembrò neanche accorgersene. La superficie cristallina delle armi increspava il tessuto energetico della creatura, ma attraversava quella specie di suo corpo senza arrecargli danno.

– Eh, no, così non va! – disse Thorium, facendo un salto mortale all’indietro per portarsi per un po’ fuori portata. – E’ veloce, non subisce un graffio. Ora qualcuno vuole gentilmente dirmi quali sono i suoi punti deboli?

Il mostro caricò di nuovo, urlando più forte. Calò i tentacoli sulla sua preda. Otto volte attaccò. Due tentacoli raggiunsero Thorium. Erano troppo veloci.

Uno gli sfiorò la spalla causandogli una fitta lancinante a tutto il torace. L’altro gli sfiorò la gamba la quale gli si addormentò all’istante. Non aveva più sensibilità. Sentì l’ira montare dentro di lui.

Allora gli tornarono alla mente le parole del padre.

– Quando l’ira ti investe, non respingerla. Respira il suo fuoco, sentila nelle vene. Sarà la tua forza nei momenti disperati e la tua vittoria quando sarai con le spalle al muro.

Digrignò i denti, con uno sforzo tremendo saltò di nuovo indietro, fuori portata.

– Conosco ancora qualche trucchetto, lurida bestia – disse sibilando con i neri occhi di fuoco. Chiuse gli occhi, e si concentrò su un comando mentale riservato alle spade. Le avvicinò l’una all’altra. Presero a brillare sempre più, finché diventarono accecanti quando vennero in contatto. Il mostro arretrò. Infine le due lame si fusero, come anche le mani di Thorium intorno all’elsa. La spada continuava a brillare come una nova sul punto di esplodere. Con un urlo Thorium balzò in avanti, liberando tutta l’ira compressa fino a quel momento. Quando fu a poca distanza dal mostro spiccò un salto mortale in avanti, tracciando un vivido cerchio di luce nella notte, che trapassò, ricadendo, il mostro per tutta la lunghezza della spada. La creatura urlò di dolore, mentre scariche di energia scorrevano in tutto il corpo ferito, si contorse ancora e ancora e poi esplose, accecando Thorium, senza lasciare tracce.

Thorium giaceva supino, a terra. Aveva il fiato grosso, e aveva male dappertutto. Dopo diversi minuti, forse ore, si alzò a fatica, ripose le armi e risalì sulla moto, deciso più che mai a raggiungere la Rocca il prima possibile.

– Qualche idea? – chiese Shin mentre il mostro arrivava sempre più vicino.

– Sei tu l’attaccante… Io sto già erigendo le difese… – ribatté Shad. Intorno al pallone iniziava a vibrare una evanescente bolla multicolore, roteante.

– Buttalo giù sorellina – disse poi.

– Sembra facile! – si schermì Shin – Mica sono un cannone antiaereo!

Intanto il mostro sembrava studiare la sua preda, girando intorno al pallone dall’aria innocua.

– Però devi ammettere che è affascinante… – disse Shad – sembra una via di mezzo fra una farfalla e un drago…

Improvvisamente dalla bocca del mostro saettò un raggio, simile a un fulmine, che si abbatté sulla bolla protettiva generata da Shad. Si disperse all’intorno seguendo la curvatura di quello scudo.

– Aah! – urlò Shad per il contraccolpo mentale.

– Ancora convinta? – le urlò Shin concitata.

– Accidenti… – gemette – No…! Mi ha fatto male… – la bolla reggeva ancora

– Beh, stringi i denti sorellina, ora lo sistemo io.

Nelle mani di Shin apparvero due roteanti luci rosse e purpuree, che aumentavano d’intensità insieme alla sua concentrazione.

– Prendi questo! E questo! Crepa!– scagliò il primo colpo e poi subito il secondo come due palle di neve. Il primo mancò il bersaglio, ma il secondo lo colpì ad un’ala, provocando un certo danno testimoniato dalle urla di dolore del mostro.

– Brava, Shin…

Il mostro perse quota, poi si sollevò per tornare all’attacco con un altro urlo.

– Oh no, Shad! Quello torna, preparati!

Il drago-farfalla scese stavolta in picchiata su di loro, senza emettere raggi.

– Ci viene addosso! – urlò Shad.

– Lo vedo! Preparati all’urto! Cerco di sostenere il pallone!

Un attimo dopo l’urto fu tremendo. Shad urlò di dolore e si accasciò a terra inerme, mentre la cabina appesa al pallone rischiava di capovolgersi. Shin cercava di mantenere stabile il pallone telecineticamente. Il mostro rimase per un po’ impigliato nella complessa trama energetica dello scudo, la quale poi vacillò senza Shad a rigenerarla. Un altro urlo.

– Shad, il tuo scudo l’ha bruciacchiato per benino! – disse Shin con un moto di soddisfazione. La sorella non diede segno di aver udito.

– Sto per svenire, Shin. Dobbiamo sistemarlo alla svelta, o non avremo scampo.

– Un piccolo sforzo, Shad, è quasi fritto!

– Non riesco a muovermi. Attingi pure dalla mia energia. Perderò i sensi, ma almeno ce la caveremo.

Shin capì che era l’unica cosa sensata da fare. Per lo meno l’unica che era loro rimasta.

Si concentrò sulla mente della sorella, tanto da rischiare di confondervisi. Prima di perdere l’orientamento e il contatto con la realtà circostante tornò indietro, forte di un flusso di energia aggiuntivo.

– Ora ti concio per le feste.­ – pensò, e non sembrava la sua “voce”. Protese la mano, e un instabile raggio di luce e tenebra si protese dal suo palmo fino a colpire la creatura, senza lasciarla andare. Non era chiaro se la stesse disgregando o risucchiando, ma con un terribile ultimo urlo la belva disparve.

Shin si accasciò esausta presso la sorella, abbracciandola e tirandola a sedere. Sentiva il suo cuore battere. La sua mente era assente. Con le ultime energie residue cercò in tutti i modi di chiamarla, di farla tornare. Infine, quando stava per rinunciare, la mente di lei rispose.

– Shad?

– Ti sento.

– Cosa è successo?

– Non lo so… Era come se fossi io stessa a lanciare quel raggio. Ma eri tu, non è vero?

– Sì, o almeno credo.

– Non ci è mai successa una cosa del genere prima d’ora…

– E’ stato come se…

– …come se ci stessimo fondendo!


Avvistò con sollievo la Rocca sorgere all’orizzonte, e crescere in dimensioni e altezza man mano che si avvicinava, affilato e solitario pinnacolo nel mezzo del deserto. Accelerò ulteriormente.

Arrivato presso la base di quell’enorme spuntone di roccia rallentò e piegò a sinistra. Si inerpicò su per le rocce slittando e rombando finché non giunse su una superficie abbastanza liscia. Seguì quel sentiero naturale finché non lo condusse dabbasso, in una grotta dall’angusto ingresso. Accese i fari e seguì il percorso claustrofobico, fino ad arrivare, diversi minuti dopo, in un’immensa cavità, una grotta in parte naturale e in parte scavata dall’uomo, parecchi metri al di sotto del livello del terreno.

Spense la moto, e rimase solo nell’oscurità. Si stirò le membra anchilosate e attese.

Dopo qualche minuto delle fonti luminose nascoste iniziarono lentamente a rischiarare l’ambiente. Quando ci fu sufficiente luce una figura vestita di una lunga tunica apparve da dietro una grande stalagmite.

– Salve Thorium. Fatto buon viaggio?

– Salve Alis. Non direi proprio – sorrise alla telepate.

– Ma, sei ferito! – esclamò Alis con improvvisa ansia nella voce.

– No, sto bene, vedi…

– Non parlo del tuo corpo… – indugiò un attimo di troppo su quella frase – …ma della tua mente – terminò abbassando lo sguardo e avvicinandosi a lui.

Mi sei mancato… e guarda come sei ridotto!

Lui avvertì il lieve e gentile tocco della mente di lei.

Non ti rendi conto delle tue condizioni. Vieni, ti porto dall’Anziano, ora.

Lo condusse per mano negli oscuri recessi di quel luogo fino ad una parete di roccia. Lei la osservò per qualche istante, dopodichè una cupa vibrazione riempì l’aria e la parete scorse di lato. Una stretta, angusta, ripida scalinata saliva arricciandosi su sé stessa, letteralmente incisa nella roccia che la circondava da ogni parte. Un flusso d’aria fredda saliva dal basso e il passo era illuminato da deboli luci appese alla parete a distanza regolare.

Migliaia di scalini, anche più. Ogni volta Thorium cercava di contarli e ogni volta, arrivato a un certo punto, perdeva il conto. Allora Alis gli sorrideva:

– E’ così importante quanti sono?

E ogni volta dopo pochi minuti giungevano alla fine del percorso, in uno dei punti più alti della Rocca, nell’interno, dal quale si dominava tutto il villaggio.

Salve Thorium – era il Telepate Anziano che gli parlava direttamente – vedo che hai fatto incontri spiacevoli…– Spiacevoli è dir poco, saggio Long…

Alis si volse verso di lui. Senza dire niente lo prese di nuovo per mano e lo portò verso la casa dell’Anziano, anche se avrebbe potuto arrivarci a occhi chiusi.

Entrarono nella silenziosa e accogliente dimora. Un caldo aroma permeava l’aria. Thorium accolse con gratitudine tutte quelle sensazioni rilassanti, e si accasciò sul piccolo divano rendendosi improvvisamente conto di quanto fosse stanco.

Riposerai presto, Thorium. Riposerai…

Si svegliarono sotto l’occhio curioso di due uccelli, una specie di gabbiani.

– Abbiamo compagnia… – fece Shin sbadigliando.

Shad aprì gli occhi, e quando fece per stirarsi gli uccelli volarono via impauriti.

– Dove siamo? – disse poi – Quanto abbiamo dormito? – scattò in piedi e osservò il panorama sotto di loro.

Erano al di sopra di una spessa e soffice coltre di nubi bianchissime, e un veloce vento sospingeva il pallone senza scossoni.

– Che spettacolo – disse fra sé.

– Che bello – le fece eco Shin.

Dopo qualche minuto si riscossero. Controllarono la rotta.

– Siamo quasi arrivate.

Cominciarono a far scendere il pallone. Per un po’ furono circondate da un ovattato biancore senza direzione, dopodichè sbucarono dalle nubi per ritrovarsi in alto sopra il deserto, non molto distante dalla Rocca del Telepate.

Quando furono abbastanza vicine Shad ricevette un messaggio per tutt’e due.

Salve Shin, salve Shad. Benvenute… Vostro fratello è già qui che vi aspetta.

Salve a te saggio Long – risposero – Fra pochi minuti atterriamo.

– Benvenute care ragazze! Siete bellissime, come al solito. Mi ricordate tanto vostra madre, sapete, le assomigliate così tanto!… – il vecchio Long accolse con calore le gemelle. Erano atterrate su uno spiazzo sulla sommità di un rialzo di roccia poco distaccato dal corpo del villaggio.

Ma c’è una luce nei vostri occhi… La riconoscerei ovunque – il Telepate Anziano, com’era consueto fra gli abitanti della Rocca, passava dalla comunicazione verbale a quella mentale in continuazione.

– Ti ringraziamo dei complimenti, onorato Long. Sei sempre troppo gentile… – disse Shad.

– Oh, affatto…

Si avviarono giù per la discesa che portava alla piazza al centro del villaggio, mentre il pomeriggio volgeva al termine.

– Nostro fratello? – chiese Shin.

– Sta riposando… Non ha fatto un viaggio di tutto riposo… Ma vedo che anche voi avete avuto le vostre avventure…

– Ne portiamo i segni – confermò Shad.

Alis uscì da una delle modeste abitazioni scostando la tende posta all’ingresso.

Alis, ti affido le nostre visitatrici. – le si rivolse Long mentre si avviava verso casa sua, con la sua tipica andatura lenta e claudicante, appeso al suo lungo bastone.

– Salve ragazze. Fatto buon viaggio?

– Non proprio… ma siamo qui, sane e salve! – rispose Shin.

– Ho preparato il vostro alloggio. Suppongo vogliate rinfrescarvi e rilassarvi dopo la lunga trasvolata…

– Un bel bagno sarebbe l’ideale… – disse Shad sorridendo con gratitudine.

Giunsero davanti l’ingresso della dimora riservata ai consueti ospiti.

– Per qualsiasi bisogno sono a vostra disposizione. Vi ricordo che siete invitate al banchetto di stasera, insieme a vostro fratello – la sua voce o il suo tono mentale era cambiato? Shad ne era quasi certa – …sarà presieduto dall’Anziano – stava continuando Alis – credo che abbia qualche importante comunicazione da fare.

Fece un lieve inchino in segno di saluto.

Grazie ancora, cara Alis – la congedò Shad sorridendo.

La osservarono allontanarsi lungo il sentiero.

– Devi ammettere che è carina… – sussurrò Shin all’orecchio della sorella, quando furono all’interno della loro camera – …Thory sembra sapere il fatto suo…

– Shin! Potrebbe sentirti! Potrebbe sentirti chiunque, qui! – rispose Shad schermando istintivamente il loro dialogo.

– Su, Shad, hai una così bassa stima della gente della Rocca? Rispetteranno la nostra privacy, no? – ribatté Shin sarcastica, con i pugni sui fianchi.

Shad la fissò.

– E se non lo fanno non me ne importa! – rise Shin. Poi corse verso il bagno. – Prima io!

Shad sospirò e si dispose ad attendere.

Un profumo delizioso si insinuava nelle sue narici, invitandolo dolcemente a destarsi. Si rigirò nel letto, ancora semincosciente. Ricordò dov’era, ricordò quello che gli era successo, ricordo Alis.

– Buongiorno dormiglione – era la sua voce piena d’affetto.

Thorium aprì gli occhi, la vide intenta a preparare qualcosa che emanava l’invitante aroma che lo aveva svegliato.

– Quanto ho dormito?

Lei si avvicinò sorridendo e gli porse una tazza piena di un liquido oscuro.

– Cos’è? – chiese lui.

– Assaggia. E’ buonissimo, e ti farà bene.

Bevve. Era veramente buonissimo, anzi, eccellente. Lo sentì scendergli nelle viscere e ridargli le forze.

Ora sei proprio sveglio… – sorrise maliziosa.

– Puoi scommetterci – rispose lui sullo stesso tono – Quanto hai detto che ho dormito?

Lei si alzò, riprendendo la tazza ormai vuota.

– Un paio di giorni…

– Cosa?

– Sì, infatti nel frattempo sono arrivate le tue sorelle.

– Accidenti! – si alzò e la cinse da dietro le spalle.

– Devo recuperare il tempo perduto… – le sussurrò all’orecchio. Alis si abbandonò un istante a quella sensazione, poi si ritrasse.

– No… – abbassò lo sguardo – Thor caro, non è ancora il momento…

Lui sospirò.

– D’accordo Alis, come vuoi tu. – le sorrise un’ultima volta poi uscì nella piccola veranda. Era il tramonto. Dopo qualche istante Alis lo seguì. Si appoggiò alla sua spalla, e rimasero a guardare i raggi del sole proiettati oltre l’alto orlo frastagliato della roccia a ovest.

– Stasera Long ha indetto un banchetto. Sono convocate anche Shin e Shad.

– Voglio proprio sentire cos’ha da dire l’Anziano riguardo a questa storia. D’altronde sono qui per questo…

Lei si voltò a fissarlo. Lui continuò a guardare per un po’ dinanzi a sé. Poi soggiunse, piano:

– …e per te.

La notte era calata sulla Rocca come sul resto del deserto. Le stelle erano incorniciate insieme alla luna dai margini delle creste più alte della Rocca, tutt’intorno al villaggio. Fiaccole ardevano su tutte le strade, conducendo allo spiazzo centrale dove fuochi più grandi illuminavano i grande tavolo ovale al quale si sarebbero seduti i commensali.

Thorium aveva indossato una tunica come usavano gli abitanti del posto, e si era seduto al posto assegnatogli, Alis al fianco, lisci capelli scuri dai riflessi di fuoco, come gli occhi, alla luce delle fiaccole.

Dopo qualche minuto arrivarono le due gemelle, calamitando lo sguardo di tutti. Per l’occasione avevano indossato i loro abiti migliori e alcuni dei gioielli che Thorium aveva fatto per loro nel corso del tempo.

Shin indossava un lungo abito nero con spalline sottili e un lungo strascico. Alcune fasce di tessuto contenevano dei piccolissimi cristalli dorati che brillavano alla luce delle fiaccole. Al collo portava una collana di pietre d’ambra, ai polsi cerchi d’oro. I lunghi, ricci capelli biondi scendevano liberi a incorniciare la sua bellezza.

Shad aveva un vestito bianco allacciato dietro il collo. Il corpetto e il retro rilucevano di bagliori argentei, mentre sul davanti la lunga gonna ondulata era bianca, di più strati trasparenti. I capelli erano tirati indietro e lasciati ricadere lungo la schiena, mettendo in evidenza tutti i lineamenti del perfetto volto. Aveva degli orecchini d’argento con una perla ciascuno incastonata, e a polsi bracciali dello stesso materiale e madreperla.

Per quanto riguardava la bellezza, meritavano senza dubbio la fama e l’adorazione che condividevano con la madre.

Thorium si alzò ad accoglierle.

– Ben trovate, sorelline – disse abbracciandole – Vi trovo splendidamente!

– Anche tu Thory sei migliorato dall’ultima volta – scherzò Shin. Risero.

– Ci sei mancato – disse Shad.

– Anche voi – l’affetto presente fra i tre era forte e percepibile chiaramente dalla maggior parte dei presenti.

Si sedettero.

– Non sai cosa abbiamo passato per venire qui! – prese a raccontare Shin.

– Davvero? Anche di me non si può dire che mi sia divertito…

– Cosa ti è successo? – chiese Shad.

– Ah! Prima voi. Sentiamo…

Le gemelle gli raccontarono le peripezie che avevano affrontato in volo.

– Accidenti, pare che qualcuno ce l’abbia proprio con noi…

– Cosa intendi dire?

– Che anch’io ho avuto uno “scambio di opinioni” con una di quelle creature…

– Davvero? Dicci tutti i particolari.

Dopo diversi minuti di discussioni animate arrivò il Telepate Anziano, e si sedette davanti a loro.

– Benvenuti, a voi tutti. – si rivolse a tutti i presenti, una dozzina, in totale.

– Spero che potrete apprezzare questo banchetto in vostro onore… – continuò rivolto ai tre ospiti. Poi fece un gesto e la prima portata fu servita.

Dopo diverso tempo e parecchi bicchieri vuotati, quando le candele sul tavolo erano per metà consumate, le portate terminarono. Ci fu qualche attimo di silenzio, poi Long prese la parola.

– Sono venuto a conoscenza dai vostri genitori il motivo della vostra visita… – annunciò, sorprendendoli.

– Nuovi avvenimenti stanno avendo luogo su Noi-Hert, e si avvicina per tutti noi il momento di agire. Thorium, vuoi spiegarci cosa hai visto, e cosa hai potuto concludere?

– Certo saggio Long – rispose lui – Ho avvistato un accampamento di barbari a circa metà strada fra qui e Ayonn. Sono rimasto perplesso, sappiamo tutti che sono passati quasi cento anni da quando l’ultima orda tentò di attaccare Ayonn. E’ pensiero comune che i barbari si siano infine arresi. Eppure quei barbari si stanno preparando all’attacco, su questo non c’è dubbio. E l’unico obiettivo plausibile, vista la loro posizione, è Ayonn.

– C’è dell’altro? – chiese Long.

– Purtroppo si. Ho avvistato diverse di quelle strane creature di energia, come quelle che io e le mie sorelle ci siamo trovati ad affrontare. Credo in definitiva che i barbari puntino tutto su questo loro asso nella manica.

L’Anziano annuì.

– Tutto questo è in buona parte corretto, Thorium – disse poi – Ciò che ci manca di sapere è da dove vengano queste strane creature che hai menzionato, e, forse cosa più importante, il perché. Se il combattimento sarà inevitabile, avrete bisogno di sapere che tipo di creature siano, come agiscano, il loro punti forti e deboli, e via dicendo. A quanto pare non sembrano risentire degli attacchi fisici, vero?

– Dici il vero – concordò Thorium, rabbuiandosi un poco.

– Questo mi sembra essere un fatto più che significativo! Disponete del potenziale mentale sufficiente per sconfiggere un esercito di queste creature?

La domanda li colse impreparati. Si guardarono l’un l’altra, senza sapere cosa rispondere.

– Non sapete cosa rispondere, ovviamente, perché la risposta è no. – Long li fissò uno ad uno.

– Voi siete potenti, le menti più forti ed abili del pianeta. Non avete però mai avuto un’occasione in cui mettervi alla prova, sotto questo aspetto. Sì, lo so, lo so – placò le obiezioni che stavano nascendo nelle menti degli ascoltatori – non sto sminuendo quello che avete fatto da quando siete qui. Ma fino ad ora siete stati misurati con un metro troppo piccolo rispetto a quello imposto da questa situazione, io temo.

– Se quello che tu dici è vero, quali sono le nostre speranze? – chiese Shin che non riusciva più a trattenersi.

– Una speranza c’è sempre. Anzi, di solito ce n’è anche più di una, ma non divaghiamo. Per questo siete stati convocati qui. Ho dei compiti da assegnarvi, delle missioni, se volete. Dal loro esito dipenderanno le sorti di

Noi-Hert, se non le vostre.

– Sono pronto a fare ciò che è necessario – disse Thorium deciso. Alis lo guardò con apprensione.

– Lo stesso vale per noi – affermò Shad.

– Bene, ora che avete confermato la vostra determinazione, posso illustrarvi i vostri incarichi. Thorium – si rivolse a lui – necessitiamo di maggiori informazioni. Allo stato attuale sappiamo che l’orda che hai visto ed altre analoghe sono state radunate da un certo Radjer, ne avrai sentito parlare.

– Radjer? Proprio lui?

– Sì. Ha chiamato intorno a sé la maggior parte delle orde conosciute, nonché diverse altre a noi ignote, provenienti dall’estremo est. Sta preparando un grande e massiccio attacco, verso Ayonn, sì, e molto presto. Ma non sappiamo quanto, presto. E non sappiamo da dove provengano queste creature, come vi ho già accennato. Il tuo compito consisterà nell’infiltrarti fra le fila nemiche, e, grazie alle tue molteplici abilità, guadagnare se possibile la stima di Radjer. Quando sarai abbastanza addentrato potrai scoprire, spero, tutto ciò di cui avremo bisogno per affrontare questa minaccia.

– Accetto l’incarico – rispose prontamente Thorium.

Long rivolse la sua attenzione alle gemelle.

– Avremo bisogno di tutti gli aiuti disponibili. – disse – Per prima cosa dovete dare l’allarme a Saberinne. Tutte le menti, anche gli studenti, dovranno accorrere prima possibile ad Ayonn per difendere la città. Ma, cosa più importante, dovete partire per un lungo viaggio per reperire un oggetto del quale molto si parla ma in effetti poco si sa. La spada di vostro padre.

A quell’affermazione il silenzio scese sui presenti. La fama di quell’arma leggendaria era pari a quella del suo detentore.

Dopo qualche istante Long riprese a parlare:

– Se ne sono perse le tracce molto tempo fa, poco dopo che Kriss e Saberinne visitarono Noi-Hert.

– Visitarono?! – sussurrò Shin alla sorella.

– L’ultima locazione nota dell’arma risulta essere il continente-isola di Nat. Vostro compito sarà quello di rintracciare la spada di Kriss e di riportarla presso Ayonn, dove Thorium potrà brandirla in memoria di suo padre.

Thorium sgranò gli occhi.

C’è qualcosa che non ci dice – disse Shin alla sorella, in comunicazione privata.

Ovviamente. Chissà cos’ha in mente… – rispose Shad.

Long sorrise loro come se avesse sentito tutto, quindi si alzò in piedi, sotto gli sguardi sorpresi delle gemelle e quello incredulo ed entusiasta di Thorium.

– Ora, se non vi dispiace, vi consiglio di andare a riposarvi. Domani vi attende l’inizio di un lungo viaggio, e sarà meglio che lo affrontiate nel pieno delle vostre forze.

I presenti si alzarono. Si inchinarono leggermente in segno di saluto, quindi si diressero verso le loro dimore.

Non voi due – disse la voce dell’Anziano nelle menti delle gemelle – venite nella mia abitazione fra qualche minuto, quando tutti saranno rientrati. Non vorrete mancare di fare visita a un povero vecchio? – terminò ironicamente.

Shin e Shad si scambiarono un’occhiata piena di significato.

– Thorium, ti prego!

– Ciò che chiedi è impossibile, Alis, lo capisci?

– Ma non posso accettare di separarmi di nuovo da te! Ogni istante di solitudine su questa Rocca è morto quando non ci sei tu a dar luce ai miei giorni e aria ai miei respiri!

– Oh, Alis, quanto vorrei potesse essere diversamente!

Lei si gettò nelle sue braccia. Lacrime le scendevano silenziose dagli occhi.

– Promettimi che tornerai! Promettimi che non ti accadrà nulla di male, e che potremo vivere insieme la nostra vita!

– Alis sai che nulla mi impedirebbe di adempiere alle promesse che già ti ho fatto tempo fa e che rinnovo ora con tutto il mio cuore. Non sparirò come feci duecento anni fa, stanne certa.

– Ne parli come fosse una cosa da niente!

– Non è vero, Alis, lo sai bene. Proprio tu, poi… – Thorium le aprì la mente e il cuore, e lei poté vedere chiaramente la sua sincerità.

Rimasero abbracciati per diverso tempo, poi Alis si ritrasse, prendendo un oggetto dalla piega della veste.

– L’anziano mi ha detto di darti questo – era un piccolo oggetto di pietra quadrangolare, finemente inciso, con un buco al centro. Lei glielo infilò alla catena d’oro che aveva al collo. – Tramite questo simbolo potrai rimanere in contatto mentale con la Rocca, potrai così tenerci aggiornati sui tuoi progressi. Sapremo inoltre se dovessi venire a trovarti in difficoltà…

Lo abbracciò di nuovo.

– Ora perdonami se ti lascio, per questa notte. Non potrei sopportare di averti a fianco…

– Capisco, Alis – disse lui con dolcezza – Mi mancherai stanotte, come tutti i prossimi giorni e notti che ci vedranno lontani l’un dall’altro.

– Ti amo Thorium. Non te l’ho mai detto. Ti amo con tutta me stessa. Non dimenticarlo mai.

Gli volse le spalle e si dileguò nell’ombra.

– Prego, accomodatevi mentre preparo il tè… – disse Long. Le gemelle si sedettero, in attesa di ciò che l’Anziano aveva da dirgli.

Dopo qualche minuto il vecchissimo uomo parlò.

– E’ successo qualcosa di nuovo, di inaspettato, mentre eravate in viaggio – disse tenendo lo sguardo fisso dinanzi a sé.

Le gemelle annuirono.

– Avete fatto un passo di più alla scoperta del vostro potere. In quel momento, quando avete unito le vostre forze e le vostre menti vi siete avvicinati a allo stato di fusione.

Le due sorelle trattennero il respiro a quella dichiarazione.

– So cosa state pensando. La fusione mentale per ora è solo una teoria, non è mai stata attuata veramente, da nessuno, visti per altro gli altissimi requisiti che ne sono caratteristici. Ma vi sbagliate.

Shin e Shad rimasero pietrificate. Continuarono a tacere e ad ascoltare.

– I vostri genitori prima di voi attuarono una fusione mentale, per ben due volte, se non mi sbaglio, e in entrambi i casi (sì, non vi stupite, i vostri genitori tornarono su questo mondo per una seconda volta) fu un intervento decisivo per quanto riguardava le sorti del pianeta… Provate solo ad immaginare cosa poté significare: Kriss e Saberinne, le menti più eccelse che siano finora apparse in questo universo, fusi insieme in perfetto equilibrio. E’ stato un evento che aveva praticamente nessuna probabilità di verificarsi, eppure è quello che successo.

– Ora, vedete, nel loro caso fu possibile a causa della natura del loro spirito, della loro mente. I vostri genitori sono perfettamente complementari. Mi sembra che sul vostro pianeta alcuni dicano “anime gemelle”. Non è un termine proprio corretto, ma esprime bene l’idea.

Ci furono alcuni secondi di silenzio in cui Shin e Shad assimilavano quelle nuove informazioni.

– Voi due… – iniziò Long.

– …noi siamo gemelle! – terminarono all’unisono le due sorelle.

– Vuoi dire che possiamo davvero fonderci? – esclamò Shin.

– E’ nel vostro potenziale sì…

– Ma? – fece Shad

– …non siete ancora pronte. Come avete potuto sperimentare in prima persona lo stato in cui vi siete trovate era ancora instabile, una semi-fusione.

– E’ vero…

– Quindi – disse Long dopo una pausa – è anche per questo che intraprenderete il vostro viaggio. Quello che non vi ho detto è che dovrete affrontare queste prove indipendentemente l’una dall’altra, senza aiutarvi, senza neanche sentirvi reciprocamente.

– Com’è possibile? Il nostro legame è indissolubile! – disse Shad.

– Non conoscete quello che vi attende sull’isola di Nat. E’ un posto completamente diverso da qualunque altro abbiate mai visto. Ma tutto vi sarà chiaro quando vi ci troverete.

– In cosa consiste questa prova? – disse Shin.

– Ve l’ho detto. Dovete recuperare la spada di Kriss. Quando il suo guardiano vi riconoscerà ve la consegnerà.

– Non siate atterrite. Dovete imparare a cavarvela da sole, in completa solitudine. Siete state abituate sempre a lavorare in coppia, ma per poter dar luogo a una fusione occorre essere completi in sé stessi e nella propria natura, essere pienamente coscienti di tutto il proprio potenziale e dei propri limiti. Allora potrete collaborare come mai prima e arrivare probabilmente a generare una fusione in stato di necessità.

Le due sorelle continuarono a guardare l’anziano bere il suo tè. Infine, capendo che non avrebbe parlato oltre, si alzarono.

– Ti ringraziamo dell’ospitalità e dei tuoi consigli saggio Long – disse Shad.

– Assolveremo il nostro compito al meglio delle nostre capacità – aggiunse Shin.

Il vecchio rimase per qualche istante a contemplarle in silenzio, in piedi dinanzi a lui.

– Bene – disse infine – vi auguro un buon riposo e un buon viaggio.

Ad attenderle poco distante dalla porta dell’abitazione dell’Anziano c’era Alis.

– Dovrei parlarvi – disse.

Shin e Shad la condussero presso il proprio alloggio.

– Cosa ti turba? – disse Shad, già immaginandolo.

– Sono preoccupata per Thor.

Abbassò lo sguardo, rimanendo in silenzio. Poi disse:

– Voi potete aiutarmi. Io voglio aiutarlo. So che nel suo viaggio si troverà ad affrontare molte difficoltà. Non sono quelle fisiche che mi preoccupano…

Shin disse:

– Temi l’eventualità che Thorium debba confrontarsi con quelle creature…

– Hai indovinato. Quei mostri sono immuni ai suoi attacchi. E’ stato per un soffio che è riuscito a cavarsela l’altra notte.

– Cosa hai in mente?

Alis tirò fuori dalla veste delle perline di vetro colorato.

– Queste perle mi sono state regalate da mio padre quando ero una bambina. Sono costituite da materiale psico-attivo. Potete percepirne il modesto campo energetico.

– Cosa vuoi farne?

– Volevo pregarvi di infondervi la vostra forza mentale così che Thor possa usarle in caso di necessità come difesa da minacce come quelle.

Shin e Shad ci rifletterono un momento, poi si scambiarono un’occhiata d’intesa.

– Pensiamo sia una buona idea. – disse Shin.

– Sarà il nostro dono collettivo per nostro fratello – continuò Shad.

– …e per il tuo uomo – terminò Shin, mentre Alis arrossiva visibilmente.

– Ora lasciaci, il procedimento ci sfinirà – chiese Shad.

– Domattina le consegneremo insieme a Thorium.

– Grazie, grazie di cuore! – disse Alis prendendo le loro mani fra le sue

– Significa tanto per me. Buonanotte. – e se ne andò.

Il sole era sorto. In alto nel cielo alcuni uccelli solitari scrutavano sotto di sé, lanciando di tanto in tanto i loro alti richiami. I raggi di luce giungevano ancora molto obliqui, illuminando direttamente soltanto parte della parete rocciosa ad ovest. Il villaggio era ancora immerso nell’ombra.

Le gemelle stavano preparando il pallone. Thorium si avvicinò per salutarle.

– Così ci separiamo di nuovo… – disse Shin.

– Il nostro destino ci chiama a percorrere strade diverse… – commentò lui.

– Ecco che arriva Alis… – annunciò Shad mentre srotolava una corda dal supporto.

– Buongiorno a tutti – non sembrava aver riposato, quella notte – Dormito bene? – chiese con una certa premura alle gemelle. Loro sorrisero.

– Siamo pronte a metterci in viaggio.

– Bene… Thor, prima che tu parta…

– Sì Alis cara?

– C’è una cosa che vorremmo darti…

Le gemelle si avvicinarono e gli consegnarono un sacchetto con le perline di vetro. Lui ne estrasse alcune e le osservò: brillavano ora vividamente di vari colori.

– Cosa sono? – chiese incuriosito. Alis rispose:

– Appartenevano a me. Ora contengono la forza delle menti delle tue due sorelle. Ti prego di accettarlo come nostro dono in segno del nostro affetto… Ti potranno servire per difenderti da avversari come quel mostro che hai affrontato nel deserto – le mancò la voce – Abbi cura di te…- lo guardò con occhi pieni d’amore.

– Mi fate sentire in imbarazzo… Alis, io non ho niente per te! – al che Alis gli mostrò un anello.

– Da te ho già una promessa – disse – E l’unico dono che desidero è il tuo amore.

Thorium la abbracciò di slancio e la baciò appassionatamente, a lungo, finché lei con un grande sforzo si ritrasse e corse via.

Torna presto – furono le sue ultime parole. Thorium rimase a guardarla andar via per lunghi istanti, poi si riscosse, accorgendosi dello sguardo

delle sue sorelle.

– Beh… – fece per dire, ma fu interrotto da Shin.

– Shhh, Thory, non dire nulla… – si avvicinò, lo abbracciò e lo baciò sulla guancia. Altrettanto fece Shad.

– Ci rivedremo presto – gli dissero.

– Ehi… Aspettate un attimo… – fece lui riscuotendosi ulteriormente. Estrasse un oggetto avvolto in un panno dalla borsa che aveva a tracolla. Lo aprì, rivelando due pregiatissimi stili, affilatissimi.

– Li hai fatti per noi? – chiesero le gemelle. Lui annuì.

– Ho cercato di instillarvi attraverso il Proiettore tutto l’affetto che provo per voi e i ricordi che condividiamo. Se vi concentrate su di loro sarà come sentire una piccola parte di me, così non potrete dimenticarmi mai. – Ne prese uno, e lo diede a Shin. Aveva il manico d’oro, finemente cesellato e incastonato di varie gemme. La lama era leggermente ricurva e aveva una sfumatura giallastra che dava l’impressione di una lama traslucida, ma non lo era affatto. Dava una strana sensazione a guardarlo. In fondo all’elsa c’era inciso un piccolo sole e una S. L’altro che consegnò a Shad era completamente argenteo, lavorato come l’altro, freddo al tatto, con perle e diamanti incastonati nell’elsa, la lama dritta e appuntita, asimmetrica. In fondo all’elsa c’era una piccola luna e una S.

– Sia il loro aspetto che la loro configurazione interna sono fatti su misura per voi, e cercano di rispecchiare le vostre caratteristiche. Libereranno tutto il loro potere solo se branditi dalle vostre mani, e dalle vostre menti.

– Siamo senza parole… – disse Shad.

– E’ un dono preziosissimo… – disse Shin – Chissà quanto ci hai lavorato!

– Per voi questo ed altro…

– Grazie ancora Thory caro – disse Shad tornando ad abbracciarlo – Ne faremo buon uso.

– Abbi cura di te! – disse Shin, e saltò nella cabina appesa al pallone.

– Arrivederci, sorelline… – disse Thorium sottovoce, con grande malinconia pensando a quanti addii aveva dovuto dare quel giorno, quando il pallone iniziò a librarsi in aria.

Arrivederci fratellino – risposero le gemelle, guardando la Rocca, il villaggio e Thorium rimpicciolire sempre più. – Arrivederci.

Menti selvagge – pt.3

Camminavano, passo spedito, nel buio quasi completo, verso solo Corolla sapeva dove. Kriss aveva visto la ragazza raccogliere le bolas e legarsele a un fianco… doveva essere stata lei a salvarlo. Ma qualcosa attrasse la sua attenzione, perché scorse un movimento, nel buio, e involontariamente trasalì. Lei se ne accorse e disse:

“Non ti preoccupare, quello è Smiurl…”

“Smiurl?…” fece Kriss non comprendendo a cosa si riferisse, e avvicinandosi inconsapevolmente a lei.

“Sì. E’ stato lui ad atterrare Jeorghe, dopo che io l’ho fermato”

Kriss ricordava di aver intravisto qualcosa, ma non pensava che quel qualcosa in realtà fosse un qualcuno.

“Smiurl, non credi sia il caso di presentarsi?” disse lei, fermandosi, e apparentemente parlando alle ombre.

“Devo proprio, eh?” era una vocina stridula poco distante “Eh già, credo di sì…” soggiunse poi. Come per incanto, dall’ombra emerse un ometto alto un metro circa, con uno sguardo vergognoso, e avanzò verso Kriss. Protese la sua manina grinzosa e disse:

“Salve Kriss, io sono Smiurl”

Kriss ricambiò, incredulo. Il “nano” aveva delle orecchie enormi trafitte da numerosi orecchini, i quali producevano un lieve tintinnio quando lui muoveva la testa di scatto. Anche il naso era piuttosto grosso, rispetto a tutto il resto. Indossava una giubba e dei calzoncini di pelle stinta. Kriss pensò che avesse un’espressione come di cucciolo smarrito.

Corolla parve indovinare i pensieri di Kriss, poiché disse:

“Non farti ingannare dalle apparenze… All’occorrenza Smiurl è un vero e proprio valoroso…”

A quel complimento inatteso il nano si illuminò tutto, letteralmente: prese a emanare una vaga luminescenza di vari colori.

“Ehi!” esclamò Kriss, che non credeva ai suoi occhi.

“Tranquillo, è innocuo!” disse Corolla ridendo di gusto. La sua risata si levava chiara e argentina “Smiurl è un mutante” soggiunse poi.

“Incredibile…” fece Kriss stupefatto, osservando il nano a bocca aperta, il quale intanto si era “spento”.

“Non sei adirato…?” chiese Smiurl, con voce tremante.

“Adirato? E perché dovrei esserlo?” chiese Kriss, con tono da far rischiarare l’espressione del nano.

“Tutti mi odiano…” si lamentò, vergognoso, guardando a terra. “E’ perché sono… diverso”

Kriss provò pena per quel piccolo uomo, se lo immaginava mentre subiva le angherie di quei tipacci lì intorno e mentre veniva umiliato, tutti i giorni della sua vita. Gli disse con calore:

“Io non ti odio. Affatto! Mi avete salvato: vi devo la vita… E ancora non vi ho ringraziato!”

“Dovere” disse Corolla, sorridendo aperta. Il bianco dei suoi denti si scoprì alla luce delle stelle. Smiurl si illuminò di nuovo, gonfiando il petto tutto contento.

Si rimisero in cammino. Dopo poco giunsero in uno spiazzo, un po’ appartato dal resto dell’accampamento, al riparo dentro un gruppetto di alberi rinsecchiti. C’erano alcune tende affiancate.

“Ecco, tu potrai dormire lì” disse Corolla, indicando quella più grossa. “La dividerai con Theo.”

“Chi è…” fece per dire lui ma un uomo stava già uscendo verso di loro.

“Appunto” disse Corolla “Theo, ti presento Kriss. Saresti così gentile da fornirgli un giaciglio, almeno per questa notte?”

Il gigante, dalla sua altezza, disse semplicemente “Certo” e poi “Vieni”. Kriss vide che era alto come quel Jeorghe, e che era ancora più massiccio. Nella tenda era accesa una candela, così poté guardarlo in faccia. Aveva i capelli chiari, radunati in una lunga treccia che gli scendeva lungo la schiena. Il volto era squadrato e massiccio, come il resto del corpo. Aveva un’espressione fra le più stoiche e neutre che Kriss avesse mai visto. I suoi occhi erano chiari e freddi come il ghiaccio, ma c’era qualcosa in lui che ammorbidiva il suo sguardo, e il suo parlare non era rude, venato di odio come quelli degli altri lì intorno.

Corolla teneva sollevato il lembo della tenda, all’ingresso. Più in basso Smiurl sbirciava, dietro di lei. Lei guardò Kriss e gli disse:

“Buonanotte… Con Theo nei pressi nessuno oserà avvicinarsi”

“Buonanotte” rispose lui “Grazie ancora…” e la vide sparire nella notte senza un suono.

Theo tirò fuori una stuoia da qualche parte e la porse a Kriss.

“Mettiti lì” gli indicò il lato libero della tenda, resa angusta dalla sua imponente presenza.

Kriss srotolò la stuoia a terra e vi si coricò. Dopodichè si addormentò profondamente, troppo stanco e stravolto per sognare.

“Kriss…”

Aprì gli occhi. Gli era sembrato che qualcuno lo avesse chiamato, ma la tenda era vuota.

Rumori e voci animate provenivano dall’esterno. Era giorno. Si alzò, stirandosi, ancora intontito, e uscì riparandosi gli occhi dalla luce del sole. Si guardò intorno, strizzando gli occhi.

Tutto intorno il campo era in fermento. Ora, alla luce del giorno, sembrava molto più grande. Quasi tutte le tende erano già state smontate. Ormai si vedevano soltanto uomini e cavalli aggirarsi più o meno di fretta da una parte all’altra. Al centro dell’accampamento c’era una jeep scoperta. Sul cofano stava in piedi il capo, dando ordini ora a questo ora a quello.

“Attento!” Kriss trasalì udendo quel grido ravvicinato. Da sotto un mucchio di paglia spuntò Smiurl, che vedendolo trasalire assunse subito un aria dispiaciuta, e cercò di spiegare:

“E’ pericoloso…”

“Ah…” Kriss ancora non capiva in che razza di posto si trovava in realtà.

“Corolla mi ha ordinato di restare di guardia” continuò il nano “…e di dare l’allarme in caso di pericolo. Pensa che qualcuno possa farti del male…”

“Ed ha ragione”

Kriss si voltò udendo quella voce baritonale.

“Buongiorno, Theo.” Disse.

“E’ meglio che ti prepari, fra poco partiremo. Mettiti questi” gli porse dei vestiti. I suoi non erano granché adatti a viaggiare nel deserto.

“E soprattutto togliti quelle…” e indicò le sue scarpe.

Kriss si guardò i piedi, e dovette concordare centro di sé con Theo riguardo al fatto che le sue Nike erano proprio improbabili, in quel posto. Cominciò ad esaminare i nuovi vestiti: due grossi scarponi, sembravano anfibi da trekking; un grosso cappello che gli celava parte del viso; pantaloni di pelle, camicia e una specie di mantella, a mo’ di poncho. C’era anche un maglio molto pesante.

“E con questo cosa dovrei farci?” chiese rivolto a Theo che stava caricando il suo cavallo.

“Non hai un’arma…” disse, del tutto naturale.

“Ha ragione” disse Smiurl sottovoce.

Kriss alzò le spalle e andò a cambiarsi, guardando con aria leggermente titubante i suoi nuovi vestiti, e soprattutto l’enorme martello, che stentava a reggere con una mano sola. Lo osservò più da vicino: non riconosceva il materiale di cui era costituito, anche se doveva essere per forza una lega metallica. Le due facce più larghe erano ornate da un rilievo dorato, curvilineo. Le due facce più corte invece erano munite di due punte acuminate. Si domandò come, se si sarebbe trovato a doverlo fare, lo avrebbe usato. Scosse la testa e lo appoggiò vicino alle altre armi.

Appena ebbe terminato di vestirsi, Corolla entrò nella tenda.

“Buongiorno. Vedo che sei pronto: bene. E’ ora di partire”

“Dov’è che stiamo andando?…” chiese Kriss.

“Il capo ha avuto notizia di una carovana commerciale poco difesa in transito nella valle a tre chilometri da qui” rispose lei noncurante.

Kriss la fissò, non comprendendo, assumendo forse un’espressione un po’ idiota.

Corolla gli pose le mani sulle spalle e disse, guardandolo negli occhi:

Li attacchiamo, Kriss”.

Menti selvagge – pt.2

“Sei vivo…”

Di chi era quella voce? La sua?

L’aveva veramente sentita?

Aprì gli occhi lentamente, mentre i pensieri ricominciavano a scorrere nella sua mente, tentando di ristabilire il contatto con la realtà. Impiegò qualche secondo per mettere a fuoco la vista.

Si sentiva piuttosto male. Faticava anche solo a respirare a fondo. Si mise faticosamente e dolorosamente a sedere, e non riconobbe quello che vide. Si sforzò di ricordare, e gli tornò alla mente quello che era successo.

In teoria doveva essere stato colpito dal fulmine, ma non capiva come potesse essere ancora vivo. Era, comunque, completamente fradicio.

“Forse sono morto…” disse ad alta voce, guardando la piccola valle rossastra sotto di sé, dalla quale ascendevano fili di fumo da incendi non ben identificati, riconsiderando la plausibilità di quell’ipotesi. Che fosse morto.

“Pensavo peggio…” disse alzandosi cautamente in piedi. Per qualche istante ebbe le vertigini, poi il suo senso dell’equilibrio si stabilizzò.

Guardò il cielo, striato da una lunga nuvola che sembrava la scia di un aereo. Aveva un colore strano, alieno. Il sole stava tramontando, e illuminava di strani bagliori la volta celeste che stava già accogliendo il lieve scintillio di alcune stelle.

Scosse la testa, si stropicciò gli occhi, e cercò un modo di scendere verso la valle, per orientarsi e capire dove diavolo fosse finito. Di certo non c’erano valli di quel tipo e colore, vicino casa sua.

Incespicando più volte e cadendo anche, in un paio di altri casi, arrivò alla spianata, priva di alberi. C’era una strada che conduceva verso quello che sembrava il luogo dell’incendio. Ormai era notte, e il fuoco illuminava di maligni bagliori rossastri la scena.

Proseguendo Chris vide che si trattava di un villaggio, anzi, di quello che ne rimaneva. Praticamente tutto era stato dato alle fiamme. Non c’era traccia di anima viva. Non c’erano mezzi di trasporto. Non poteva far altro che continuare a camminare.

Dopo pochi metri vide il primo. Un uomo, giaceva disteso supino, con una freccia che spuntava dal torace. Chiaramente morto.

Chris guardò i suoi spenti occhi sbarrati e fu colto da un conato di vomito. Alcune mosche già gli ronzavano intorno.

Quando si fu ripreso, ebbe abbastanza presenza di spirito da mormorare:

“Dove diavolo sono finito?”

Continuò a camminare e vide che la strada era piena di cadaveri. C’era stata una specie di battaglia.

Camminava allucinato, la mente che rifiutava la realtà e che comunque aveva seri problemi a trovare una spiegazione a quello che stava vivendo.

Perse la cognizione del tempo. D’un tratto si ritrovò seduto appoggiato allo stipite dell’ingresso di una casa risparmiata dalle fiamme. La porta era stata divelta. Si riscosse, rabbrividendo. Doveva trovare un riparo, asciugarsi…

Ispezionò la casa. Era deserta, e tutto giaceva nel caos più assoluto. Entrò in quella che doveva essere la camera da letto, a giudicare dai bassi giacigli. C’era un armadio, lo aprì. Alcuni vestiti al suo interno, roba strana. Prese una specie di camicia e dei pantaloni che potevano essere più o meno della sua misura, poi si spogliò degli abiti ormai infangati e laceri (e anche un po’ bruciacchiati, ora che ci faceva caso) e li gettò in un angolo.

Si buttò sul giaciglio, coprendosi con la coperta provvidenzialmente tirata da una parte e si addormentò di colpo.

“Svegliati…”

“Chi ha chiamato?…” biascicò Chris alzandosi a sedere sul letto, mentre lottava per riprendere conoscenza. Aprì gli occhi, e la consapevolezza di quella realtà ripiombò a macigno su di lui.

Gemette, cercando di schiarirsi la vista. Non sapeva per quanto avesse dormito, ma uscendo vide che il sole era già alto.

Aveva fame. Pensò come avesse potuto non accorgersene prima. Tornò in casa e cercò qualcosa da mangiare. Divorò tutto quello che all’olfatto e ad una prudente assaggiata risultava commestibile, poi si incamminò, confortato da uno stomaco ormai ben pieno.

Gli incendi si erano quasi spenti. Il vento spargeva il fumo per tutta la valle, portando purtroppo con sé anche l’odore di morte… Chris fu nuovamente assalito dalla nausea, ma non era disposto a rinunciare tanto facilmente a quanto aveva appena mangiato, così si dominò. Si avviò nella stessa direzione della notte precedente. Dopo qualche minuto di cammino il villaggio terminò. In un tratto di terra erano state scavate e ricoperte una decina di tombe. Non c’era nessuna sorta di lapide, solo la terra smossa a coprire dei cadaveri ormai senza più nome.

Si guardò intorno, ragionando sul fatto che qualcuno aveva dovuto seppellire quei poveracci, i quali certo non avevano potuto fare a turni… E poi l’ultimo, come faceva a seppellirsi? Chris rise di quel pensiero, ma poi un brivido gli corse lungo la schiena, pensando che in effetti poteva essere vero, e che non tutti i morti potessero stare sottoterra. Scacciò quelle nefaste e ridicole sensazioni e studiò il terreno.

La terra tutt’intorno sembrava calpestata e smossa, come se un gran numero di persone fosse passato di lì. C’erano anche delle tracce di ruote. Sembravano essere state lasciate da un carro. Chris alzò lo sguardo e vide che la pista proseguiva dinanzi a sé, nel paesaggio semidesertico.

Fortunatamente anche un bambino avrebbe potuto seguirla, pensava Chris mentre camminava alla ricerca di forme di vita intelligenti… L’unica cosa cui potesse aggrapparsi.

Camminò tutto il giorno, e stava per disperare quando scorse in lontananza un vago chiarore e un filo di fumo ascendere verso il cielo.

“Fa che non sia un altro villaggio morto…” disse fra sé mentre si incamminava in quella direzione con rinnovata energia.

Ormai era notte fatta quando arrivò ai margini dell’accampamento. Osservava, sdraiato, nascosto fra la bassa vegetazione. Non era un villaggio. Li aveva raggiunti. C’erano un notevole numero di tende intorno a un grosso falò centrale, presso il quale stavano arrostendo degli enormi pezzi di carne. L’odore giungeva fino a lui, e quasi lo fece svenire. Intorno al grande barbecue numerosi uomini danzavano sul ritmo di rozze canzoni dalle parole oscure e tracannavano enormi boccali di qualcosa che doveva essere birra mentre attendevano di saziarsi della carne. Chris si guardò intorno. Non c’era movimento ai margini dell’accampamento. Fu allora che li scorse.

Schiavi. Erano ammassati in alcune gabbie grosse come autocarri, con ruote che dovevano aver lasciato le tracce che lui aveva seguito, e che dovevano essere state attaccate a quella specie di trattori che vedeva in un angolo.

Gli balenò un’ipotesi nella mente, e si rammaricò della sua sfortuna. Quella gente doveva aver attaccato il villaggio, erano gli assassini, e lui era andato a cercarli… E quelli laggiù dovevano essere i superstiti, presi come spoglie…

Era disgustoso. L’indignazione e la rabbia lo pervasero.

Fu così che gli balenò l’idea. Pochi secondi dopo strisciava già verso le gabbie, senza pensare alle immediate conseguenze di ciò che si apprestava a compiere. Al riparo dietro un carro vuoto le studiò meglio, e vide che al loro interno c’erano donne e bambini. Niente uomini, né vecchi. Pensò ai cadaveri sparsi per il villaggio distrutto, e poi subito scacciò la visione.

Riprese a strisciare verso la porta di una di quelle celle mobili. Qualcuno lo scorse, e subito si levarono mormorii e qualche lamento e un grido. Chris trasalì, si guardò intorno, portando il dito alla bocca per reclamare il silenzio, sperando di non essere già stato scoperto. Quindi prese ad esaminare il lucchetto che chiudeva la porta sotto gli sguardi disperati e vagamente speranzosi di quei disperati.

“Beh, io non lo farei…” disse una voce femminile alle sue spalle.

Chris si senti raggelare. Rimase qualche istante pietrificato, poi si voltò lentamente, cercando di apparire non troppo terrorizzato. A parlare era stata una ragazza, che ora lo studiava con il capo inclinato, appoggiata al carro che prima aveva offerto riparo a Chris.

Era decisamente attraente. Aveva lunghi capelli castani, scuri nella notte, dai riflessi rossi alle luci delle fiaccole. Indossava una larga camicia aperta sul seno; per il resto era strizzata in dei pantaloni di pelle neri. Lui stava studiando la curva del fianco sinistro che sporgeva, essendo lei appoggiata sul gomito destro alla ruota del carro. Postura interessante, sicura di sé; aveva la vita deliziosamente sottile…

“Sai, il capo potrebbe prendersela a male… e Dio solo sa cosa ti farebbe… per non parlare poi di Jeorghe…” interruppe lei il suo esame, sorridendo maliziosa.

Chris arrancò alla ricerca di qualcosa da dire.

“Fe… ferma, aspetta un attimo… Chi è Jeorghe? E il capo, non glielo dirai, vero? Io, cioè, io… ehm!”

La ragazza fece per rispondergli quando intervenne una terza foce, aspra e rozza:

“Cosa diavolo succede qui?!”

“Jeorghe, come sei caro…” rispose lei sarcastica incrociando le braccia e squadrandolo con malcelato disprezzo.

“Tu, brutta tr…”

“Ha! Attento a come parli!” fulminea aveva estratto un coltello dalla cinta e lo aveva puntato verso l’inguine di quell’energumeno alto due metri e qualcosa.

Jeorghe ringhiò, lasciando intendere che se avesse potuto avrebbe senz’altro cercato di ammazzarla, poi girò lo sguardo e squadrò Chris.

“E questo sacco di letame chi cavolo sarebbe? Uno schiavo?! No… Non c’erano uomini fra loro… Un intruso! Una spia!” prese a ridere selvaggiamente, con suono simile a un fuoribordo che non vuole partire, mentre afferrava un pezzo di legno grosso quasi quanto la gamba di Chris per rompergli la testa.

Infatti si avventò su di lui. Chris si buttò sotto il carro degli schiavi, con l’adrenalina che improvvisamente gli si riversava nel sangue a fiotti. Uscì dall’altra parte ma presto Jeorghe lo raggiunse. Rideva. Stava giocando con lui. Chris si guardò intorno: non aveva vie di fuga, in quella specie di deserto. Colto dal panico prese a schizzare da un riparo all’altro, mentre il suo avversario faceva volare in pezzi tutto ciò che la sua arma incontrava sul suo cammino.

D’un tratto si trovò in un vicolo cieco. Non aveva scampo. Jeorghe incombeva su di lui. Sogghignava godendo del terrore della vittima, mentre si avvicinava lentamente, sbattendo leggermente la sua mazza improvvisata sulla mano libera.

Gli si parò davanti in tutta la sua stazza e Chris potè avvertirne il fetore, e contare ogni singolo capillare dei suoi occhi malvagi mentre quello levava la mazza sopra di sé per finirlo.

In quell’istante si udì un sibilo ferire l’aria. Dal buio improvvisamente apparve una corda, che si avvolse strettamente intorno al torace di Jeorghe, percuotendolo infine con delle pesanti protuberanze di pietra. L’uomo si lasciò sfuggire l’arma. Udirono un urlo, e qualcosa di indistinto colpì l’uomo ormai impotente il quale cadde sotto l’urto, grugnendo di nuova rabbia.

Nel frattempo si era radunata un po’ di gente, attirata dal frastuono, tutti uomini rudi, tutti massicci e minacciosi, con le loro armi e il loro cipiglio che insieme avrebbero intimorito chiunque.

“Fate largo, idioti…” si sentì dire dalla ragazza di prima, che sbucò improvvisamente dal nulla. Poi tutti si fecero da parte, al suono di qualcuno che si avvicinava. Era un suono tintinnante, e presto Chris vide chi era a produrlo. Lo riconobbe immediatamente quale capo di quell’orda di bruti: portamento fiero, capigliatura e barba curate, espressione intelligente, sprezzante, a tratti maligna, a tratti ironica. Era alto, più slanciato di tutti gli altri. Aveva al collo svariati gioielli e appesi al fianco una grossa spada nel fodero e una catena che tintinnava a ogni passo. Si fermò a pochi metri da loro, con le mani sui fianchi, osservandoli curiosamente.

“Guarda guarda cos’hanno combinato al povero Jeorghe!” disse in tono canzonatorio, affibbiandogli poi un calcio nel sedere “Dovrò scegliermi delle guardie migliori!…” Jeorghe grugnì con rabbia indicibile.

“Liberatemi!” urlò sguaiato. Il capo fece un cenno, e l’uomo fu slegato e accompagnato, con qualche difficoltà, altrove.

“Chi sei?” chiese d’un tratto, volgendosi bruscamente verso Chris con rinnovato interesse.

“Il mio nome è Chris” fece lui dopo solo un istante di esitazione.

“Come ti trovi qui?”

Chris si trovò impreparato. Non aveva avuto né il tempo né l’idea di prepararsi una storia per una simile eventualità.

“A dire la verità… stavo tornando a casa, quando.. beh, sì, quando un fulmine mi ha colpito. E poi mi sono svegliato vicino a quel villaggio…” indicò alle sue spalle “…e non sapendo dove andare ho seguito le vostre tracce…” già dalla seconda frase qualcuno aveva cominciato a sghignazzare, ma ora erano esplosi, e Chris si era fermato, non sapendo che aspettarsi. Solo la ragazza non rideva, e continuava a osservarlo coi pugni sui fianchi.

“Basta!” tuonò all’improvviso il capo. Subito calò il silenzio. “Certo non è una grande storia…” fece poi ridacchiando “Chi vuoi che possa crederci, ragazzo?…” Gli si avvicinò, esaminandolo da capo a piedi. Poi tornò a fissarlo negli occhi.

“Non sei una spia. Non saresti stato così scemo da fare tutto questo fracasso…” concluse con noncuranza. Gettò lo sguardo da una parte, pensieroso, col mento fra le dita della mano destra e la sinistra sul gomito destro.

“Uhm… però… Ascolta: oggi mi trovi di buonumore” schioccò le dita, e avvicino il suo volto a quello di Chris.

“Ti faccio una proposta: unisciti a noi”

Immediatamente si levò un coro di proteste. Tutti pensavano di poter assistere a un’esecuzione. Lei rimaneva impassibile.

Ma anche Chris d’altronde era sorpreso. Dopo un po’ disse, non avendo per altro molta scelta:

“Ci sto!”

Il capo sorrise, poi si voltò rapidamente e mentre si allontanava disse:

“Corolla, trova un buco per…” esitò un attimo, poi soggiunse: “Kriss… Due braccia rubano più di quanto mangi una bocca…” e scomparve sghignazzando.

Lei lo prese per un braccio e lo condusse via, fra gli sguardi odiosi degli astanti.

Menti selvagge – pt.1

Non c’era dubbio, finora era stata una pessima giornata.

Non solo aveva litigato con l’amico.

Non solo aveva perso ogni tipo di mezzo di trasporto fra casa e università.

Non solo se la stava facendo a piedi dalla stazione fino a casa, ma stava pure per mettersi a piovere.

Volgendo i suoi occhi scuri al cielo sopra di sé, Chris allungò istintivamente il passo. Si andava preparando un temporale coi fiocchi. Tutte le nuvole del mondo pareva si stessero radunando proprio sulla sua testa, ingoiando man mano tutta la luce e imprimendo cupe vibrazioni all’atmosfera e alla terra.

Improvvisamente un lampo cadde in un tratto di terreno non troppo distante. Chris sussultò e poi rimase quasi stordito dalla potenza del tuono. Dopo qualche istante in cui era rimasto senza fiato inspirò e avvertì il forte odore di ozono dovuto alla scarica elettrica che aveva modificato la struttura molecolare dell’ossigeno.

Nello stesso momento in cui si rendeva conto che se voleva tornare a casa asciutto doveva accelerare il passo, e di molto, realizzò anche che qualunque sforzo sarebbe stato ormai vano. Già alcune gocce si schiantavano a terra intorno a lui con gravità inusuale. Ma non erano che le prime…

In pochi istanti si trovò zuppo fradicio. Talmente pioveva a dirotto che la visibilità era ridotta a poco più che zero. L’impatto delle gocce era quasi doloroso, soffocante. Chris pregò silenziosamente che qualche macchina non sopraggiungesse all’improvviso investendolo. Per sicurezza prese a camminare nella banchina al lato della strada, immergendo completamente i piedi fino alle caviglie nell’acqua fangosa, dato che in pochi minuti si era già riempita di un frettoloso flusso di pioggia che defluiva dalle strade.

Quasi non oltrepassò il viale d’accesso di casa quando si accorse che ce l’aveva quasi fatta. Si confortò al pensiero del riparo caldo e accogliente che l’attendeva fra le mura domestiche.

Il vento ululava al di sotto del frastuono incessante della pioggia sull’asfalto. Fu quindi senza troppa convinzione che udì sussurrare il suo nome, un suono poco al di sotto della soglia uditiva media che sembrava giungere proprio da dietro le sue spalle, e al tempo stesso venir da lontano.

Ci ripensò un po’, quando lo udì di nuovo. Sembrava la voce stessa del vento e dell’acqua, non c’era niente a cui attribuire la provenienza di quel suono. Chris si voltò intorno ma con quel tempo era già difficile capire dove si stesse mettendo i piedi.

Al margine del suo campo visivo scorse un movimento. O credette di vederlo. Si voltò in quella direzione. Scorgeva il vecchio albero in cima alla collina, ma tutto sembrava immobile. Eppure…

Si incamminò verso la cima della collina, giustificandosi dicendosi che d’altronde era zuppo fino alle ossa e che qualche metro in più non gli avrebbe certo fatto venire un raffreddore peggiore di quello che comunque gli sarebbe sicuramente venuto…

Interruppe il filo dei suoi pensieri quando giunse sulla sommità, vicino al vecchio albero. Mentre il temporale sembrava peggiorare, quasi infuriandosi di fronte alla temerarietà del ragazzo, qualcosa ai margini della coscienza lo avvertì che durante un temporale un albero era di certo un luogo quantomeno da evitare.

Fece per allontanarsi immediatamente, ma vide qualcosa che lo trattenne. C’era qualcosa, anzi qualcuno, poco distante, fermo sotto la pioggia. Sembrava stesse guardando verso di lui, nonostante si distinguessero solo vagamente i contorni della silhouette. Guardando quella misteriosa figura (cosa ci faceva sotto quella pioggia e perché guardava lui?) Chris udì di nuovo il vento dire il suo nome alla pioggia, ma ebbe la certezza che il richiamo provenisse da quella figura. Fece per avvicinarsi, ma dopo un istante quella si voltò e sparì nella pioggia.

“Aspetta” disse Chris mettendosi a correre. Giunse sul crinale della collina. “Fermati!!” urlò mentre si fermava per guardarsi intorno, e accettare che di chiunque si fosse trattato,

o lo aveva sognato, o più probabilmente l’aveva perso. Stava per voltarsi per tornare infine verso casa quando udì un formicolio sulla nuca, come se qualcuno lo stesse guardando alle spalle. Chris fece per voltarsi, ma prima che l’impulso nervoso raggiungesse i muscoli delle gambe, fu investito da un lampo accecante e tramortito da un boato di mille lampadine esplose e che lo attraversò e bruciò come una foglia secca. La sua coscienza schizzò via, sostituita dalle tenebre più profonde.

Non fece in tempo neanche a ripensare a quanto fosse pericoloso stare presso un albero durante un temporale.

Scynt – pt.2

 

Indice dei capitoli

“La funzione della Carinnia Solaris nel suo habitat quindi non è solo quella di….” Shalaiin ha rinunciato quest’oggi a seguire il discorso del Savio Botanico nell’aula del dipartimento d’istruzione della Reggia di Rannai. Dall’alta finestra a sesto acuto dell’aula si gode di una vista mozzafiato. Il suole muore nell’orizzonte fosco dello Scynt, mentre stormi di uccelli volano al di sotto. La Reggia si innalza fiera, sulla cima della Fortezza di Rannai. Mille, duemila metri sul livello della sabbia, la sua punta più alta risplende degli ultimi raggi solari anche dopo che il sole è sparito da un pezzo. Innumerevoli scalini incisi nella roccia e nelle caverne salgono dalla fossa della fonte fino ai giardini privati del reggente, dove sono custoditi gelosamente i pochi alberi di tutta Solariade. Shalaiin studia la botanica. E sogna un mondo verde. Sogna e sa che è una fantasia che non può avverarsi. “Nemmeno se piovesse tutto l’inverno” le ha detto una volta il suo insegnante “nemmeno in quel caso il deserto produrrebbe più che qualche erbaccia. Credimi Shalaiin mia cara, lo studio della botanica è finalizzato all’abbellimento e al mantenimento delle proprietà dei reggenti. Dimentica le vecchie favole…” Ma lei ama tanto le sue piante. E le sue favole, come le chiama il suo maestro. Ama un po’ meno il reggente, per contro.

Si guarda intorno, sospirando. Gli altri studenti seguono per lo più la lezione, tranne un piccolo gruppo, seduto leggermente in disparte. Degli sciocchi, pensa Shalaiin; uno di loro la guarda mentre sussurra qualcosa al suo vicino. Scoppiano a ridere. Lei gira lo sguardo sdegnata.

E la sua mente va, suo malgrado, all’immagine di Khaleman.

Lui che ora è lontano. Che le ha detto di amarla. Mentre lei invece… Com’era diverso, Khaleman, da quei quattro sfaccendati!


“Non capisco perché… il perché di questo viaggio” Khaleman parla con la sua cavalcatura, mentre cerca di non cadere di sella, o di non sprofondare, o entrambe le cose. “Voglio dire” si corregge “non che abbia qualcosa contro di te Kirma, ma non sarebbe stato molto meglio viaggiare su una barca? Ti avrei riservato un trattamento di prima classe…” per tutta risposta Kirma gli spruzza due litri buoni di Scynt in faccia, dallo sfiatatoio dorsale.

“Grazie cara Kirma, come se di sabbia non ne avessi già abbastanza addosso…! Credo che fra un po’ mi verranno le branchie!”

In genere Khaleman non è così loquace. Il sole e la sabbia tuttavia, si sa, giocano brutti scherzi. Specie dal sesto giorno di viaggio in poi.

“Ah, ma mi sentirà, questo Sakoba! Maestro… o Savio… o quello che è! Non fa alcuna differenza per quanto mi riguarda!” inveisce. “Mi sentirà, mi sentirà eccome! E cosa ci sarà mai di tanto importante in questa cassa, vorrei proprio saperlo!” si riferisce all’involto che tiene sulla schiena. E’ piuttosto pesante, e la stoffa si è impregnata di sabbia e sudore. Non osa pensare allo stato della pelle delle spalle. Forse per associazione coi bagni privati della reggia e del giardino di Rannai, il suo pensiero torna a Shalaiin. Evidentemente pensarla per tutto il giorno non era ancora sufficiente. La sua immagine torna a tormentarlo/deliziarlo anche ora. L’associazione mentale prosegue, mentre lui le rivolge un silenzioso saluto, ricordandole che è come luce che scintilla attraverso le cadute d’acqua delle fontane del giardino privato del reggente. Inutile spiegare che sia il posto più bello di tutta Rannai. Forse di tutta Solariade.

“Ah, maledetto Knot! Questa me la pagherai!” inveisce ancora Khaleman, dopo un po’.


Knot è nella torre degli Schemi. Knot è nella Torre e pensa. Osserva i pezzi muoversi sullo spiazzo a riquadri, seguendo geometrie complicate. Luce obliqua filtra dalle strette finestre ora rese opache. Gli ricordano un vecchio gioco.

“Cosa osservi, giovane Knot?” domanda il Savio anziano, che gestisce la Torre, che è anche una delle protrusioni più elevate della Fortezza di Rannai. Nella parola giovane c’è una lieve inflessione che solo i due sanno cogliere, che esprime la natura del loro rapporto. Ad alcuni sembrerebbe sarcasmo. Ma i due savii sanno perfettamente che nonostante la giovane età Knot ha dimostrato una saggezza notevole.

“La danza, caro Joras… La guerra.” risponde in tono sommesso dopo qualche lungo istante polveroso.

“Sei acuto, tu” sentenzia il vecchio, continuando a fare cenno affermativo con la testa.

“Dico quello che vedo” ribadisce il giovane.

“Di nuovo: cosa vedi, giovane Knot?” riprende con più enfasi “gli schemi procedono immutati da che se ne abbia conoscenza. Come puoi dire che questo stia per cambiare?”

“Maestro, il cambiamento non è imminente. Esso è in atto mentre parliamo. Lo è da molti giorni, ormai.”

“Ah, tu e i tuoi enigmi! Osserva tu stesso!” esclama, indicando gli strumenti dell’osservatorio, le registrazioni e i diagrammi mistici del Grande. “Questi segreti ti sono stati rivelati forse da troppo poco tempo, e tu già vorresti mettere in dubbio le profonde verità che essi celano da sempre, per sempre?!” il vecchio si infervora, ora ha il fiato corto. L’osservazione degli Schemi è tutta la sua vita.

“Io non metto in dubbio nulla di ciò che è palesemente vero, mio caro Joras” risponde serenamente Knot “Ma io posso vedere proprio in questi tuoi Schemi, qui e ora, i semi e le radici del caos. Il caos che precede il cambiamento, come il prossimo germoglio che recherà nel futuro il frutto. Il frutto è proprio tale cambiamento”

“Sciocchezze…”

“Il cambiamento avverrà indipendentemente dalla nostra volontà o dalle nostre azioni. Tuttavia esso ci riguarda. La sua natura per forza di cose è ora oscura e celata dietro le evoluzioni della realtà, ma esso è innegabile. Osserva, qui, e qui” indica dei punti sulle carte meteorologiche.

“Non ho bisogno che tu mi insegni a leggere le mie carte, ragazzo…” Joras in realtà sta iniziando a sorridere.

“Vedi” riprende lui “Queste anomalie sembrano rientrare nelle variazioni cicliche del Grande e del campo magnetico del pianeta, ma analizzandole in dettaglio è chiaro che esse non hanno forse mai avuto un precedente in tutta la storia a noi nota.” Le immagini fluttuano in mezzo a loro, come sospese nello spazio. Non c’è da meravigliarsi che molti considerino i savii dei maghi a tutti gli effetti.

“E poi c’è questo” a un suo gesto, nei pressi delle anomalie compare un simbolo luminoso.

“Ti sei messo ad ascoltare le storie dei pescatori? Questo non me lo sarei mai aspettato da te, Knot” lo prende in giro il vecchio. Knot fa apparire anche una serie di tabelle.

“Vedi, Joras, tutto coincide.”

“Lo so, giovane Knot”

“Certo.”

Sono Asociale?

Sono Asociale?

Io non credo.

Siete voi che siete asociali.

Di cosa stiamo parlando: scambi, comunicazione. Nella fattispecie: al giorno d'oggi (vedi social networks e altri mezzi tecnologici). Ora non mettiamoci a parlare dettagliatamente di social networks altrimenti non è che facciamo notte, facciamo direttamente secolo.

Io non sono iscritto a nessun social network. E me ne vanto. Certo è molto più comodo affidare a una struttura esterna (virtuale-cibernetica o fisica-istituzionale che dir si voglia) la gestione (sia in senso quantitativo e qualitativo) delle proprie relazioni umane. Ma non per questo è giusto, corretto, salutare o conveniente. Ecco che scatta l'inverso: quelli come me per alcuni passano per asociali, diversi, alienati, mentre è vero il contrario. Siete tutti voi che siete dipendenti da mezzi come questi ad essere alienati. Gli asociali. L'essere sociale (come si suppone l'uomo sia) ha bisogno di relazioni interpersonali, di rapporti con il prossimo di amicizia, conoscenza, amore, ecc. Ma questi devono essere autentici! Sia sul piano della loro natura, sia sul piano dei loro contenuti!

La vera rete sociale è li fuori, ed è costituita da tutti quelli che incontrate. I vostri amici sono i server, gli hub, i siti più facilmente raggiungibili. I dati ve li scambiate con le parole, con le azioni, con le emozioni. Gli altri vi conoscono per quello che siete solo se in questo modo permettete loro di conoscervi per quello che siete! No non è un errore di battitura. 

L'uso massiccio di questi mezzi è una malattia, una devianza. Non vi fa bene. Un conto è usare un mezzo che rende possibile un nuovo o altrimenti irraggiungibile livello di comunicazione, un altro è usarlo parzialmente in sostituzione di altri più validi o addirittura in prevalenza!  

Uscite dai vostri gusci, abbandonate le vostre paure, e iniziate a vivere davvero, scambiando ciò che avete con gli altri! Ricordate che "c'è più felicità nel dare che nel ricevere". Non sapete cosa vi state perdendo! 

Senza fare di tutta l'erba un fascio, stanno cercando di incastrarvi.