Category Archives: Viaggi mentali – Episodi

Quattro

Pomeriggio d'autunno, sul presto.

Vento che danza le foglie, circoli di note senza strumento.

Ela guarda la polvere muoversi di rossiccio intorno ai bordi della strada, sotto il sedile dell'altalena. Si era fatto un po' tardi, doveva tornare a casa da scuola, ma si era fermata a chiacchierare con Hiro, e aveva perso la cognizione del tempo.

“Che strano tempo” disse lui d'un tratto.

C'era un sole decente, forse una luce un po' forte, ma leggermente sbiadita, come se il rossiccio animo d'autunno si levasse dai margini del visivo per ammantare tutto.

Forse era il vento a condurli, o forse ne erano loro la causa. La polvere e le foglie rosse danzavano loro intorno come frecce e serpenti e vestiti di danza e fruscii d'ombra, distinti nella luce pomeridiana al riparo della lunga ombra protesa adagiata dal campanile del parco. 

La scura torre si innalzava sopra di loro, dominandoli, ragazzini. Alzarono gli occhi alla parte più alta.

“Io entro” fece Ela.

“Ma sei matta? Mica si può!”

“Chi l'ha detto? Io non vedo cartelli…”

“Ma nessuno mai…”

“Oh, c'è sempre qualcuno. Vieni.”

La porta era socchiusa. L'interno era fiocamente illuminato da scarsa luce che filtrava attraverso sporche finestre, milioni di corpuscoli volteggiavano quieti nell'aria rossa smossa dai loro respiri, spiffero di porta sull'esterno dei mondi che portavano dentro. L'atrio era ampio e vuoto, il legno scuro e scricchiolante, l'aria calda e oscura.

“Questo posto non mi piace” disse Hiro.

“Non essere superficiale” disse Ela.

Ma fu in quel momento che udirono la selvaggia risata riecheggiare nelle pozzanghere di silenzio sotto le scale e negli angoli più bui, scendere dal soffitto come nuvola di pipistrelli. Si pietrificarono.

“Cos'è stato?” chiese Hiro, la voce strozzata.

“E' il crudele Menos, il re di questa terra e il padrone della torre. Ora ci attenderà nella stanza più alta da dove può vedere ai quattro angoli del suo dominio, mentre noi attraverseremo il labirinto dei mille specchi cercando di non perdere il senno. Poi cercherà di divorarci.”

“Ma cosa stai dicendo, sei impazzita?”

“Stavo solo scherzando…”

“Non sono scherzi divertenti! Dai, andiamocene.”

Ma proprio allora la mano invisibile del crudele Menos giunse a frustrare i piani di Hiro, chiudendo con uno scatto la porta alle loro spalle.

“Cos'è stato? Chi ha chiuso la porta?!” esclama Hiro, terrorizzato.

“Non metterti a piagnucolare, piuttosto usciamo, lì, dalla parte del laghetto.” Ela indica una direzione col dito. La porta davanti a lei si apre, rivelando una certa luce provenire dall'interno. Si accostano al battente di legno, tirando dal pesante batacchio d'ottone stranamente tiepido. La luce li investe, abbagliando i loro occhi. 

Sono su un prato scosso dal vento primaverile, e il cielo non è mai stato così azzurro sopra di loro. Fiori e farfalle scorrono nel vento musica senza suoni, e l'erba ondeggia dolcemente ai loro piedi. Alberi in fiore e verdeggianti poco distante, nell'aria anche il suono di ruscelli, e in lontananza una bella città bianca e colorata su una collina troppo bella per essere vera.

“Ma dove siamo?” si chiede stupito Hiro. Ela non fa in tempo a rispondere che grossi nuvoloni avanzano a velocità impressionante da nord-ovest oscurando il sole, ribollenti di lampi, tuoni cupi li raggiungono, privandoli di ogni altra cosa. Gli alberi perdono le foglie e i fiori, rimanendo solo scheletri invernali, secchi, inutili, scialbi memoriali di un residuo di città, grigia, in cima al colle, semi-immersa nell'oscurità.

I lampi si avvicinano. Un tuono più forte, e una porta di luce ed elettro si materializza nell'aria, mentre una scalinata di pietra sorge dal terreno increspando di terra la collina per permettere la loro ascesa. 

Hiro trema, Ela non trova più niente da dire. Gli prende la mano e si inerpicano su per gli alti scalini di pietra grigia e fredda.

Non si distingue nulla attraverso la porta, è solo un'altra porta, pensa Ela, un architrave di luce, saetta abbacinante in configurazione semi-stabile. Il vano è trasparente, solo le nubi al di là d'esso. Ela prova ad accostare una mano, ma non succede nulla. Guarda Hiro, non hanno idea di cosa fare. La scalinata di pietra finisce, nel vuoto. Ela fissa le nubi attraverso l'arco di luce, osservando i loro mutevoli giochi di forme che si ribaltano una dentro l'altra, guarda sembrano quasi scherzare, giocare come tanti cuccioli uno sull'altro. I figli del tuono.

Allora capisce, si volta, perché la porta l'hanno già attraversata senza accorgersene, e stanno guardando un riflesso, solo un riflesso di loro stessi. Si volta, e vede una scala prendere forma dinanzi a sé, di nuovo nella torre, sale a chiocciola, verso l'alto, a destra. Sottili feritoie vetrate luride fanno passare la luce arancione senza lasciar intravedere l'esterno. L'aria è pesante, silente, calda. Salgono.

Dopo molto tempo gli scalini finiscono, dinanzi a uno specchio. Vedono la loro immagine riflettersi dentro di esso una, due, dieci volte, mille volte fino all'infinito, fino a essere solo un punto, un singolo fotone sintetizzante tutta la loro figura, e lo specchio ruota, distorcendo migliaia di prospettive e aprendo il varco a centinaia di passaggi diversi, impervi percorsi lucenti senza pareti, dove solo vetro e specchio regnano indisturbati nel loro equilibrio statico di geometrie predefinite, incomprensibili a mente umana, dove la luce si smarrisce in sì lungo vagabondare.

Avanzano di un passo, e la luce calda li investe, immagini li assalgono. Una soffitta polverosa, in un pomeriggio silenzioso, cede poi il passo a un altalena cigolante in un giardino assolato, subito si muta in un temporale, poi in una casa al tramonto. Ela e Hiro avanzano ora in una direzione, ora in un altra, perdendo completamente l'orientamento. Ora sono in un mercato deserto, ora in una città meridionale, ora sulla cima di una nuvola, e mai trovano la via d'uscita, non riescono neanche a tornare sui loro passi, prigionieri di un meccanismo senza scrupoli che li assoggetta ai più svariati sbalzi spaziotemporali, in luoghi reali o immaginari, soavi o spaventosi, sempre per pochi secondi, pochi attimi, quel tanto che basta al cuore per definire una sensazione che subito sfugge fra le dita come nebbia, prontamente sostituita da altre immagini.

Dopo un tempo imprecisato giungono dinanzi alla porta del crudele Menos. Gira loro la testa dopo tanto girovagare in loro stessi, non si riconoscono più. Osservano attoniti la porta ticchettante come una grossa ruota d'orologio. Dietro di loro solo uno specchio, grande come una porta.

Hiro non vuole guardare, mentre Ela apre la porta. All'interno c'è una specie di serra, l'aria è calda e umida, satura di odori di ogni tipo, pungenti e dolci, a volte soffocanti, presenza preponderante combattuta solo dallo stormire incessante e molti versi di sconosciuti animali. Proseguono fino al centro, dove c'è un uomo dall'età indefinibile, sembrerebbe giovane nell'aspetto ma la sua postura e i suoi occhi fanno pensare a qualcosa di più dell'antico, qualcosa che va oltre la durata di un tempo umano. 

“Tu sei Menos” dice semplicemente Ela, porgendogli la mano.

L'uomo la prende e la osserva, quasi indeciso sul da farsi. Vivevano forse in un tempo in cui si usava fare il baciamano? Ma rimase coi suoi dubbi, continuando a fissare la giovane e snella mano con una strana aria, si sarebbe detto di malinconica contemplazione, o come di chi ha rivisto qualcosa che si era creduto perduto.

Menos li condusse con sé nelle sue luminose stanza da dove potevano osservare il mondo, ampie finestre su tutto. Luce gialla pervade l'ambiente e Ela e Hiro guardano Menos nel suo camice da lavoro bianco e pensano che d'altronde era così che se l'erano sempre immaginato, il crudele e spietato Menos, divoratore di bambini, triste studioso di una torre solitaria al limitar dei sogni.

Tre

Stavolta sono in una via di mercato di una città d’oriente. O almeno è quello che sembra. La gente sciama in ogni direzione e i più sembrano ignorarmi. D’altronde non vedo perché dovrebbe essere altrimenti. Provo a camminare un po’, ma farsi largo fra la calca risulta essere non proprio una passeggiata. All’improvviso qualcuno mi spinge, rischiando di farmi perdere l’equilibrio. Mi giro per protestare ma dev’essere già scomparso, c’è solo la solita gente che nuota nell’odore del mercato. Ma, un lampo, fugace istante, scorgo due occhi più neri e scintillanti della più pura onice guardare i miei.

Tutto sembra sciogliersi intorno a me. Mi ritrovo in una stanza metallica, con una grande finestra di vetro. C’è la scena di un mondo alieno al tramonto, il sole scende giallo furioso e il cielo sanguina. Esco dalla porta scorrevole e mi ritrovo sulla scala a chiocciola di una delle torri del mio castello. Guardo dalla feritoia nel muro e scorgo il mio giardino circondato dalle bianche mura e più in là la vastità del mare. Scendo le scale, ma mi accorgo poi che le ho salite. Sono di nuovo davanti alla finestra. Allora mi avvicino alla feritoia finché questa non prende a ingrandirsi, a ingigantirsi sempre di più, e io mi ritrovo su un davanzale grande quanto un mondo. Milioni di strani esseri microscopici popolano questi luoghi e i più non sembrano accorgersi del mio passaggio. D’improvviso il mondo finisce, e vedo il nulla sotto di me. Poi una luce sovrasta ogni cosa e la scena cambia. Sono sul fondo di una barca, nel colmo della notte. Vedo miriadi di stelle sopra la mia testa rifulgere nell’oscurità. Poi odo una musica giungere da poco lontano, dalla direzione di un debole chiarore verso destra. E’ una festa in una città. Desidero andarvi. Vi arrivo.

Le persone sembrano le stesse che popolavano il mercato. Luce e musica pervadono ogni angolo e l’euforia mi contagia. D’improvviso mi trovo ai margini della città, e vicino a me c’è un guerriero, armato di tutto punto che mi guarda, sembra chiedersi cosa intendo fare. Io lo osservo, ma lui non abbassa gli occhi, invisibili nella notte. Protende verso di me una spada che sembra rifulgere di luce propria, poi la luce si espande fino ad assimilarmi.

Sono in piedi presso la montagna. Nelle mie mani c’è una spada, leggermente conficcata nel terreno. Piove freddo su di me e vento gelido mi assale ma non avverto disagio. D’istinto sollevo la spada, e mi slancio giù per il pendio. Il mio piede vola da una roccia all’altra e nulla riesce a farmi cadere.

Arrivo in una radura e c’è un guerriero ad attendermi. Non posso vederne il volto, indossa l’armatura cerimoniale dei samurai. Ma la sua enorme katana luminosa parla chiaro. Mi metto in guardia, e attendo il suo attacco. Il guerriero rimane immobile. Gradatamente mi rilasso, cercando di capire cosa egli voglia fare. Quando meno me l’aspetto, attacca. Fulmineo mi raggiunge in un secondo, caricando un micidiale fendente. La mia pesante spada è già lì, prima ancora che io possa pensarlo, a parare il colpo. Pioggia di luce sprizza intorno e ci illumina trasfigurando la maschera del mio avversario. Salto per una ventina di metri e atterro alle sue spalle. Attendo che si volti. Libero la mia energia, che si riversa impetuosa dalla mente ai nervi ai muscoli e ai tendini. Meno un gran fendente verticale a colpire il terreno dando luogo a un terribile terremoto. La montagna sopra di noi inizia a vacillare quando fra i nostri piedi si apre una crepa. Improvvisamente si allarga spaccando la terra in due come un enorme canyon. Il guerriero mi attacca volando mentre corro sulla parete verticale verso il mondo opposto che giace oltre la roccia. Spicco un salto per evitarlo, e volo per tutta la larghezza del canyon fino all’altra parete, dove riprendo la mia corsa. Subito mi raggiunge. Di nuovo i miei piedi volano da una roccia all’altra e da una parete all’altra. Siamo due uccelli in un baratro di fuoco sul nulla. 

Lava filtra dalle pareti, la terra sanguina. Provo rimorso. Mi fermo a mezz’aria, nel centro del canyon, e guardo i due nulla al disopra e al di sotto di me. Ripongo la mia spada nel fodero mentre con un gesto arresto l’avanzata del guerriero che ancor m’insegue. Raccolgo tutta la mia energia che si era dispersa in un unico punto, la mia mente, e dimentico il corpo. La raccolgo risucchio e comprimo sempre più e più finché non sembra divenire solida al pensiero. Poi mollo la presa e una enorme sfera di luce si espande da me in ogni direzione, investendo il guerriero e soffiandolo via come una mosca. La luce si arresta sulle pareti e risale veloce verso i due nulla. La terra si riavvicina, pronta a guarire. Mi rammento del mondo opposto.

Mi trovo su una collinetta assolata, nel mondo opposto. E’ tutto molto bello. La città poco distante è tipicamente mediorientale. Mi sembra anche di sentire il suono di un qualche strumento musicale quando mi volto perché il guerriero è riuscito ad arrivare anche qui. 

Mi arrabbio. Immediatamente la mia energia schizza fuori da me senza bisogno di essere richiamata coscientemente e mi scaglio sul guerriero come una furia devastandolo di colpi di luce con la mia arma. Lui le para tutte, ma indietreggia. Sento che emana un grugnito per lo sforzo. Poi sparisce. La mia energia sobbalza intorno, frustrata. Rientra in me. Mi reco in città. Al centro c’è un’altissima torre che sale verso il cielo rosso con una sola stella, sagoma nera acuminata.

E’ un oscuro cammino ascensionale che mi porta verso le nuvole, ma la torre non si restringe come ne avevo l’impressione ma si allarga sempre più assumendo proporzioni impressionanti di un enorme monte. Una cometa sfreccia nel cielo nero e abbassando gli occhi mi trovo al centro di una radura, presso un fuoco. Alberi e tenebra intorno non c’è rumore alcuno se non qualche grillo che muore di freddo. Mi incammino verso il castello che dista pochi minuti, so che c’è. Giungo alla costruzione nera contro il cielo forata solo da qualche raggio di luce che esce da alcune finestre illuminate. Il grande portale di legno massiccio mi viene aperto, e dentro è molto diverso da fuori, pensavo fosse la dimora di un forte guerriero invece mi trovo davanti una bellissima regina. Il suo viso mi è nascosto da un velo ma la sua bellezza promana dalla sua figura come un’aura impalpabile e irresistibile. Istintivamente porgo i miei omaggi. Lei protende una mano squisita verso di me e luce si dipana dalle sue dita e scorre come nebbia liquida verso di me. Respiro quel fluido, e sento i polmoni pieni della migliore aria possibile e le mie nari sature dei profumi più soavi.

In un istante posso vedere i suoi occhi aldilà del velo. Sono quegli occhi neri visti al mercato.

La loro calda oscurità mi inghiotte e mi trovo in un’ampia caverna in compagnia del guerriero. Finalmente posso affrontarlo. Subito mi metto in guardia, percepisco la sua accresciuta potenza. Iniziamo a combattere, e perdo terreno. Cominciamo a girare intorno alla parete circolare della caverna. Mi mette con le spalle al muro e colpisce l’impugnatura della mia spada conficcandola a terra. Paro un suo fendente riparandomi con un frettoloso flusso di energia intorno al mio braccio. 

Mi arrabbio un’altra volta. Stringo convulsamente il manico della mia spada la quale comincia a brillare e a sciogliere il terreno. La terra comincia di nuovo a tremare, ma stavolta dall’alto. Urlo e balzo in alto, distruggendo la volta di roccia erompendo dalla cima del monte come la lava dal vulcano. Il guerriero mi segue e iniziamo a combattere a mezz’aria al di sopra del colle. Sono affaticato, e lo è anche lui, ma continua, e continua. Un colpo dopo l’altro, la spada mi sfugge di mano e precipita come un fulmine nella boscaglia, originando una piramide di pietra e metallo. Io guardo il guerriero, che sogghigna al di sotto della maschera, posso sentirlo. 

La rabbia inizia a pervadermi un’altra volta, ma all’improvviso ricordo quegli occhi neri. La mia espressione cambia e sorrido, guardando il guerriero con un sorriso di sfida, incrociando le braccia sul petto, conscio ora della mia invincibilità: non sono più solo. Il guerriero tenta un attacco ma la sua spada si frantuma contro un’invisibile barriera di luce e tenebra che mi circonda. Posso percepire la sua paura. Focalizzo il mio sguardo su di lui. Un solo attimo si spasmo energetico durante il quale il tessuto spaziotemporale che mi circonda si lacera e il guerriero è sparito. 

Posso finalmente riposare.

Due

Vapore. O nebbia. Luce diffusa. Odo un lieve soffio, la nuvola turbina intorno a me. A volte si avvertono delle presenze. Rocce millenarie, mi sento osservato.

Lentamente la nuvola si ferma, si dirada e mi lascia su una collina. E’ un bellissimo paesaggio, non c’è che dire. Una valle lussureggiante si estende davanti a me. Nel cielo volano enormi uccelli, con lo sfondo di due pallide lune che sembrano inchinarsi al sole. So che uno di loro mi sta guardando. Si avvicina. Incontro i suoi occhi.

Mi ritrovo sulla cima di una montagna, arida. Sono solo. In lontananza scorgo un palazzo di cristallo e nuvola, dai riflessi sfuggenti e cangianti. A volte il vento trasporta un piacevole suono di uccelli e musica. Vorrei essere là.

Mi ritrovo a volare con la mente intorno al palazzo. Arrivo dall’alto. Scendo in picchiata in un arco di nuvola, nei giardini d’arcobaleno, fra gli uccelli trasparenti. Risalgo veloce la parete. All’interno sembra non esserci nessuno. Sento una musica provenire dalla stanza all’ultimo piano della torre. Mi precipito verso l’alto, che potrebbe benissimo essere il basso. C’è un’apertura. Mi accosto. 

Una splendida creatura, vestita di luce e di ombre, sta cantando. La sua voce pervade l’ambiente, me stesso, tutto. Perdo il controllo e precipito. Giù, verso le nuvole, verso la terra.

Mi inoltro nel fitto della foresta. Avverto che c’è qualcuno intorno a me. Delle voci, dei sussurri, foglie che frusciano. Le seguo fino a che gli alberi si diradano. Al centro dell’enorme radura c’è un’alta costruzione di pietra. Vengo colto dal panico e mi precipito su per le scale, senza il coraggio di voltarmi. Sento che c’è qualcuno in cima. Mi affretto ancora di più. Ma la cima è deserta. Istantaneamente diventa un’immensa pianura. Deserta, anch’essa, a parte l’erba. Provo a tirarla, ma non cede. La strappo. Sotto il manto verde c’è il metallo. E’ pieno di scanalature, che divengono sempre più piccole, minuscole, le seguo, diventano spesse come molecole. Ormai ci sono dentro.

Cado in un vagone che corre sospeso al centro della cavità circolare. Va molto veloce. La luce rimane indietro. A volte si ferma, scorgo delle finestre nel metallo da cui esce della luce gialla. Ormai vado talmente veloce che la luce sembra fermarsi. Giungo al centro della struttura, dove il tempo non c’è.

E’ un’immensa cavità sferica, al centro c’è una torre di metallo che sale ed entra nel soffitto della volta. Molti vagoni come i miei sbucano dai muri tutt’intorno e si agganciano alla torre. Vedo l’ombra di qualcuno vicino a me scendere e fuggire verso l’alto. La seguo.

Al centro della torre c’è il vuoto. Mi slancio verso l’alto e sono proiettato velocissimo di nuovo nel tempo. 

Sono in un palazzo enorme, vastissimo. Procedo di stanza in stanza. Ho sempre l’impressione che qualcuno mi stia precedendo. Adesso riesco a percepire il rumore dei suoi passi. 

Sbuco in una sala immensa, dal soffitto molto alto. Ci sono tante scale che si arrampicano alle pareti. Una luce viene dall’alto, e illumina degli oggetti posti su piedistallo. Uno di essi ha la teca di vetro aperta. Mi avvicino. C’è uno strano oggetto, sembra fatto di pietra, liquida, anche se è solido al tatto. Passo le mani nelle scanalature, e comincia a brillare, a scaldarsi. Si muove, pur restando fermo. La luce è abbagliante, e il calore insopportabile. Chiudo gli occhi e cado a terra.

Sono su una spiaggia. Accanto a me ci sono delle impronte. Le seguo. Nel frattempo guardo il mare. E’ un azzurro incredibile. Ad un certo punto curva e si unisce col cielo. Scorgo qualcuno che finisce di arrampicarsi su una scogliera. In cima c’è una costruzione bianca, che si innalza per parecchi metri. Vedo quella figura entrarci. Mi avvio di corsa verso la scogliera, ma è impossibile da scalare. L’angoscia cresce in me ogni secondo che passa. Prendo una lunga rincorsa e mi lancio su per la parete, senza neanche toccarla. Entro nella costruzione.

L’interno è in totale contrasto con fuori. Vi regna l’oscurità. Qua e là qualche spiraglio di luce illumina le scale. Salgo con un lieve timore. Si odono degli scricchiolii, che si fanno sempre più insistenti. Mi volto e vedo le scale crollare sotto i miei piedi. Allora comincio a correre verso l’alto. Raggiungo la cima dove scorgo entrare la figura misteriosa. Vengo abbagliato da un lampo di luce. Entro nell’ultima stanza. 

E’ una piccola camera quadrata, con le pareti di vetro. Guardo il mare e vedo che sta arrivando un uragano. C’è uno strumento per l’osservazione. Lo punto verso la terraferma. Al limite del campo visivo scorgo una città di gemme e acqua, che sale verso l’alto perdendosi fra le nubi.

Un lampo di luce mi abbaglia. Sono in un canyon rosso. Avverto molte presenze ostili. Preso dal timore, salgo su una barca dallo scafo slanciato e dalla vela liquida. Immediatamente la terra trema violentemente, e il vento mi investe come un’onda solida, violentissima. La barca scivola via a una velocità pazzesca. Temo che da un momento all’altro possa fracassarsi. Sono così vicino alle pareti dell’angusto canyon che potrei toccarle con le mani. Vedo delle incisioni. Si estendono per chilometri, sembrano raccontare una lunga storia.

All’improvviso il canyon finisce, e mi ritrovo a precipitare in un vuoto abisso nero silenzioso. Dopo un po’ scorgo un punto di luce provenire dal fondo. Piano piano di fa sempre più grande. All’improvviso ingigantisce e mi inghiottisce.

Sono su un letto, di foglie. Mi sento osservato. Mi giro, ma non c’è nessuno. Sento qualcuno fuggire fra le foglie. Scendo dalla casa sull’albero e corro nel bosco, sotto alti alberi dalle foglie gialle. La terra è completamente ricoperta di foglie. Non si sente suono alcuno. Solo l’aria spirare fra i rami.

Il vento aumenta. Mi solleva, su, sopra gli alberi. Vedo la fine del bosco, e un immenso prato nel quale scorre un gran fiume. Seguo il corso del fiume, sospinto dal vento. E’ immenso, scorre lentissimo verso di me. In lontananza si scorge una nuvola di vapore dal quale sembra nascere. 

Accelero, sempre più finché non guardo il cielo, e aldilà delle nuvole scorgo il palazzo di cristallo e nuvola, dal quale sembra sciogliersi una enorme cascata d’acqua che scende per chilometri fino a raccogliersi in un immenso lago, dal quale si dipartono diversi fiumi, come quello che ho seguito io.

Vedo una scintillante luce multicolore ascendere, con eleganti volute verso il palazzo, attraverso la cascata.

Mi libero del vento. Raggiungo il fondo della cascata, la superficie dell’acqua. Sto in piedi su di essa. Mi lascio pervadere dall’acqua che cade da secoli di distanza. Mi illumino di tutti i colori visibili e non, prendo lo slancio dal mondo e salgo alla torre.

Il rombo dell’acqua mi circonda da ogni parte, non si distingue nulla. 

Piano piano di affievolisce, e mi ritrovo a volteggiare nei giardini d’arcobaleno. C’è anche l’altra, che fuggiva. Adesso che posso guardarla vedo che è la creatura vestita di luce e d’ombre. Mi sorride e mi lancia un richiamo che è la somma e sintesi di tutta la musica, uccelli e delizie per gli orecchi. 

Ascendiamo alla torre centrale fra risate di luce. Entriamo nella stanza superiore. Cominciamo a far parte della stanza, della torre, l’uno dell’altro.

Il palazzo esplode verso il basso.

Dai suoi frammenti nascono le montagne, e l’onda sollevata dall’impatto col lago colma le distanze con un mare scintillante di mille luci diverse.

Seminiamo la vita, e continuiamo a cantare un unico canto eterno.

Uno

Esco. Ascolto, guardo, annuso. Tutto intorno a me sembra nascondere qualcosa, tutto sembra messo lì ad aspettarmi. Non gira un’anima, eppure non sono solo. Penso al passato ed al futuro, ma non ci capisco granché. L’ambiente è inquietante, perché è troppo tranquillo e rilassante. C’è anche un bel panorama. Vedo l’universo.

Non sento nulla, a parte il canto delle creature alate, invisibili, onnipresenti. “Sarà tutto finto?”, mi chiedo, ma tutto è fin troppo verosimile. Chiunque non avrebbe potuto che rilassarsi, e sono teso come la corda dell’arco che sta per lanciare la freccia. In alto scorgo una caverna. “E’ troppo alta per arrivarci”, penso, e immagino di trovarmi al suo interno. Mi trovo al suo interno. 

Non c’è niente, se non la nuda roccia sulla quale mi appoggio per non vacillare. Dopo una curva c’è una galleria, di cui non vedo la fine. Ai lati ci sono innumerevoli quadri, tutti raffiguranti persone. Le conosco tutte, tranne una. Mi soffermo davanti a questa. Sullo sfondo del quadro c’è un lago, una montagna, fiori, una casa. "Come mi piacerebbe essere lì!", penso. Mi trovo lì.

Il paesaggio è identico, solo non c’è la casa. Il lago sembra dire “tuffati”, ma per il momento preferisco di no, perché la sua limpidezza mette soggezione. La montagna, come un imponente monito dice torna indietro. Quindi mi volto.

Vedo un’immensa valle, verdissima, irrigata da molti fiumi blu, verdi. Il cielo è azzurro, c’è foschia. Ascolto strida come di animali sconosciuti. Voglio attraversare la valle. Ho attraversato la valle (comincio ad abituarmi).

Metto piede su una collina. Sulla cima c’è un cartello a forma di freccia che punta verso l’alto. Guardo in su e vedo un foro. Stavolta non desidero recarmi lì, ma mi ci trovo lo stesso. E’ come una soffitta. Il tetto è scuro e non si vede. Il pavimento è la notte, ci sono anche le stelle. Volendo ci si può vedere attraverso. In fondo alla “soffitta” c’è una cassa di legno. Voglio vedere cosa c’è dentro. La cassa si apre. Dentro c’è un vecchio libro polveroso. Lo apro: è un album di fotografie. Non conosco nessuno di quelli che vedo nelle foto, ma i paesaggi mi sono tutti familiari. Ne riconosco uno in particolare: è un’isola tropicale. Vado (lo voglio) sull’isola.

Mi ritrovo davanti ad un oceano caldissimo. Dietro di me c’è una foresta fittissima. Seguo la costa. Arrivo ad un promontorio. Sopra c’è un faro. So che è abbandonato. Mi porto sulla cima. Dai quattro angoli di vetro si vedono i quattro angoli del cosmo. Nel primo non si capisce niente, è un caos totale (ma creativo). Nel secondo si distinguono stelle, pianeti, corpi celesti. Nel terzo c’è una seconda confusione (stavolta distruttiva). Nel quarto ci sono altri pianeti, stelle eccetera, simili a quelli del secondo ma più belli. In questo vorrei andarci, ma non ci riesco. Torno indietro.

Al centro dell’isola c’è un vulcano. Vado sul bordo del cratere. So che la lava al suo interno non brucia quindi ci vado dentro. Il paesaggio cambia istantaneamente, e mi trovo in una sorta di vasca senz’acqua, al centro di una stanza. Da un oblò si vede il mare. Dall’altro si vede il cielo. Non c’è via d’uscita. Mi allontano dagli oblò fino a che i miei occhi puntano uno in un’apertura e un’altro nell’altra. Quindi esco dalla stanza.

Sono su un’isola. Galleggia nell’aria. C’è un ponte. Scende a spirale verso terra, nella foresta. Scendo dall’ultimo scalino e mi ritrovo sull’isola galleggiante. Penso di far girare l’isola. L’isola gira su se stessa facendo toccare al ponte il bordo di una fessura nella parete rocciosa. Scendo dal ponte. Sull’ultimo scalino la fessura si ingigantisce a dismisura.

Guardo in là e vedo una stanza senza tetto, è notte ma non c’è luna. Ci sono molte fiaccole che illuminano una specie di arena al centro della stanza. Cammino fino al centro dell’arena. C’è un cerchio rosso. Guardo il non-tetto. Appare la luna. Vengo tirato su ed entro nella luna.

Sto volando. Vedo campi, fattorie vuote, strade deserte, e dei rilievi in lontananza. L’odore che sento mi ricorda qualcosa. Prendo coscienza del fatto che so volare. Quindi cado. Appare un mucchio di paglia che mi salva. Davanti a me c’è un mulino a vento diroccato, molto macabro. Mi avvicino. La fonte di luce presente nell’ambiente tramonta improvvisamente, proiettando su di me l’ombra del mulino. Il mulino ha quattro pale. In una c’è una caverna, in un’altra c’è una montagna, in un’altra c’è un vulcano, nell’ultima c’è un gallo a vento. Al centro ci sono delle iscrizioni che non capisco. Perdo i sensi.

Mi sveglio, sono su una mongolfiera. C’è una luce bianca. Sotto di me c’è il mare. Non c’è vita. Vedo una specie di boa. Ci vado. La boa sparisce, si forma un vortice d’acqua che mi risucchia. Mi trovo in una galleria di vetro. Il panorama è spettacolare. Cammino per metri, forse chilometri. Sembra tutto uguale. Voglio qualcosa di diverso. Improvvisamente appare un bivio. A sinistra si scende, c’è una luce rossastra. A destra si sale, c’è più luce che qui. Non so che fare, rimango fermo. Appare un ascensore trasparente. Ci entro.

Ci sono tre pulsanti luminosi. L’ultimo in basso è acceso, indicandomi dove sono. I pulsanti non si premono. Penso a come potrebbe essere il terzo pulsante acceso. Si accende, ed è esattamente come lo immaginavo. Scendo in un sentiero di mattonelle. 

Tutt’intorno ci sono aiuole e siepi. Ho paura di perdermi. Da una parte c’è un distributore di gomitoli. Penso che sia una presa in giro, poi penso che sia una presa in giro molto utile. Prendo un gomitolo. Il filo è arrotolato attorno ad un cilindro di metallo cavo. Guardo all’interno, e vedo che il paesaggio è completamente diverso. Seguo la diversità del gomitolo fino a che arrivo davanti ad un muro. Scosto il gomitolo dall’occhio e vedo un prato immenso. C’è di nuovo la caverna dei quadri. Entro cerco il quadro dello sconosciuto. Ora lo riconosco. Sono io.