All posts by Darayavaush

Due

Vapore. O nebbia. Luce diffusa. Odo un lieve soffio, la nuvola turbina intorno a me. A volte si avvertono delle presenze. Rocce millenarie, mi sento osservato.

Lentamente la nuvola si ferma, si dirada e mi lascia su una collina. E’ un bellissimo paesaggio, non c’è che dire. Una valle lussureggiante si estende davanti a me. Nel cielo volano enormi uccelli, con lo sfondo di due pallide lune che sembrano inchinarsi al sole. So che uno di loro mi sta guardando. Si avvicina. Incontro i suoi occhi.

Mi ritrovo sulla cima di una montagna, arida. Sono solo. In lontananza scorgo un palazzo di cristallo e nuvola, dai riflessi sfuggenti e cangianti. A volte il vento trasporta un piacevole suono di uccelli e musica. Vorrei essere là.

Mi ritrovo a volare con la mente intorno al palazzo. Arrivo dall’alto. Scendo in picchiata in un arco di nuvola, nei giardini d’arcobaleno, fra gli uccelli trasparenti. Risalgo veloce la parete. All’interno sembra non esserci nessuno. Sento una musica provenire dalla stanza all’ultimo piano della torre. Mi precipito verso l’alto, che potrebbe benissimo essere il basso. C’è un’apertura. Mi accosto. 

Una splendida creatura, vestita di luce e di ombre, sta cantando. La sua voce pervade l’ambiente, me stesso, tutto. Perdo il controllo e precipito. Giù, verso le nuvole, verso la terra.

Mi inoltro nel fitto della foresta. Avverto che c’è qualcuno intorno a me. Delle voci, dei sussurri, foglie che frusciano. Le seguo fino a che gli alberi si diradano. Al centro dell’enorme radura c’è un’alta costruzione di pietra. Vengo colto dal panico e mi precipito su per le scale, senza il coraggio di voltarmi. Sento che c’è qualcuno in cima. Mi affretto ancora di più. Ma la cima è deserta. Istantaneamente diventa un’immensa pianura. Deserta, anch’essa, a parte l’erba. Provo a tirarla, ma non cede. La strappo. Sotto il manto verde c’è il metallo. E’ pieno di scanalature, che divengono sempre più piccole, minuscole, le seguo, diventano spesse come molecole. Ormai ci sono dentro.

Cado in un vagone che corre sospeso al centro della cavità circolare. Va molto veloce. La luce rimane indietro. A volte si ferma, scorgo delle finestre nel metallo da cui esce della luce gialla. Ormai vado talmente veloce che la luce sembra fermarsi. Giungo al centro della struttura, dove il tempo non c’è.

E’ un’immensa cavità sferica, al centro c’è una torre di metallo che sale ed entra nel soffitto della volta. Molti vagoni come i miei sbucano dai muri tutt’intorno e si agganciano alla torre. Vedo l’ombra di qualcuno vicino a me scendere e fuggire verso l’alto. La seguo.

Al centro della torre c’è il vuoto. Mi slancio verso l’alto e sono proiettato velocissimo di nuovo nel tempo. 

Sono in un palazzo enorme, vastissimo. Procedo di stanza in stanza. Ho sempre l’impressione che qualcuno mi stia precedendo. Adesso riesco a percepire il rumore dei suoi passi. 

Sbuco in una sala immensa, dal soffitto molto alto. Ci sono tante scale che si arrampicano alle pareti. Una luce viene dall’alto, e illumina degli oggetti posti su piedistallo. Uno di essi ha la teca di vetro aperta. Mi avvicino. C’è uno strano oggetto, sembra fatto di pietra, liquida, anche se è solido al tatto. Passo le mani nelle scanalature, e comincia a brillare, a scaldarsi. Si muove, pur restando fermo. La luce è abbagliante, e il calore insopportabile. Chiudo gli occhi e cado a terra.

Sono su una spiaggia. Accanto a me ci sono delle impronte. Le seguo. Nel frattempo guardo il mare. E’ un azzurro incredibile. Ad un certo punto curva e si unisce col cielo. Scorgo qualcuno che finisce di arrampicarsi su una scogliera. In cima c’è una costruzione bianca, che si innalza per parecchi metri. Vedo quella figura entrarci. Mi avvio di corsa verso la scogliera, ma è impossibile da scalare. L’angoscia cresce in me ogni secondo che passa. Prendo una lunga rincorsa e mi lancio su per la parete, senza neanche toccarla. Entro nella costruzione.

L’interno è in totale contrasto con fuori. Vi regna l’oscurità. Qua e là qualche spiraglio di luce illumina le scale. Salgo con un lieve timore. Si odono degli scricchiolii, che si fanno sempre più insistenti. Mi volto e vedo le scale crollare sotto i miei piedi. Allora comincio a correre verso l’alto. Raggiungo la cima dove scorgo entrare la figura misteriosa. Vengo abbagliato da un lampo di luce. Entro nell’ultima stanza. 

E’ una piccola camera quadrata, con le pareti di vetro. Guardo il mare e vedo che sta arrivando un uragano. C’è uno strumento per l’osservazione. Lo punto verso la terraferma. Al limite del campo visivo scorgo una città di gemme e acqua, che sale verso l’alto perdendosi fra le nubi.

Un lampo di luce mi abbaglia. Sono in un canyon rosso. Avverto molte presenze ostili. Preso dal timore, salgo su una barca dallo scafo slanciato e dalla vela liquida. Immediatamente la terra trema violentemente, e il vento mi investe come un’onda solida, violentissima. La barca scivola via a una velocità pazzesca. Temo che da un momento all’altro possa fracassarsi. Sono così vicino alle pareti dell’angusto canyon che potrei toccarle con le mani. Vedo delle incisioni. Si estendono per chilometri, sembrano raccontare una lunga storia.

All’improvviso il canyon finisce, e mi ritrovo a precipitare in un vuoto abisso nero silenzioso. Dopo un po’ scorgo un punto di luce provenire dal fondo. Piano piano di fa sempre più grande. All’improvviso ingigantisce e mi inghiottisce.

Sono su un letto, di foglie. Mi sento osservato. Mi giro, ma non c’è nessuno. Sento qualcuno fuggire fra le foglie. Scendo dalla casa sull’albero e corro nel bosco, sotto alti alberi dalle foglie gialle. La terra è completamente ricoperta di foglie. Non si sente suono alcuno. Solo l’aria spirare fra i rami.

Il vento aumenta. Mi solleva, su, sopra gli alberi. Vedo la fine del bosco, e un immenso prato nel quale scorre un gran fiume. Seguo il corso del fiume, sospinto dal vento. E’ immenso, scorre lentissimo verso di me. In lontananza si scorge una nuvola di vapore dal quale sembra nascere. 

Accelero, sempre più finché non guardo il cielo, e aldilà delle nuvole scorgo il palazzo di cristallo e nuvola, dal quale sembra sciogliersi una enorme cascata d’acqua che scende per chilometri fino a raccogliersi in un immenso lago, dal quale si dipartono diversi fiumi, come quello che ho seguito io.

Vedo una scintillante luce multicolore ascendere, con eleganti volute verso il palazzo, attraverso la cascata.

Mi libero del vento. Raggiungo il fondo della cascata, la superficie dell’acqua. Sto in piedi su di essa. Mi lascio pervadere dall’acqua che cade da secoli di distanza. Mi illumino di tutti i colori visibili e non, prendo lo slancio dal mondo e salgo alla torre.

Il rombo dell’acqua mi circonda da ogni parte, non si distingue nulla. 

Piano piano di affievolisce, e mi ritrovo a volteggiare nei giardini d’arcobaleno. C’è anche l’altra, che fuggiva. Adesso che posso guardarla vedo che è la creatura vestita di luce e d’ombre. Mi sorride e mi lancia un richiamo che è la somma e sintesi di tutta la musica, uccelli e delizie per gli orecchi. 

Ascendiamo alla torre centrale fra risate di luce. Entriamo nella stanza superiore. Cominciamo a far parte della stanza, della torre, l’uno dell’altro.

Il palazzo esplode verso il basso.

Dai suoi frammenti nascono le montagne, e l’onda sollevata dall’impatto col lago colma le distanze con un mare scintillante di mille luci diverse.

Seminiamo la vita, e continuiamo a cantare un unico canto eterno.

Uno

Esco. Ascolto, guardo, annuso. Tutto intorno a me sembra nascondere qualcosa, tutto sembra messo lì ad aspettarmi. Non gira un’anima, eppure non sono solo. Penso al passato ed al futuro, ma non ci capisco granché. L’ambiente è inquietante, perché è troppo tranquillo e rilassante. C’è anche un bel panorama. Vedo l’universo.

Non sento nulla, a parte il canto delle creature alate, invisibili, onnipresenti. “Sarà tutto finto?”, mi chiedo, ma tutto è fin troppo verosimile. Chiunque non avrebbe potuto che rilassarsi, e sono teso come la corda dell’arco che sta per lanciare la freccia. In alto scorgo una caverna. “E’ troppo alta per arrivarci”, penso, e immagino di trovarmi al suo interno. Mi trovo al suo interno. 

Non c’è niente, se non la nuda roccia sulla quale mi appoggio per non vacillare. Dopo una curva c’è una galleria, di cui non vedo la fine. Ai lati ci sono innumerevoli quadri, tutti raffiguranti persone. Le conosco tutte, tranne una. Mi soffermo davanti a questa. Sullo sfondo del quadro c’è un lago, una montagna, fiori, una casa. "Come mi piacerebbe essere lì!", penso. Mi trovo lì.

Il paesaggio è identico, solo non c’è la casa. Il lago sembra dire “tuffati”, ma per il momento preferisco di no, perché la sua limpidezza mette soggezione. La montagna, come un imponente monito dice torna indietro. Quindi mi volto.

Vedo un’immensa valle, verdissima, irrigata da molti fiumi blu, verdi. Il cielo è azzurro, c’è foschia. Ascolto strida come di animali sconosciuti. Voglio attraversare la valle. Ho attraversato la valle (comincio ad abituarmi).

Metto piede su una collina. Sulla cima c’è un cartello a forma di freccia che punta verso l’alto. Guardo in su e vedo un foro. Stavolta non desidero recarmi lì, ma mi ci trovo lo stesso. E’ come una soffitta. Il tetto è scuro e non si vede. Il pavimento è la notte, ci sono anche le stelle. Volendo ci si può vedere attraverso. In fondo alla “soffitta” c’è una cassa di legno. Voglio vedere cosa c’è dentro. La cassa si apre. Dentro c’è un vecchio libro polveroso. Lo apro: è un album di fotografie. Non conosco nessuno di quelli che vedo nelle foto, ma i paesaggi mi sono tutti familiari. Ne riconosco uno in particolare: è un’isola tropicale. Vado (lo voglio) sull’isola.

Mi ritrovo davanti ad un oceano caldissimo. Dietro di me c’è una foresta fittissima. Seguo la costa. Arrivo ad un promontorio. Sopra c’è un faro. So che è abbandonato. Mi porto sulla cima. Dai quattro angoli di vetro si vedono i quattro angoli del cosmo. Nel primo non si capisce niente, è un caos totale (ma creativo). Nel secondo si distinguono stelle, pianeti, corpi celesti. Nel terzo c’è una seconda confusione (stavolta distruttiva). Nel quarto ci sono altri pianeti, stelle eccetera, simili a quelli del secondo ma più belli. In questo vorrei andarci, ma non ci riesco. Torno indietro.

Al centro dell’isola c’è un vulcano. Vado sul bordo del cratere. So che la lava al suo interno non brucia quindi ci vado dentro. Il paesaggio cambia istantaneamente, e mi trovo in una sorta di vasca senz’acqua, al centro di una stanza. Da un oblò si vede il mare. Dall’altro si vede il cielo. Non c’è via d’uscita. Mi allontano dagli oblò fino a che i miei occhi puntano uno in un’apertura e un’altro nell’altra. Quindi esco dalla stanza.

Sono su un’isola. Galleggia nell’aria. C’è un ponte. Scende a spirale verso terra, nella foresta. Scendo dall’ultimo scalino e mi ritrovo sull’isola galleggiante. Penso di far girare l’isola. L’isola gira su se stessa facendo toccare al ponte il bordo di una fessura nella parete rocciosa. Scendo dal ponte. Sull’ultimo scalino la fessura si ingigantisce a dismisura.

Guardo in là e vedo una stanza senza tetto, è notte ma non c’è luna. Ci sono molte fiaccole che illuminano una specie di arena al centro della stanza. Cammino fino al centro dell’arena. C’è un cerchio rosso. Guardo il non-tetto. Appare la luna. Vengo tirato su ed entro nella luna.

Sto volando. Vedo campi, fattorie vuote, strade deserte, e dei rilievi in lontananza. L’odore che sento mi ricorda qualcosa. Prendo coscienza del fatto che so volare. Quindi cado. Appare un mucchio di paglia che mi salva. Davanti a me c’è un mulino a vento diroccato, molto macabro. Mi avvicino. La fonte di luce presente nell’ambiente tramonta improvvisamente, proiettando su di me l’ombra del mulino. Il mulino ha quattro pale. In una c’è una caverna, in un’altra c’è una montagna, in un’altra c’è un vulcano, nell’ultima c’è un gallo a vento. Al centro ci sono delle iscrizioni che non capisco. Perdo i sensi.

Mi sveglio, sono su una mongolfiera. C’è una luce bianca. Sotto di me c’è il mare. Non c’è vita. Vedo una specie di boa. Ci vado. La boa sparisce, si forma un vortice d’acqua che mi risucchia. Mi trovo in una galleria di vetro. Il panorama è spettacolare. Cammino per metri, forse chilometri. Sembra tutto uguale. Voglio qualcosa di diverso. Improvvisamente appare un bivio. A sinistra si scende, c’è una luce rossastra. A destra si sale, c’è più luce che qui. Non so che fare, rimango fermo. Appare un ascensore trasparente. Ci entro.

Ci sono tre pulsanti luminosi. L’ultimo in basso è acceso, indicandomi dove sono. I pulsanti non si premono. Penso a come potrebbe essere il terzo pulsante acceso. Si accende, ed è esattamente come lo immaginavo. Scendo in un sentiero di mattonelle. 

Tutt’intorno ci sono aiuole e siepi. Ho paura di perdermi. Da una parte c’è un distributore di gomitoli. Penso che sia una presa in giro, poi penso che sia una presa in giro molto utile. Prendo un gomitolo. Il filo è arrotolato attorno ad un cilindro di metallo cavo. Guardo all’interno, e vedo che il paesaggio è completamente diverso. Seguo la diversità del gomitolo fino a che arrivo davanti ad un muro. Scosto il gomitolo dall’occhio e vedo un prato immenso. C’è di nuovo la caverna dei quadri. Entro cerco il quadro dello sconosciuto. Ora lo riconosco. Sono io.

Faith?

Now we are not going to make a tract about faith. Anyway, a couple of aspects i wanted to spot….

The cliff, the proof, the footbridge: it is excellent material to illustrate the point. Granted that it does not belong to the man who is walking to direct his step, the only one who can direct our feet in the minefield that life in these last days is, is God. Then, the more we rely on Him about our routing, the better. This seems obvious, ma then comes into play that we DO NOT see the way. As the actor in this video, it is not easy to blindly rely upon someone, especially when for OUR eyes there is no way out, but just a cliff, a ravine, waiting for us. Trust nuance arises. Do we know the person on whom we rely, do we believe to what He says? Another couple of scriptures to think about:

 

Isaiah 30:21 – And your own ears will hear a word behind you saying: “This is the way. Walk in it, YOU people,” 

Jeremiah 20:11 – But Jehovah was with me like a terrible mighty one. That is why the very ones persecuting me will stumble and not prevail. (and this links us back to "Freedom and fear")

Nuovi fattori

In risposta al commento di zio Paolo ecco a voi il Teorema della Cacca di Cavallo (sul serio… trovato qui)

 

Quando c’è un problema che pare non avere soluzione e tutte le strade prospettate sembrano essere state battute, è facile supporre che la soluzione – semplicemente – non esista. Invece una via c’è sempre, e se non la vediamo è perché il futuro è così imprevedibile e ricco che basarsi sui dati che si hanno al momento per fare delle speculazioni è non solo peregrino, ma anche fuorviante. Questo concetto, foriero d’ottimismo (ma anche d’impigrimento: perché se non si può sapere cosa fare, non si fa) ha una sua propria storia e definizione: la parabola, il teorema, della cacca di cavallo – se c’è un problema irrisolvibile la soluzione arriverà, inaspettata.

Nel 1898 si tenne a New York la prima conferenza di pianificazione urbana della storia; il problema più grande di cui dovevano discutere le delegazioni arrivate da tutto il mondo era un problema ben serio: la cacca di cavallo. Il cavallo era, da sempre, il mezzo di trasporto privilegiato dall’uomo e nel corso del tempo la diffusione degli animali e il concentramento delle persone, nell’era post-industriale, attorno ad agglomerati urbani sempre più grossi aveva acuito fino a livelli mai affrontati il problema dei “rifiuti” che questi cavalli producevano. Ancora prima dell’avvento di un prototipo di trasporto pubblico le città venivano attraversate sostanzialmente a piedi, e i cavalli si usavano su distanze più lunghe: ancora all’inizio del 1800 in pochissimi possedevano un cavallo. Ma già nel 1853 centoventimila persone nella sola New York viaggiavano sugli omnibus, sorta di carrozze pubbiche con tragitti prefissati nelle aree urbane. Ovviamente questa quantità di carrozze aveva bisogno di una quantità di cavalli che aveva bisogno di una quantità di cibo che veniva restituita in letame in quantità. Ma tutta quella cacca come e dove si poteva mettere?

Esperti del tempo calcolarono che ogni cavallo produceva qualcosa come 8-10 chili di letame al giorno, nel 1880 – ancora lontano dal picco nella popolazione equina che sarebbe stato riscontrato 20 anni dopo – soltanto a New York e Brooklyn ogni giorno venivano prodotte quasi duemila tonnellate di cacca di cavallo. Nel 1894 il Times di Londra stimò che, continuando allo stesso ritmo, nel 1950 ogni strada della città sarebbe stata coperta da più di due metri e mezzo di letame. La questione è che nessuno sapeva trovare una soluzione a questo problema, perché i cavalli erano necessarî alla vita delle città.

Il convegno urbanistico fu un disastro completo, nessuno riuscì a produrre idee funzionali: l’incontro si concluse in un insuccesso talmente evidente da far sì che gli organizzatori decidessero di chiuderlo dopo soli tre giorni, anziché dopo i dieci della durata prevista. Tutti si arresero all’idea che il problema della cacca di cavallo fosse insormontabile, che nulla si potesse fare per invertire la rotta verso il baratro.

Invece, inopinatamente, il problema si risolse come nessuno aveva previsto, e con eterogenesi dei fini: l’invenzione dell’automobile.

Fiducia

Si è presentata la necessità di parlare della fiducia tra esseri umani; penso sia ancora meglio piuttosto che blaterare come faccio di solito indicare alcuni riferimenti e commentarli.

Torre di Guardia del 1 Novembre 2003:

"La fiducia è essenziale per vivere felici

UN’INTOSSICAZIONE alimentare è molto sgradevole. Se si ripete è il caso di stare più attenti nel mangiare. Ma non mangiare affatto per evitare il rischio di intossicarsi non è un’alternativa realistica. Si creerebbero più problemi di quanti non se ne risolverebbero. Non si può vivere a lungo senza mangiare.

Allo stesso modo è doloroso veder tradire la propria fiducia. Se dovesse ripetersi, staremmo molto attenti a scegliere le persone da frequentare. Ma la soluzione non sta nell’isolarsi completamente da tutti per evitare delusioni. Perché no? Perché chi diffida del prossimo si priva della felicità. Per provare soddisfazione nella vita abbiamo bisogno di relazioni basate sulla fiducia reciproca.

“La fiducia è uno degli elementi essenziali per interagire quotidianamente con gli altri senza complicazioni”, dice il libro Jugend 2002 (Gioventù 2002). “La fiducia è qualcosa che tutti desideriamo immensamente”, scrive il giornale Neue Zürcher Zeitung. “La fiducia migliora la qualità della vita” al punto che “è indispensabile per sopravvivere”. In effetti senza fiducia, prosegue il giornale, “non si possono affrontare le difficoltà della vita”.

Dato che abbiamo bisogno di riporre fiducia in qualcuno, di chi possiamo fidarci senza correre il rischio di rimanere delusi?"

Dopodiché si parla che Geova è sempre degno di fiducia nella maniera più assoluta. Poi:

"In chi possiamo avere fiducia

“Non confidate nei nobili, né nel figlio dell’uomo terreno, a cui non appartiene alcuna salvezza”, scrisse il salmista. (Salmo 146:3) Questa dichiarazione ispirata ci aiuta a capire che molti esseri umani non meritano la nostra fiducia. Neppure coloro che sono considerati i “nobili” di questo mondo, ad esempio gli esperti in certe branche del sapere o in certe attività, meritano automaticamente la nostra fiducia. Spesso i loro consigli sono ingannevoli e la fiducia riposta in questi “nobili” può rapidamente trasformarsi in delusione.

Questo, ovviamente, non dovrebbe farci diffidare di tutti. È chiaro che dobbiamo scegliere con cura le persone in cui riporre fiducia. Quali criteri dovremmo seguire? Può esserci utile un esempio tratto dall’antica nazione d’Israele. Quando fu necessario nominare persone che assolvessero gravose responsabilità in Israele, fu consigliato a Mosè di “scegliere di fra tutto il popolo uomini capaci, che temono Dio, uomini fidati, che odiano il profitto ingiusto”. (Esodo 18:21) Cosa possiamo imparare?

Questi uomini avevano manifestato delle buone qualità prima di essere nominati per ricoprire incarichi di fiducia. Avevano già dato prova di temere Dio, avevano un sano rispetto per lui e avevano paura di dispiacergli. Era chiaro a tutti che facevano del loro meglio per sostenere le norme di Dio. Odiavano il profitto ingiusto e questo era un segno di forza morale, che avrebbe impedito loro di farsi corrompere dal potere. Non avrebbero abusato della fiducia per promuovere i loro interessi o quelli di parenti o amici.

Non sarebbe saggio seguire criteri simili quando scegliamo coloro in cui riporre fiducia? Conosciamo persone il cui comportamento dimostra che temono Dio? Sono decise ad attenersi alle sue norme di condotta? Hanno l’integrità necessaria per astenersi dal fare cose scorrette? Hanno l’onestà indispensabile per non manovrare una situazione a loro vantaggio o per ottenere quello che vogliono? Gli uomini e le donne che manifestano queste qualità meritano senz’altro la nostra fiducia.

Non scoraggiatevi per qualche delusione

Nel decidere di chi fidarci dobbiamo essere pazienti, dato che per acquistare fiducia ci vuole tempo. La cosa saggia è dare fiducia in modo graduale, un po’ alla volta. Come si fa? Potremmo osservare il comportamento di una persona in un certo arco di tempo, notando come agisce in determinate situazioni. Merita fiducia nelle piccole cose? Ad esempio, restituisce come promesso gli oggetti presi a prestito e rispetta gli appuntamenti? Se sì, forse allora ci sentiremo di darle fiducia in questioni più serie. Questo è in armonia con il principio: “Chi è fedele nel minimo è anche fedele nel molto”. (Luca 16:10) Essendo selettivi e pazienti potremo evitare grosse delusioni.

Che dire, però, se qualcuno ci delude? Chi studia la Bibbia ricorderà che la sera del suo arresto Gesù Cristo fu molto deluso dagli apostoli. Giuda Iscariota lo tradì e gli altri fuggirono spaventati. Pietro addirittura lo rinnegò tre volte. Ma Gesù capì che solo Giuda aveva agito volontariamente. La delusione provata in un momento così cruciale non gli impedì poche settimane dopo di riaffermare la sua fiducia negli altri 11 apostoli. (Matteo 26:45-47, 56, 69-75; 28:16-20) Allo stesso modo, se ci sentiamo traditi da una persona di cui ci fidiamo, facciamo bene a vedere se il presunto tradimento è un segno di inaffidabilità o una momentanea debolezza della carne.

Sono degno di fiducia?

Chi decide di essere selettivo nella scelta delle persone di cui fidarsi dev’essere onesto e chiedersi: ‘Sono degno di fiducia? In quanto a fidatezza, cosa dovrei ragionevolmente aspettarmi sia da me stesso che dagli altri?’

Certo chi è degno di fiducia dice sempre la verità. (Efesini 4:25) Non adatta le parole a chi ascolta per ricavarne un vantaggio personale. E se prende un impegno, l’uomo degno di fiducia fa tutto ciò che è in suo potere per mantenere la parola. (Matteo 5:37) Se qualcuno gli fa una confidenza, la tiene per sé e non ne parla in giro. La persona fidata è fedele al coniuge. Non guarda materiale pornografico, non si sofferma su fantasie erotiche e non flirta. (Matteo 5:27, 28) Chi è degno di fiducia lavora sodo per guadagnare da vivere per sé e per la propria famiglia e non cerca di fare soldi con poco sforzo a scapito di altri. (1 Timoteo 5:8) Tenendo presenti queste norme sia ragionevoli che scritturali potremo capire di chi ci possiamo fidare. Inoltre, attenendoci alle stesse norme di comportamento ci meriteremo la fiducia altrui."

 

E poi anche Torre di Guardia del 1 Marzo 1997:

"Come stringere rapporti di fiducia

Chiedere aiuto e consiglio o semplicemente che qualcuno ci ascolti non è indice di debolezza o fallimento. Significa solo riconoscere realisticamente che siamo imperfetti e che nessuno ha tutte le risposte. Certo il più grande consigliere e confidente che abbiamo è il nostro Padre celeste, Geova Dio. Siamo d’accordo col salmista che scrisse: “Geova è la mia forza e il mio scudo. In lui ha confidato il mio cuore, e sono stato aiutato”. (Salmo 28:7) In preghiera possiamo ‘versare il nostro cuore’ a lui senza riserve e in qualsiasi momento, certi che ci ascolta e ha cura di noi. — Salmo 62:7, 8; 1 Pietro 5:7.

Ma come potete acquistare fiducia negli anziani e in altri componenti della congregazione? Innanzi tutto esaminate voi stessi. I vostri timori sono davvero fondati? Sospettate dei motivi altrui? (1 Corinti 13:4, 7) C’è un modo per ridurre il rischio di essere feriti? Sì. Quale? Cercate di conoscere personalmente altri in un contesto spirituale. Parlate loro alle adunanze di congregazione. Partecipate insieme all’opera di casa in casa. La fiducia, come il rispetto, dev’essere guadagnata. Perciò siate pazienti. Per esempio, man mano che conoscete un pastore spirituale, la vostra fiducia in lui aumenterà. Rivelategli gradualmente le vostre preoccupazioni. Se risponde in maniera appropriata, compassionevole e discreta, allora potreste provare a rivelargli qualcos’altro.

Coloro che come noi adorano Geova, e specialmente gli anziani cristiani, si sforzano attivamente di imitare le tenere qualità di Dio nei rapporti che hanno gli uni con gli altri. (Matteo 5:48) Questo contribuisce a creare un’atmosfera di fiducia nella congregazione. Un fratello che è anziano da molti anni dice: “I fratelli devono sapere una cosa: A prescindere da ciò che un individuo può fare, l’anziano non perde il proprio amore cristiano per lui. Forse disapprova ciò che il fratello ha fatto, ma continua ad amarlo e desidera aiutarlo”.

Perciò quando si ha un problema non c’è ragione di sentirsi soli. Parlatene con qualcuno ‘spiritualmente qualificato’ che può aiutarvi a portare il vostro peso. (Galati 6:1) Ricordate che “l’ansiosa cura nel cuore dell’uomo è ciò che lo farà chinare”, ma “i detti piacevoli sono un favo di miele, dolci all’anima e salute alle ossa”. — Proverbi 12:25; 16:24."


Credo sia abbastanza esaustivo!

Fede?

Ora non ci mettiamo a fare un trattato sulla fede. Tuttavia un paio di aspetti che ci tenevo a sottolineare…

Il precipizio, la prova, la passerella: sono ottimo materiale per illustrare il punto. Premesso che non appartiene all'uomo che cammina di dirigere il suo passo, l'unico che può dirigere i nostri piedi in questo campo minato che è la vita negli ultimi giorni è Dio, quindi più rimettiamo il controllo rotta nelle sue mani, meglio è. Questa sembra un ovvietà, ma qui entra in gioco il fatto che noi NON vediamo la via. Come l'attore in questo video, non è facile affidarci ciecamente a qualcuno, specie quando ai NOSTRI occhi non c'è via di uscita, ma solo un precipizio ad attenderci. Subentra quindi la sfumatura di fiducia. Conosciamo la persona alla quale ci stiamo affidando, crediamo a quello che ci dice? Un altro paio di scritture su cui riflettere:

 

Isaia 30:21 – E i tuoi propri orecchi udranno dietro a te una parola dire: “Questa è la via. Camminate in essa”

Geremia 20:11 – Ma Geova era con me come un terribile potente. Perciò i medesimi che mi perseguitano inciamperanno e non prevarranno. (e questo ci ricollega a "Libertà e timore")

Ai figli degli uomini

(premere play)

Com’è dolce il suono (luce che brilla nell’occhio chiuso trattenente una lacrima)

di te, quando ami.

Possa tu vivere per sempre

possano i tuoi passi scorrere leggeri, con il tuo Dio a tenerti la mano.

Possano le tue vie essere le sue vie

e la sua gioia la tua gioia.

 

(Non solo essere amici di Dio, ma aiutare altri in tal senso. Riesci a immaginare qualcosa di più grande, emozionante, importante, felice, di questo?)

Cercami

Cercami 
come quando e dove vuoi 
cercami 
è più facile che mai 
cercami 
non soltanto nel bisogno 
tu cercami 
con la volontà e l’impegno…rinventami! 
Se mi vuoi 
allora cercami di più 
tornerò 
solo se ritorni tu 
sono stato invadente 
eccessivo lo so 
il pagliaccio di sempre 
anche quello era amore però… 
Questa vita ci ha puniti già 
troppe quelle verità 
che ci son rimaste dentro… 
Oggi che fatica che si fa 
come è finta l’allegria 
quanto amaro disincanto… 
Io sono qui 
insultami,feriscimi 
sono così 
tu prendimi o cancellami… 
Adesso si 
tu mi dirai che uomo mai…ti aspetti. 
Io mi berrò 
l’insicurezza che mi dai 
l’anima mia 
farò tacere pure lei 
se mai vivrò 
di questa clandestinità per sempre… 
Fidati 
che hanno un peso gli anni miei 
fidati 
e sorprese non avrai 
sono quello che vedi 
io pretese non ho 
se davvero mi credi 
di cercarmi non smettere no… 
Questa vita ci ha puniti già 
l’insoddisfazione è qua 
ci ha raggiunti facilmente… 
così poco abili anche noi 
a non dubitare mai 
di una libertà indecente 
io sono qui 
ti servirò ti basterò 
non resterò 
una riserva, questo no… 
Dopo di che 
quale altra alternativa può…salvarci! 
Io resto qui 
mettendo a rischio i giorni miei 
scomodo si 
perché non so tacere mai… 
Adesso sai 
senza un movente non vivrei..comunque. 
Cercami…cercami…non smettere