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Il tempo di un proiettile

Il tempo di un proiettile è infinito.

Un istante ne vale mille, un milione, forse di più.

Lo sceriffo e il bandito si guardano, come immortalati da un fotografo passante per caso, angolazioni di raggi virati al seppia, rallenty automatico di vita.

Tutto è calma, tutto è fermo, neanche l’occhio di chi guarda si muove, il vento sussurra lunghi secondi nella sabbia davanti al saloon. Il barbiere impasta la sua schiuma dopo aver posato il rasoio, guarda non troppo sorpreso i due in strada, vagamente sfiorato dall’idea che un proiettile possa poco più che vagamente sfiorarlo mandandolo all’altro mondo.

Diavolo di mondo, pensa.

Man mano la vita rallenta ancora, fino a quasi fermarsi, è il turno delle mani. Due mani scattano all’unisono, guardali, sembra una sola persona allo specchio, lo stesso cappello che rischia di venire portato via da una folata di vento appena un po’ più insistente.

Una pausa, un break, in cui tutta la città ha appena il tempo di tirare uno spasmodico respiro, poi di nuovo fermi, le canne oscure foriere di morte dal loro ignoto fondo senza scopo.

Il sole si ferma. L’orologio rallenta i battiti, si adegua ai due cuori pulsanti allo stesso modo, non vuole distrarli, sa che è un momento importante – non sa bene perché, ma è nella natura degli orologi; lo sa, e basta.

Le due dita sostano per un tempo indeterminato e indeterminabile sui grilletti, accarezzando la patina di sudore che separa la vita dal metallo. La polvere danza intorno, lasciando la visuale chiara quanto basta, irritando gli occhi.

Il tempo di un proiettile è infinito.

Fosse stato un sasso, una foglia, un pezzo della trave del tetto della banca, una pozzanghera di fango, la stella dello sceriffo, il cavallo del bandito… Si sarebbe già stancato. Tutti quei secoli di silenziosa attesa li avrebbero sfibrati tutti, a uno a uno, finché solo polvere ne sarebbe rimasta, e forse il ricordo. Ma niente di più.

Ma non così un proiettile. Un proiettile può aspettare anche per tutto il tempo del mondo. Il tempo di un proiettile è infinito.

La mano dello sceriffo trema, increspando di piccole onde la quiete dell’attesa. L’occhio del bandito ha un tic nervoso. Le dita dei piedi negli stivali si muovono lentamente, ansiose di mettersi in moto e di decidere la vita di entrambi, e sia quel che sia.

Il barbiere mette via la ciotola col pennello. Chiude la porta, e si siede dietro il bancone. Speriamo che non fracassino la mia vetrina, pensa.

Non si capisce bene cosa, forse un capello cade allo sceriffo, o forse una goccia di sudore del bandito colpisce il terreno con un pizzico di impeto di troppo. Non si capisce bene, ma d’un tratto il tempo del proiettile finisce.

Il tempo di un proiettile è infinito.

Assembly

“Maestro, insegnami”

“Bene. Sappi che non ti darò verità assolute. La verità assoluta è e risiede esclusivamente nel Creatore e si manifesta attraverso il suo agire.

Sappi inoltre che non ti dirò niente che tu non sappia già, in fondo al tuo cuore. Ritroverai le tue conoscenze dimenticate nelle mie parole.

La Sua forza ti anima e il Suo amore di motiva. Sappilo, ti ha fatto per questo, ogni tuo tentativo di deviare ti porterà all’insuccesso. Al contrario, adempiere lo scopo ti recherà felicità.

Questa energia è più potente di quanto tu possa pensare. Varie categorie di persone hanno tentato più o meno seriamente di conoscere questa fondamentale parte dell’uomo, arrivando più o meno lontano alla verità. Molti sono i nomi che questa parte di noi ha ricevuto, anima, spirito, ki…Ma il mio scopo non è quello di spiegarti la differenza tra questi termini, che, come del resto qualsiasi altra parola, non possono incarnare appieno il significato del concetto di cui ti parlo.

Ho detto che è una parte di noi: anche questo non è del tutto corretto. Potrei dirti che lo è nella stessa misura in cui i tuoi organi fanno parte del tuo corpo, o in cui i tuoi pensieri fanno parte della tua coscienza… Ma in realtà quello che siamo trascende queste distinzioni ancora una volta: è un organico, meraviglioso, perfetto unicum quello che noi siamo.

Una maggiore consapevolezza di sé stessi nella globalità di questo unicum reca maggiore serenità.”

“Voglio conoscere me stesso”

“Non sei il primo a dire una cosa del genere… E ciò non significa che tu non abbia ragione, o meno. Però è un buon punto di partenza.

Demolire ogni a priori, ogni pregiudizio, conscio o meno, in te sarebbe la cosa migliore, a questo stadio. Non esistono regole fisse, leggi e percorsi stabiliti. Ognuno di noi ha la responsabilità di destreggiarsi nelle varie scelte che gli si parano d’innanzi. Farlo con completa autonomia va a tuo onore. Prendere le giuste decisioni, quello è un altro discorso.

Cosa ti dice che quello che tu stai pensando non sia già stato pensato esattamente in questi termini da un altro come te o in termini opposti da un tuo opposto, o entrambe le cose, magari alternando le condizioni? Chi ti dice invece che forse sei proprio il primo a farlo in tal maniera? Ricorda questo dubbio: tale stato di indeterminazione può aiutarti a ricordare che forse ti stai prendendo troppo o troppo poco sul serio.

Se saprai chi sei, potrai essere te stesso.

Se sarai te stesso, gli altri saranno loro stessi con te e potrai conoscere anche loro. Ma un passo alla volta.

“Sei il risultato di ciò che pensi. Sei anche il risultato di ciò che provi. Le due cose hanno corrispondenza biunivoca, l’una influenza l’altra e viceversa. A questo punto è indifferente dove tu decida di agire per prendere il controllo di ciò che sei e di ciò che divieni. La maggioranza tende a controllare meglio i pensieri che le emozioni, ma non è detto che debba essere necessariamente così anche per te.

Inserisciti in questo circuito coscientemente, il procedimento ha risultati sicuri che filtreranno fino all’inconscio e oltre, se sei fortunato.

Questo che ti sto presentando è uno strumento di controllo sul tuo essere.

Puoi usarlo anche come strumento autoconoscitivo. Mi ripeterò, ma da questo deriva che potrai comprendere anche coloro che ti circondano.

“Chiediti sempre il perché di quello che hai appena pensato o detto. Se non trovi in te diversi motivi validi a sostegno dell’affermazione, scartala perché probabilmente non viene da dentro di te.

Ricerca ovunque invece cose, princìpi in cui credere, sulle quali fare affidamento e costruire, basi valide. Da lì passo passo costruirai te stesso, ritrovando quello che non credevi di aver mai avuto.

“Sforzati costantemente di pensare positivo. I tuoi pensieri/emozioni influenzano l’esito delle tue azioni e quelle degli altri molto più di quello che credi. Non convincerti che andrà male riguardo a niente, o ne comprometterai davvero il risultato. Convinciti di ottenere invece esiti positivi, e incrementerai le possibilità di conseguirli.

Si chiama ottimismo, ed è una buona cosa.

Ci vuole forza, è vero. Impegno.

“Maestro, ho fatto un viaggio dentro me:

Esco. Ascolto, guardo, annuso. Tutto intorno a me sembra nascondere qualcosa, tutto sembra messo lì ad aspettarmi. Non gira un’anima, eppure non sono solo. Penso al passato ed al futuro, ma non ci capisco granché. L’ambiente è inquietante, perché è troppo tranquillo e rilassante. C’è anche un bel panorama. Vedo l’universo.

Non sento nulla, a parte il canto delle creature alate, invisibili, onnipresenti. “Sarà tutto finto?”, mi chiedo, ma tutto è fin troppo verosimile. Chiunque non avrebbe potuto che rilassarsi, e sono teso come la corda dell’arco che sta per lanciare la freccia. In alto scorgo una caverna. “E’ troppo alta per arrivarci”, penso, e immagino di trovarmi al suo interno. Mi trovo al suo interno.

Non c’è niente, se non la nuda roccia sulla quale mi appoggio per non vacillare. Dopo una curva c’è una galleria, di cui non vedo la fine. Ai lati ci sono innumerevoli quadri, tutti raffiguranti persone. Le conosco tutte, tranne una. Mi soffermo davanti a questa. Sullo sfondo del quadro c’è un lago, una montagna, fiori, una casa. “Come mi piacerebbe essere lì!”, penso. Mi trovo lì.

Il paesaggio è identico, solo non c’è la casa. Il lago sembra dire “tuffati”, ma per il momento preferisco di no, perché la sua limpidezza mette soggezione. La montagna, come un imponente monito dice torna indietro. Quindi mi volto.

Vedo un’immensa valle, verdissima, irrigata da molti fiumi blu, verdi. Il cielo è azzurro, c’è foschia. Ascolto strida come di animali sconosciuti. Voglio attraversare la valle. Ho attraversato la valle (comincio ad abituarmi).

Metto piede su una collina. Sulla cima c’è un cartello a forma di freccia che punta verso l’alto. Guardo in su e vedo un foro. Stavolta non desidero recarmi lì, ma mi ci trovo lo stesso. E’ come una soffitta. Il tetto è scuro e non si vede. Il pavimento è la notte, ci sono anche le stelle. Volendo ci si può vedere attraverso. In fondo alla “soffitta” c’è una cassa di legno. Voglio vedere cosa c’è dentro. La cassa si apre. Dentro c’è un vecchio libro polveroso. Lo apro: è un album di fotografie. Non conosco nessuno di quelli che vedo nelle foto, ma i paesaggi mi sono tutti familiari. Ne riconosco uno in particolare: è un’isola tropicale. Vado (lo voglio) sull’isola.

Mi ritrovo davanti ad un oceano caldissimo. Dietro di me c’è una foresta fittissima. Seguo la costa. Arrivo ad un promontorio. Sopra c’è un faro. So che è abbandonato. Mi porto sulla cima. Dai quattro angoli di vetro si vedono i quattro angoli del cosmo. Nel primo non si capisce niente, è un caos totale (ma creativo). Nel secondo si distinguono stelle, pianeti, corpi celesti. Nel terzo c’è una seconda confusione (stavolta distruttiva). Nel quarto ci sono altri pianeti, stelle eccetera, simili a quelli del secondo ma più belli. In questo vorrei andarci, ma non ci riesco. Torno indietro.

Al centro dell’isola c’è un vulcano. Vado sul bordo del cratere. So che la lava al suo interno non brucia quindi ci vado dentro. Il paesaggio cambia istantaneamente, e mi trovo in una sorta di vasca senz’acqua, al centro di una stanza. Da un oblò si vede il mare. Dall’altro si vede il cielo. Non c’è via d’uscita. Mi allontano dagli oblò fino a che i miei occhi puntano uno in un’apertura e un’altro nell’altra. Quindi esco dalla stanza.

Sono su un’isola. Galleggia nell’aria. C’è un ponte. Scende a spirale verso terra, nella foresta. Scendo dall’ultimo scalino e mi ritrovo sull’isola galleggiante. Penso di far girare l’isola. L’isola gira su se stessa facendo toccare al ponte il bordo di una fessura nella parete rocciosa. Scendo dal ponte. Sull’ultimo scalino la fessura si ingigantisce a dismisura.

Guardo in là e vedo una stanza senza tetto, è notte ma non c’è luna. Ci sono molte fiaccole che illuminano una specie di arena al centro della stanza. Cammino fino al centro dell’arena. C’è un cerchio rosso. Guardo il non-tetto. Appare la luna. Vengo tirato su ed entro nella luna.

Sto volando. Vedo campi, fattorie vuote, strade deserte, e dei rilievi in lontananza. L’odore che sento mi ricorda qualcosa. Prendo coscienza del fatto che so volare. Quindi cado. Appare un mucchio di paglia che mi salva. Davanti a me c’è un mulino a vento diroccato, molto macabro. Mi avvicino. La fonte di luce presente nell’ambiente tramonta improvvisamente, proiettando su di me l’ombra del mulino. Il mulino ha quattro pale. In una c’è una caverna, in un’altra c’è una montagna, in un’altra c’è un vulcano, nell’ultima c’è un gallo a vento. Al centro ci sono delle iscrizioni che non capisco. Perdo i sensi.

Mi sveglio, sono su una mongolfiera. C’è una luce bianca. Sotto di me c’è il mare. Non c’è vita. Vedo una specie di boa. Ci vado. La boa sparisce, si forma un vortice d’acqua che mi risucchia. Mi trovo in una galleria di vetro. Il panorama è spettacolare. Cammino per metri, forse chilometri. Sembra tutto uguale. Voglio qualcosa di diverso. Improvvisamente appare un bivio. A sinistra si scende, c’è una luce rossastra. A destra si sale, c’è più luce che qui. Non so che fare, rimango fermo. Appare un ascensore trasparente. Ci entro.

Ci sono tre pulsanti luminosi. L’ultimo in basso è acceso, indicandomi dove sono. I pulsanti non si premono. Penso a come potrebbe essere il terzo pulsante acceso. Si accende, ed è esattamente come lo immaginavo. Scendo in un sentiero di mattonelle.

Tutt’intorno ci sono aiuole e siepi. Ho paura di perdermi. Da una parte c’è un distributore di gomitoli. Penso che sia una presa in giro, poi penso che sia una presa in giro molto utile. Prendo un gomitolo. Il filo è arrotolato attorno ad un cilindro di metallo cavo. Guardo all’interno, e vedo che il paesaggio è completamente diverso. Seguo la diversità del gomitolo fino a che arrivo davanti ad un muro. Scosto il gomitolo dall’occhio e vedo un prato immenso. C’è di nuovo la caverna dei quadri. Entro cerco il quadro dello sconosciuto. Ora lo riconosco. Sono io.”

“Devo dire che possiedi una discreta dose di intuizione. Tutto quello che hai scritto è potenzialmente vero. Almeno, lo è nella misura in cui proviene da te. Sicuramente, a questo stadio, risentirai ancora delle imposizioni e delle influenze esterne. Ma non preoccuparti.

Non interrogarti freneticamente sul significato di queste immagini, come fanno molti, con tediosi o ingegnosi procedimenti. Non ti parlerò della loro validità… ti sto dicendo di trovare il tuo modo di capirti. Non affidarti ad altri. Non affidarti a me. Diffida di ciò che ti sto dicendo, ancora: non ho la verità assoluta. Quello che dico può valere per tutti, per uno, per nessuno. Può valere in tutti i casi, in un caso, mai. Ma il fatto che io possa enunciarlo dovrebbe significare qualcosa, non trovi?

Allora, abbandonati alle tue visioni. Riesuma il potenziale creativo seppellito dagli schemi imposti. Ascolta il tuo essere vibrare e comunicare nel suo unico modo, del tutto peculiare e irriproducibile. Pervaditi di questo, sali sulla nave del tuo istinto e molla gli ormeggi. La prima spiaggia su cui approderai sarà in genere quella giusta. Ti aspettavi che ti illustrassi il significato di ciò che mi hai mostrato?”

“No, maestro”

“Bene, vedo che inizi a capire”

“Come ho detto, la tua fede influenza ciò che accade. Non ti spiegherò se la tua mente influenzi la realtà o se si illuda di farlo o se sia la tua percezione in proposito a cambiare. Ma l’importante è il risultato. Secondo te è più felice colui che sa di stare facendo una cura contro la sua malattia o colui che guarisce perché crede di non avere nulla? Riponi fiducia nelle tue capacità, nelle tue energie, nel tuo corpo. Non tradire loro e loro non tradiranno te. Prenditi cura di loro e loro ti sapranno ricompensare. Impara ad amarti. Se non sai amare te stesso non potrai amare gli altri, e probabilmente non sarai neanche amato. Ma non posso ora parlarti anche dell’amore, impiegheremmo troppe vite. Prendilo solo come presupposto fondamentale del mio discorrere.”

“L’amore è il presupposto fondamentale…”

“Esatto. L’amore universale; è la prima cosa, causa e fine del tuo essere, unico in questo. A causa dell’amore esisti, ed esisti per amare. Non l’arte, l’amore è fine a se stesso e non ha bisogno di ulteriori motivi per essere e manifestarsi. Non ha bisogno di definizioni, quindi non ne parlerò oltre. Trovati uno scopo nella vita. Solo: fa’ che sia imperniato sull’amore.”

“L’energia scorre attraverso te lungo molteplici sentieri. Essa arde nel tuo corpo come fuoco, scorre in te come acqua e ha la dinamica del vento. Puoi riscoprirla come una vena d’oro semisepolta nella roccia.

E’ la forza più potente di cui dispone la tua volontà: controllarla significa controllare il proprio corpo e la propria mente (ancora diverse espressioni dello stesso unicum) e fare questo al massimo grado implica una suprema serenità oltre a una salute perfetta.

Nessuno è mai riuscito ad arrivare alla perfezione, ma questo è purtroppo un limite della nostra attuale natura imperfetta.

Tale controllo, tale accresciuta consapevolezza di sé, è correlato alla aderenza del nostro essere al modello secondo il quale siamo stati creati. L’unico modo è seguire le vie dell’amore, sforzarsi con ogni grammo di forza di seguire ciò che spesso ci sembra la cosa più difficile da fare.

Col tempo imparerai ad ascoltarti, percepire dapprima per intero i tuoi pensieri e le tue emozioni. Quindi comincerai a vedere parte delle stesse cose presenti in te negli altri, e saprai riconoscere in loro comportamenti e cause delle quali non avresti mai sospettato prima. Affinando ulteriormente la tua consapevolezza riuscirai a percepire in te la tua propria energia, inizialmente sottile e ineffabile come un alone di vapore nella luce del mattino, poi sempre più delineata e precisa come percorsi di luce. Indirizzala a tuo piacimento, ma rispetta la sua natura d’amore, altrimenti si ritorcerà contro di te, e perderai tutto ciò che hai guadagnato.

Metafisica

Cos’è la metafisica?

Un dizionario della lingua italiana riporta: “parte della filosofia che tratta dei principi universali della realtà, posti oltre la conoscenza sensibile e al di là di ogni esperienza diretta.”

Lo stesso dizionario afferma, alla voce “filosofia”: “ricerca che si propone di raggiungere una visione generale e comprensiva della realtà, attraverso l’indagine delle ragioni prime d’essa e un’interpretazione unitaria e coerente delle diverse manifestazioni del sapere.”

Immediata è la stretta correlazione fra i due termini: se la filosofia vuole analizzare e comprendere la realtà, nella metafisica essa trova i principi ultimi della sua ricerca; osservando le due definizioni si nota come, mentre il quadro che la filosofia fornisce può anche arrivare ad essere sufficiente per spiegare i fenomeni logici che incontriamo nel nostro “soggiorno nella realtà”, essa stessa non può dichiararsi compiuta, non può arrivare a descrivere l’interezza e la globalità della realtà (sempre che di realtà si possa parlare) con gli strumenti che nella realtà fisica e fenomenica essa trova. Per fare un esempio, potremmo raffigurarci il filosofo alle prese con la metafisica come un cieco che cerchi di spiegare l’essenza dei vari colori ad un altro cieco. [di ciò di cui non si può parlare, occorre tacere. – Wittgenstein: forse è anche questo ciò che voleva dirci Wittgenstein, non che la metafisica non abbia senso o non esista, ma che non sia spiegabile in termini umani, con parole e proposizioni logiche] Anche se non possono vederli, i colori esistono, sono reali, che quei due ciechi riescano poi a intravederli o meno con l’occhio della mente. Lo stesso dicasi della metafisica: l’uomo non è mai riuscito, e forse mai riuscirà, a venirvi a patti, ma non rinuncia mai all’idea che essa esista, non rinuncia mai a ricercarla, pur non comprendendola.

Chi può dire in effetti che la metafisica non possa sussistere come possibilità nell’animo dell’uomo? Nel nostro secolo abbiamo assistito al rinnego della metafisica: questione molto ben espressa da Nietzsche con “L’uomo folle e la morte di Dio”. L’uomo ha rigettato tutto ciò che è al di sopra di lui e delle sue capacità, sia tecniche (tecnologiche) che mentali (morali): non esiste più un Dio a stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è possibile e ciò che non lo è. [se Dio non esiste, tutto è permesso – Dostoevskij: tutto infatti è stato permesso: dov’è l’etica della scienza? Bombe atomiche, clonazione oggi… E la morale? L’Olocausto?]

L’uomo è interamente padrone di sé stesso.

Secondo Nietsche, dal nichilismo passivo, in cui tutto perde significato (la realtà, i desideri, le passioni) e l’uomo tende all’auto-annientamento, egli doveva passare a quello attivo, in cui sostituirsi a Dio e assumere un atteggiamento di critica e di capovolgimento di tutti i valori precedenti e costruire un uomo nuovo: il Superuomo.

Ma dalla morte di Dio finora sembrano essere conseguiti solo effetti negativi; l’uomo, se anche può esserne in grado, non ha ancora ricostruito nulla: i valori vanno semplicemente scomparendo, e gli unici che vi si sono sostituiti sono quelli del denaro e del piacere.

E, c’è da dire, l’uomo, anche in questo secolo non ha effettivamente accantonato la metafisica: elementi mistici e magici continuano a permeare la cultura anche della più atea delle civiltà. Ma, più semplicemente, non può morire la metafisica se insieme ad essa non muoiono l’arte, la poesia: i sentimenti. E questo, onestamente, non sembra essere possibile.

E’ interessante anche considerare il pensiero di Heidegger: esso vede nel rifiuto della metafisica di Nietzsche nient’altro che una nuova religione: un ritorno alla metafisica, stavolta dell’uomo, dei suoi poteri: se egli è Dio la scienza e la tecnica vanno con lui a formare una sorta di mistica trinità che impone la sua fede all’umanità del novecento che crede di rigettare la metafisica quando non si sta semplicemente accorgendo che proprio da essa si sta facendo nuovamente irretire.

Nel nostro tempo c’è stato una sorta di ritorno alla metafisica; la civiltà occidentale tanto atea e razionalista si è lasciata invadere felicemente da stormi di idee e concetti presi in parte o in blocco da quelle che erano e sono le filosofie orientali, dando origine, per esempio, al movimento New Age. E ne vediamo il riflesso nella letteratura e nel cinema: fino agli anni settanta il fantastico, nei romanzi come nei film, era rappresentato quasi esclusivamente in forma fantascientifica: non c’erano fenomeni soprannaturali, elementi magici. Tutto era riconducibile alla scienza e alla mente umana. Ora c’è un’inversione di tendenza, tutto questo non va più di moda. Siamo tornati al medioevo, all’era di draghi, druidi e cavalieri, rune e incantesimi. I malvagi demoni fino a poco tempo fa tanto temuti sono divenuto oggetto di racconti, addirittura nei cartoni animati. Non sorprende quindi che questa generazione abbia un concetto diverso di tutto questo sistema di cose. Naturalmente, essa fa tutto eccetto che rigettare la metafisica nella quale anzi si getta con rinnovato entusiasmo. Sembra quasi che, se il novecento è stato il secolo in cui la metafisica è stata sepolta, il duemila sia quello in cui essa risorge a nuova vita. Il punto sta nel fatto che, come già affermato prima, non potremo mai liberarci di essa, per quanto l’uomo possa sforzarsi (fortunatamente).

Prendiamo ora in considerazione il pensiero di un altro filosofo, Bergson. Nell’“Introduzione alla metafisica” egli spiega come la metafisica sia l’organo conoscitivo della filosofia: essa è in grado di penetrare intuitivamente le cose e arrivare così a conoscerle dall’interno, con immediatezza, per ciò che esse sono in senso assoluto, e non relativamente come la scienza. In realtà quest’ultima non fa altro che confrontare, analizzare, mettendo in comune differenze e analogie nelle varie forme degli oggetti del suo esame, impiegando simboli che vanno a costituire una specie di maschera, una caricatura che richiama alla nostra coscienza l’essenza di una cosa. Essenza che l’uomo può cogliere direttamente attraverso l’uso di quella sua abilità innata, inspiegabile in termini fisici: la metafisica.

Se qualcuno ci chiedesse cos’è la metafisica, potremmo dirgli questo:

Come la scienza ti si rivela limpida e logica nella sua razionalità, nelle sue formule e proposizioni, la metafisica ti si manifesterà ancor più chiara e immediata nelle tue emozioni. Vieni con me: ti porterò a passeggio in una città, Roma, per esempio, di notte, nei vicoli oscuri dove gli uomini dormono e le donne e i fanciulli sognano, dove i loro sospiri vengono a farti da voci delle stelle, e la luna è il gioiello che guida i passi del tuo cuore. Lì, sul ponte sotto il quale l’acqua mormora parole segrete e cangianti alla luce della notte, dove inizi a sentire il violino di un vecchietto insonne aleggiare fra i muri delle case come un fantasma, lì dove la musica penetra il tuo cuore con un brivido, allora avrai già terminato di capire cos’è la tua metafisica.