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Scynt – pt.6

Indice dei capitoli

“Prego, da questa parte!” esclama la guardia quando Khaleman si annuncia. A dire il vero inizialmente si è insospettita, vedendo arrivare un cavaliere solitario in quelle condizioni. Ma ora che ha sentito di chi si tratta, tutta la sua puntuale solerzia emerge.
“Ti stavamo aspettando, Khaleman di Rannai. Il reggente ha fatto preparare i tuoi alloggi” gli occhi e l’attenzione di Khaleman vagano un altro po’, immaginando seriche tende ondeggiare nella fresca brezza vicino a uno specchio d’acqua… un letto dove stendersi…
“Signore” lo interrompe la guardia prima che riesca a pensare anche a Shalaiin. “Prego, da questa parte”.
E’ il tramonto, e raggi molto bassi giungono frastagliati e rossi a scolpire le pareti di roccia di Merifet. Colpiscono la roccia e Khaleman dopo aver attraversato un’aria popolata dallo Scynt sollevato dal vento. Una giornata limpida è cosa rara, è cosa che non capita mai: il vento è incessante, su tutta Solariade.
Dopo aver attraversato l’area degli approdi dove si trovano gli alloggi dei pescatori e le locande per i carovanieri, giungono in prossimità dei cancelli. La guardia fa un gesto verso l’alto e manda un richiamo. Gli uomini del presidio si attivano: il meccanismo entra in azione, e dopo svariati rombi e scricchiolii metallici la cancellata inizia ad alzarsi. E’ un varco imponente; le sbarre metalliche intrecciate, spesse quanto un braccio, corrose da anni – secoli – di Scynt, escono dalla soffice sabbia luccicante. Rivoli di Scynt scendono dagli elementi verticali come tante cascatelle, riunendosi alla massa sottostante con placida morbidezza. L’antro è buio all’interno.
Gli uomini saltano su una bassa e larga imbarcazione, quasi una zattera di lusso. Un altro fischio della guardia, e un altro meccanismo scatta. Khaleman si ricorda appena in tempo di reggersi quando uno scossone accompagna lo schiocco della catena che, improvvisamente tesa da una mano misteriosa nelle profondità della roccia scura, emerge dallo Scynt vibrando come il corpo di un serpente meccanico infastidito dall’inattività e dalla sabbia che spesso lo opprime.
Ed è così che Khaleman entra a Merifet, inghiottito da umana mano, mentre la notte cala su Solariade, e lo Scynt comincia a reagire alla luce della luna.


“Ti stavo aspettando” dice Astalt, il reggente, quando portano Khaleman davanti a lui. “Il savio Knot mi ha avvisato del tuo arrivo.” lo scruta con curiosità: così è questo l’uomo che hanno scelto per la missione. Sembra giovane. Soprattutto il suo sguardo. Bene.
Khaleman accoglie la dichiarazione con un mezzo inchino. Ormai gli intrighi dei Savii non lo sorprendono più. Il tribolato viaggio in sella a Kirma lo ha reso molto più accondiscendente, pare.
“Sii il benvenuto nella mia Reggia, Merifet” declama Astalt. I funzionari della reggia si allontanano, lasciandoli soli. Astalt scende dal modesto trono rialzato di tre scalini dal resto della sala rivestita con elementi di pietra disposti e decorati a imitazione di pannellature di legno, con un effetto molto realistico. E’ una sala curiosamente elegante e modesta insieme. A Khaleman piace. Pensa sia lo stile giusto per un reggente.
“E’ un piacere e un onore per me giungere a fare visita a voi e alla vostra elegante dimora, specie per un motivo…” Astalt lo interrompe con un gesto. Gli mette una mano sulla spalla:
“Vieni, parliamo mentre camminiamo” lo conduce con sé lungo un corridoio. Lampade ardono alle pareti, in bacinelle metalliche circolari appese con catene bronzee alla luce delle fiamme; contrastano con le ritmiche finestre a ogiva che danno sull’esterno della Reggia. Il panorama è tipico della notte: la luce sopra, nella luna, nelle nubi, e lo scintillio dello Scynt, che si muove sotto il vento come una cosa viva, mutevole e irripetibile a ogni istante. Per il resto, sotto, il buio, cupo, di un abisso senza fondo.
Oltrepassano varie porte e sale. Astalt illustra i locali di quella parte della sua residenza. Infine, giungono dinanzi a un portone enorme, di pietra, massiccio, completamente lavorato in bassorilievo, con figure curvilinee, come serpenti che circondano una scena. Al centro, sui due battenti, divisi da una riga sottilissima, quasi invisibile, la scena di un giardino, di una foresta. Laghi, fiumi, alberi, e animali, persone. Le figure sembrano uscire fuori come sospinte dal desiderio dell’artista di riprodurre davvero la scena; i loro profili illuminati dalla luce ora azzurra che proviene da due luci diverse dalle altre, poste ai lati dell’ingresso, sembrano vibrare di una malinconica passione, come se la mano che gli aveva dato vita tanto tempo prima bramasse con tutta sé stessa essere parte di quella scena perduta.

“La leggenda del giardino” pensa Khaleman “I tempi della Caduta e Ascesa…”.

“Vieni” dice Astalt. E spalanca i due battenti come con un ordine segreto, magico. Khaleman rimane colpito dalla facilità con cui le sue mani spingono le due masse di roccia, aprendo il passaggio.

Meraviglia.

Khaleman è con Astalt il reggente di Merifet.

“Questo è il mio luogo più caro, il più protetto. Il mio piccolo giardino” dice il nobile al giovane stupefatto.

Un suono pervade l’aria, un frinire, un cicaleccio sommesso e diffuso, acuto, e gentile. Un odore, il profumo, va incontro a Khaleman, lo avvolge, lo conosce, si rende noto con garbo e fermezza. La luce entra dall’alto, sulla destra, obliqua giù verso la sinistra. Strali di luna, fasci di argento e blu striano dolcemente l’atmosfera di quello spazio impossibile. Rimbalzano sull’acqua – acqua! – e sulle foglie lucide – foglie…? – inquadrando come in poesia un albero, sì, un albero, l’essere vivente, vegetale, che affonda possenti radici in un rialzo di terra circondato di placida acqua blu notte. Protende i suoi rami verso la luce, riposando, in attesa che il sole giunga di nuovo a svegliarlo. La sua ombra è traforata e morbida, come una coperta fine distesa su quella che deve essere erba.

Astalt fa un lieve gesto e una luce azzurrina compare nella sua mano. Khaleman lo osserva stupito e infine lo segue. Il reggente procede verso l’albero. Passano su un ponticello di legno. Khaleman ormai ha oltrepassato il limite delle sorprese: nota appena che quello è il volume di legno, quel materiale rarissimo, più grande che abbia mai visto. Si siedono su una panchina di pietra, sotto i rami.

“Anche a Rannai avete un giardino, giusto? Ma in tutta la Terra non ve n’è un altro di paragonabile a questo! Qui vengono in visita Savii e studenti da tutta Solariade. Ovviamente in gruppi limitati e soltanto in alcuni giorni dell’anno. Il luogo è sacro e necessita di ansiosa protezione e cura da parte mia.”

Khaleman ripensa a quando Shalaiin era partita col sommo Joras per fare visita a questo posto si dice leggendario. Ed effettivamente è così, conclude nei suoi pensieri. Non aveva mai visto niente di vagamente simile. L’acqua, in superficie, e con essa la vita vegetale, era praticamente assente in tutta Solariade.

Astalt ha ripreso a parlare da un po’ quando Khaleman torna ad ascoltarlo. “…quindi non posso permettere che uomini empi, meschini, e gretti come Caturnio possano arrivare a minacciare un posto come questo.” Tace e guarda fisso il suo interlocutore.

Scynt – pt.5

Indice dei capitoli

Il maestro Sakoba si riscuote dal leggero torpore che abitualmente lo coglie dopo il pranzo. Qualcosa ha destato la sua attenzione. Non è il fischio del vapore che scappa via arzillo della caffettiera messa sul fuoco poco prima. Non è neanche il sommesso brontolio di alcuni composti che pigri peregrinano fra i suoi alambicchi… No è qualcos’altro. Forse un leggero, vago aroma nell’aria… non esattamente piacevole, ma molto significativo… O forse gli è sembrato di udire un rumore, proprio lì ai margini della sensibilità del suo udito.
Sposta il peso sulla sedia ricoperta di pelli.  Sbatte gli occhi. Si stira. Si passa una mano fra la lunga barba un po’ ingiallita all’estremità. A vederlo, non si direbbe il massimo della lucidità. Eppure il maestro ascolta sempre con attenzione. Anche quando è mezzo addormentato.
“Del resto, avrebbe dovuto già essere qui ieri o ier l’altro!” constata d’un tratto ad alta voce, osservando poi attraverso l’apertura nel muro del suo salottino la lunghezza dell’ombra che la tettoia getta sulle poche pietre che lo separano dalla distesa di Scynt in cui si trova. Sono circa le due del pomeriggio.
Molti lo hanno criticato per la scelta di andare a vivere su quell’isolotto sperduto. Da solo. Senza la protezione di una reggia. Esposto alle intemperie, ai predatori animali e umani.
Eppure lui aveva continuato, imperturbabile, nel suo modo di operare. Del resto, se sentiva il bisogno di un tale isolamento, avevano concluso gli altri Savii, un motivo doveva pur esserci. Su questo non ci piove, aveva risposto Sakoba. Gli piacciono questi modi di dire senza senso.
E poi a lui un’altra cosa che piace è lo Scynt. Questa passione alquanto incomprensibile lo ha reso sempre un po’ strano agli occhi del pubblico in genere. Lo Scynt può essere irritante, inopportuno, inevitabile. Forse necessario. Al massimo interessante. Ma bello?
Lui ci ha persino costruito la sua casa. Il materiale con cui ha costruito il suo tugurio infatti altro non è che un risultato dei suoi molti (e bislacchi, secondo i più) esperimenti. Di sicuro non c’è nessun altro che ne sappia più di lui, sulla natura intima dello Scynt.
Infatti a volte ci parla anche.
Come se quella sabbia potesse ascoltarlo, e rispondergli addirittura.
Alla fine decide di alzarsi. Si dirige verso l’ingresso, che si trova ad appena un metro sulla destra da lì. Apre la porta e la scorge. Una figura che avanza incerta fra le dune. Lentamente, irregolarmente, procede proprio verso di lui. Sembra una protuberanza polverosa in movimento fra la sabbia. Ma acquista dettagli man mano che si avvicina.
Ora si odono chiaramente degli sbuffi e altri suoni poco chiari provenire da quella cosa. Sakoba continua a osservare accarezzandosi la punta della barba, gli occhi socchiusi per il sole forte e alto.
Infine, dopo alcuni altri vistosi sforzi, la strana creatura giunge ai piedi dell’isola rocciosa, a pochi metri dal maestro. E si rivela essere un giovane uomo in sella alla sua cavalcatura.
“Credo che tu sia proprio Khaleman” lo saluta Sakoba. Il povero corriere caracolla a terra, spargendo Scynt dappertutto. Non c’è più un singolo angolo o orifizio del suo corpo in cui non si sia insinuata quella finissima, leggera sabbia, quasi un pulviscolo. Dorati ruscelli scendono dai capelli, dalle orecchie, sui vestiti, ricongiungedosi a terra e svolazzando qua e là soddisfatti.
Khaleman si rialza faticosamente in piedi, incespicando, grugnendo. Sakoba gli risparmia lo sforzo di parlare.
“Da questa parte, prego… Penso gradirai del caffè appena fatto” Khaleman grugnisce ancora. “Ma che idea balzana quella di fare un viaggio del genere in sella a una povera bestia come questa” indica Kirma, visibilmente sollevata ora che può crogiolarsi al sole a pancia all’aria senza più quel peso sulla schiena. Khaleman si guarda attorno allucinato. Quel vecchio deve essere sicuramente pazzo.
Vorrebbe piangere, ma è troppo disidratato.


“Da questa parte, Aik!” Arenoll bisbiglia con una certa imperiosità al suo piccolo amico. Stanno sgattaiolando fra i moli in piena notte. Nessuno sa che sono lì. E’ una fuga in piena regola. Aik è terrorizzato, ma non avrebbe saputo rifiutarsi. Fa sempre quello che gli dice Arenoll. E’ come una sorella maggiore per lui. E poi, in fondo in fondo, non c’è nessun altro che gli faccia altrettanta paura.
“Sciogliamo le cime. Non fare rumore!” gli intima quando arrivano alla barca di Arenoll. Voglio dire, tecnicamente la barca è del padre di Arenoll. Ma non è certo il caso di badare a queste sottigliezze in certe circostanze, pensa lei. E poi lui ha a disposizione l’altro triscafo, per la pesca.
I due salgono a bordo, il legno scricchiola sotto i piedi, distinto nel silenzio della notte. La barca ondeggia appena. Certo, per chiamarla barca ci vuole del coraggio. Diciamo che sono un paio di larghi pattini uniti da qualche tavola, con una vela e un timone. Ma per Arenoll basta avanza.
Infatti dopo pochi minuti sono già al largo, a una certa distanza dalla roccia della Fortezza. La luna dipinge d’argento le dune, e Arenoll si gode l’aria fredda e frizzante della notte. Protende quasi con bramosia il naso, alla ricerca di chissà quale pista, come se potesse sentirla nell’aria come certi animali. Il che, in un certo senso, è abbastanza vero.
Aik si tiene stretto alle cime. Il suo viso è un poco terreo con questa luce, pensa Arenoll, ma certo gli passerà presto.
“Olla…” lui la chiama così.
“Si Aik?”
“Dov’è che stiamo andando esattamente?”
“Uhm…” mormora Arenoll sogghignando e dondolandosi al timone. “Credo che dipenda dai punti di vista… In prima istanza direi che non ne ho idea; tuttavia è anche vero che stiamo ripercorrendo la rotta degli approvvigionatori che ho incontrato al porto. Comunque potremmo riassumere dicendo che stiamo andando a caccia di fantasmi”
Solo un gemito le risponde, perdendosi nel fruscio della sabbia.


Ora che ha ripreso una più accurata coscienza di sé e del mondo che lo circonda, Khaleman è tornato ad avere abbastanza presenza di spirito da chiedersi ancora una volta cosa ci faccia lì.
Il caffè è decente. Ma dove prende l’acqua il vecchio?
“Ti stai chiedendo dove mi rifornisca, non è vero?” interviene Sakoba nei suoi pensieri, indicando la caffettiera. Khaleman non può fare altro che annuire.
“Diciamo che essere dei Savii comporta pure qualche privilegio” sorride soddisfatto “La spola di approvvigionatori fa una deviazione solo per me” e indica con il pollice alle sue spalle. Khaleman immagina che il vecchio tenga un serbatoio nascosto da qualche parte.
“Ma veniamo a noi” prosegue il vecchio con fare affabile. “Dunque, cosa mi hai portato…?” afferra l’involto polveroso trasportato dal suo ospite e ne estrae la cassetta di legno, verde, intarsiato, lucido. Khaleman sgrana gli occhi: un oggetto di legno! Quel materiale è ciò che di più pregiato esista in tutta Solariade. Del resto le uniche piante sul pianeta crescono solo nei giardini dei reggenti più importanti. Gli oggetti ricavati da quelle forme di vita sono estremamente rari e hanno un valore al di fuori del mercato. Non è neanche concepibile l’idea di poterli comprare. Di solito si tratta di strumenti musicali o tecnici, oltre che di mobilio, e certo per lo più ad uso dei Savii.
Sakoba nel frattempo ha aperto la scatola con una piccola chiave dorata che tiene al collo. Ne estrare una scatolina più piccola e un messaggio sigillato.
“Oh bene, avevo proprio bisogno di questo infuso…” dice fra sé mettendo da parte il piccolo contenitore e accingendosi ad aprire la lettera. Notando l’espressione perprlessa ai limiti dell’esterrefatto di Khaleman, aggiunge: “Solo i licheni che crescono sulla rocca di Rannai, combinati con la migliore qualità di foglie da tè possono produrre l’aroma unico…” nel frattempo realizza che questo non è d’aiuto “…bah, lasciamo perdere…” scuote la mano “Leggiamo piuttosto qui” indossa degli occhiali dalle lenti strette e spesse. Khaleman osserva i suoi occhi andare ripetutamente da sinistra a destra mentre scorre il testo. Che è anche piuttosto lungo. Non riesce a decifrare niente dall’espressione del vecchio.
Dopo due o tre minuti Sakoba sospira, ripiega il foglio, se lo mette in tasca, osserva Khaleman e gli fa: “Cosa sai dei Giorni della Caduta e Ascesa?”
Preso alla sprovvista: “Beh… Sono i tempi antichi, l’Età dell’oro! Fu l’inizio della nostra civiltà”
“Certo, certo…”
Il maestro tace, e Khaleman si chiede il perché di quella domanda. Di quei tempi non si sa quasi nulla, e di certo se c’è qualcuno che ne sa più degli altri (come in ogni ambito) sono proprio i Savii. Quindi perché lo vengono a chiedere a lui?
“A Rannai c’è stato un furto” riprende dopo un po’ “E’ stato sottratto un oggetto di enorme valore dalla Biblioteca della Reggia.” Pausa. “C’è un sospettato, in effetti. E’ da un po’ che i Savii lo tengono d’occhio. E’ giunto il momento di scoprire cosa c’è sotto. Per non parlare del fatto che il furto di per sé è un atto gravissimo che richiede provvedimenti immediati.”
“Cosa è stato rubato?” Khaleman trova intollerabile che questo sia accaduto fra le mura della sua reggia.
“Non sei ancora reggente…” Sakoba lo scruta ancora.
“Cosa c’entra questo? Non vedo cosa…”
“Calma ragazzo… E’ anche per questo che sei stato scelto. Sappiamo benissimo che appartieni alla più alta e antica famiglia nobile di Rannai. Se c’è qualcuno che possa ambire di diritto al seggio, quello sei tu.”
Come al solito, i Savii la sapevano più lunga. Khaleman non potè fare altro che annuire.
“Tuttavia ambire a qualcosa solo perché si porta un nome non ti sembra un motivo valido, giusto?”
Annuire di nuovo.
“Ecco questo è già un punto a tuo vantaggio. Comunque, tornando all’argomento di interesse attuale: è stato rubato un antico manoscritto, risalente addirittura ai Giorni della Caduta e Ascesa.”
Khaleman è sbalordito “Esistono ancora manufatti così antichi?”
“Oh, decisamente si, e anche più antichi, giovanotto! Ma certo non sono cose da andare a sbandierare in giro per i porti! Vedi poi i risultati…”
“E cosa conteneva…”
“Oh, leggende…” gesto noncurante.
“Certo; nella Reggia c’è questo libro millenario talmente prezioso da indurre in qualcuno l’ardire di rubarlo, e tu mi dici che è un libro di favole!”
“Non ho detto favole, ma leggende. Ad ogni modo, dovresti sapere che in entrambe c’è sempre del vero, in una misura o in un’altra” lo fissa in maniera penetrante.
“Capisco che non stia a me discernere il contenuto di un tale manoscritto, tuttavia, se immagino bene, ora ci si aspetta da me di ritrovarlo. Sbaglio o queste non sono il genere di cose che fate voi Savii, di solito..? E come posso trovare qualcosa che non ho mai visto e conosciuto?”
“La tua sagacia non è inferiore alle aspettative. Ad ogni modo, il punto è proprio questo: sei stato scelto dall’assemblea dei Savii, dal Sommo stesso, per portare a termine questo incarico segreto. Recuperare il libro. E, non meno importante, smascherare le intenzioni di Caturnio di Perinna; in tutto questo frattempo, se dovessero risultare nocivi per le altre Regge o per Solariade tutta, dovrai anche impedirgli di portare a termine i suoi piani.”
Una luce brillava negli occhi di Khaleman.
“Vedo che l’idea ti va a genio. Ma vieni, riposati, prima di porre i tuoi innumerevoli quesiti.”

Scynt – pt.4

Indice dei capitoli

“Sciocchezze, sciocchezze!” protesta con voce stridula Caturnio di Perinna, enfatizzando le sue parole battendo sul pavimento di marmo lucido il suo scettro metallico “Anzi, pure fandonie, follia!” gocce di sudore gli imperlano la fronte gialla. Le vene del collo gli si sono gonfiate, forse anche perché con tutti quei vestiti addosso deve morire di caldo. Stoffe, pizzi, broccato… insomma, disgustoso.

“Per favore, moderate i termini” ammonisce in tono fermo e sicuro il Sommo Savio dal suo scranno, parlando al plurale ma riferendosi a un uomo soltanto. Siede in posizione un po’ sopraelevata rispetto agli altri, segno della sua più alta carica. I savii anziani delle varie reggie siedono tutto intorno a lui, mentre i reggenti sono disposti a semicerchio di fronte a loro. Astalt di Merifet sospira e incrocia le braccia. Dopo una pausa riprende:

“Non parlerei se non fosse a ragion veduta. Lungi da me sfidare la dignità del Consultativo!” fa un gesto a indicare i presenti e la sala. L’Ata Sala del Consultativo, nella cui cima trasparente si vedono le stelle, appena velate da una spolverata di azzurro. Solo i presenti possono avere accesso a quest’area. E i reggenti possono accedervi solo in occasione dei Consultativi, arrivando dalle loro fortezze a bordo di palloni, unici mezzi volanti di Solariade. “Del resto, mi guardo bene dal fare accuse infondate. Riporto solo quelle che sono state le osservazioni degli ultimi mesi.”

“Osservazioni fatte da chi? Voglio parlare personalmente con questi incompetenti…!” torna a sbraitare Caturnio. stringendo convulsamente il pugno. Il Sommo Savio alza una mano, arrestando lo sgradevole flusso di quelle parole, e di quei pensieri. Knot prende la voce, in piedi fra il Savio Joras e il Sommo. In tono accomodante, quasi mellifluo, serpeggiano le sue parole fra i presenti:

“Eccellente Caturnio, reggente di Perinna” sembra quasi accennare a un lieve inchino “Certo le accuse che vi sono rivolte non possono essere prese alla leggera da un uomo di onore, quale voi siete” ira sicuramente, ma anche qualcos’altro il giovane Knot scorge sul volto dell’accusato “Preparare una guerra!” pausa “Certo non è cosa da poco. Sarebbe un grave reato, non è vero?”

“Certamente” in tono stridulo. “Ma sono false accuse! Calunnie!”

“Ma è naturale.” Knot china il capo “Bramare che la vostra reputazione sia ripristinata: questo è giusto” sentenzia, sollevando un sopracciglio. Chi ha scorto un sorriso ironico? “Riuscite a immaginare un miglior modo di dimostrare che non avete nulla da nascondere, se non quello di aprire le porte della vostra reggia a una serena ispezione da parte dei vostri vicini?” tutto in un fiato, questa ultima frase sembra un’arma puntata al collo di Caturnio, che si immobilizza. Solo per un secondo però. Dopo un attimo in cui i suoi pensieri vengono intercettati solamente dal Savio che ha di fronte, il reggente ritrova la favella.

“Ma è ovvio” dichiara in tono untuoso quasi quanto la sua fronte sudata “Perinna non ha certo niente da nascondere” fa un ampio gesto e sorride soddisfatto per aver colto al meglio delle sue possibilità l’occasione servitagli su un piatto d’argento da Knot. Alcuni Savii guardano il giovane perplessi, solo il Sommo e Joras celano una segreta soddisfazione. Astalt di Merifet fa un gesto che ben esprime quanto consideri inutile questa iniziativa. Pensa quello che pensano gli altri Savii: cosa gli impedirà di tenerci davvero nascosta qualsiasi cosa importante?

Il Sommo colpisce il pavimento con il suo scettro. E’ il simbolo della decisione presa. Indica uno dei reggenti: “I Savii incaricano formalmente Caleine di Rasfet di formare un comitato di ispezione. Avrete a disposizione due settimane per controllare che a Perinna sia tutto normale, dopodiché considereremo questa faccenda archiviata.” Le decisioni del sommo sono inappuntabili. Caturnio finge sdegno, Astalt cerca di fare buon viso a cattivo gioco, e Caleine certo farebbe volentieri a meno di sobbarcarsi ora di questa incombenza, tuttavia si sente in dovere di fare la sua parte, non solamente perché deve rispondere delle sue azioni al Consultativo e al Sommo Savio.


“Un momento..!” Knot si avvicina correndo all’approdo del pallone di Astalt, mentre stanno per mollare gli ormeggi. Gli altri dignitari sono già partiti, e nessuno può vederli parlare. Nuvole scorrono sotto di loro. A volte si scorgono stormi di volatili. Solo il rumore del vento, e una cupa vibrazione sommessa che proviene dall’Alta Sede. Astalt di Merifet aggrotta le sopracciglia: cosa c’è ora?

“Il comitato di ispezione proposto dal Sommo è, com’è ovvio, una soluzione di facciata, una copertura” Astalt è sorpreso. Non dovrebbe, conoscendo i Savii e il loro modo di fare. Tuttavia lo sconcertano spesso. Specie i tipi come Knot.

“Un’altra missione sarà affidata a un nostro uomo di fiducia. Vi sarà inviato al termine del suo corrente incarico. Confidiamo che abbia le capacità necessarie per portare a termine con successo questa missione”

“Che sarebbe…?” chiede Astalt con un tono che sembra dire “che ne penseresti di illuminarmi…?”

Per tutta risposta Knot fa un verso, come accennando a una breve risata ironica, poi spiega “Smascherare Caturnio. Non penserai che non ci siamo accorti dei suoi affari poco chiari?”

Doveva immaginarselo. Sapevano già tutto di gran lunga prima che le sue spie facessero quei rapporti su movimenti di mezzi a motore e mobilitazione di truppe. Probabilmente a questi Savii basta guardare in faccia qualcuno per sapere cosa pensi e cosa nasconda. Da dove prendono quel potere? Astalt li invidia.

Knot non vuole che si avvilisca. Solariade ha bisogno di bravi reggenti come lui. “Dovrete fornire appoggio al nostro uomo, Khaleman di Rannai. Quando giungerà alla vostra reggia, probabilmente saprà già tutto ciò che occorre sapere. Altre informazioni vi saranno fornite al momento opportuno”

“E’ tutto?” ora Astalt è quasi divertito.

“E’ tutto” Imperturbabile Knot. Vuole vedere la sua reazione. Astalt scoppia a ridere.

“Beh, non ho un’accidente di idea di che cosa ci sia in ballo, ma mi pare che non ci sia nient’altro di meglio da fare a questo punto da parte mia, non è vero?” scuote la testa sospirando un sorriso. “Non riesco a immaginare come potrebbe essere Solariade se non ci foste voi Savii…”

Knot lo fissa. Dopo qualche lungo istante risponde tranquillamente:

“Non farlo.”

Scynt – pt.3

Indice dei capitoli

In principio, era.

Un inizio non concepisce tempo precedente a esso stesso. E non sa nulla, non vede nulla. Esso è solamente. 

Con quel primo istante, quel primo quanto di tempo a seguito del quale inizia l’esistenza, viene all’esistenza il mondo. Acquista un significato il tempo, e lo spazio; il quando, e il dove.

E il silenzio. Il silenzio rende attoniti. E attonito è uno dei suoi primi come. Il mondo è vasto, e l’universo ancora di più. Ma tutto tace. O forse non si ascolta con sufficiente attenzione o abilità.

Arenoll è entrata nella locanda del molo. Ora siede in disparte, fingendo di essere assorta nella contemplazione del boccale e della fiamma della candela. In realtà sta ascoltando i marinai.

I marinai sono noti per la loro propensione al racconto. Chissà, forse le lunghe permanenze in deserto aperto li rendono particolarmente ciarlieri. Forse lo Scynt più pulito alla lunga, a respirarlo, stimola la creatività, l’inventiva.

O semplicemente dopo un po’, sotto il sole, tutto il giorno, si dà di matto.

Comunque sia, ne hanno sempre una da dire. La taverna, quando rientrano dalla pesca, o quando fanno tappa nei loro lunghi viaggi, si riempie di colori, di strani personaggi, di mostri magici, di abissi senza fondo che portano nel regno degli inferi, di sirene ammaliatrici e molte altre divertenti quanto interessanti fandonie mente umana possa concepire.

Arenoll si è sempre chiesta il perché, cioè quale sia il fondo di verità che si cela dietro quelle invenzioni, cos’è che spinge quegli uomini a immaginarsi determinate cose piuttosto che altre.

A volte chi racconta lo fa per divertimento. A volte sono seri. Raramente li vedi spaventati. Ma stavolta è diverso. Arenoll vede che l’intero equipaggio sembra piuttosto terrorizzato. Parlano poco, si scambiano solo brevi frasi. Qualcuno fissa il bicchiere ormai vuoto con aria vacua.

Il barista, da dietro il bancone, è un po’ che li squadra. Ne ha viste tante, e difficilmente qualcosa lo smuove. Con aria di sufficienza si rivolge a uno degli uomini e gli fa:

“Che musi lunghi! Si direbbe abbiate visto la morte in faccia!”

Il silenzio cala fra gli uomini. Alcuni si scambiano occhiate nervose. Nessuno però risponde alla provocazione. Dopo qualche secondo, uno di loro si alza, forse il capitano, e dichiara con voce stentorea:

“Forse non in viso, ma la morte l’abbiamo vista eccome!”

“Non mi dire…” replica il barista. Il marinaio prosegue come se questi non esistesse neppure, gli occhi a fuoco su immagini lontane.

Nemmeno Arenoll si fa impressionare più di tanto. Lei ci è cresciuta in quei posti. Ma ogni volta le storie cambiano di poco, ed è divertente conoscerle tutte. Per non parlare poi di come si diverte a esagerarle ulteriormente per terrorizzare i suoi amici più piccoli. Specie Aik. La fa scompisciare, quello stupidotto. Il marinaio riprende a parlare:

“Era senza dubbio lei!”

“Si, mia nonna… Lei chi?”

“LEI ti dico! La Fanciulla Argentea, la dea della Morte!”

“Questa mi giunge nuova…”

“Perché pochissimi l’hanno vista e hanno potuto poi raccontarlo!”

“Ah questa invece è classica…”

“I miei uomini dal primo all’ultimo possono giurarlo! Equipaggi di Rasfet e Perinna l’hanno vista come noi, e la maggior parte di loro ora è in fondo alle sabbie! Loro non si spingono quasi mai fin qui, altrimenti ve l’avrebbero riferito.”

Ora Arenoll è interessata. Questa è storia nuova. Anche il barista è curioso, ma continua a fingere per provocare il marinaio. Ma questi non sembra aver bisogno di ulteriori stimoli. Prosegue:

“Eravamo ormai al nostro settimo giorno di viaggio, e fino a quel momento era andato tutto fin troppo bene.” gira lo sguardo intorno stralunato “Il Grande riposava tranquillo, basso sull’orizzonte a dritta, quando improvvisamente… Bam!” cala un gran pugno sul tavolo, facendo sobbalzare la fiamma delle candele e rotolare via un bicchiere ormai vuoto “Ecco che improvvisamente arriva una tempesta! Così! Dal nulla! Rapida come mai ho visto in vita mia! Le tenebre ci accerchiarono, la sabbia oscurava tutto, non potevamo neanche respirare.” Fa una pausa, respirando rumorosamente. Evidentemente rivive quelle sensazioni. “Abbiamo lottato per tenere a galla il nostro prezioso carico… Non oso pensare cosa ci farebbero se perdessimo un solo carico d’acqua… Eravamo così presi che ce ne siamo accorti solo quando era a pochi metri da noi” e fa una pausa ad effetto, strabuzzando gli occhi e fissando per un secondo tutti quelli che ha intorno, anche Arenoll che siede in disparte. In quel momento il racconto del marinaio sembra prendere vita; dalla fandonia si passa alla cronaca, le sue parole hanno un peso diverso, nell’aria si respira un po’ di quel terrore che sembra aver attanagliato quei poveri sventurati. E lui riprende, ormai al centro di quell’intreccio di menti e sensazioni, come l’occhio di una tempesta invisibile in miniatura. “Il primo a vederla sono stato io” gli altri confermano con discreti e rispettosi cenni del capo “Stava in piedi, sulle sabbie in tumulto! Non affondava! La figura spettrale avanzava lentamente, ci guardava, ci osservava, e veniva verso di noi vi dico!” ormai urla, prende brevemente fiato “Mai abbiamo visto qualcosa di più spaventoso” improvvisamente il suo umore cambia, come quando cade il vento. Ora il suo tono è sommesso, quasi tremolante “Protendeva… la sua… mano… o quel che era… verso di noi! Indicava noi, bramava noi! Questo è certo” tutti i suoi compagni assentiscono “Un peso sul cuore, ti mozza il respiro anche se l’aria è pulita… Una gelida presenza che reclamava il nostro spirito, ecco cosa!” il marinaio crolla seduto, con aria improvvisamente di nuovo assente.

Arenoll si riscuote. Il racconto l’ha rapita. Ovvio che non ci crede del tutto, come sempre, ma sicuramente questo è il migliore che abbia mai ascoltato. Oppure il marinaio – e tutta la ciurma – è il miglior attore mai visto. Decide che ne ha abbastanza, fa un cenno di saluto al barista ormai ammutolito e si avvia verso casa.


E’ ormai notte, e Shalaiin passeggia lungo il porticato della Piazza Reale di Rannai. A quell’ora, sotto le oblunghe arcate, si gode di un bel fresco. Una musica incostante, a tratti sorniona, a tratti misteriosa, aleggia nell’aria. Shalaiin sa da dove proviene. Senza fretta, procede verso la fonte di quei suoni. Altri camminano intorno a lei; il ceto medio-alto di Rannai si ritrova in questo luogo, dove si intreccia vita politica, intrattenimento e istruzione. Alcuni la salutano, inchinandosi al suo passaggio. Lei ha un sorriso ristoratore per tutti. Ora scorge gruppetti di ragazzi affrettarsi verso quell’angolo della piazza. La luna sbianca le pietre della fortezza lasciate in ombra dalle fiaccole e dai bracieri accesi. Le stelle osservano, fitte. La musica ora domina. Shalaiin la segue, ipnotica, fino alla sua fonte. Il giovane savio suona – incanto è nelle sue mani – esiguo è il numero di savii in grado di produrre una tale estasi, la musica, e ancora più esiguo è il numero di strumenti musicali degni di questo nome presenti su Solariade. E’ un arte preclusa al resto della popolazione, retaggio esclusivo dei già privilegiati savii. Shalaiin siede sulla pietra, la sua lunga e soffice e chiara veste le scorre intorno. Si copre le spalle, che brillano alla luce della luna. E ascolta rapita Knot suonare quel magico oggetto, un oggetto di legno! Ora percuote le corde, ora le sfrega con un arco… Le vibrazioni che genera la fanno fremere ora di allegria, ora di malinconia… E coloro che ascoltano non sanno più se la musica entra in loro o se piuttosto non ne esca, esprimendo quegli accenti nascosti del cuore che non si riesce sempre a esprimere a parole.

Infine, l’incanto giunge a termine, ritirandosi da loro languido come la nebbia di sabbia dopo una tempesta al mattino. Shailaiin riapre gli occhi che inconsapevolmente aveva chiuso (privando in tal modo di una discreta dose di luce, a detta di molti, la Piazza Reale di Rannai). Vede Knot riporre lo strumento con estrema cura. Sa che ora inizierà a parlare al suo pubblico, perlopiù studenti, ma anche aristocratici, perfino qualche mercante.

“La Sabbia, e il Vento” declama, uno dei tanti consueti inizi delle lezioni di tutte le scuole di Solariade, per lo meno quando si parla di Scynt “Questi gli elementi che caratterizzano il nostro pianeta, Proun!” queste frasi introduttive servono più che altro a richiamare l’attenzione dell’uditorio. Knot li osserva, o meglio continua a studiarli, fin da quando stava suonando.

Rileva con piacere la sete di conoscenza dei più giovani; come ingenuamente pendono dalle sue labbra! Ogni volta che parla loro cerca di rinforzare in loro quel desiderio, lo stesso desiderio che lo accompagna da sempre e che non trova mai completa soddisfazione.

Nota con apparente distacco, ma sorridendo ironico dentro di sé, il rispetto, quasi il timore con cui lo guardano le donne aristocratiche. Riesce quasi a vedere attraverso i loro occhi, quanto appaia sapiente, misterioso e potente… Qualità che colui che è realmente saggio ahimè – o per fortuna – solo negli altri percepisce.

Diversa invece è l’ammirazione e l’interesse dei mercanti, esponenti di spicco della Gilda. Uomini dalla mentalità più pragmatica, abituati a vedere nella conoscenza primariamente uno strumento di profitto.

I nobili invece manifestano poco oltre che invidia. La conoscenza è potere, e il solo pensiero che qualcuno possa sfidare, anche solo a livello potenziale, la loro importanza politica, li sconvolge. Povere menti cieche, pensa Knot, a cui sono preclusi i più nobili godimenti dell’intelletto! Altrettanto sconvolgente per loro è l’inconsulta abitudine dei savii di essere sempre pronti a condividere la loro saggezza con la gente del popolo in generale.

Per un attimo indugia sugli occhi di Shalaiin, e come sempre avverte una leggera vertigine. Gli succede sempre quando percepisce una mente particolare. Sa quindi che il massimo beneficio dalle sue parole sarà lei a trarlo. Ne è onorato. Guarda i suoi occhi per un attimo molto più lungo di quanto sia percepito dagli altri, e vi scorge molte cose, alcune delle quali estremamente interessanti, insieme ad altre che sono ancora ignote alla giovane stessa.

“Come voi tutti sapete bene, la natura è caratterizzata dall’ordine. Anche gli eventi più selvaggi e violenti rientrano comunque in cicli, in alternanze affatto casuali che preservano una moltitudine di equilibri” riprende imperturbabile Knot. Alcuni dei suoi ascoltatori annuiscono “Il Grande, il nocciolo di Solariade; questo gigante irrequieto da sempre stabilisce i ritmi delle nostre vite. Chi può conoscerlo? Esso rappresenta ancora un mistero anche per il Sommo Savio” mormorii rispettosi “Eppure esso da sempre manifesta un comportamento coerente, che ha permesso alla nostra civiltà di vivere pressoché indisturbata.” Ulteriori cenni di assenso. “Ora io vi chiedo: cosa fareste se ciò che considerate in tal modo eterno, sicuro, ovvio, cambiasse improvvisamente, venisse inaspettamente a contrariare ogni vostra più chiara e semplice aspettativa?” i savii sono abituati a questo genere di domande. Anche gli studenti lo sono. Ma Knot sta tendendo un esca. E non viene deluso. Shalaiin infatti cambia leggermente espressione, in un modo particolare; nessuno può notarlo, a parte lui. Soltanto chi la conosce da una vita potrebbe. Come per esempio Khaleman, che ora è lontano. Knot sorride dentro di sé pensando all’incarico che gli ha affidato; ma solo in parte è un sorriso divertito. Sia questi che Shalaiin occupano un ruolo importante nella storia che Knot vede snodarsi di fronte a sé. Solo che loro ancora non lo sanno.

Il discorso del giovane savio prosegue, finché non giunge l’ora dei sogni.

Scynt – pt.2

 

Indice dei capitoli

“La funzione della Carinnia Solaris nel suo habitat quindi non è solo quella di….” Shalaiin ha rinunciato quest’oggi a seguire il discorso del Savio Botanico nell’aula del dipartimento d’istruzione della Reggia di Rannai. Dall’alta finestra a sesto acuto dell’aula si gode di una vista mozzafiato. Il suole muore nell’orizzonte fosco dello Scynt, mentre stormi di uccelli volano al di sotto. La Reggia si innalza fiera, sulla cima della Fortezza di Rannai. Mille, duemila metri sul livello della sabbia, la sua punta più alta risplende degli ultimi raggi solari anche dopo che il sole è sparito da un pezzo. Innumerevoli scalini incisi nella roccia e nelle caverne salgono dalla fossa della fonte fino ai giardini privati del reggente, dove sono custoditi gelosamente i pochi alberi di tutta Solariade. Shalaiin studia la botanica. E sogna un mondo verde. Sogna e sa che è una fantasia che non può avverarsi. “Nemmeno se piovesse tutto l’inverno” le ha detto una volta il suo insegnante “nemmeno in quel caso il deserto produrrebbe più che qualche erbaccia. Credimi Shalaiin mia cara, lo studio della botanica è finalizzato all’abbellimento e al mantenimento delle proprietà dei reggenti. Dimentica le vecchie favole…” Ma lei ama tanto le sue piante. E le sue favole, come le chiama il suo maestro. Ama un po’ meno il reggente, per contro.

Si guarda intorno, sospirando. Gli altri studenti seguono per lo più la lezione, tranne un piccolo gruppo, seduto leggermente in disparte. Degli sciocchi, pensa Shalaiin; uno di loro la guarda mentre sussurra qualcosa al suo vicino. Scoppiano a ridere. Lei gira lo sguardo sdegnata.

E la sua mente va, suo malgrado, all’immagine di Khaleman.

Lui che ora è lontano. Che le ha detto di amarla. Mentre lei invece… Com’era diverso, Khaleman, da quei quattro sfaccendati!


“Non capisco perché… il perché di questo viaggio” Khaleman parla con la sua cavalcatura, mentre cerca di non cadere di sella, o di non sprofondare, o entrambe le cose. “Voglio dire” si corregge “non che abbia qualcosa contro di te Kirma, ma non sarebbe stato molto meglio viaggiare su una barca? Ti avrei riservato un trattamento di prima classe…” per tutta risposta Kirma gli spruzza due litri buoni di Scynt in faccia, dallo sfiatatoio dorsale.

“Grazie cara Kirma, come se di sabbia non ne avessi già abbastanza addosso…! Credo che fra un po’ mi verranno le branchie!”

In genere Khaleman non è così loquace. Il sole e la sabbia tuttavia, si sa, giocano brutti scherzi. Specie dal sesto giorno di viaggio in poi.

“Ah, ma mi sentirà, questo Sakoba! Maestro… o Savio… o quello che è! Non fa alcuna differenza per quanto mi riguarda!” inveisce. “Mi sentirà, mi sentirà eccome! E cosa ci sarà mai di tanto importante in questa cassa, vorrei proprio saperlo!” si riferisce all’involto che tiene sulla schiena. E’ piuttosto pesante, e la stoffa si è impregnata di sabbia e sudore. Non osa pensare allo stato della pelle delle spalle. Forse per associazione coi bagni privati della reggia e del giardino di Rannai, il suo pensiero torna a Shalaiin. Evidentemente pensarla per tutto il giorno non era ancora sufficiente. La sua immagine torna a tormentarlo/deliziarlo anche ora. L’associazione mentale prosegue, mentre lui le rivolge un silenzioso saluto, ricordandole che è come luce che scintilla attraverso le cadute d’acqua delle fontane del giardino privato del reggente. Inutile spiegare che sia il posto più bello di tutta Rannai. Forse di tutta Solariade.

“Ah, maledetto Knot! Questa me la pagherai!” inveisce ancora Khaleman, dopo un po’.


Knot è nella torre degli Schemi. Knot è nella Torre e pensa. Osserva i pezzi muoversi sullo spiazzo a riquadri, seguendo geometrie complicate. Luce obliqua filtra dalle strette finestre ora rese opache. Gli ricordano un vecchio gioco.

“Cosa osservi, giovane Knot?” domanda il Savio anziano, che gestisce la Torre, che è anche una delle protrusioni più elevate della Fortezza di Rannai. Nella parola giovane c’è una lieve inflessione che solo i due sanno cogliere, che esprime la natura del loro rapporto. Ad alcuni sembrerebbe sarcasmo. Ma i due savii sanno perfettamente che nonostante la giovane età Knot ha dimostrato una saggezza notevole.

“La danza, caro Joras… La guerra.” risponde in tono sommesso dopo qualche lungo istante polveroso.

“Sei acuto, tu” sentenzia il vecchio, continuando a fare cenno affermativo con la testa.

“Dico quello che vedo” ribadisce il giovane.

“Di nuovo: cosa vedi, giovane Knot?” riprende con più enfasi “gli schemi procedono immutati da che se ne abbia conoscenza. Come puoi dire che questo stia per cambiare?”

“Maestro, il cambiamento non è imminente. Esso è in atto mentre parliamo. Lo è da molti giorni, ormai.”

“Ah, tu e i tuoi enigmi! Osserva tu stesso!” esclama, indicando gli strumenti dell’osservatorio, le registrazioni e i diagrammi mistici del Grande. “Questi segreti ti sono stati rivelati forse da troppo poco tempo, e tu già vorresti mettere in dubbio le profonde verità che essi celano da sempre, per sempre?!” il vecchio si infervora, ora ha il fiato corto. L’osservazione degli Schemi è tutta la sua vita.

“Io non metto in dubbio nulla di ciò che è palesemente vero, mio caro Joras” risponde serenamente Knot “Ma io posso vedere proprio in questi tuoi Schemi, qui e ora, i semi e le radici del caos. Il caos che precede il cambiamento, come il prossimo germoglio che recherà nel futuro il frutto. Il frutto è proprio tale cambiamento”

“Sciocchezze…”

“Il cambiamento avverrà indipendentemente dalla nostra volontà o dalle nostre azioni. Tuttavia esso ci riguarda. La sua natura per forza di cose è ora oscura e celata dietro le evoluzioni della realtà, ma esso è innegabile. Osserva, qui, e qui” indica dei punti sulle carte meteorologiche.

“Non ho bisogno che tu mi insegni a leggere le mie carte, ragazzo…” Joras in realtà sta iniziando a sorridere.

“Vedi” riprende lui “Queste anomalie sembrano rientrare nelle variazioni cicliche del Grande e del campo magnetico del pianeta, ma analizzandole in dettaglio è chiaro che esse non hanno forse mai avuto un precedente in tutta la storia a noi nota.” Le immagini fluttuano in mezzo a loro, come sospese nello spazio. Non c’è da meravigliarsi che molti considerino i savii dei maghi a tutti gli effetti.

“E poi c’è questo” a un suo gesto, nei pressi delle anomalie compare un simbolo luminoso.

“Ti sei messo ad ascoltare le storie dei pescatori? Questo non me lo sarei mai aspettato da te, Knot” lo prende in giro il vecchio. Knot fa apparire anche una serie di tabelle.

“Vedi, Joras, tutto coincide.”

“Lo so, giovane Knot”

“Certo.”

Scynt – pt.1

Indice dei capitoli

In principio, era il sogno.

Inizia con un soffio, il morbido movimento dell’aria. Incerto, sinuoso, guadagna impeto e insorge, spazzando le distese. Senza volto, osserva tutto ciò che attraversa. Senza volto, sotto gli occhi di tutti, spesso ignorato, ma sempre presente. In ogni istante. La sua assenza è nonsense, la staticità è la sua antitesi. E’ flusso dinamico, una delle vesti che l’Energia sceglie per rendersi manifesta alle creature.

Esso mi solleva.

 

Il vento è incessante, in tutta Solarìade.

Non c’è mai un momento in cui la polvere non sia in procinto di entrarvi negli occhi. I soli istanti in cui regna una calma quasi assoluta, secondo alcuni innaturale, è poco prima di una tempesta.

In Solariade, una tempesta è un evento comune. Ed è anche un evento fuori dal comune. Davvero, se mai vi capiterà di passare del tempo in queste distese di sabbia e roccia, vi conviene non allontanarvi troppo dalla fortezza più vicina. Lo dico per il vostro bene, poi siete liberi di fare come preferite. Per quanto mi riguarda, non ci tengo minimamente a farmi trovare sulle dune durante una tempesta.

Il vento è incessante. E Arenoll, in questa specifica congiunzione di eventi, è felice. Nel vento, cavalca il vento.

Ride, ride di cuore mentre si tiene aggrappata alla vela del suo wind surf. Questo è il momento della giornata che preferisce, quando il vento la trascina su e giù per le dune di Scynt. Lo Scynt, la sabbia. Per buona parte della notte e per tutta la mattina è impegnata con la pesca; ma al tramonto è libera. Lascia l’arpione a casa, saluta il padre che cuce reti sul loro piccolo triscafo e fugge via. Sono poveri. Il loro è un piccolo villaggio alla base della Fortezza Po. Al tramonto la sua ombra si estende per miglia sul deserto, disegnando curiose immagini d’ombra nelle dune mobili come acqua. La polvere di cui sono costituite si alza al primo soffio di vento, e finisce per circondare la base della Fortezza come nebbia scintillante alla luce della luna.

Sul suo percorso Arenoll spesso incontra altre imbarcazioni. Lente chiatte di approvvigionatori, che solcano le sabbie come grassi ippopotami. Saluta con un grido e agita la mano in direzione dell’equipaggio. Alcuni di loro la riconoscono. Sorridono. Lei pensa che si è davvero fortunati a essere approvvigionatori. Loro possono bere quando vogliono. Anche se dicono che i carichi d’acqua sono iper controllati e che ogni ammanco viene punito severamente dalla gilda dell’Acqua, Arenoll pensa “io ci scommetto quello che volete che ogni tanto un goccetto ve lo fate… Lo so bene io, quando sei in deserto aperto e il sole picchia e il Grande non manda neanche una nuvola e il cervello sembra essere sul punto di fischiarti fuori dalle orecchie come da una vecchia teiera.” Istintivamente si gira verso sud, in direzione del Grande. Il Grande è un immenso vortice. Adesso si vede appena all’orizzonte, come una bassa linea scura. Dal vortice arrivano le tempeste.

Ma ora un’altra nave richiama la sua attenzione. O meglio, il rumore che essa produce. Riconoscerebbe quel fischio in mezzo a tutti i rumori della terra messi insieme. Una nave a motore. Rapidamente manovra in mono da avvicinarsi, e prende a rincorrerla e a giocare nella sua scia. Osserva affascinata gli sbocchi del motore da cui schizzano due getti incandescenti, a giudicare dall’aspetto. Quella forza propulsiva spinge la nave in avanti. Il complesso macchinario vibra e sputa scintille e fumo, ma sembra essere determinato a vedere almeno un’altra alba. Lo Scynt viene risucchiato dentro di lui, e poi chissà cosa mette in moto quella reazione pirotecnica. Arenoll osserva la sabbia sotto di se e nota come la nave lasci dietro di se una scia grigia, nerastra. Come se la sabbia fosse bruciata. Il che è strano, poiché lo Scynt non è combustibile. Al limite vi ottura i filtri della stufa, vi fiacca il fuoco cosi che la casa si riempie di fumo, ma esso stesso non brucia. Invece quella sabbia sembra proprio bruciata, carbonizzata, morta…

Arenoll si volta e vede la scia svanire pian piano in lontananza, inghiottita dalla sabbia intatta. I marinai le gridano di allontanarsi dai getti che è pericoloso. Lei li accontenta, ma non per timore. Non vuole che si preoccupino. D’altronde sembrano già abbastanza inquieti di loro. Ora che ci pensa, Arenoll decide che c’è davvero qualcosa che non va nel loro comportamento. Guarda che facce che hanno, pensa, sembra che abbiano visto la morte in faccia. Così decide di seguirli. Fra l’altro si sta facendo tardi e deve tornare a casa, quindi è meglio avviarsi verso il porto.