Quattro

Pomeriggio d'autunno, sul presto.

Vento che danza le foglie, circoli di note senza strumento.

Ela guarda la polvere muoversi di rossiccio intorno ai bordi della strada, sotto il sedile dell'altalena. Si era fatto un po' tardi, doveva tornare a casa da scuola, ma si era fermata a chiacchierare con Hiro, e aveva perso la cognizione del tempo.

“Che strano tempo” disse lui d'un tratto.

C'era un sole decente, forse una luce un po' forte, ma leggermente sbiadita, come se il rossiccio animo d'autunno si levasse dai margini del visivo per ammantare tutto.

Forse era il vento a condurli, o forse ne erano loro la causa. La polvere e le foglie rosse danzavano loro intorno come frecce e serpenti e vestiti di danza e fruscii d'ombra, distinti nella luce pomeridiana al riparo della lunga ombra protesa adagiata dal campanile del parco. 

La scura torre si innalzava sopra di loro, dominandoli, ragazzini. Alzarono gli occhi alla parte più alta.

“Io entro” fece Ela.

“Ma sei matta? Mica si può!”

“Chi l'ha detto? Io non vedo cartelli…”

“Ma nessuno mai…”

“Oh, c'è sempre qualcuno. Vieni.”

La porta era socchiusa. L'interno era fiocamente illuminato da scarsa luce che filtrava attraverso sporche finestre, milioni di corpuscoli volteggiavano quieti nell'aria rossa smossa dai loro respiri, spiffero di porta sull'esterno dei mondi che portavano dentro. L'atrio era ampio e vuoto, il legno scuro e scricchiolante, l'aria calda e oscura.

“Questo posto non mi piace” disse Hiro.

“Non essere superficiale” disse Ela.

Ma fu in quel momento che udirono la selvaggia risata riecheggiare nelle pozzanghere di silenzio sotto le scale e negli angoli più bui, scendere dal soffitto come nuvola di pipistrelli. Si pietrificarono.

“Cos'è stato?” chiese Hiro, la voce strozzata.

“E' il crudele Menos, il re di questa terra e il padrone della torre. Ora ci attenderà nella stanza più alta da dove può vedere ai quattro angoli del suo dominio, mentre noi attraverseremo il labirinto dei mille specchi cercando di non perdere il senno. Poi cercherà di divorarci.”

“Ma cosa stai dicendo, sei impazzita?”

“Stavo solo scherzando…”

“Non sono scherzi divertenti! Dai, andiamocene.”

Ma proprio allora la mano invisibile del crudele Menos giunse a frustrare i piani di Hiro, chiudendo con uno scatto la porta alle loro spalle.

“Cos'è stato? Chi ha chiuso la porta?!” esclama Hiro, terrorizzato.

“Non metterti a piagnucolare, piuttosto usciamo, lì, dalla parte del laghetto.” Ela indica una direzione col dito. La porta davanti a lei si apre, rivelando una certa luce provenire dall'interno. Si accostano al battente di legno, tirando dal pesante batacchio d'ottone stranamente tiepido. La luce li investe, abbagliando i loro occhi. 

Sono su un prato scosso dal vento primaverile, e il cielo non è mai stato così azzurro sopra di loro. Fiori e farfalle scorrono nel vento musica senza suoni, e l'erba ondeggia dolcemente ai loro piedi. Alberi in fiore e verdeggianti poco distante, nell'aria anche il suono di ruscelli, e in lontananza una bella città bianca e colorata su una collina troppo bella per essere vera.

“Ma dove siamo?” si chiede stupito Hiro. Ela non fa in tempo a rispondere che grossi nuvoloni avanzano a velocità impressionante da nord-ovest oscurando il sole, ribollenti di lampi, tuoni cupi li raggiungono, privandoli di ogni altra cosa. Gli alberi perdono le foglie e i fiori, rimanendo solo scheletri invernali, secchi, inutili, scialbi memoriali di un residuo di città, grigia, in cima al colle, semi-immersa nell'oscurità.

I lampi si avvicinano. Un tuono più forte, e una porta di luce ed elettro si materializza nell'aria, mentre una scalinata di pietra sorge dal terreno increspando di terra la collina per permettere la loro ascesa. 

Hiro trema, Ela non trova più niente da dire. Gli prende la mano e si inerpicano su per gli alti scalini di pietra grigia e fredda.

Non si distingue nulla attraverso la porta, è solo un'altra porta, pensa Ela, un architrave di luce, saetta abbacinante in configurazione semi-stabile. Il vano è trasparente, solo le nubi al di là d'esso. Ela prova ad accostare una mano, ma non succede nulla. Guarda Hiro, non hanno idea di cosa fare. La scalinata di pietra finisce, nel vuoto. Ela fissa le nubi attraverso l'arco di luce, osservando i loro mutevoli giochi di forme che si ribaltano una dentro l'altra, guarda sembrano quasi scherzare, giocare come tanti cuccioli uno sull'altro. I figli del tuono.

Allora capisce, si volta, perché la porta l'hanno già attraversata senza accorgersene, e stanno guardando un riflesso, solo un riflesso di loro stessi. Si volta, e vede una scala prendere forma dinanzi a sé, di nuovo nella torre, sale a chiocciola, verso l'alto, a destra. Sottili feritoie vetrate luride fanno passare la luce arancione senza lasciar intravedere l'esterno. L'aria è pesante, silente, calda. Salgono.

Dopo molto tempo gli scalini finiscono, dinanzi a uno specchio. Vedono la loro immagine riflettersi dentro di esso una, due, dieci volte, mille volte fino all'infinito, fino a essere solo un punto, un singolo fotone sintetizzante tutta la loro figura, e lo specchio ruota, distorcendo migliaia di prospettive e aprendo il varco a centinaia di passaggi diversi, impervi percorsi lucenti senza pareti, dove solo vetro e specchio regnano indisturbati nel loro equilibrio statico di geometrie predefinite, incomprensibili a mente umana, dove la luce si smarrisce in sì lungo vagabondare.

Avanzano di un passo, e la luce calda li investe, immagini li assalgono. Una soffitta polverosa, in un pomeriggio silenzioso, cede poi il passo a un altalena cigolante in un giardino assolato, subito si muta in un temporale, poi in una casa al tramonto. Ela e Hiro avanzano ora in una direzione, ora in un altra, perdendo completamente l'orientamento. Ora sono in un mercato deserto, ora in una città meridionale, ora sulla cima di una nuvola, e mai trovano la via d'uscita, non riescono neanche a tornare sui loro passi, prigionieri di un meccanismo senza scrupoli che li assoggetta ai più svariati sbalzi spaziotemporali, in luoghi reali o immaginari, soavi o spaventosi, sempre per pochi secondi, pochi attimi, quel tanto che basta al cuore per definire una sensazione che subito sfugge fra le dita come nebbia, prontamente sostituita da altre immagini.

Dopo un tempo imprecisato giungono dinanzi alla porta del crudele Menos. Gira loro la testa dopo tanto girovagare in loro stessi, non si riconoscono più. Osservano attoniti la porta ticchettante come una grossa ruota d'orologio. Dietro di loro solo uno specchio, grande come una porta.

Hiro non vuole guardare, mentre Ela apre la porta. All'interno c'è una specie di serra, l'aria è calda e umida, satura di odori di ogni tipo, pungenti e dolci, a volte soffocanti, presenza preponderante combattuta solo dallo stormire incessante e molti versi di sconosciuti animali. Proseguono fino al centro, dove c'è un uomo dall'età indefinibile, sembrerebbe giovane nell'aspetto ma la sua postura e i suoi occhi fanno pensare a qualcosa di più dell'antico, qualcosa che va oltre la durata di un tempo umano. 

“Tu sei Menos” dice semplicemente Ela, porgendogli la mano.

L'uomo la prende e la osserva, quasi indeciso sul da farsi. Vivevano forse in un tempo in cui si usava fare il baciamano? Ma rimase coi suoi dubbi, continuando a fissare la giovane e snella mano con una strana aria, si sarebbe detto di malinconica contemplazione, o come di chi ha rivisto qualcosa che si era creduto perduto.

Menos li condusse con sé nelle sue luminose stanza da dove potevano osservare il mondo, ampie finestre su tutto. Luce gialla pervade l'ambiente e Ela e Hiro guardano Menos nel suo camice da lavoro bianco e pensano che d'altronde era così che se l'erano sempre immaginato, il crudele e spietato Menos, divoratore di bambini, triste studioso di una torre solitaria al limitar dei sogni.

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